sabato 31 luglio 2021
martedì 20 luglio 2021
1860 Protagonisti e Personaggi H - Z
Hubner, ambasciatore austriaco a Roma presso il Governo Pontificio nel 1860.
Manciforte Serafini Giulio, marchese, componente la magistratura del Comune di Ancona nel 1859
Marinelli Clemente. Segretario la magistratura del Comune di Ancona nel 1859
Matteucci Francesco., componente la magistratura del Comune di Ancona nel 1859
Mauri, maggiore di artiglieria, parlamentario incaricato di condurre le trattative di resa della piazzaforte
Mazzini, Giuseppe, nel
Michele Fazioli, conte, Gonfaloniere del Comune di Ancona nel 1859, e capo indiscusso del partito unitario italiano
Molinary di Montepastillo Antonio, generale, , comandante la guarnigione austriaca di Ancona nel 1859.
Monti Benedetto, professore, membro della Giunta provvisoria di Governo in Ancona nel 1859
Morozzo della Rocca, Enrico, generale,comandante del V Corpo dell’Armata, alle dipendenze del gen. Manfredo Fanti . Conquista l’Umbria e poi converge con le sue truppe su Ancona e partecipa all’assedio della piazzaforte pontifica.
Mosti, ferrarese, aiutante di campo di Cialdini
Myonnet Giorgio, soldato nel battaglione dei tiragliatori Franco Belgi. Nato ad Anges Francia nel 1943, fu una delle vittime più giovani del combattimento di Castelfidardo. Educato bel collegio di San Paolo di Maulévrier, aveva appena terminato gli studi ginnasiali che si arruolò nell’Esercito Pontificio nel battaglione dei Franco-Belgi.
Neri, cavaliere, Direttore di Polizia in Ancona nel 1860.
Pellion di Persano, Carlo, vice ammiraglio. Al comando della Squadra navale Sarda, è alle dipendenze del gen. Manfredo Fanti. Uno dei protagonisti della conquista di Ancona.
Perroni A., capitano, comandante la 7° compagnia del 40° reggimento; si distinse a Monte Pulito
Pichi Girgio, conte, membro della Commissione d’arruolamento istituita in Ancona nel giugno 1859
Pio IX, Mastai-Feretti, Papa, nato a Senigallia, alla guida del soglio pontificio dal 1846, capo dello Stato Pontifico nel 1860
Ploner Mariano, membro della Giunta provvisoria di Governo in Ancona nel 1859
Provana del Sabbione, capitano di vascello, comandante della nave San Michele
Riccardi di Netro, capitano di vascello, comandante della nave Maria Adelaide
Riccetti Giuseppe, anconetano, padrone di un trabaccolo, al servizio del Comitato dei patrioti di Ancona. Fornisce notizie al Persano sugli avvenimenti del 18 settembre.
Serristori, toscano, aiutante di Campo del Cialdini
Wesminsthal, luogotenente, comandante delle batterie della Lanterna e del Molo
sabato 10 luglio 2021
1860. Protagonisti e Personaggi A - H
Albini, capitano di vascello, domandante della nave Vittorio Emanuele.
Allegrini Francesco,
generale di Brigata, comandante la città di Ancona nel 1859
Antonelli Giacomo, cardinale, capo della segretaria
di Stato di Pio IX
Bec de Lièvre Luigi
Amato, maggiore, comandante del battaglione dei tiragliatori franco belgi
Bertone di Sambuy, sottotenente di vascello; comandante gli
artiglieri di marina sbarcati su richiesta del Cialdini.
Blumensthil, tenente colonnello, comandante l’artiglieria da
campagna dell’esercito pontificio
Bonanni Giacomo,
conte, componente la magistratura del
Comune di Ancona nel 1859
Borromeo, lombardo, aiutante di campo di Cialdini
Bourbon del
Monte, marchese e cavaliere, componente la magistratura el Comune di Ancona
nel 1859
Buglione di Monale, capitano di corvetta, comandante della nave Mozambano.
Carini, conte, gentiluomo fu da intermediario tra il De La
Moricière e la Duchessa di Parma
Castellà (o Castellaz), capitano,
reggimento estero, attaccò gli avamposti
sardi a Pietralacroce
Cavour, Camillo Benso conte
di, uomo politico, Primo ministro del Governo del Regno di Sardegna,
ministro della Marina nello stesso governo.
Chatelinau, avventuriero e estremista, voleva creare un
corpo di volontari estraneo all’esercito a Roma
Cialdi Alessandro,
Comandante della Marina pontificia al momento della restaurazione nel 1849.
Cialdini, Enrico, generale,
comandante del IV Corpo d’Armata, alle dipendenze del gen. Manfredo Fanti.
Conquista Pesaro, Fano e idea la manovra che poterà al successo di
Castelfidardo il 18 settembre 1860.
Cresci
Ferdinando, cavaliere, membro della
Giunta provvisoria di Governo in Ancona nel 1859
D’Aste, capitano di vascello, comandante della nave Governolo
De Asarta L., capitano comandante la 7° compagnia del 39°
reggimento; si distinse a Monte Pulito
De Bourbon-Busset,
Louis-Joseph-Gaspard de Bourbon-Busset, conte di Chalus (1819-1871) aveva il
comando del Corpo delle Guardie di De
De Chalus Arturo, soldato del battaglione dei tiragliatori
Franco-Belgi, conte del basso Maine,
nato a Nantes, ferito alla coscia destra, fu trasportato ad Osimo, ove morì nel
mese di ottobre 1860
De Courcy, conte, console francese ad Ancona nel 1860
De Gramont,, ambasciatore
francese a Roma. Con i suoi dispacci orienta in senso negativo la condotta del
Comando Pontificio
De Kalbermatten G., ,
generale comandante il corpo di
spedizione che represse il moto rivoluzionario in Ancona nel 1859
De
De Merode, Xavier, pro-ministro per le Armi nel 1860, esponente principale del partito
ultramontano e principale assertore della difesa armata dello Stato Pontificio
Della Minerva, conte, ultimo ambasciatore sardo a Roma. E’
latore dell’ultimatum di Cavour al governo Pontificio il 7 settembre 1860.
