L'Ultima difesa pontificia di Ancona 1860

L'Ultima difesa pontificia di Ancona 1860
Società Editrice Nuova Cultura. contatti: ordini@nuovacultura.it

Traduzione

Il presente blog è scritto in Italiano, lingua base. Chi desiderasse tradurre in un altra lingua, può avvalersi della opportunità della funzione di "Traduzione", che è riporta nella pagina in fondo al presente blog.

This blog is written in Italian, a language base. Those who wish to translate into another language, may use the opportunity of the function of "Translation", which is reported in the pages.

Onore ai Caduti

Onore ai Caduti
Sebastopoli. Vallata di Baraclava. Dopo la cerimonia a ricordo dei soldati sardi caduti nella Guerra di Crimea 1854-1855. Vedi spot in data 22 gennaio 2013

Il combattimento di Loreto detto di Castelfidardo 18 settembre 1860

Il combattimento di Loreto detto di Castelfidardo 18 settembre 1860
Per acquisto del volume:clicca sulla foto e segui il percorso: pubblicaconnoi-collanescientifiche/storiainlaboratorio/vai alla scheda/scheda pag.2

La sintesi del 1860

Cerca nel blog

Il combattimento di Loreto, detto di Castelfidardo 18 settembre 1860

Il Volume di Massimo Coltrinari, Il Combattimento di Loreto detto di Castelfidardo, 18 settembre 1860, Roma, Edizioni Nuova Cultura, 2009, pagine 332, euro 21, ISBN 978-88-6134-379-5, è disponibile in
II Edizione - Accademia di Oplologia e Militaria
- in tutte le librerie d'Italia
- on line, all'indirizzo ordini@nuova cultura.it,
- catalogo, in www.nuovacultura.it
- Roma Universita La Sapienza, "Chioschi Gialli"
- in Ancona, presso Fogola Corso Mazzini e press o Copyemme

Sai dire che cosa è successo il 18 settembre 1860 nella vallata del Musone?

mercoledì 10 febbraio 2021

La battaglia di Solferino e San Martino e la nascita della Croce Rossa

 



di

Osvaldo Biribicchi

 

 

