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Cartolina ritrovata da Alessandro Duranti concerrnnete l'inno alla bandiera nel XLV Anniversario di Castelfidardo |
venerdì 18 febbraio 2011
Inno alla bandiera
del
10° reggimento Fanteria Brigata "Regina"
Il 1O° Reggimento Fanteria
con i suoi quattro battaglioni
sostenne l'unrto principale dell'attacco della colonna
De Pimodan
il 18 settembre 1860
mercoledì 9 febbraio 2011
Bibliografia Ragionata Anno 1861
==, ==, Recit de la bataille de Castelfidardo et du siège d’Ancone par Romain, Charles Donniol, Paris, 1861
==,== (Anonimo) (Versione dal Francese di G.A.), Biografia di Giorgio de Pimodan Generale Pontificio, Bologna, Editori delle Piccole Letture Cattoliche, 1861
==,==, Esame di un nuovo opuscolo di De La Guéronniére intitolato La France, Rome, et l’Italie, Roma, Alessandro Befani e C. Tip. 1861
==,==, Cronaca della Guerra d’Italia 1859-1860 Parte Terza, Rieti, Tipografia Trinchi, 1861
==,==, Elenco delle Ricompense accordate da S.M. per la campagna della Bassa Italia 1860-1861,Torino, Fodratti, 1861
==,==, La Campagna di guerra nell’Umbria e nelle Marche. Narrazione Militare. Relazione della presa di Ancona dal lato del mare effettuata della Regia Squadra, in Rivista Militare Italiana, Tipografia Editrice G. Cassone e Comp., Torino, Volume III Anno V, Giugno, 1861
==,==, Relezione del Vice-ammiraglio conte Pellion di Persano a S.E. il conte di Cavour, ministro della Marina, sulle operazioni della R. Squadra nelle acque di Gaeta, in Rivista Militare Italiana, Volume III Anno V, Aprile, 1861
AA.VV., Il volontario Luigi Guérin del Corpo dei Zuavi Franco-Belgi, Roma, 1862
AA.VV., La Civiltà Cattolica, Roma, Anno XII, Vol IV della Serie quarta, 1861
Beales D., England and Italy, London, 1861
C** La Divisione di Riserva nella Campagna di Ancona 1860. Formazione della Divisione di Riserva I, in Rivista Militare Italiana, Tipografia Editrice G. Cassone e Comp., Torino,Volume II Anno VI, Ottobre, 1861
C*** La Campagna di guerra nell’Umbria e nelle Marche. Narrazione Militare. Dall’apertura delle ostilità alla giornata di Castelfidardo III, in Rivista Militare Italiana, Tipografia Editrice G. Cassone e Comp., Torino,Volume III Anno V, Gennaio, 1861
C***, La Campagna di guerra nell’Umbria e nelle Marche. Narrazione Militare. Battaglia di Castelfidardo IV, in Rivista Militare Italiana, Tipografia Editrice G. Cassone e Comp., Torino, Volume III Anno V, Febbraio, 1861
C***, La Campagna di guerra nell’Umbria e nelle Marche. Narrazione Militare. Assedio e presa di Ancona V, in Rivista Militare Italiana, Tipografia Editrice G. Cassone e Comp., Torino, Volume III Anno V, Maggio, 1861
Castella P (cap.), Le dernier jours du siége d’Ancone, s.e., 1861
Cernuschi H, Reponse a une accusation portéé par M. de Cavour, Oaris, E. Dentù, 1861
Cialdini E., "Rapporto a S.E. il generale in capo sulle operazioni del IV Corpo d'Armata dall'11 settembre al 29 settembre", Documenti., in Rivista Militare Italiana, Volume III Anno V, Giugno, 1861
De La Moricière C., Rapporto di S.E. il Generale De L Moriciére a S.E. il Ministro delle Armi intorno alle fazioni guerresche combattute dall’Esercito Pontificio nel settembre 1860, in Civiltà Cattolica, Giornale di Roma, Supplemento al n. 259, Serie quarta, pag. 530, 1861
De La Moricière C., Relazione del generale De La Moricière al Pro Ministro per le Armi di S.S. Pio IX Mons. De Merode, Roma, Tipografia La Civiltà Cattolica, 1861
Fanti M, Relazione sulla campagna di guerra nell'Umbria e nelle Marche, settembre 1860, Tipografia Scolastica di S. Franco, Torino, 1861.
Fanti M., Relazione sulla campagna di guerra nell’Umbria e nelle Marche. Documenti., in Rivista Militare Italiana, Volume III Anno V, Giugno, 1861
Intendenza Generale dell’Armata, Officio Liquidazione, Cicolare n. 43. Liquidazione dei crediti dei Comuni delle Marche e dell’Umbria e dello Stato Napoletano per prestazioni in servizio dell’Armata, Torino, 1 Febbraio 1861, 1861
Gennarelli A., Il Governo pontifico e lo stato pontificio, Prato. Tipografia Alberghetto, s.d. ( ma 1861)
Lecomte F., Italie en 1860. Esquisse des événements militaires et politiques, Tenera, Paris, 1861.