Delle Piane, sottotenente, sottocomandante delle batterie
della Lanterna e del Molo
Di Prampero A., tenente, aiutante di campo del comandante
Duca di Bisaccia,
intermediario in Belgio per acquisto di artiglierie per conto dello Stato
pontificio
Euzeby Luigi, componente la magistratura el Comune di Ancona nel
1859
Fanti, Manfredo, generale,
ministro della guerra del Governo del Regno di Sardegna, è il Comandate delle
forze di invasione Sarde nelle Marche e nell’Umbria
Farina Filippo, ministro per le Armi dal 1857 al 1860
Faussone di Clavesana, capitano di corvetta,capo di Stato maggiore della squadra navale
Fazioli Andrea,
conte membro della Commissione d’arruolamento istituita in Ancona nel giugno
1859
Feoli cav.
Raffaele, membro della Giunta provvisoria di Governo in Ancona nel 1859
Fiastri, capitano, XXIII battaglione Bersaglieri. Si
distinse all’attacco della Lunetta di Santo Stefano
Francesco II, re
delle due Sicilie. Ultimo sovrano borbone a Napoli; a settembre si ritira a
Gaeta
Frignone, generale, comandante
della colonna distaccata. Il 17 settembre espugna la rocca di Spoleto
Gabuzzi Gio.
Battista, componente la magistratura del Comune di Ancona nel 1859
Galli della Mantica, capitano di vascello, comandante della nave Carlo Alberto
Garibaldi Giuseppe, l’
eroe dei due monti, protagonista dell’impresa dei Mille, entra a Napoli
il 7 settembre 1860. i suoi programmi determinano l’intervento di Cavour
Gherardi, conte, patriota, a Senigaglia mette a disposizione una
carrozza al Persano per raggiungere il Q.G. di Cialdini il 17 settembre 1860
Goyon, generale
francese, capo della guarnigione di Roma
Guerìn Giuseppe, figlio
di operai, era entrato nel seminario di Nantes, entrò nel battaglione dei
Franco-Belgi, ferito al petto, fu ricoverato ad Osimo ove spirò il 30 ottobre
1860
Gulinelli Federico,
membro della Commissione d’arruolamento istituita in Ancona nel giugno 1859
mercoledì 30 giugno 2021
domenica 20 giugno 2021
Pietre. Per la storia di Ancona e del suo territorio
Ancona cura poco la sua storia, scrive Massimo Coltrinari.
Eppure segnali di inversione di tendenza si colgono da qualche anno a questa
parte. Merito di studiosi e appassionati con curriculum e percorsi formativi
assai variegati. Accanto allo straordinario lavoro di Massimo, teso al recupero
della nostra memoria storica sull’Ancona risorgimentale e non solo, Claudio
Bruschi ha scritto all’inizio del 2012 una opera importante sul “Campo
trincerato di Ancona”. Poi si sono spesi Marina Turchetti con il suo Laboratorio
culturale, Enzo Monsù, che ha valorizzato le fortificazioni di Pietralacroce
nel 150° anniversario dell’Unità nazionale, il compianto Enzo Jannaci, che ha
ricostruito una pagina di storia minuta sul versante dei “vinti di Salò”, ma
anche studiosi e giornalisti amanti della storia come, vado in ordine sparso,
Antonio Luccarini, Rodolfo Bersaglia, Giampaolo Milzi, Fausto Pugnaloni, Fabio
Barigelletti, Franco Frezzotti, Nino Lucantoni, Roberto Domenichini, Gilberto Piccinini,
Roberto Giulianelli, Lucilla Niccolini, Giorgio Guidelli, Roberto Giulianelli, Giuseppe
Barbone, Giorgio Petetti, Giuseppe Campana, Ruggero Giacomini, Giorgio Mangani,
Massimo Papini e l’Istituto Storia Marche. E molti altri che, mi perdoneranno
la mancata citazione, hanno a cuore la memoria e la storia di questa strana Città.
Tutti hanno dato un contributo nel riscoprire la ricchissima storia dorica
dalla fondazione a opera dei siracusani, 2400 anni orsono nel 2013, al
terremoto del 1972, quaranta anni fa. Lo hanno fatto con opere a carattere
scientifico oppure con saggi e opuscoli (basta dare un’occhiata alla sempre
ricca vetrina di Canonici dedicata da cinquanta anni alla storia locale), organizzando
trekking urbani, rassegne, mostre, scrivendo articoli sui quotidiani locali
(come nella pagina domenicale de “Il Messaggero” intitolata “Acque e lune”), o
infine fornendo stimoli e impulsi a costruire nuovi itinerari e percorsi di
ricerca. E un piccolo contributo, scusate, l’ho dato anch’io, prima
organizzando per
Generosamente (e scherzosamente), il generale Coltrinari mi
definisce “l’uomo che fa parlare le pietre” però in effetti per “Lezioni di storia” ho
sempre tenuto in mente il legame tra “pietre” e fatti, magari utilizzando il
luogo (della memoria) quale set per la rievocazione. Anche gli ultimi percorsi
del trekking urbano nazionale che ho curato, con i colleghi del settore
Attività culturali – Turismo del Comune (tra i quali quello organizzato a
Pietralacroce, frazione dorica ricca di storia risorgimentale, in occasione del
150° anniversario dell’Unità nazionale), si basano sul concetto del “fare
parlare le pietre”, e su di un assunto allo stesso tempo “scientifico” e
divulgativo della storia. Perché l’altro principio di cui sono convinto, pur
espresso in maniera un po’ provocatoria, è il seguente: o la ricerca storica
acquisisce (anche) un carattere divulgativo o non è.
E’ sufficiente tutto ciò per parlare di rinascita oppure in
periodo di crisi ci si ripiega sul proprio passato? Non ho una risposta a
questa domanda però l’attenzione del pubblico (e non solo di quello anconetano)
nei confronti della nostra storia è incoraggiante. Alla fine l’obiettivo è
semplice: diffondere la conoscenza delle “pietre” per preservarle e conservare
la memoria storica della nostra Città.
Sergio Sparapani
giovedì 10 giugno 2021
domenica 30 maggio 2021
La Battaglia di Novara 23 marzo 1948
Fabio Volpe*
1. Premessa
L’aspetto
più ostico nel comprendere un evento complesso come una campagna militare è,
probabilmente, quello di riuscire a visualizzare sul terreno le unità
coinvolte, le loro azioni e i loro rapporti di
forza. Paradossalmente, però, la
grande quantità di informazioni disponibili fino al livello di dettaglio
sub-tattico può generare una grande confusione, che non permette al lettore di
comprendere appieno le dinamiche generali e le motivazioni dietro determinate
scelte e accadimenti.