A sud del Lago di Garda, a Solferino e San Martino, il 24 giugno 1859 fu combattuta l’ultima battaglia della Seconda Guerra d’Indipendenza italiana, una guerra innescata dall’incontro tra Cavour e Napoleone III, il 21 luglio 1858, a Plombières nella Francia orientale. In quella occasione fu siglata un’alleanza militare contro l’Austria[1]. Il trattato ufficiale, firmato cinque mesi dopo, stabiliva che la Francia sarebbe intervenuta al fianco del Regno Sabaudo solo nel caso in cui questo fosse stato aggredito dall’Austria. In caso di vittoria, sarebbero stati creati tre Regni riuniti in una confederazione presieduta dal Papa: un Regno dell’Alta Italia, dalle Alpi all’Adriatico comprendente il Lombardo-Veneto, i Ducati di Modena, di Parma e le Legazioni pontificie, sotto Casa Savoia; uno nell’Italia centrale comprendente la Toscana e le Legazioni di Umbria e Marche (il Lazio sarebbe rimasto al Papa); un terzo nell’Italia meridionale corrispondente al Regno delle Due Sicilie. L’imperatore francese avrebbe voluto insediare suo nipote Girolamo Napoleone sul trono del regno centrale e Luciano Murat su quello di Napoli.                                   La Francia, che con tale disegno strategico intendeva imporre la propria influenza al posto di quella austriaca sulla penisola, in cambio dell'aiu­to prestato si sarebbe annessa la Sa­voia e la città di Nizza appartenenti al Regno di Sardegna. Cavour, ottenuto da Napoleone III l'impegno a scendere in campo militarmente, si adoperò in tutti i modi per provocare l'Austria affinché facesse il primo passo verso la guerra[2].                                                                                              La battaglia di Solferino e San Martino fu diversa, sotto molti aspetti, da tutte quelle che l’avevano preceduta. Per la prima, ed unica, volta tre Capi di Stato: il Re Vittorio Emanuele II[3], l’Imperatore Francesco Giuseppe d’Austria[4] e l’Imperatore Napoleone III condussero contemporaneamente sul campo i rispettivi eserciti; entrambi gli schieramenti dispiegarono un elevato numero di uomini; lo scontro fu caratterizzato da una ferocia mai vista prima di allora; il numero di morti e feriti da ambo le parti fu altissimo; i Francesi impiegarono con grande efficacia i reparti coloniali africani ed un nuovo micidiale cannone a canna rigata[5].                          Migliaia di volontari accorsero da tutta Italia e l'Armata sarda, circa 30-40 mila uomini, di fatto, divenne l’embrione del futuro esercito del Regno d’Italia; i Francesi e gli Austriaci erano, rispettivamente, 120 mila e 130 mila uomini. Una massa complessiva di circa 290 mila soldati di varie nazionalità; solo le truppe dell’Imperatore Francesco Giuseppe erano composte da Austriaci, Tedeschi, Ungheresi, Croati, Cechi ed Italiani. Il numero dei Caduti, per una battaglia risorgimentale durata 12-14 ore, superò ogni più pessimistica previsione: «Perdite, fra feriti e morti, considerando che molti feriti morivano successivamente: 12 mila Piemontesi, 32 mila Francesi, 56 mila Austriaci. In proporzione, 1 Piemontese, 3 Francesi, 5 Austriaci. 27 mila morti sul campo dissepolti negli anni successivi e posti negli Ossari. Con i morti per ferite, in tutto 40 mila esseri umani in 14 ore. Mai successo prima»[6]. La battaglia di Solferino e San Martino è paragonabile a quella di una della prima guerra mondiale; nella 1a battaglia dell’Isonzo, per avere un termine di confronto, combattuta dal 23 giugno al 7 luglio 1915 tra 250.000 Italiani e 115.000 Austroungarici, i primi contarono 14.917 perdite tra morti feriti e dispersi, i secondi 10.400, il tutto in quindici giorni.                                                                                                                            Nello schieramento francese erano inquadrati, come accennato, soldati reclutati nelle colonie africane, soprattutto magrebini: «In testa alle colonne che muovevano avanti v’erano i “turcos”, i famosi tiragliatori algerini, un corpo di soldati arabi, inquadrati da ufficiali francesi (gli ufficiali algerini erano assai pochi), che aveva dato magnifica prova di sé prima nelle guerre d’Algeria e di Crimea, poi nella battaglia di Magenta […] era impossibile sostenere l’urto dei Francesi; e, in particolare, gli Austriaci erano soprattutto impressionati dai “turcos”, bruni, barbuti, selvaggi, animati da un cieco odio, che caricavano con urla stridule e terribili, cercando la lotta all’arma bianca»[7]. I tirailleurs algeriéns erano un corpo d’élite composto prevalentemente da algerini ma anche da tunisini, marocchini e senegalesi[8]. Arabi musulmani, organicamente inquadrati nell’esercito del cattolico Napoleone III, che diedero un contributo di sangue pesante, e poco                                                                                   conosciuto, alla causa risorgimentale italiana[9]. A Milano, sulla base del monumento a Napoleone III, osserva Philippe Daverio: «C’è un Larby-Ben-Mohamed e poi tantissimi Leroy, Leroux, Lépine e poi un altro Mohamed-Ben-Amran, Mohamed-Ben-Ahmed, Mohamed-Ben-Attaya… Quanti Mohamed morti per l’Italia!»[10].                                                                                                          A Solferino, i Francesi impiegarono e misero a punto il nuovissimo e rivoluzionario cannone da campagna modello 1858 La Hitte a canna rigata che sparava un proietto oblungo con gittata utile fino a 2.500 metri, nettamente superiore al tipo di cannone impiegato dagli Austriaci, ad anima liscia e proietto sferico. L’impiego dell’artiglieria, a partire da quella battaglia, avrebbe assunto nelle guerre successive un ruolo sempre più incisivo.                                                                   La sera del 24 giugno l’esercito austro-ungarico si ritirò, i Franco-Piemontesi avevano si vinto ma non erano riusciti ad annientare l’avversario né ebbero la forza di inseguirlo, le truppe di Francesco Giuseppe, seppur duramente provate, erano ancora in grado di combattere. Napoleone III telegrafò all'imperatrice sua moglie: «Grande battaglia; grande vittoria, tutto l'esercito austriaco ha preso parte al conflitto. La linea di battaglia aveva 5 leghe di estensione. Abbiamo preso tutte le posizioni, presi molti cannoni, bandiere e prigionieri. La battaglia è durata dalle 4 del mattino alle 8 di sera».                                                                                                                                 Nei giorni che seguirono non accadde nulla, gli Austriaci si misero in difensiva nelle fortezze del “Quadrilatero”[11] ed i Francesi rinunciarono a proseguire una guerra dall’esito incerto preoccupati anche di un possibile conflitto con la Prussia. «Il 6 luglio Fleury[12] si recava a Verona, portando a Francesco Giuseppe un messaggio che chiedeva una sospensione delle ostilità. Francesco Giuseppe accettò. Il giorno 11, in una strada polverosa e fiancheggiata da gelsi, i due imperatori cavalcarono l’uno verso l’altro, si strinsero la mano. In una casa vicina, poi, discussero a lungo, e cordialmente. Era l’armistizio. La guerra era così finita. La Lombardia veniva annessa al Piemonte, il Veneto restava invece all’Austria, che l’avrebbe tenuto fino al 1866 […] La delusione e l’amarezza degli Italiani furono grandi e brucianti»[13].  L’armistizio, firmato l’11 luglio 1859 a Villafranca vicino Verona, fu seguito il 10 novembre 1859 dalla pace di Zurigo che sancì definitivamente gli accordi armistiziali ponendo fine alla guerra. Nizza e la Savoia  passarono alla Francia.               L’ultimo sanguinoso evento della Seconda  Guerra d’Indipendenza, anche se lasciò tutte le parti in causa scontente, diede un impulso notevole alla causa risorgimentale italiana e fu all’origine della nascita della Croce Rossa. Il 26 giugno, infatti, due giorni dopo la fine di quello scontro immane, il medico svizzero Henry Dunant si recò nei luoghi della battaglia e rimase sconvolto da ciò che vide. Raccolse «le drammatiche testimonianze dei soldati che avevano combattuto in prima linea»[14] si documentò e scrisse il libro Un ricordo di Solferino in cui manifestò tutto il suo sgomento per la sofferenza dei moribondi abbandonati a loro stessi e maturò l’idea di fondare un ente umanitario per assistere i feriti di guerra senza distinzione di nazionalità: la Croce Rossa. «Gli spettacoli offerti agli sguardi del Dunant gli dimostrarono che la causa principale delle morti era dovuta al forzato ritardo dell’intervento chirurgico che diede luogo allo sviluppo di infezioni, di cancrene, di perdite di sangue»[15]. Dunant tratteggiò scene della battaglia sconvolgenti: «Colonne serrate gettansi, le une sulle altre, con l’impeto di un torrente devastatore che rovescia ogni cosa al suo passaggio […] Ogni rialto, ogni altura, ogni sperone di roccia è teatro di una pugna ostinata: sulle colline e nei fossati sono a mucchi i cadaveri. Qui è una lotta corpo a corpo, orribile, spaventevole: Austriaci ed Alleati si calpestano, si massacrano a vicenda sopra cadaveri sanguinosi, si pestano a colpi di calcio, si fracassano il cranio, si sventrano colla sciabola o colla bajonetta, non v’ha più quartiere, è un macello, un combattimento di belve feroci, furibonde ed ebbre di sangue; i feriti medesimi difendonsi fino all’ultima estremità, chi non ha più armi abbranca alla gola il suo avversario e lo lacera co’ suoi denti. Là è una lotta somigliante, ma che diventa più tremenda per l’avvicinarsi d’uno squadrone di cavalleria: esso passa a galoppo: i cavalli schiacciano sotto i loro piedi ferrati i morti e i morenti; ad un povero ferito è portata via la mascella, ad un altro frantumata la testa, un terzo che sarebbesi potuto salvare, ha affondato il petto. Ai nitriti dei cavalli si frammischiano vociferazioni, grida di rabbia ed urli di dolore e di disperazione. Più lungi è l’artiglieria lanciata a tutta carriera e che segue la cavalleria; essa apresi una strada attraverso i cadaveri e i feriti giacenti indistintamente sul terreno: allora schizzano le cervella, son rotte e fratturate le membra, la terra s’imbeve di sangue, e la pianura è cosparsa di umane reliquie […] All’attacco del colle Fontana i cacciatori algerini sono decimati, i lor colonnelli Laure e Herment sono uccisi, i loro ufficiali soccombono in gran numero, ciò che raddoppia il loro furore: ei si eccitano a vendicarne la morte, e si riversano, colla rabbia dell’africano e il fanatismo del Mussulmano, sopra i loro nemici cui essi massacrano con frenesia e come tigri sitibonde di sangue. I Croati gettansi a terra, nascondonsi nei fossati lasciando avvicinare i loro avversari, poi subitamente poi subitamente rialzandosi li uccidono a bruciapelo»[16]. Se il Dunant concepì una struttura umanitaria neutrale capace di soccorrere i soldati feriti, senza distinzione di nazionalità, parte del merito va riconosciuto ai civili che gli diedero tale ispirazione. Uomini e donne dei luoghi della battaglia si adoperarono concretamente ed amorevolmente per curare e confortare le migliaia e migliaia di feriti agonizzanti. A Castiglione delle Stiviere, a Montichiari, a Brescia e in tutte le località investite dalla battaglia o da essa solo sfiorate, il Dunant rimase impressionato dall’attivismo e dalla generosità con cui la popolazione improvvisò «mezzi di trasporto, medicamenti, ospitalità e conforto ai superstiti dei tre eserciti, partecipando cosi alla vittoria e precorrendo con la sola forza del loro cuore, la ragione sociale e umana della Croce Rossa Internazionale»[17].                                                                                            Due anni dopo la battaglia di Solferino e San Martino, nel 1861, fu proclamato il Regno d’Italia e nel 1863, a Ginevra, nasceva la Croce Rossa Internazionale.