Mistrali F., Ritratti popolari. Vittorio Emanuele, Giuseppe Garibaldi, Camillo Cavour, Napoleone III, Pio IX, Antonelli, De La Moricière…Milano, Gernia ed Erba, 1861
Morozzo della Rocca E., Relazione sulle operazioni del V Corpo d’Armata nella Campagna dell’Umbria e delle Marche a S.E. Il Generale Fanti, Comandante in Capo dell’Armata di Occupazione nell’Umbria e nelle Marche, in Rivista Militare Italiana, Volume III Anno V, Giugno, 1861
Pace U., Teoria delle punterie ad uso dei sottoufficiali dell’artiglieria pontifica, Roma, 1861
De Quattrebarbes T., Souvenir d’Ancone 1860, Paris, 1861
Richter F., Gedchichte der osterreichisch-slavischen und deutschen freiwilligen und ihrer kampfee in Kirchenstaat in jahre 1860, Main, Kirchleim, 1861
Rustow W., Der Italienische Krieg, Zurich, Schulthess, 1861
Valerio L., Le Marche dal 15 settembre al 18 gennaio 1861. Relazione al Ministro dell'Interno del Regno, Milano, Editori del Politecnico, 1861.
Veullot E., Le Piémont dans les étades l’Eglise. Documents et Commentaires. Paris, Gaume et Duprey, 1861
martedì 25 gennaio 2011
Appuntamento culturale
al Consiglio Nazionale delle Ricerche:
come leggere la storia. Il 18 settembre 1860.
E’ stato presentato il volume di Massimo Coltrinari, Il combattimento di Loreto detto di Castelfidardo, 18 settembre 1860, edito dalla Società Editrice Nuova Cultura, operante nell’ambito della Università La Sapienza.
Hanno preso la parola, il Dott. Gino Falleri, Giornalista, Segretario aggiunto del Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, che ha tratteggiato lo schema generale del volume ed ha sottolineato che la dovizia di particolari e la rigorosità scientifica dell’opera, che nulla lascia alle interpretazioni di comodo, permette di avvicinarsi al Risorgimento veramente con interesse e partecipazione; a seguire ha illustrato alcuni aspetti del 1860, il nostro “anno mirabilis”, l’Ing. Giorgio Prinzi, giornalista, che ha evidenziato come la conoscenza della realtà, come ad esempio la presenza di Cialdini in Osimo la mattina del 18 settembre ed altre situazioni reali, permette di presentare i fatti unitari senza approcci falsi e bugiardi nell’interesse di una memoria condivisa da parte tutti gli Italiani.
L’incontro, che ha riscosso notevole successo, ha visto la presenza, tra le altre, oltre quella dell’Autore, anche dell’Incaricato d’Affari di Taiwan a Roma, che ha gradito molto in dono una copia del volume con dedica.
A.M.
Il Volume, Il combattimento di Loreto detto di Castelfidardo, 18 settembre 1860, Roma, Società Editrice Nuova Cultura, Università La Sapienza, 2010, pag. 331, ill. Euro 21. ISBN 978-88-6134-379-5 è reperibile in ogni libreria e ad Osimo presso l’edicola sotto le logge
martedì 18 gennaio 2011
RAPPORTO LEOTARDI
“Dal comandante la 7° Divisione al generale Cialdini, comandante il IV° Corpo d’Armata.
Dal quartier generale di Riocanale, il 20 settembre 1860
“Dal comandante la 7° Divisione al generale Cialdini, comandante il IV° Corpo d’Armata.
Dal quartier generale di Riocanale, il 20 settembre 1860
A seconda degli ordini ricevuti dalla S.V. mi rivolsi al comandante Goudenhoven ed anche a tutti i comandanti di corpo; ma malgrado la premura loro fatta, non potei ottenere gli stati tutti delle varie nazioni a cui appartengono i prigionieri; riuscii però, mediante il concorso d’un capitano di stato maggiore dietro una richiesta che aveva per viveri, a compilare lo stato che qui le trasmetto compiegato, della precisione del quale non potrei del tutto rispondere, ma che credo però sia assai approssimativo. Il disarmo di eri venne eseguito con tutta la regolarità possibile compatibilmente alla ristrettezze del terreno, del tempo avuto per dare le necessarie disposizioni, ed all’ora tarda; finì ad un’ora dopo la mezzanotte. Le munizioni, armi, buffetterie ecc. vennero già in gran parte spedite a S.Sabino a seconda dell’ordine portato da un ufficiale di artiglieria per parte del colonnello Franzini. Il rimanente si spedirà appena avrò i mezzi di trasporto necessari, dei quali havvi assoluta penuria.
Fin ora ogni cosa si passò in perfetta regola, tranne alcuni piccoli disordini cagionati soprattutto dagli austriaci e svizzeri, ma che vennero tosto repressi.
Trasmetto infine, qui compiegate, ancora alcune dimande inoltrate da vari ufficiali, e rappresento alla S.V. come pressoché tutti i comandanti di corpo, e fra gli altri il principe di Ligne, che trovasi nelle Guide, dimanderebbero di passare per Roma, ove parte dicono aver le loro famiglie, e parte conti da assestare col governo pontificio.