Come
regola generale, quando in campo militare si va ad analizzare un’ intera campagna da un punto di vista
operativo, si applica generalmente la regola “two level down”. Ovvero, se si
analizzano le azioni di un esercito, si cercherà di mantenere un livello di
dettaglio fino a livello divisione o al massimo brigata. Ovviamente, per alcune
fasi della campagna sarà sufficiente fornire
una visione generale degli accadimenti mentre, quando singoli reparti rivestiranno un ruolo
cruciale nell’azione, essi dovranno essere senz’altro menzionati. I singoli
aneddoti e accadimenti, le prove di coraggio di piccoli nuclei o singoli sono
sicuramente utili per calarsi nel contesto ed avere una visione di ampio
respiro. Tuttavia, in questo breve testo si cercherà con l’aiuto della moderna
simbologia in uso nei paesi della NATO di dare un, quanto più chiaro possibile,
quadro d’insieme della campagna.
Infine,
si fa presente che tutti i commenti e analisi che differiscono dalla narrazione
storica sono stati riportati in carattere italico.
2.
La situazione generale
La
prima guerra di Indipendenza, iniziò a
seguito delle Cinque Giornate di Milano (18˗22 Marzo 1948). Il piccolo stato piemontese
aveva cercato di farsi espressione dei movimenti rivoluzionari che si
sollevarono, non solo nella regione Lombardo˗Veneta, ma in tutta l’area italiana.
Il Re Carlo Alberto, che nel corso della sua vita aveva più volte oscillato tra
sentimenti reazionari e liberali, aveva in
ultimo concesso lo Statuto Albertino il 7 febbraio di quell’anno. Il sovrano piemontese
vedeva aprirsi l’occasione per un’ eventuale espansione nel lombardo-veneto e
di una possibile federazione italiana a guida pontificia. Si rendeva conto,
però che il regno di Sardegna non avrebbe potuto prevalere da solo contro un
vasto impero di popolazione sette volte superiore al Piemonte. Al tempo stesso
vedeva ancora con timore i moti rivoluzionari che si stavano propagando da
Milano alla Sicilia temendo che questi potessero portare instabilità anche nel
suo regno, nonostante le concessioni già date.
Applicando questa chiave di lettura è possibile
spiegare il mancato supporto agli insorti milanesi e, in generale, la tardiva
presa di posizione contro l’impero asburgico. La prima fase della guerra durò
circa 4 mesi ed fu coronata da alcuni successi iniziali. I Piemontesi si
spinsero fino alle rive dell’ Adige con la vittoria a Pastrengo. A quel punto, persero
però il supporto dello Stato Pontificio (le cui truppe rimasero a combattere
come volontari) e del Regno delle Due Sicilie (il cui contingente venne
ritirato ancora prima di combattere). L’idea di una federazione italiana a
guida pontificia era fallita.
Col
sopraggiungere dei rinforzi austriaci le truppe piemontesi furono respinte fino
a Milano.
Questa
fase della guerra si concluse il 9
Agosto 1948 con l’ armistizio “Salasco”
che aveva sospeso le ostilità a patto di una ritirata piemontese dietro il
Ticino.
Seguirono
per il Regno Piemontese mesi concitati dove si cercò di riformare, con scarsi
risultati, l’apparato militare e dove aumentò la pressione dell’opinione pubblica per
riprendere le ostilità.
Carlo
Alberto riuscì, nonostante l’iniziale opinione contraria del governo e del
paese, a mantenere il pieno controllo dell’esercito scegliendo il Generale Polacco Chrzanowski come Generale
Maggiore in comando . Quest’ ultimo, scelto per non inasprire le rivalità tra
gli alti ufficiali piemontesi, era però mancante del carisma, della conoscenza
delle forze e del terreno.
Nel
Marzo 1849 l’esercito piemontese non era
certo in condizioni ottimali. Sulla
carta esso risultava di 110.000 uomini ma, tolte le riserve in congedo, reclute
e ammogliati con prole a cui non a cui
non erano assegnati ruoli di prima linea, malati e disertori , le forze utili al
combattimento erano circa 55.000.
Come
se non bastasse, la riforma dei quadri e della selezione dei comandanti era
miseramente fallita e le condizioni finanziare del Regno erano in dissesto.
Ciò nonostante il 12 Marzo 1849 il regno di
Sardegna, decise di riprendere le ostilità
per tentare la riscossa e uscire così da una situazione di politica
interna che si era ormai fatta incandescente a causa delle forti pressioni
della sinistra democratica per riprendere le ostilità.
3.
Piani e dislocazione iniziale
Il Generale
Chrzanowski è fin da subito molto dubbioso sulle reali possibilità dell’esercito sotto il suo comando. Sembra
però persuadersi che il governo di Vienna impegnato contro la rivolta ungherese
e con movimenti insurrezionali interni non si sarebbe arrischiato ad una guerra
offensiva e si sarebbe ritirato alle prime avvisaglie di ostilità dietro il
fiume Adda se non addirittura nel quadrilatero difensivo (Verona-Legnago-Peschiera-Mantova).
Le
prime disposizioni del generale polacco lasciano l’esercito molto sparpagliato:
5 divisioni attorno a Novara, la brigata Solaroli a sinistra alla fine del Lago
Maggiore, la divisione Lombarda tra Alessandria e Voghera ,nei pressi di Piacenza
la brigata d’Avanguardia ed infine a Parma la 6ª divisione.
Il
grosso dell’ esercito austriaco (5 corpi d’armata) era invece riunito nel
trapezio Binasco-Corte Olona-Codogno-Melegnano
con due brigate di copertura a Pavia e lungo il Ticino mentre una nel basso
Varesotto. Questa disposizione sul
terreno potevano precludere a tre distinte condotte nemiche: una ritirata verso
il basso Adda, un forzamento del Ticino da Pavia grazie alla testa di ponte del
Gravellone e un forzamento del Po tra Pavia e Piacenza (per puntare ad
Alessandria.
Il Generale Armorino (comandante della Divisione
Lombarda) sembra essere fermamente convinto di quest’ultima opzione e contravviene agli ordini di Chrzanowski,
che gli imponevano di prendere una forte posizione a Cava Manara sorvegliando
l’ultimo tratto del Ticino.