 

 



[1] Il Regno di Sardegna nel 1848 iniziò la Prima Guerra d’Indipendenza, a seguito della insurrezione di Milano contro gli Austriaci, che si concluse nel 1849 con la definitiva sconfitta dei Piemontesi a Novara e l’abdicazione di Carlo Alberto.

 

[2] I Francesi e gli Austriaci solo dieci anni prima, nel 1849, si erano ritrovati alleati nel comune scopo (Napoleone III all’epoca non era ancora Imperatore) di reprimere la Repubblica Romana e ripristinare il potere temporale di Pio IX.

 

[3] Vittorio Emanuele II salì al trono nel 1849 dopo l’abdicazione di suo padre Carlo Alberto. Fu l’ultimo Re di Sardegna e, a partire dal 17 marzo 1861, il primo Re d’Italia.

[4] L’Imperatore Francesco Giuseppe salì la trono, appena diciottenne, nel 1848.

[5] In particolare, a Solferino si scontrarono Francesi ed Austriaci mentre a San Martino Piemontesi ed Austriaci.

[6] Daverio Philippe, Alla ricerca della Memoria, Bollettino della Società di Solferino e S. Martino, n. 9 - MMXVI, 4 novembre 2016, p. 6.

[7] Martelli Stelio, Le battaglie di Solferino e San Martino, Varesina Grafica Editrice, 1971, pp. 81-82.

[8] Truppe nordafricane in Italia le ritroveremo inquadrate nel Corpo di Spedizione Francese al  comando del generale Alphonse Juin durante la seconda guerra mondiale, dopo l’8 settembre 1943, nel corso della Campagna d’Italia.

[9]L’Algeria moderna avrebbe conquistato l’indipendenza un secolo dopo, nel 1962, dopo una guerra di liberazione iniziata nel 1954. 

[10] Daverio Philippe, Alla ricerca della Memoria, Bollettino della Società di Solferino e S. Martino, n. 9 - MMXVI, 4 novembre 2016, p. 4.

[11] Sistema difensivo che abbracciava un’area i cui vertici erano rappresentati dalle fortezze di Verona, Peschiera del Garda, Mantova e Legnago.