Pregherei la S.V. di volermi far conoscere la sua intenzione a tale riguardo, ed in pari tempo, siccome le difficoltà che s’incontrano ad ogni momento in tutte le operazionisono piuttosto gravi, insisterei acciò si potesse far partire al più presto tale gente, di cui una gran parte non riconosce più nemmeno l’autorità dei propri ufficiali, e da cui è difficilissimo sì di farsi comprendere, che di farsi ubbidire senza ricorrere alla forza.
Il Comandante la 7a Divisione
LEOTARDI.”
domenica 9 gennaio 2011
Biografia Generale De La Moriciére II
Christophe-Louis-Léon Juchault de Lamoricière naquit à Nantes, le 5 février 1806. Après des études au collège de Nantes, il monta à Paris pour préparer l'Ecole polytechnique, car il voulait, comme ses oncles maternels, devenir officier du génie. A la pension Lecomte, il se lia avec Gustave d'Eichtall, qui lui donna comme répétiteur Auguste Comte, et Kergorlay, qui le mit en relation avec Alexis de Tocqueville. Admis en 1824 à l'Ecole polytechnique, élève sous-lieutenant à l'école d'application de l'artillerie et du génie de Metz en 1826, Léon Juchault de Lamoricière fut promu lieutenant en second au 3e régiment du génie, le 31 janvier 1829. Officier d'état-major de cette arme, il fut attaché à la division du général duc des Cars grâce au père de son ami de Kergorlay, pair de France, et il débarqua le 14 juin 1830 à Sidi-Ferruch avec le corps expéditionnaire du maréchal Bourmont. Ce fut lui qui planta le drapeau français sur la Casbah d'Alger. Sympathisant saint-simonien, Lamoricière se passionna pour les hommes et les coutumes de l'Algérie et apprit l'arabe. Ses qualités le firent remarquer du commandement. Ainsi, lorsque Bourmont puis Clauzel mirent sur pied des troupes auxiliaires indigènes recrutées parmi les tribus berbères Zouawa de Kabylie, au début de 1831, Léon de Lamoricière fut affecté au 2e bataillon des zouaves, dont il devint peu à peu le grand spécialiste. Capitaine le 1er novembre 1830, chef de bataillon le 2 novembre 1833 et lieutenant-colonel commandant l'ensemble du corps des zouaves le 31 décembre 1835, il fit de cette troupe un corps d'élite. C'est de Lamoricière que les zouaves reçurent leur costume définitif : une molletière de cuir, une grande ceinture de laine rouge et une chechia ou bonnet rouge à gland bleu.
A la fin de 1833, en raison de la connaissance qu'il avait acquise des différents dialectes arabes, Lamoricière fut nommé directeur du premier " bureau arabe ", créé par le général Avizard pour traiter toutes les affaires indigènes, observer journellement la situation du pays et s'inquiéter des besoins de la population. La confiance avec laquelle Lamoricière se présentait au milieu des Arabes, une simple canne à la main, gagna peu à peu les tribus voisines, et comme il appuyait parfois ses raisons de coups de canne, on ne le connut plus que sous le nom de " Bou-Arona " (père du bâton). Chargé de reconnaître Bougie, Lamoricière monta lui-même à l'assaut de la place, en septembre-octobre 1833, et il fut promu colonel à la suite du siège de Constantine, où il s'était distingué et avait été blessé par l'explosion d'une mine, en octobre-novembre 1837. Rappelé à Paris en 1839, renvoyé en Afrique en 1840, Lamoricière prit part au combat de Mouzaïa, en mai, et fut promu maréchal de camp, le 21 juin. Mis à la tête de la division d'Oran alors que Cavaignac lui succédait à la tête du corps des zouaves, il mérita par son courage dans l'expédition de Mascara un éloge particulier du maréchal Bugeaud (5 juin 1841) pour ses talents d'administrateur et sa bravoure militaire. Habile à la guerre de surprises, il ravitailla Mascara malgré les troupes d'Abd-el-Kader et il obligea la tribu des Flittas à se soumettre, ce qui lui valut d'être nommé lieutenant général, le 9 avril 1843. Le 30 mai 1844, il repoussa une importante attaque contre le camp de Lalla-Maghnia menée par les Marocains dont Abd-el-Kader avait obtenu le soutien, et il fut fait commandeur de la Légion d'Honneur. Le 14 août 1845, il contribua, pour une large part, à la victoire d'Isly contre les Marocains. En novembre 1845, il reçut de Bugeaud, qui se rendait en France, le commandement intérimaire de l'Algérie. La colonisation de l'Algérie rencontrait alors à la Chambre une vive opposition. Lamoricière qui avait de son côté des idées personnelles sur le système de colonisation, résolut de les porter à la tribune, et dans ce but, se présenta aux élections générales du 12 août 1846, dans le premier arrondissement de Paris, comme candidat de l'opposition modérée ; mais il échoua avec 493 voix contre 750 à Casimir Périer. Il se représenta le 10 octobre 1846 dans le 4e collège de la Sarthe (Saint-Calais) qui avait à pourvoir au remplacement de Gustave de Bourmont. Il fut élu cette fois par 207 voix sur 369 votants et 408 inscrits, parla à la Chambre de l'organisation de l'Algérie et de l'avancement des officiers nommés à des fonctions spéciales. Il ne tarda pas à retourner en Afrique. Le 23 octobre 1847, quatre ans après la prise de la smala d'Abd-el-Kader, Lamoricière reçut l'épée de l'émir, au nom du duc d'Aumale, pour un temps gouverneur de l'Algérie.