Ramorino, quindi lascia alla Cava solo il 21° Reggimento di fanteria e un battaglione bersaglieri, mentre mantiene il grosso delle forze fra Casteggio, Barbianello ed il Po per fronteggiare un eventuale forzamento da Stradella.
4.
I primi scontri
Il
20 Marzo a mezzogiorno la 4ª divisione piemontese con la 3ª come rincalzo si
spinge fino a Magenta senza incontrare nessuna traccia del nemico; cosi al
calar della sera rientra su Trecate.
Intanto
Radetzky è sboccato dal ponte di Pavia in Piemonte trovando solamente le esigue forze lasciate dal generale Ramorino.
La divisione Arciduca Alberto del II Corpo austriaco apre la strada appoggiata
da 5 battaglioni del IV Corpo. Dopo una breve resistenza le forze austriache
hanno aperta la strada per Mortara e Vigevano mentre il 21° reggimento ripiega
oltre il Po. Ramorino, infatti, persiste nelle sue convinzioni: considera
quella di Pavia un mero diversivo e aspetta lo sforzo principale nemico su
Stradella.
A questo punto per il Generale Chrzanowski si delineano
tre possibili linee d’azione :
a.
Avanzare su Milano e verso il quadrilatero quasi
sguarnito;
b.
Tagliare la linea d’azione nemica passando da Magenta
verso Pavia;
c.
Consolidarsi e difendere su Mortara e Vigevano.
Il
generale polacco sceglie quest’ultima opzione e si prepara a difendere.
Questa scelta, a posteriori, appare delineata dall’ indecisione e mancanza di carisma
dell’ufficiale polacco, ma vale la pena considerare che l’impossibilità per
quel tempo di ricevere informazioni aggiornate sulla posizione e consistenza
del nemico avrebbe esposto le truppe piemontesi, nel caso di scelta delle prime
due opzioni, a un forte rischio di accerchiamento.
Ramorino
viene sollevato dall’ incarico e la Divisione Lombarda viene affidata al
Generale Fanti. Ciò nonostante la
divisione Lombarda viene lasciata sulle sue posizioni segno che anche per
Chrzanowski la minaccia su Alessandria era fondata.
Nella
notte tra il 20 e il 21 Marzo la 2ª divisione
piemontese viene spostata a Vigevano con la 3ª a suo sostegno, mentre la 1ª divisione
e la divisione di riserva su Mortara. Viene inoltre richiamata dall’altra
sponda del Ticino la 4ª divisione con l’ordine di muovere anch’essa su Vigevano.
Infine
la brigata Solaroli e 4 battaglioni di reclute vengono posizionati a Gravellona
Lomellina come retroguardia e col compito di bloccare sul ponte del Ticino.
Nella mattina del 21 Marzo l’esercito austriaco incomincia ad avanzare il II corpo sullo stradone per Mortara con il IV alla sinistra ed il I alla destra, ad un’ora di distanza seguono il III e il corpo di riserva.
5.
La battaglia della Sforzesca e di Mortara
I
primi contatti col nemico avvengono a Borgo San Siro, dove un battaglione
rinforzato a guida Piemonte Reale di
circa 1000 uomini, si imbatte nell’ avanguardia del 1° corpo austriaco.
Intanto
il Re e Chrzanowski sono alla Sforzesca (Vigevano) e decidono di modificare il
piano difensivo del generale Bes (comandante della 2ª divisione). Quest’ultimo aveva posizionato la brigata Casale presso Garbana con il compito di
ingaggiare il fianco sinistro
austriaco durante l’avanzata nemica
verso Vigevano. Chrzanowski invece decide di assegnare alla 2ª divisione
esclusivamente compiti difensivi sulla strada di Borgo San Siro, mentre ordina
al generale Perrone con la 3ª divisione di difendere sulla strada di Gambolò
alla destra di questa.
Questi
ordini vengono dati tardivamente e finiscono per essere controproducenti per
l’intero schema difensivo. Le strade
diventano intasate e le unità si intralciano le une con le altre.
Infatti,
quando l’avanguardia del I corpo arriva alla Sforzesca, trova solo il 17°
Reggimento Fanteria con alcuni rinforzi. Gli Austriaci, superiori di numero
tentano una manovra avvolgente, ma il 23° reggimento fanteria, comandato dal
colonello Cialdini supportato da elementi del Piemonte Reale, riesce a
contrattaccare con successo respingendo il nemico. Alle ore 1900 del 21 Marzo
la brigata Casale e la 3ª divisione sono finalmente nelle postazioni difensive
predefinite.
Sul piano tattico la battaglia della Sforzesca potrebbe
essere considerata una vittoria per il Regno di Sardegna avendo protetto
Vigevano e posizionato a difesa 3 divisioni. In realtà le unità austriache potevano avanzare
indisturbate verso Mortara senza unità piemontesi a minacciare il loro fianco
destro. Mantenere un allineamento più avanzato sull’asse Gambolò-Borgo San Siro
avrebbe favorito un contrattacco durante la battaglia di Mortara.
Sempre
il 21 Marzo il II corpo austriaco
seguito dal III e dal corpo di riserva
stanno muovendo dalla direttrice Pavia-Mortara e alle 1600 la divisione di
testa dell’Arciduca Alberto si trova presso i Casoni di Sant’Albino.
Il
dispositivo difensivo piemontese su Mortara consiste in due divisioni (1ª e
Riserva) coadiuvate dal capo di stato maggiore La Marmora. La zona ovest di
Mortara è assegnata alla divisione del duca di Savoia (divisione di riserva).
Di questa, la brigata Guardie è schierata nei pressi di Castello d’Agogna e la
brigata Cuneo a Mortara ovest. La 1ª divisione del generale Durando copre la
zona est della città. Di questa la brigata Aosta copre la zona sinistra e
la brigata Regina la zona destra.
Questo dispositivo difensivo si estende per 14 km, le
comunicazioni tra le unità sono scarse e i movimenti sono sfavoriti dal terreno
e dalle vie di arroccamento poco conosciute ai comandanti piemontesi.