[12] Aiutante di Campo di Napoleone III.

[13] Martelli Stelio, Le Battaglie di Solferino e San Martino, Varesina Grafica Editrice, 1971, p. 148.

[14] Società Solferino e San Martino, Guida ai Monumenti di San Martino e Solferino, p. 24.

 

[15] Re Luigi, Nascita della Croce Rossa, in Guerrini Paolo (a cura di), Memorie Storiche della Diocesi di Brescia, Volume XXVI, Edizioni del Moretto, 1959, p. 19.

[16]Dunant Henry, Un ricordo di Solferino, www.liberliber.it, versione italiana di Luigi Zanetti - Milano: Guglielmini, 1863. pp. 16-17-27-28.

 

[17] Historicus, Nascita della Croce Rossa, in Guerrini Paolo (a cura di), Memorie Storiche della Diocesi di Brescia, Volume XXVI, Edizioni del Moretto, 1959, p. 26.

 

sabato 30 gennaio 2021

Il Garabaldinismo nella II Guerra di Indipendenza

 

            1859, i Cacciatori delle Alpi nella II guerra d’indipendenza

 

di

Osvaldo Biribicchi

 


 

Il termine Cacciatori, nel secolo XIX, indicava la fanteria cosiddetta leggera in quanto dotata di armamento ed equipaggiamento leggeri. In particolare, almeno nella fase iniziale, si chiamavano cosi le milizie che sorgevano spontaneamente per combattere l'oppressore ed affermare i principi di nazionalità. I componenti di questi reparti irregolari erano caratterizzati, a tutti i livelli, da audacia e spregiudicatezza, doti queste che ne esaltavano l'impiego nell'esplorazione, nei colpi di mano e nelle azioni offensive. In Italia è rimasto particolarmente famoso il Corpo dei Cacciatori delle Alpi, fondato nel 1859.

Per meglio comprendere la nascita di questo particolare Corpo, è necessario conoscere sommariamente la situazione politica, in quel periodo, nel regno sabaudo.

Solo pochi mesi prima, a luglio del 1858, si era svolto a Plombières, una cittadina termale della Francia orientale, un convegno segreto tra il Presidente del Consiglio dei Ministri piemontesi, Camillo Benso Conte di Cavour, e l'imperatore francese Napoleone III.

Nel corso di quell'incontro, Napoleone III si impegnò ad intervenire contro l'Austria, a fianco del Piemonte, nel caso in cui quest'ultimo fosse stato aggredito dagli austriaci. In caso di vittoria, sarebbe stato creato sotto Casa Savoia un Regno dell’Alta Italia comprendente il Lombardo-Veneto, i Ducati di Modena, di Parma e le Legazioni pontificie; mentre la Francia, in cambio dell'aiu­to prestato, avrebbe annesso la Sa­voia e la città di Nizza appartenenti al Regno di Sardegna. Cavour, ottenuto dalla Francia l'impegno a scendere in campo militarmente, si adoperò in tutti i modi per provocare l'Austria affinché facesse il primo passo verso la guerra.

Gli inizi del 1859 furono caratterizzati da segnali che preannunciavano l'imminenza di un conflitto. Il re Vittorio Emanuele II, in un discorso al parlamento, pronunciò la celebre frase:”...non siamo insensibili al grido di dolore che da tanti parti d'Italia si leva verso di noi” che aveva tutto il sapore di una aperta sfida all'Austria. Cavour, da parte sua, sull'onda delle emozioni che il discorso del re aveva suscitato, permise e favorì l'arruolamento di volontari provenienti da tutta l'Italia, in particolare dal Lombardo – Veneto, da affiancare all’esercito regolare. Il 17 marzo 1859 con decreto reale veniva istituito il Corpo dei Cacciatori delle Alpi, al comando di Giuseppe Garibaldi, nominato per l'occasione Maggior Generale dell'esercito sardo, ed alle dipendenze del Ministero degli Interni.

Al neo costituito Corpo, però, non vennero assegnati i volontari migliori; questi ultimi furono inseriti nei ranghi dell'esercito regolare. A Garibaldi vennero dati i più giovani, con scarsa o nulla esperienza militare, i più anziani e quelli scartati per difetti fisici. Di contro, gli ufficiali furono quelli voluti da lui, tutti valorosi combattenti che si erano distinti nel 1849 nella difesa della Repubblica Romana e di Venezia.

I Cacciatori delle Alpi erano poco più di tremila uomini ordinati in una brigata su tre reggimenti, senza artiglieria, con una cinquantina di cavalleggeri per l'esplorazione ed un efficiente ospedale da campo diretto dal medico milanese Agostino Bertani, esule a Genova, che avrà poi una funzione importante nella spedizione dei Mille. Il corpo sanitario dei “Cacciatori” fu insignito di medaglia di bronzo al valor militare per la alacre opera svolta.

Garibaldi ed i suoi uomini, dunque, indossarono l'uniforme dell'esercito sardo. Per l'addestramento, furono inviati nei depositi di Cuneo e Savigliano nonché a Rivoli presso Susa. Dei tre reggimenti, i primi due, i migliori, furono posti al comando del tenente colonnello Enrico Cosenz e del colonnello Giacomo Medici.

Mentre gli ufficiali di Garibaldi inquadravano i volontari, Cavour faceva, provocatoriamente, ammassare truppe sul confine con il Lombardo­ - Veneto per compiere delle esercitazioni. L'Austria, allarmata, il 23 aprile 1859 ordinò al Pie­monte il disarmo immediato. Era l'aggressione tanto cercata da Cavour che, naturalmente, rifiutò e lasciò che la parola passasse alle armi.