La révolution de 1848 accéléra la carrière politique de Lamoricière. Fait grand officier de la Légion d'Honneur le 14 janvier 1848, il fut compris dans la combinaison ministérielle Odilon Barrot-Thiers proposée in extremis par Louis-Philippe pour apaiser le mécontentement populaire (24 février). Ce fut lui qui, en uniforme de la garde nationale dont il venait de recevoir le commandement, fut chargé d'annoncer aux insurgés la constitution du nouveau ministère. Mais à la première barricade, on refusa de l'écouter et de le laisser passer. Après l'abdication, il voulut encore annoncer aux insurgés la régence de la duchesse d'Orléans. Son cheval tomba, frappé de balles, et lui-même fut blessé d'un coup de baïonnette. Lamoricière adhéra au gouvernement provisoire mais refusa le portefeuille de la Guerre qui lui était proposé. Elu le 23 avril député de la Sarthe à l'Assemblée constituante, il siégea parmi les partisans de Cavaignac et fit partie du comité de la Guerre. Cavaignac, chargé par la commission pour le pouvoir exécutif de rétablir l'ordre, le plaça avec le général Bedeau à la tête des 23 000 soldats et des 12 000 gardes mobiles rassemblés pour faire face aux émeutes des 23, 24 et 25 juin. Le 28, Cavaignac rendit ses pleins pouvoirs. La commission pour le pouvoir exécutif céda la place à un Président du Conseil élu par les députés, mais libre de choisir ses ministres. Président du Conseil, Cavaignac confia le ministère de la Guerre à Lamoricière, le 28 juin. Celui-ci put alors faire prévaloir ses idées sur l'Algérie. Il fit voter un crédit de 50 millions pour la création de colonies agricoles, en opposition avec les colonies militaires jusqu'en ici en faveur, créa une commission de révision de la législation dans la colonie, fit payer les indemnités dues depuis le début de la conquête aux indigènes pour les expropriations, fit mettre en place des municipalités, créa des préfectures et fit prévaloir le régime civil.
Ayant pris position contre la candidature du prince Louis-Napoléon à la présidence de la République, Lamoricière dut quitter son ministère dès le 20 décembre. Il retrouva son siège de député de la Sarthe aux élections générales du 13 mai 1849 et se vit confier une mission extraordinaire en Russie auprès du tsar, qui appuyait alors l'Autriche en guerre contre la Hongrie révoltée. Mais la chute du ministère Odilon Barrot lui fit donner sa démission d'envoyé à Saint-Pétersbourg et le général revint siéger à l'Assemblée. Arrêté dans la nuit du 2 décembre 1851, Lamoricière fut incarcéré à Mazas, puis à Ham, et en vertu du décret du 9 janvier 1852, il fut banni et conduit à Cologne. Il refusa en termes très vifs, par une lettre publiée dans la presse (mai), le serment réclamé par le nouveau gouvernement aux officiers qui voulaient rester en activité, et il résida successivement à Bruxelles, Coblence, Mayence, Wiesbaden et Ems. Il avait déjà perdu sa fille aînée en février 1850 ; il fut autorisé à revenir en France après la mort de son fils cadet, Michel, en 1857.
Resté en France, Lamoricière accueillit, en 1860, les ouvertures de son cousin, Monseigneur Xavier de Mérode, ministre des armées du gouvernement pontifical, qui avait persuadé le pape Pie IX de lui offrir le commandement en chef des armées pontificales. Après avoir demandé et obtenu l'autorisation de Napoléon III, le général prit possession de son commandement (8 avril 1860), se trouva en lutte avec le cardinal Antonelli et parvint à rassembler une armée de 16 000 hommes, constituée en majorité de volontaires français et belges qui servirent dans les " zouaves pontificaux ". Mais il se fit battre par l'armée piémontaise à Castelfidardo (18 septembre 1860) et à Mentana (3 novembre 1860). Assiégé dans Ancône, il dut capituler devant l'amiral Persano et fut laissé en liberté à condition de ne pas porter les armes contre les troupes piémontaises pendant un certain temps. De retour à Rome, il s'occupa encore de réformes militaires et publia un rapport qui mettait à nu le désordre administratif du gouvernement pontifical. Le général de Lamoricière se retira alors dans son château de Prouzel, près d'Amiens (Somme), où il mourut le 11 septembre 1865. Lamoricière fut inhumé dans la chapelle de famille, à Saint-Philbert-de-Grandlieu. Après la prise de Rome en 1870, les zouaves pontificaux français passèrent au service de la France.