Dopo
un intenso fuoco d’ artiglieria l’attacco si concentra sulla strada che da
Casoni di Sant’ Albino va a Mortora
nell’area di operazioni della brigata Regina. La brigata Aosta, infatti é solo
debolmente e tardivamente interessata e il suo movimento è ostacolato dal Cavo
Passerini che divide le aree delle due brigate. Col favore della crescente oscurità
gli Austriaci riescono a sfondare ed a penetrare in Mortara. La brigata Aosta
riceve l’ordine di ripiegare e difendere la città ma, dopo una scontro iniziale
alla rotonda di Sant’Albino, viene fatta ritirare su Vespolate e poi su Novara.
Dopo una strenua resistenza al convento di Sant’Albino alla testa di due
battaglioni della Brigata Cuneo il Generale La Marmora decide di ritirarsi. Nel
frattempo la Divisione di riserva si sta già ritirando verso Robbio e Vercelli.
Dopo
un incontro tra La Marmora, Durando e il
Duca D’Aosta a Castel d’Agogna si decide per riconsolidare le forze su Novara.
La rotta di Mortara era stata quasi fulminea e aveva completamente vanificato il piano difensivo di Chrzanowski separando in due grossi tronconi l’esercito piemontese. La confusione generata dalle tenebre, la mancanza di un fattivo coordinamento tra le unità e la scarsa conoscenza del terreno sono i principali fattori della disfatta. Diverse unità piemontesi non sono state impiegate nello scontro, che aveva quasi esclusivamente investito la brigata Regina ed elementi della brigata Cuneo.
6.
La battaglia di Novara (fasi iniziali dello scontro)
La
mattina del 23 marzo il maresciallo Radetzky si convince che il grosso delle
forze piemontesi si siano ritirate a Vercelli; così dà disposizioni per un
movimento in questa direzione: in prima schiera il IV ed il I corpo mentre in
seconda schiera il III corpo e quello di riserva. Solo il II corpo avrà il
compito di muovere su Novara dove il Radetzky crede ci siano solo truppe di
copertura e disturbo.
Questa formazione permetteva, in caso di necessità, di
riorientare i due corpi più a nord (4° e 3°) su Novara a supporto del 2° corpo,
ma non in tempi brevissimi. Gli altri
due corpi (1° e riserva) sarebbero stati troppo lontani per intervenire
nell’immediato. Indubbiamente dividendo le forze in questo modo, il maresciallo austriaco espose il suo esercito a un potenziale rischio, ma
non bisogna dimenticare che i tre corpi
austriaci più vicini a Novara erano da soli numericamente superiori all’intero
esercito piemontese.
In realtà sappiamo che l’esercito piemontese si
era riconsolidato nella parte sud di Novara fra l’Agogna ed il Terdoppio. Tre
divisioni sono in prima schiera: la 3ª divisione del generale Perrone a
sinistra, la 2ª divisione del generale Bes al centro e la 1ª divisione del
generale Durando a destra. In seconda schiera, dietro la 3ª divisione, è
schierata la 4ª divisione del Duca di Genova, mentre dietro la 1ª divisione si
trova la divisione di riserva del duca di Savoia. All’estrema sinistra la
brigata Solaroli a guardia delle vie d’accesso da Trecate e Galliate. Nel
complesso 71 battaglioni, 39 squadroni e 14 batterie per una forza complessiva
di 45000 soldati, 2500 cavalli e 109 cannoni. Restavano inutilizzate 2 divisioni e mezzo dislocate oltre il Po per
un totale di altri 17000 soldati, 650 cavalli e 40 cannoni.
Dalla parte austriaca i 5 corpi d’armata erano costituiti da 66 battaglioni (da mille uomini contro i 600 piemontesi), 42 squadroni e 205 cannoni ossia 70000 soldati, 5000 cavalli e 205 cannoni.
La
prima fase dello scontro a Novara si accende verso le 11 del 23 marzo: la
divisione Arciduca Alberto (avanguardia del 2° corpo) si avvicina alla cascina Bicocca sulla direttrice Mortara-Novara.
A sbarragli il passo c’è il 15° reggimento fanteria della brigata Savona,
supportato da reparti bersaglieri ed elementi di artiglieria, che avanza 1 km
oltre la Bicocca. Lo scontro si fa sempre più intenso ma, quando i reparti piemontesi stanno per essere avvolti
sulle ali dello schieramento, vengono supportati anche dal 16° reggimento
fanteria e dal 2° reggimento fanteria della brigata Savoia. Infine una carica
del Genova cavalleria fa ritirare i due battaglioni ungheresi che costituivano
lo sforzo principale dell’attacco.
Dopo
circa un’ora di questo intenso combattimento, il generale D’Aspre comandante del
II corpo comprende che quelle che ha di fronte sono forze consistenti, allerta
così il generale Appel(comandante del III corpo), il generale Thurn (comandante
del IV corpo) ed il comando del maresciallo Radetzky affinché lo supportino il
prima possibile.
La
2ª brigata della divisione arciduca Alberto viene mandata contro il lato destro
della difesa piemontese alla cascina Cavalotta, dove trova il 1° reggimento
fanteria Savoia supportato dai rimanenti battaglioni del 2°. Le unità
piemontesi sono costrette a indietreggiare e tutta la linea difensiva si sposta
sulla Bicocca dove però riesce a consolidarsi.
Intanto,
alla sinistra austriaca un distaccamento composto da 8 compagnie si è spinto
fino al Cavo Dassi dove fissa l’intera 1ª divisione piemontese senza che il
generale Durando decida di contrattaccare. A Novara est un altro piccolo distaccamento
austriaco di due compagnie viene mandato a fissare la brigata Solaroli che però
contrattacca ed insegue gli Austriaci
fino in vista di Trecate.
A questo
punto i Piemontesi lanciano un contrattacco con la 4ª divisione: in prima
schiera la brigata Piemonte, in seconda sulla sinistra la brigata Pinerolo. Lo
stesso duca di Genova è in prima linea alla testa del 4° reggimento fanteria
sulla sinistra mentre il generale Passalacqua e alla testa del 3° sulla destra
(cadrà mortalmente ferito in quest’azione).Il contrattacco viene sostenuto dal
13° reggimento fanteria della brigata Pinerolo e dal 11° reggimento Casale
della divisione di Bes. L’intero II corpo viene ricacciato verso Olengo, ma a
questo punto il generale Chrzanowski ordina al duca di Genova di ripiegare
sulla linea difensiva.