Il 26 aprile 1859 l’Austria dichiarò guerra al Piemonte: iniziava la seconda guerra d'indipendenza. Il giorno seguente, l'esercito austriaco al comando del Generale Giulay varcò la frontiera piemontese. L'avanzata fu subito rallentata dall'allagamento delle risaie nel vercellese.

La Francia, da parte sua, come stabilito, inviò in aiuto dell'esercito sabaudo un forte contingente di cui Napoleone III ne assunse il comando supremo; alla metà di maggio circa 120.000 francesi erano concentrati nella zona di Alessandria.

I franco – piemontesi, con alcune puntate offensive verso Pavia, diedero agli austriaci l'impressione di voler penetrare in Lombardia da sud mentre, in realtà, si trattava di uno stratagemma per mascherare i veri piani che prevedevano di entrare in Lombardia da nord.

Il primo grosso combattimento avvenne a Montebello[1], il 20 maggio 1859, dove gli austriaci furono battuti dall'azione congiunta della cavalleria sarda e della fanteria francese; dieci giorni dopo a Palestro[2] gli austriaci subirono una ulteriore sconfitta, a seguito della quale decisero di riattraversare il Ticino per attestarsi a difesa della frontiera lombardo - veneta.

Garibaldi, intanto, con i suoi Cacciatori delle Alpi, il 23 maggio aveva attraversato risolutamente il Ticino e sorpreso nella notte il presidio austriaco di Sesto Calende. La notte successiva, dopo aver vinto le resistenze austriache, entrò a Varese accolto da una folla di cittadini in delirio. Gli austriaci, a questo punto, gli inviarono incontro una Divisione di tremila uomini, potentemente armata, al comando del Generale Urban. I Cacciatori furono sottoposti ad un incessante fuoco di artiglieria ma non indietreggiarono, resistettero fino a quando la fanteria austriaca non fu che“a 50 passi di distanza”, come aveva loro ordinato Garibaldi, e poi gli riversarono addosso una micidiale scarica di pallottole. Subito dopo, in pieno stile garibaldino, si avventarono alla baionetta sul nemico.

Gli austriaci, sotto l'incalzare dei Cacciatori delle Alpi, si ritirarono disordinatamente. Garibaldi non poteva fermarsi, sarebbe diventato un facile bersaglio per il nemico, la sua doveva essere una guerra di movimento. Si avviò, pertanto, verso Como facendo credere al nemico di passare per Camerlata invece passò per San Fermo dove superò, dopo uno scontro sanguinoso, la forte resistenza austriaca.

Di notte entrò a Como, anche qui accolto festosamente dalla popolazione. Garibaldi era riuscito ad ottenere l'allontanamento degli austriaci da tutta la zona lombarda del lago Maggiore e, dopo una serie di spostamenti tattici, puntò su Lecco e da lì a Bergamo dove vi entrò l'8 giugno alla testa dei suoi Cacciatori. Qui, l'11 giugno, con una solenne cerimonia, consegnò ai suoi uomini le onorificenze ricevute dal governo e lesse un ordine del giorno, emanato in nome del re, in cui erano esaltate le imprese del piccolo Corpo. La sera stessa si mise in marcia per Brescia ove vi entrò il 13 giugno.

I franco-sardi, nel frattempo, il 4 giugno avevano sconfitto gli austriaci a Magenta[3] aprendosi così la strada verso Milano ove, l'8 giugno, vi entravano fianco a fianco Napoleone III e Vittorio Emanuele II.

Gli austriaci ripiegarono verso il Quadrilatero (Mantova, Verona, Peschiera e Legnago) per una difesa ad oltranza ma il giovane imperatore Francesco Giuseppe assunse il comando diretto delle operazioni e riprese subito l'offensiva.

Il 24 giugno sulle alture di San Martino e Solferino, a sud del lago di Garda, su un fronte di una quindicina di chilometri si affrontarono circa 300.000 uomini, fra austriaci e franco – piemontesi, con oltre 26.000 cavalli e 1.500 pezzi di artiglieria.

In questo fatto d'arme, i Cacciatori delle Alpi ebbero un ruolo molto importante sul piano strategico in quanto dalle Prealpi lombarde minacciavano – puntando verso la valle dell'Adige – le spalle dell'Armata austriaca dislocata nel Quadrilatero.

La battaglia di San Martino e Solferino, l'ultima della II guerra di indipendenza, si risolse con la vittoria dei franco – piemontesi ma ad un prezzo altissimo di vite umane. Essa non fu solo la più sanguinosa tra quelle combattute nelle guerre d'indipendenza, ma una delle più sanguinose combattute fino ad allora in Europa.

Alla sera del 24 giugno, sul campo di battaglia giacevano 40.000 uomini, di cui 11.000 morti e 29.000 feriti. Di questi ultimi, 5.000 morirono nei giorni successivi per i postumi delle ferite riportate.

Napoleone III, condizionato dai cattolici francesi per i possibili danni che il prolungarsi della guerra di indipendenza italiana avrebbe finito per arrecare oltre che alla Francia stessa anche allo Stato pontificio, propose a Francesco Giuseppe, all'insaputa di Cavour, un armistizio poi firmato a Villafranca l'11 luglio 1859. Il 10 novembre a Zurigo veniva siglata la pace che poneva fine alla guerra ed imponeva all’Austria la cessione, per il tramite della Francia, della sola Lombardia al Regno Sardo ed il ritorno dei sovrani spodestati nei ducati di Modena, Parma e nel Granducato di Toscana.