Dès 1866, une souscription fut lancée à l'initiative du général Changarnier pour faire édifier un tombeau à la gloire de Lamoricière dans la cathédrale Saint-Pierre de Nantes. Ce monument - un cénotaphe en réalité - fut élevé en 1879 dans le transept nord. Conçu par l'architecte Boitte qui s'inspira du monument funéraire de Louis XII et d'Anne de Bretagne à Saint-Denis, il fut réalisé par le sculpteur Masseron, avec le concours de Paul Dubois. Les marbres furent donnés par Pie IX en reconnaissance des services rendus par le général à la papauté. Au chevet du monument, un médaillon représente ses deux filles, Henriette et Isabelle. Aux angles, quatre statues symbolisent le Courage militaire, la Charité, la Foi et la Méditation. Lors des cérémonies officielles de 1879, Monseigneur Dupanloup, évêque d'Orléans, fit l'éloge du défunt, et une délégation de zouaves pontificaux (Salmonière, Andigné, Villèle, Terves, La Perraudière, Polignac) vint rendre hommage à l'ancien commandant en chef des armées pontificales. Lamoricière donna son nom à une ville du département de Tlemcen, située non loin des vestiges de la colonie romaine d'Altava (actuelle Ouled Mimoun). Quant à la statue monumentale due à Jean-Baptiste Belloc et érigée en 1908 à Constantine, elle fut rapatriée à Saint-Philbert-de-Grandlieu au moment de l'indépendance de l'Algérie, et inaugurée en 1969.
Le 21 avril 1847, le général de Lamoricière avait épousé Marie-Amélie Gaillard d'Auberville (1827-1905), issue d'une vieille famille picarde (cf. infra). Le général de Lamoricière et Marie-Amélie Gaillard d'Auberville, eurent une fille et un fils qui moururent en bas âge, et deux filles, Henriette (1850-1869), qui épousa François de Maistre, capitaine d'état-major de l'armée pontificale, et Isabelle (1853-1919), qui épousa en premières noces le comte Aymar de Dampierre.
par l'architecte Boitte qui s'inspira du monument funéraire de Louis XII et d'Anne de Bretagne à Saint-Denis, il fut réalisé par le sculpteur Masseron, avec le concours de Paul Dubois. Les marbres furent donnés par Pie IX en reconnaissance des services rendus par le général à la papauté. Au chevet du monument, un médaillon représente ses deux filles, Henriette et Isabelle. Aux angles, quatre statues symbolisent le Courage militaire, la Charité, la Foi et la Méditation. Lors des cérémonies officielles de 1879, Monseigneur Dupanloup, évêque d'Orléans, fit l'éloge du défunt, et une délégation de zouaves pontificaux (Salmonière, Andigné, Villèle, Terves, La Perraudière, Polignac) vint rendre hommage à l'ancien commandant en chef des armées pontificales. Lamoricière donna son nom à une ville du département de Tlemcen, située non loin des vestiges de la colonie romaine d'Altava (actuelle Ouled Mimoun). Quant à la statue monumentale due à Jean-Baptiste Belloc et érigée en 1908 à Constantine, elle fut rapatriée à Saint-Philbert-de-Grandlieu au moment de l'indépendance de l'Algérie, et inaugurée en 1969.
Le 21 avril 1847, le général de Lamoricière avait épousé Marie-Amélie Gaillard d'Auberville (1827-1905), issue d'une vieille famille picarde (cf. infra). Le général de Lamoricière et Marie-Amélie Gaillard d'Auberville, eurent une fille et un fils qui moururent en bas âge, et deux filles, Henriette (1850-1869), qui épousa François de Maistre, capitaine d'état-major de l'armée pontificale, et Isabelle (1853-1919), qui épousa en premières noces le comte Aymar de Dampierre.
Biografia Famiglia De La Moriciére I
En 1873, Anicet Marie Aymar, comte de Dampierre, fils du marquis Elie, épousa Marie-Isabelle, la plus jeune fille du général de Lamoricière.
La famille de Juchault de Lamoricière et des Jamonières, originaire du comté de Nantes, aurait pour auteur René Juchault, notaire royal au XVIe siècle, dont la postérité se divisa en deux branches. L'aînée dite des Blottereaux s'éteignit au XVIIIe siècle. La cadette eut pour auteur Claude Juchault, seigneur du Perron, secrétaire en la Chambre des comptes de Bretagne, et dont le fils Christophe Juchault, seigneur de Lorme, maître en la Chambre des comptes de Bretagne, fut maintenu dans sa noblesse en 1669. Le mariage du fils de Christophe, lui aussi prénommé Christophe Juchault, seigneur de Lorme, avec Geneviève-Marquise-Prudence Bouhier de La Verrie, en 1703, fit entrer dans la famille Juchault les seigneuries de Lamoricière, des Jamonnières et du Piépain. De cette union naquirent deux fils. Le cadet, Louis Marie Juchault, seigneur des Jamonnières fut l'auteur de la branche des Juchault de Jamonières. L'aîné, Christophe Prudent Juchault (1729-1792), seigneur de Lamoricière et de Monceaux, épousa Marie-Félicité du Chaffault. Lorsqu'éclata la Révolution, Christophe-Prudent Juchault servait dans les mousquetaires du roi. Son corps dispersé, il rejoignit l'armée de Condé avec ses deux fils. Il mourut en 1792, ainsi que son fils aîné. Le cadet, Christophe-Sylvestre-Joachim, passa en Angleterre, à Jersey, débarqua à Granville, rentra en Anjou puis alla rejoindre l'armée de Charette. Ses biens étant placés sous séquestre, Sylvestre de Lamoricière ne possédait plus que la chapelle du Chaffault, à Saint-Philbert-de-Grandlieu.