Questo forse è il momento più emblematico di tutta la
campagna. Chrzanowski decide di non lanciare un contrattacco generale che
avrebbe portato almeno alla disfatta del II corpo austriaco e avrebbe creato le
premesse per isolare e combattere separatamente il III e IV corpo. Forse
l’unica e sicuramente l’ultima possibilità di respingere il nemico dal
Piemonte. Decide invece di arroccarsi nelle sue posizioni difensive nella vana
speranza che il maresciallo Radetzky, di fronte a una prolungata resistenza,
rinunci a rinnovare l’attacco e retroceda in Lombardia.
7.
La battaglia di Novara (fase finale dello scontro)
Dopo
circa un’ora di tregua lo scontro riprende in tutta la su violenza verso le
1600. Il III corpo é ormai giunto a Olengo. La divisione di testa attacca con
tutti i sette battaglioni supportato dai resti del II corpo. Solo all’arrivo
dei rinforzi del 6°reggimento Cacciatori della brigata Guardie e del
7°reggimento della brigata Cuneo (entrambi appartenenti alla divisione di
riserva)anche questo ennesimo attacco è arginato.
Anche se il distacco degli elementi della divisione di
riserva si rivela provvidenziale, il
generale maggiore polacco si era così privato dell’ultima significativa massa
di manovra che gli restava per un’eventuale controffensiva.
Alle
1700 il maresciallo Radetzky lancia un nuovo decisivo attacco coordinando la
rimanente divisione del II corpo e il IV corpo che ora giunto al ponte dell’Agogna.
A
questo punto il generale Chrzanowski lancia un’ultima disperata quanto tardiva
controffensiva ordinando alla 2ª divisione, supportata dalla prima di
convergere sulla Bicocca.
Il generale Bes guida questa manovra in prima schiera
alla testa delle brigata Composta e del reggimento Piemonte Cavalleria. Le
forze piemontesi varcano il cavo Dassi e prendono Torrione Quartara già in mano
austriaca, ma devono retrocedere a causa della pressione del sopraggiunto IV
corpo austriaco sulla 1ª divisione piemontese.
Alle
1800 circa anche i primi elementi del corpo di riserva sono giunti a Olengo. Il
comando supremo austriaco lancia quindi l’ultimo decisivo attacco sulla Bicocca dopo una massiccio fuoco
d’artiglieria, con una forza di ben 25 battaglioni! La linea piemontese vacilla
e infine arretra: la Bicocca è persa. Grazie al frenaggio del 3° reggimento
fanteria con alla testa il duca di Genova, la sinistra piemontese può sfilare
su Novara. Sulla destra piemontese, seriamente minacciata dal IV corpo, la
ritirata è coperta dal 1° reggimento granatieri della brigata Guardie, che si
attesta sul cavo Dassi.
8.
Il significato storico di Novara
La seconda campagna della prima guerra d’indipendenza
era durata solamente 4 giorni a fronte di 8 mesi di preparazione e si era
rivelata una sonora disfatta per il regno di Sardegna.
La
sera stessa del 23 marzo Carlo Alberto, convoca il consiglio di guerra e
dichiara di abdicare in favore di suo figlio Vittorio Emanuele II (suo figlio
primogenito, fino a quel momento Duca di Savoia e comandante della divisione di
riserva). Dopo tante oscillazioni ed incertezze Carlo Alberto aveva trovato la
sua realizzazione nel movimento nazionale italiano pur senza comprenderlo
appieno e di conseguenza saperlo guidare.
Il
generale maggiore Chrzanowski passò alla storia come uno dei principali
responsabili della sconfitta.
Effettivamente durante tutta la compagna non ebbe mai chiara la situazione del
nemico e la sua completa sfiducia nelle forze a sue disposizione si tradussero
in una condotta titubante e passiva.
Ciò nonostante, la
prima guerra d’indipendenza era stata una formidabile fucina dove si erano
consacrati eroi che entrarono nell’immaginario collettivo e furono fonte di
ispirazione per le future generazioni. Si pensi al generale Perrone (comandante
della 3ª divisione Piemontese) e al generale Passalacqua (comandante della
brigata Piemonte) che combatterono
strenuamente e diedero la vita durante la battaglia di Novara. Oppure agli
stessi duca di Savoia e duca di Genova (secondogenito del re) che ben figurarono
in guerra e accrebbero di molto la loro popolarità. Si formarono inoltre i
futuri comandanti e si crearono le basi per un moderno esercito nazionale. Per
esempio vale la pena citare il Generale Manfredo Fanti (che prese da Ramorino
il comando della divisione Lombarda) ed dell’allora colonello Enrico Cialdini
(comandante del 23° reggimento fanteria durante la prima guerra d’indipendenza).
Entrambi accumunati da una formazione militare estera (franco-spagnola il primo
e portoghese-spagnola il secondo). Il
Fanti darà un contributo fondamentale nella riorganizzazione dell’esercito
sabaudo e avrà una brillante carriera come militare e politico. Lo stesso vale
per Cialdini, noto come il generale di ferro, che avrà poi un ruolo fondamentale,
anche molto contestato per l’eccessiva violenza, nella repressione del fenomeno
del brigantaggio.
Nell’ immaginario
collettivo italico si stava cominciando a formare una coscienza nazionale, la
quale vedeva nel piccolo stato piemontese, che aveva condotto un’ impari lotta
contro l’impero austro-ungarico,
il suo paladino. La sconfitta di Novara
gettava quindi i presupposti per i
decisivi trionfi di dieci anni dopo.
*Dottore, Frequentatore del
Master di 1° Livello in STORIA MILITARE CONTEMPORANEA 1796 – 1960, Anno
Accademico 2018-2019
Bibliografia
·
Piero Pieri, Storia militare del Risorgimento, Toriuno, Giulio
Einaudi editore, 1962.