Vittorio Emanuele II accettò suo malgrado, mentre Cavour sentendosi ingannato da Napoleone III si dimise da primo ministro.

I Cacciatori delle Alpi all’atto dell’armistizio superavano i 12.000 uomini, articolati su cinque reggimenti, «ed occupavano le quattro vallate: Valtellina, Camonica, Sabbia e Trompia, sino alla  frontiera col Tirolo»[4].

Con la fine della seconda guerra di indipendenza gli austriaci non erano stati annientati ed il Veneto, contrariamente alle aspettative, era rimasto nelle loro mani.

«La brusca interruzione della guerra costituiva una palese violazione dei patti di alleanza tra i due paesi (Il Piemonte e la Francia), e così la promessa dell’indipendenza dell’Italia settentrionale, dal Ticino all’Adriatico, svaniva completamente.

L’interruzione della seconda guerra d’Indipendenza, portò come conseguenza un malcontento fra gli appartenenti al Corpo Garibaldino dei Cacciatori delle Alpi, molti dei quali diedero le dimissioni per protesta, in seguito alla fusione del Corpo Garibaldino con l’Esercito nazionale [] Anche Garibaldi lasciava, allora, con comprensibile cruccio il Comando dei Cacciatori delle Alpi ed indirizzava a Vittorio Emanuele II una lettera, datata da Lovere, 1 agosto 1859, che però non giunse mai a destinazione»[5].

Gli anni immediatamente successivi furono, comunque, importanti. Il 1860 fu l'anno dei plebisciti per l'annessione al Piemonte dell'Italia centrale e dell'ex regno borbonico; sempre in quell'anno Nizza e la Savoia furono cedute alla Francia e Garibaldi, alla testa dei Mille, sbarcò in Sicilia.

 

 

Bibliografia e sommaria

Bertini Enrico, TIMOTEO RIBOLI Medico di Garibaldi, 1986.

Garibaldi Giuseppe, Memorie con una Appendice di Scritti Politici, Biblioteca Universale Rizzoli, Milano.

 

 

Sitografia sommaria

https://www.battagliadimagenta.it/pubblicazioni/opere_pubbliche/Opere_Pubbliche_Dettaglio.asp?ID_M=10&ID=43

http://www.carabinieri.it/arma/ieri/storia/vista-da-2015/fascicolo-9/il-ruolo-dell-arma-nella-guerra-del-1859/i-cacciatori-delle-alpi

http://www.150anni-lanostrastoria.it/index.php/ii-guerra-indipendenza

https://www.centrodellamemoriasavigliano.it/giacomomedici/

http://www.combattentiliberazione.it/seconda-guerra-dindipendenza-1859

https://comune.magenta.mi.it/aree-tematiche/cultura/

https://www.comune.montebellodellabattaglia.pv.it/m-vivere/m-infoutili/storia

http://www.comune.palestro.pv.it/it-it/vivere-il-comune/cosa-vedere/ossario-1893-22321-1-44d9415912f732cd2a5df066f0ffa96f

https://www.difesa.it/Content/150anniversario/Pagine/LeBattaglieSolferinoeSanMartino.aspx

http://notes9.senato.it/Web/senregno.nsf/96ec2bcd072560f1c125785d0059806a/80cfa982dfdabe7e4125646f005a8000?OpenDocument

 



[1] In ricordo della battaglia combattuta nel 1859, il comune di Montebello, in  provincia di Pavia, nel 1958 ha ricevuto il nome di Montebello della Battaglia.

[2] Nel comune di Palestro, in provincia di Pavia, il 28 maggio 1893 fu inaugurato un Ossario per conservare le reliquie dei Caduti piemontesi, francesi ed austriaci nelle battaglie del 30 e 31 maggio 1859.

[3] A Magenta, in provincia di Milano, il 4 giugno 1872 fu inaugurato un Ossario per conservare le reliquie dei Caduti piemontesi, francesi ed austriaci nella battaglia del 4 giugno 1859.

[4] Garibaldi Giuseppe, Memorie con una Appendice di Scritti Politici, Biblioteca Universale Rizzoli, Milano, 1998, p. 232.

 

[5] Bertini Enrico, TIMOTEO RIBOLI Medico di Garibaldi, 1986, p. 178.

mercoledì 20 gennaio 2021

Proposta di stesura di tesi.

 

 

      Master

in

“Storia militare contemporanea”

 

 

Confronto  dell'azione di comando nell'assedio di ancona e nelle battaglie di Custoza e Lissa

 

 Assegnata questa tesi ad una Fequentatrice, che molto presumibilmente sarà discussa nella sessione invernale dell'anno Accademico 2020/2021

 

 

 

 

 

 

            Candidato                                                             Relatore

    Dott.ssa Carolina Gaggero                                       Gen. Dott. Massimo Coltrinari

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ANNO ACCADEMICO 2019/2020

 

 

domenica 10 gennaio 2021

1860. L'iniziativa del partito democratico

 

La Spedizione dei Mille: da Genova a Napoli

 

di

Osvaldo Biribicchi

 


 

Nei primi giorni di maggio 1860, a meno di un anno dall’unità d’Italia (17 marzo 1861), un piccolo corpo di spedizione di 1.089 uomini al comando di Giuseppe Garibaldi salpava dallo scoglio di Quarto, a Genova, diretto verso la Sicilia per prendere la guida dei primi moti insurrezionali che stavano scoppiando nell’isola, provocare una sollevazione popolare e la conseguente caduta del governo borbonico. Successivamente portare la rivoluzione nello Stato pontificio e nel Veneto.