Après la pacification de la Vendée, Sylvestre de Lamoricière (1774-1821) épousa Louise-Sophie-Désirée Robineau de Bougon et put ainsi racheter sa terre de Lamoricière. Ils eurent trois enfants : Christophe-Louis-Léon, le futur général, une fille qui ne vécut pas longtemps, et un deuxième fils, Joseph, surnommé Josi, qui fut secrétaire d'ambassade au Mexique et qui mourut de la fièvre jaune, en 1838, à bord d'un vaisseau de la flotte française qui bloquait la Vera-Cruz.
Christophe-Louis-Léon Juchault de Lamoricière naquit à Nantes, le 5 février 1806. Après des études au collège de Nantes, il monta à Paris pour préparer l'Ecole polytechnique, car il voulait, comme ses oncles maternels, devenir officier du génie. A la pension Lecomte, il se lia avec Gustave d'Eichtall, qui lui donna comme répétiteur Auguste Comte, et Kergorlay, qui le mit en relation avec Alexis de Tocqueville. Admis en 1824 à l'Ecole polytechnique, élève sous-lieutenant à l'école d'application de l'artillerie et du génie de Metz en 1826, Léon Juchault de Lamoricière fut promu lieutenant en second au 3e régiment du génie, le 31 janvier 1829. Officier d'état-major de cette arme, il fut attaché à la division du général duc des Cars grâce au père de son ami de Kergorlay, pair de France, et il débarqua le 14 juin 1830 à Sidi-Ferruch avec le corps expéditionnaire du maréchal Bourmont. Ce fut lui qui planta le drapeau français sur la Casbah d'Alger. Sympathisant saint-simonien, Lamoricière se passionna pour les hommes et les coutumes de l'Algérie et apprit l'arabe. Ses qualités le firent remarquer du commandement. Ainsi, lorsque Bourmont puis Clauzel mirent sur pied des troupes auxiliaires indigènes recrutées parmi les tribus berbères Zouawa de Kabylie, au début de 1831, Léon de Lamoricière fut affecté au 2e bataillon des zouaves, dont il devint peu à peu le grand spécialiste. Capitaine le 1er novembre 1830, chef de bataillon le 2 novembre 1833 et lieutenant-colonel commandant l'ensemble du corps des zouaves le 31 décembre 1835, il fit de cette troupe un corps d'élite. C'est de Lamoricière que les zouaves reçurent leur costume définitif : une molletière de cuir, une grande ceinture de laine rouge et une chechia ou bonnet rouge à gland bleu.
A la fin de 1833, en raison de la connaissance qu'il avait acquise des différents dialectes arabes, Lamoricière fut nommé directeur du premier " bureau arabe ", créé par le général Avizard pour traiter toutes les affaires indigènes, observer journellement la situation du pays et s'inquiéter des besoins de la population. La confiance avec laquelle Lamoricière se présentait au milieu des Arabes, une simple canne à la main, gagna peu à peu les tribus voisines, et comme il appuyait parfois ses raisons de coups de canne, on ne le connut plus que sous le nom de " Bou-Arona " (père du bâton). Chargé de reconnaître Bougie, Lamoricière monta lui-même à l'assaut de la place, en septembre-octobre 1833, et il fut promu colonel à la suite du siège de Constantine, où il s'était distingué et avait été blessé par l'explosion d'une mine, en octobre-novembre 1837. Rappelé à Paris en 1839, renvoyé en Afrique en 1840, Lamoricière prit part au combat de Mouzaïa, en mai, et fut promu maréchal de camp, le 21 juin. Mis à la tête de la division d'Oran alors que Cavaignac lui succédait à la tête du corps des zouaves, il mérita par son courage dans l'expédition de Mascara un éloge particulier du maréchal Bugeaud (5 juin 1841) pour ses talents d'administrateur et sa bravoure militaire. Habile à la guerre de surprises, il ravitailla Mascara malgré les troupes d'Abd-el-Kader et il obligea la tribu des Flittas à se soumettre, ce qui lui valut d'être nommé lieutenant général, le 9 avril 1843. Le 30 mai 1844, il repoussa une importante attaque contre le camp de Lalla-Maghnia menée par les Marocains dont Abd-el-Kader avait obtenu le soutien, et il fut fait commandeur de la Légion d'Honneur. Le 14 août 1845, il contribua, pour une large part, à la victoire d'Isly contre les Marocains. En novembre 1845, il reçut de Bugeaud, qui se rendait en France, le commandement intérimaire de l'Algérie. La colonisation de l'Algérie rencontrait alors à la Chambre une vive opposition. Lamoricière qui avait de son côté des idées personnelles sur le système de colonisation, résolut de les porter à la tribune, et dans ce but, se présenta aux élections générales du 12 août 1846, dans le premier arrondissement de Paris, comme candidat de l'opposition modérée ; mais il échoua avec 493 voix contre 750 à Casimir Périer. Il se représenta le 10 octobre 1846 dans le 4e collège de la Sarthe (Saint-Calais) qui avait à pourvoir au remplacement de Gustave de Bourmont. Il fut élu cette fois par 207 voix sur 369 votants et 408 inscrits, parla à la Chambre de l'organisation de l'Algérie et de l'avancement des officiers nommés à des fonctions spéciales. Il ne tarda pas à retourner en Afrique. Le 23 octobre 1847, quatre ans après la prise de la smala d'Abd-el-Kader, Lamoricière reçut l'épée de l'émir, au nom du duc d'Aumale, pour un temps gouverneur de l'Algérie.