·
Paolo Cirri, La battaglia di Novara del 23 marzo 1849(la
storia e i luoghi), Interlinea
edizioni, 1999
·
Stefano Apostolo, “Novara resterà indimenticabile per ciascuno
di noi”. La battaglia del 23 marzo 1849 vissuta tra le linee austriache, ,
Interlinea Edizioni 2016
·
Paolo Cirri, Luigi
Polo Frz, La battaglia di Novara del 1849
nei giornali dell’epoca, Interlinea Edizioni, 2010
·
APP-6(C)Nato
joint military symbology, 2011
giovedì 20 maggio 2021
La battaglia di Novara Iconografia Seconda Parte
lunedì 10 maggio 2021
La battaglia di Novara Iconografia Prima Parte
venerdì 30 aprile 2021
Ancona. La Piazzaforte nel 1860
Ancona Piazzaforte
Pontificia
1. La Piazzaforte di Ancona nello Stato Pontificio. La storia.
2. Le opere principali della Piazzaforte.
3. Il nemico è a conoscenza di tutti i dettagli della Piazzaforte
4. I miglioramenti della Piazzaforte del de La Moricière dall’aprile al settembre 1860.
5. I dati tattici della Piazzaforte: il terreno e le comunicazioni,i punti tatti, l’armamento.
6. La Guarnigione, la consistenza teorica e quella effettiva.
7. Le Caserme.
8. Il Vettovagliamento.
9. Il Morale
martedì 20 aprile 2021
Volume L'Ultima difesa pontificia di Ancona. Ringraziamenti
Ringraziamenti
I
ringraziamenti per questo volume vanno a tutti coloro che mi hanno aiuto a
predisporre i due precedenti. Qui non li voglio citare, per non apparire
ridondante. Grazie a Loro anche questo volume ha visto la luce ed è a
disposizione di tutti.
Ma
non possono non esserci delle eccezioni, per ringraziamenti diretti.
Alessandro
Marini, che sempre dimostra che “al fulmine seguia dietro il baleno”, vale a
dire che ci ritroviamo sempre, noi due,
prima e dopo ogni incontro, convegno, presentazione a costatare quanto
sia difficile “fare cultura” nella nostra amata terra anconitana. Ad Alessandro
un sentito grazie per questo sua assistenza e compagnia che non può essere che pregna di ogni
riconoscenza.
All’amico
Canonici, per la sua squisita sensibilità ed attenzione. In un oceano di
proposte e iniziative, in un lavoro assillante, trovare spazio e “dar retta” a
chi propone storie e Storia di Ancona è veramente encomiabile. Rientrare in
Ancona e rivederlo ogni volta, trovare le novità su Ancona e anche riproporgli
l’ultimo lavoro rappresenta la qualità
di un impegno che nasce solo dall’amore per
Alla
dottoressa Dubbini, della Farmacia Dubbini, che ha avuto l’amabilità,
tra la sorpresa e la quasi incredulità, con soave signorilità e raffinatezza a
chi non chiedeva farmaci, di accordare l’immediata disponibilità di mettere a
disposizione la carta da cui è stata tratta la copertina di questo volume, altrimenti
non disponibile, un ringraziamento che compensa ben altri ottusi e gretti atteggiamenti.
Alessandro,
“Sandro”, Alessandrini, alla cui biblioteca specialissima su Ancona ho attinto
a piene mani. In particolare a Sandro un sentito ringraziamento per il cospicuo
materiale di carattere urbanistico che
ha avuto la bontà di prestarmi, e che pubblicamente qui dichiaro che
restituirò.
Ad Enzo Monsù e a tutti gli amici
della Associazione ’”Arcobaleno”, che ha permesso di arrivare ad un numero
sempre più grande di ragazzi e studenti con le sue iniziative brillanti ed efficaci.
E da ultimo, ma non ultimo,
un ringraziamento a Sergio Sparapani,
che con le sue iniziative, la sua brillante attività giornalistica, e le sue
intuizioni, non ultima il Traeking Urbano, ha fatto “parlare le pietre di
Ancona”: a favore non solo di anconetani desiderosi di conoscere la Storia diretta della loro
città.
M.C.
sabato 10 aprile 2021
mercoledì 31 marzo 2021
Volume. L'Ultima difesa pontificia di Ancona
Prefazione a
“L’ultima difesa pontificia di Ancona”
di Massimo Coltrinari
Si è assistito negli ultimi tempi a un fiorire di iniziative
culturali sul tema del Risorgimento, anche grazie alla ricorrenza del 150°
anniversario dell’Unità d’Italia che ha messo a disposizione sovvenzioni e
spazi da parte delle istituzioni. Iniziative spesso valide ma alcune volte lasciate
a improvvisatori
pronti ad approfittare di una contingenza finanziaria favorevole per il
mondo della cultura sicuramente inconsueta per il nostro paese.
Altre iniziative, invece, di improvvisato non hanno niente e
sono il frutto di una lontana e matura riflessione che si è trovata solo per
coincidenza a vedere la luce in questo momento di riscoperta del Risorgimento. È
questo il caso del libro di Massimo Coltrinari, che infatti non segue il format
delle proposte editoriali più recenti, dove l’interesse si concentrava prevalentemente
sugli aspetti politici, ideali e culturali del Risorgimento lasciando sullo
sfondo gli eventi bellici. E in disparte rimanevano anche le vicende locali, che
pagavano l’inevitabile visione d’insieme imposta dalle celebrazioni di uno
Stato unitario. Proprio agli eventi bellici e alle vicende locali è invece
dedicato questo libro, che coglie dunque alcune dimensioni poco valorizzate
dalla storiografia risorgimentale proponendosi come contributo di metodo per la
storia locale e di documentazione per la storia militare.
Nell’ambito di quest’ultima è oggi in corso una fondamentale
apertura volta a problematizzare il dato evenemenziale e cogliere attraverso la
guerra i meccanismi profondi che regolano gli equilibri del potere nelle
società moderne. Coltrinari adotta esattamente questa prospettiva. Nel libro
non c’è solo la guerra nei suoi aspetti brutali e cinici, ma anche le sue
implicazioni civili e morali, le connessioni con la vita politica, sociale ed
economica, a favore di una visione ampia della storia del territorio.
Quest’ottica intende sottolineare che la guerra non è fatta
solo di strategie e armamenti, ma anche - e anzi soprattutto - di uomini e di
luoghi. Il volto della guerra che ci restituisce questo libro è principalmente
questo. L’autore non si mette solo nei panni del generale e del diplomatico, ma
indossa senza imbarazzi anche quelli del soldato e del cittadino qualunque,
consegnandoci storie di vita poco note ma significative per comprendere le
dinamiche che sottendono quegli avvenimenti (ad esempio, le differenze di
cultura militare tra i soldati irlandesi e quelli svizzeri impiegati nelle
truppe pontificie).