La composizione di questo corpo di spedizione era alquanto variegata: «Sono professionisti, studenti, artigiani, operai: tra loro si contano all’incirca 250 avvocati, 100 medici, 20 farmacisti, 50 ingegneri e altrettanti capitani di mare, un centinaio di commercianti, una decina di artisti, pittori e scultori; c’è qualche prete; è presente una donna, Rosalia Montmasson, moglie di Crispi, in abito maschile. Sono quasi tutti italiani, e in gran maggioranza settentrionali: le più rappresentate la provincia di Bergamo (163) e la Liguria (154); i sudditi borbonici sono meno di un centinaio. Ci sono veterani e reclute, patrioti sfuggiti alle forche e alle prigioni, idealisti che inseguono sogni di gloria, letterati in cerca di emozioni, infelici che desiderano la morte, miseri che sperano in una sistemazione. Il più anziano, Tommaso Parodi, genovese, ha quasi settant’anni; il più giovane, Giuseppe Marchetti, di Chioggia, partito col padre, di anni ne ha undici»[1], tutti male armati e peggio equipaggiati. «La spedizione dei Mille costituisce la maggiore delle campagne di Garibaldi. Per la prima volta, infatti, un'impresa garibaldina acquista un valore dichiaratamente nazionale, diventa la forza che consente all'Italia di fare un ulteriore, vigoroso passo in avanti sulla via dell'unità»[2]. Solamente un mese prima, il 2 aprile a Torino, era stato inaugurato il nuovo parlamento con i rappresentanti di sei regioni: Piemonte, Liguria, Lombardia, Emilia-Romagna, Toscana e Sardegna.                                                                                                                                                In Sicilia, la prima rivolta fu quella cosiddetta della “Gancia”[3], dal nome del convento di Palermo dove si erano rifugiati alcuni rivoluzionari. Garibaldi, inizialmente scettico sull’opportunità della spedizione, di fronte all’intensificarsi dei moti insurrezionali in Sicilia decise di passare all’azione. Vittorio Emanuele II era favorevole all'impresa mentre Cavour era contrario in quanto temeva complicazioni diplomatiche con la Francia e l’Inghilterra unitamente al timore che la Sicilia, una volta liberata da Garibaldi, diventasse una repubblica indipendente. Alla fine Cavour accettò a condizione che il Regno di Sardegna mantenesse un basso profilo, l’impresa avrebbe dovuto avere un carattere “spontaneo”. Bixio fu incaricato da Garibaldi di recuperare le navi necessarie per trasportare i volontari in Sicilia. «Due vapori: il Lombardo ed il Piemonte, comandati il primo da Bixio ed il secondo da Castiglia, furono fissati; e nella notte del 5 al 6 maggio uscirono dal porto di Genova per imbarcare la gente che aspettava, divisa tra la Foce e Villa Spinola. Alcune difficoltà inevitabili in tale genere di imprese non mancarono di contrariarci. Giungere a bordo di due vapori nel porto di Genova, ormeggiati sotto la darsena, impadronirsi degli equipaggi, e costringerli ad ajutare i predoni; accendere i fuochi, prendere il Lombardo a rimorchio del Piemonte, che si trovò pronto, mentre non lo era l’altro, e tutto ciò con uno splendido chiaro di luna, son tutti fatti più facili a descriversi, che ad eseguire, e vi fa mestieri molto sangue freddo, capacità, e fortuna»[4].

Il 7 maggio, Garibaldi fece scalo in Toscana a Talamone vicino ad Orbetello e sbarcò alcuni volontari per far credere che l'impresa fosse diretta verso lo Stato Pontificio. Dopo aver fatto rifornimento di carbone e ricevuto dal locale comandante militare armi e munizioni riprese la navigazione. «La fortuna e la negligenza dei borbonici consentono ai garibaldini di raggiungere l’11 maggio Marsala e di sbarcarvi, malgrado il sopraggiungere di alcuni legni nemici»[5].                       Il 12 maggio Garibaldi si mise in marcia per Salemi «dove, il 14 maggio, venne accolto con grande entusiasmo dalla popolazione. Grazie all'aiuto del barone Giuseppe Triolo di Sant'Anna di Alcamo, che si era a lui unito con una banda di picciotti assunse il dominio in nome di Vittorio Emanuele II re d'Italia»[6].                                                                                                                                All’alba del 15 maggio i Mille iniziarono il movimento in direzione di Palermo, la strada però fu loro sbarrata sulle alture di Calatafimi dalle truppe borboniche al comando del generale Landi. Garibaldi fece schierare i suoi sulle alture di fronte. I due schieramenti, divisi da una valle, aspettavano nelle rispettive posizioni l’attacco nemico; ad un certo momento però alcune compagnie borboniche, contravvenendo agli ordini del generale Landi, attaccarono le posizioni tenute dai carabinieri genovesi[7] i quali fecero avvicinare gli avversari e, dopo una intensa e precisa scarica di fucileria, attaccarono alla baionetta. I borbonici, che non si aspettavano un tale furioso contrattacco, ripiegarono disordinatamente verso le posizioni di partenza. A questo punto la situazione sfuggì di mano allo stesso Garibaldi che, soddisfatto di aver respinto le truppe del Landi, non voleva arrischiarsi ad attaccare le stesse frontalmente, attestate peraltro su una collina difficile da espugnare. Egli fece suonare ripetutamente il segnale di alt per fermare i suoi, ma inutilmente. I carabinieri genovesi, con il loro slancio ed entusiasmo, si trascinarono dietro gli altri garibaldini.