La révolution de 1848 accéléra la carrière politique de Lamoricière. Fait grand officier de la Légion d'Honneur le 14 janvier 1848, il fut compris dans la combinaison ministérielle Odilon Barrot-Thiers proposée in extremis par Louis-Philippe pour apaiser le mécontentement populaire (24 février). Ce fut lui qui, en uniforme de la garde nationale dont il venait de recevoir le commandement, fut chargé d'annoncer aux insurgés la constitution du nouveau ministère. Mais à la première barricade, on refusa de l'écouter et de le laisser passer. Après l'abdication, il voulut encore annoncer aux insurgés la régence de la duchesse d'Orléans. Son cheval tomba, frappé de balles, et lui-même fut blessé d'un coup de baïonnette. Lamoricière adhéra au gouvernement provisoire mais refusa le portefeuille de la Guerre qui lui était proposé. Elu le 23 avril député de la Sarthe à l'Assemblée constituante, il siégea parmi les partisans de Cavaignac et fit partie du comité de la Guerre. Cavaignac, chargé par la commission pour le pouvoir exécutif de rétablir l'ordre, le plaça avec le général Bedeau à la tête des 23 000 soldats et des 12 000 gardes mobiles rassemblés pour faire face aux émeutes des 23, 24 et 25 juin. Le 28, Cavaignac rendit ses pleins pouvoirs. La commission pour le pouvoir exécutif céda la place à un Président du Conseil élu par les députés, mais libre de choisir ses ministres. Président du Conseil, Cavaignac confia le ministère de la Guerre à Lamoricière, le 28 juin. Celui-ci put alors faire prévaloir ses idées sur l'Algérie. Il fit voter un crédit de 50 millions pour la création de colonies agricoles, en opposition avec les colonies militaires jusqu'en ici en faveur, créa une commission de révision de la législation dans la colonie, fit payer les indemnités dues depuis le début de la conquête aux indigènes pour les expropriations, fit mettre en place des municipalités, créa des préfectures et fit prévaloir le régime civil.
Ayant pris position contre la candidature du prince Louis-Napoléon à la présidence de la République, Lamoricière dut quitter son ministère dès le 20 décembre. Il retrouva son siège de député de la Sarthe aux élections générales du 13 mai 1849 et se vit confier une mission extraordinaire en Russie auprès du tsar, qui appuyait alors l'Autriche en guerre contre la Hongrie révoltée. Mais la chute du ministère Odilon Barrot lui fit donner sa démission d'envoyé à Saint-Pétersbourg et le général revint siéger à l'Assemblée. Arrêté dans la nuit du 2 décembre 1851, Lamoricière fut incarcéré à Mazas, puis à Ham, et en vertu du décret du 9 janvier 1852, il fut banni et conduit à Cologne. Il refusa en termes très vifs, par une lettre publiée dans la presse (mai), le serment réclamé par le nouveau gouvernement aux officiers qui voulaient rester en activité, et il résida successivement à Bruxelles, Coblence, Mayence, Wiesbaden et Ems. Il avait déjà perdu sa fille aînée en février 1850 ; il fut autorisé à revenir en France après la mort de son fils cadet, Michel, en 1857.
Resté en France, Lamoricière accueillit, en 1860, les ouvertures de son cousin, Monseigneur Xavier de Mérode, ministre des armées du gouvernement pontifical, qui avait persuadé le pape Pie IX de lui offrir le commandement en chef des armées pontificales. Après avoir demandé et obtenu l'autorisation de Napoléon III, le général prit possession de son commandement (8 avril 1860), se trouva en lutte avec le cardinal Antonelli et parvint à rassembler une armée de 16 000 hommes, constituée en majorité de volontaires français et belges qui servirent dans les " zouaves pontificaux ". Mais il se fit battre par l'armée piémontaise à Castelfidardo (18 septembre 1860) et à Mentana (3 novembre 1860). Assiégé dans Ancône, il dut capituler devant l'amiral Persano et fut laissé en liberté à condition de ne pas porter les armes contre les troupes piémontaises pendant un certain temps. De retour à Rome, il s'occupa encore de réformes militaires et publia un rapport qui mettait à nu le désordre administratif du gouvernement pontifical. Le général de Lamoricière se retira alors dans son château de Prouzel, près d'Amiens (Somme), où il mourut le 11 septembre 1865. Lamoricière fut inhumé dans la chapelle de famille, à Saint-Philbert-de-Grandlieu. Après la prise de Rome en 1870, les zouaves pontificaux français passèrent au service de la France.