Un approccio di questo tipo è tanto più importante oggi che,
grazie al successo del genere divulgativo, si tende a dimenticare che la guerra
è un fenomeno eminentemente pubblico. Non sono cioè solo i grandi condottieri e
gli strateghi i protagonisti dei conflitti bellici, ma anche le popolazioni
civili. Non è certo un’intuizione nuova: lo aveva ben espresso quasi un secolo
fa la scuola degli Annales di Marc
Bloc e Lucien Febvre. Ma è bene ribadirlo forte oggi di fronte alla tendenza a
personalizzare la storia (si vedano gli scaffali delle librerie, sempre più
ricchi di biografie). Ha fatto dunque bene Massimo Coltrinari a sottolineare
aspetti di microstoria come, ad esempio, l’importanza dell’attività dei
rivoluzionari di Ancona e di altre cittadine marchigiane nell’opera di disturbo
delle truppe pontificie sul territorio.
Contro le guerre disumanizzate di oggi, combattute pigiando
bottoni a migliaia di kilometri di distanza dal nemico e viste in televisione
da spettatori assuefatti che non distinguono più la realtà di una guerra dalla
finzione di un reality, l’approccio ‘dal basso’ adottato da Massimo Coltrinari
ci ricorda i caratteri aspri ma anche romantici delle guerre di una volta:
tecnologicamente artigianali quanto tatticamente sofisticate, fatte di rispetto
per un nemico che si aveva tutto il tempo di guardare in faccia. In questo
quadro, l’immagine stereotipata del generale senza cuore né rispetto per i
propri soldati non regge all’analisi dei fatti quando questi vengono raccontati
calandosi nella dura e concreta realtà della guerra.
La differenza che il libro marca rispetto al paradigma
bellico di oggi ci ricorda quanto è cambiata la società e quanto ha corso la
storia. Ci parla infatti di un’Italia molto diversa da quella attuale, in cui
il senso di responsabilità delle classi dirigenti era ben più sviluppato di
quanto lo sia adesso e l’appartenenza a una comunità, locale o nazionale che
sia, comportava non solo diritti ma anche - e in misura maggiore - doveri. Un
periodo in cui gli ideali condizionavano il comportamento delle persone più
degli interessi.
Nell’immaginario popolare il Risorgimento è costellato di
luoghi comuni e falsi miti. L’arguzia di questo libro ci aiuta a sconfessarne
alcuni illuminando gli avvenimenti con l’incontrovertibilità della
documentazione storica: battaglie avvenute in un luogo e invece passate alla
storia in un altro (Castelfidardo per Loreto), accoglienze tiepide per l’arrivo
dei piemontesi e invece spacciate per trionfali dalla retorica patriottarda (Ancona,
29 settembre 1860), concezioni manichee della storia (i sabaudi nella parte dei
buoni, i pontifici con i borbonici e tutti quelli a difesa del vecchio ordine nella
parte dei cattivi), e poi ancora una miriade di piccoli episodi dimenticati ma
in realtà decisivi sulla sorte degli avvenimenti.
Va però aggiunto che il libro non è solo un libro di uomini,
ma anche di luoghi, e infatti ci ricorda che i volti delle città e dei
territori cambiano per effetto delle guerre. Una condizione ben nota in molte
parti del mondo ma dimenticata nel vecchio Occidente, che sarà pure in crisi
economica e di valori ma – è bene ricordarlo - non conosce guerre convenzionali
sul proprio territorio da molto tempo. Il passaggio dallo Stato pre-unitario
allo Stato nazionale è stato fondamentale per la storia di Ancona, che da quel
momento è potuta crescere urbanisticamente ben oltre le strutture difensive che
nel 1860 dominavano lo spazio cittadino.
Gli eventi di quell’anno sono stati altrettanto importanti per le Marche, che con l’Unità
si sono scoperte una regione (nel lessico ufficiale post-unitario, un ‘compartimento’),
seppur nell’eterogeneità culturale che le contraddistingue. Un’eterogeneità che
risulta oggi indigesta a quei paladini del localismo che, mascherando gli
interessi di clientele politiche dietro al principio di autodeterminazione dei
popoli, auspicano profonde riconfigurazioni della maglia istituzionale, ad
esempio sotto forma di passaggi di comuni marchigiani ad altre regioni e
stravolgimenti consimili. La ricostruzione storica impone piuttosto di
ricordare che il criterio con cui venne disegnata la prima ripartizione politica
dello Stato italiano si affidava largamente al concetto di ‘regione naturale’, che
le Marche soddisfacevano ampiamente.
In chiusura, non posso non rilevare la ricchissima
documentazione che il libro porta in dotazione, poco nota o addirittura
inedita, sia scritta (diari, fonti militari riservate, dispacci governativi,
allocuzioni papali) che iconografica (carte geografiche e stampe d’epoca, disegni
di stemmi e di uniformi, fotografie di oggi tratte da un esperimento di
trekking urbano che testimonia gli apparenti cambiamenti di luoghi resistenti
all’intervento umano).
Il mio augurio è che questo libro possa contribuire non solo
a una migliore conoscenza della storia di Ancona e delle Marche, ma che possa
anche promuovere azioni dirette di valorizzazione di questi territori sotto
forma di iniziative culturali (musei, eventi) che sappiano coltivare la memoria
storica e proporla correttamente ai cittadini, locali e forestieri.
Per chiudere con una notazione confidenziale, devo confessare
che nel leggere il libro ho avvertito una sottile vena provocatoria dell’autore
nella scelta di affidare proprio a me questa prefazione: per me che vengo dalla
città di Pio IX, parlare dei rivoluzionari Anconetani che aspirano a liberarsi
dal giogo della Chiesa rappresenta una piccola ferita. Con la fine del potere
temporale dei Papi nelle Marche, infatti, Senigallia perde il suo status
privilegiato e torna a essere una cittadina di provincia come tante altre,
forse anche più indolente e apatica perché impigrita dai precedenti anni da
‘favorita’. Ma i conti con la storia prima o poi vanno fatti, e per questo ho accettato
di buon grado l’elegante dileggio a cui sono stato sottoposto, promettendo all’anconetano
Massimo Coltrinari di ripagarlo con la stessa moneta: questa mia prefazione lo
impegna infatti a scriverne lui una per una mia pubblicazione su Senigallia al
tempo in cui non si sentiva inferiore al capoluogo.
Edoardo Boria