Il combattimento si fece aspro, “caldissimo” come scrisse poi il Landi. Garibaldi comprese che ormai erano in gioco le sorti della giornata ed ordinò l'assalto gettandosi nel cuore della battaglia in mezzo ai suoi uomini. Le truppe borboniche, disorientate dal furioso attacco dei garibaldini, abbandonarono le posizioni. Il 16 maggio Garibaldi entrò a Calatafimi, il giorno successivo riprese la marcia e, superato Partinico, si portò a 15 chilometri da Palermo. La vittoria di Calatafimi impresse una svolta importante agli avvenimenti, l'insurrezione divampò in tutta l'isola. I borbonici si misero sulla difensiva, nei comandi il sentimento prevalente era lo scoramento. I «filibustieri», come li definì il Giornale del Regno delle Due Sicilie, «ora fanno paura». All'alba del 27 maggio le prime colonne garibaldine, appoggiate dalla popolazione, entrarono a Palermo presidiata da 21.000 uomini ben armati. Subito si accesero furiosi combattimenti strada per strada. I borbonici bombardarono la città dal forte di Castellammare e dalle navi, provocando gravi danni e molte vittime tra i civili. Il 30 maggio, il comando militare borbonico di Palermo chiese una tregua di ventiquattro ore che Garibaldi accettò respingendone però alcune clausole ritenute inaccettabili. Il giorno seguente, la tregua fu prolungata di tre giorni ma non risolse la situazione delle forze borboniche le quali alla fine si ritirarono lasciando la città nelle mani di Garibaldi che vi si insediò il 21 giugno.  

Nel frattempo, Francesco II a Napoli, nell'intento di salvare almeno la parte continentale del regno, concesse la Costituzione per conquistarsi le simpatie dei liberali e varò un nuovo governo. Ma era ormai troppo tardi, i liberali chiamati al governo e presenti nel parlamento simpatizzarono apertamente per i garibaldini che, rinforzati da migliaia di volontari, il 20 luglio sconfissero nuovamente i borbonici a Milazzo. Con questa battaglia, una delle più sanguinose (750 dei circa 4.000 garibaldini caddero morti o feriti) si concluse la prima fase dell'impresa dei Mille. Garibaldi, padrone ormai della Sicilia, iniziò a progettare l'attraversamento dello stretto di Messina. Il 18 agosto, eludendo le navi da guerra napoletane, sbarcò a Melito a sud di Reggio Calabria che conquistò il 21 dello stesso mese. Il 7 settembre 1860 entrò a Napoli accolto trionfalmente dalla popolazione mentre Francesco II si rifugiava nella fortezza di Gaeta. «Il nido monarchico, ancor caldo, venne occupato dagli emancipatori popolani, ed i ricchi tappeti delle reggie, furon calpestati dal rozzo calzare del proletario»[8].

Pochi giorni dopo, l'11 settembre, con il Regno delle Due Sicilie ormai caduto sotto la spinta dei Mille e l’esercito pontificio schierato a difendere i confini meridionali, i Sardi invadevano le Marche e l'Umbria, territori da secoli appartenenti allo Stato della Chiesa. Il 18 di quello stesso mese, con il combattimento di Loreto, detto di Castelfidardo, venne di fatto sancita l'annessione delle due regioni al Regno di Sardegna.

Nell'anno successivo, 1861, si sarebbe realizzata l'Unità d'Italia.

 

Bibliografia sommaria

Coltrinari Massimo, Il combattimento di Loreto, detto di Castelfidardo 18 settembre 1860, Edizioni Nuova Cultura, Roma, 2009.

Di Tondo Franco, Campagne Garibaldine, Loesher Editore, Torino, 1977.

Garibaldi Giuseppe, Memorie con una Appendice di Scritti Politici, Biblioteca Universale Rizzoli, Milano, 1998.

Scirocco Alfonso, Giuseppe Garibaldi, Corriere della Sera, Milano, 2005.

 

Sitografia sommaria

https://www.saassipa.beniculturali.it/istituto/la-sede-gancia/

https://www.salemi.gov.it/comune/vivere/storia/Capitale.html

https://www.storiaememoriadibologna.it/la-spedizione-dei-mille-e-le-campagne-del-1860-2210-evento



[1] Scirocco Alfonso, Giuseppe Garibaldi, Corriere della Sera, Milano, 2005, p. 213.

[2]  Di Tondo Franco, Campagne garibaldine, Loesher Editore, Torino, 1977, p. 30.

[3] Convento fondato dai Frati Minori Francescani tra il 1484 e il 1489 in contrada S. Maria di Gesù non lontano dal porto. Attualmente vi si trova una delle due sedi dell’Archivio di Stato di Palermo.

[4] Garibaldi Giuseppe, Memorie con una Appendice di Scritti Politici, Biblioteca Universale Rizzoli, Milano, 1998, p. 248.

[5] Di Tondo Franco, Campagne garibaldine, Loesher Editore, Torino, 1977, p. 31.

[6] https://www.salemi.gov.it/comune/vivere/storia/Capitale.html

[7] I carabinieri genovesi, complessivamente 59, erano degli iscritti alla Società di Tiro Nazionale armati di carabine proprie..

[8] Garibaldi Giuseppe, Memorie con una Appendice di Scritti Politici, Biblioteca Universale Rizzoli, Milano, 1998, p. 283.