Dès 1866, une souscription fut lancée à l'initiative du général Changarnier pour faire édifier un tombeau à la gloire de Lamoricière dans la cathédrale Saint-Pierre de Nantes. Ce monument - un cénotaphe en réalité - fut élevé en 1879 dans le transept nord. Conçu Voir le tableau généalogique numéro 8 (famille Juchault de Lamoricière)
En 1873, Anicet Marie Aymar, comte de Dampierre, fils du marquis Elie, épousa Marie-Isabelle, la plus jeune fille du général de Lamoricière.
La famille de Juchault de Lamoricière et des Jamonières, originaire du comté de Nantes, aurait pour auteur René Juchault, notaire royal au XVIe siècle, dont la postérité se divisa en deux branches. L'aînée dite des Blottereaux s'éteignit au XVIIIe siècle. La cadette eut pour auteur Claude Juchault, seigneur du Perron, secrétaire en la Chambre des comptes de Bretagne, et dont le fils Christophe Juchault, seigneur de Lorme, maître en la Chambre des comptes de Bretagne, fut maintenu dans sa noblesse en 1669. Le mariage du fils de Christophe, lui aussi prénommé Christophe Juchault, seigneur de Lorme, avec Geneviève-Marquise-Prudence Bouhier de La Verrie, en 1703, fit entrer dans la famille Juchault les seigneuries de Lamoricière, des Jamonnières et du Piépain. De cette union naquirent deux fils. Le cadet, Louis Marie Juchault, seigneur des Jamonnières fut l'auteur de la branche des Juchault de Jamonières. L'aîné, Christophe Prudent Juchault (1729-1792), seigneur de Lamoricière et de Monceaux, épousa Marie-Félicité du Chaffault. Lorsqu'éclata la Révolution, Christophe-Prudent Juchault servait dans les mousquetaires du roi. Son corps dispersé, il rejoignit l'armée de Condé avec ses deux fils. Il mourut en 1792, ainsi que son fils aîné. Le cadet, Christophe-Sylvestre-Joachim, passa en Angleterre, à Jersey, débarqua à Granville, rentra en Anjou puis alla rejoindre l'armée de Charette. Ses biens étant placés sous séquestre, Sylvestre de Lamoricière ne possédait plus que la chapelle du Chaffault, à Saint-Philbert-de-Grandlieu.
Après la pacification de la Vendée, Sylvestre de Lamoricière (1774-1821) épousa Louise-Sophie-Désirée Robineau de Bougon et put ainsi racheter sa terre de Lamoricière. Ils eurent trois enfants : Christophe-Louis-Léon, le futur général, une fille qui ne vécut pas longtemps, et un deuxième fils, Joseph, surnommé Josi, qui fut secrétaire d'ambassade au Mexique et qui mourut de la fièvre jaune, en 1838, à bord d'un vaisseau de la flotte française qui bloquait la Vera-Cruz.
(Fine prima parte)
La famille de Juchault de Lamoricière et des Jamonières, originaire du comté de Nantes, aurait pour auteur René Juchault, notaire royal au XVIe siècle, dont la postérité se divisa en deux branches. L'aînée dite des Blottereaux s'éteignit au XVIIIe siècle. La cadette eut pour auteur Claude Juchault, seigneur du Perron, secrétaire en la Chambre des comptes de Bretagne, et dont le fils Christophe Juchault, seigneur de Lorme, maître en la Chambre des comptes de Bretagne, fut maintenu dans sa noblesse en 1669. Le mariage du fils de Christophe, lui aussi prénommé Christophe Juchault, seigneur de Lorme, avec Geneviève-Marquise-Prudence Bouhier de La Verrie, en 1703, fit entrer dans la famille Juchault les seigneuries de Lamoricière, des Jamonnières et du Piépain. De cette union naquirent deux fils. Le cadet, Louis Marie Juchault, seigneur des Jamonnières fut l'auteur de la branche des Juchault de Jamonières. L'aîné, Christophe Prudent Juchault (1729-1792), seigneur de Lamoricière et de Monceaux, épousa Marie-Félicité du Chaffault. Lorsqu'éclata la Révolution, Christophe-Prudent Juchault servait dans les mousquetaires du roi. Son corps dispersé, il rejoignit l'armée de Condé avec ses deux fils. Il mourut en 1792, ainsi que son fils aîné. Le cadet, Christophe-Sylvestre-Joachim, passa en Angleterre, à Jersey, débarqua à Granville, rentra en Anjou puis alla rejoindre l'armée de Charette. Ses biens étant placés sous séquestre, Sylvestre de Lamoricière ne possédait plus que la chapelle du Chaffault, à Saint-Philbert-de-Grandlieu.
Après la pacification de la Vendée, Sylvestre de Lamoricière (1774-1821) épousa Louise-Sophie-Désirée Robineau de Bougon et put ainsi racheter sa terre de Lamoricière. Ils eurent trois enfants : Christophe-Louis-Léon, le futur général, une fille qui ne vécut pas longtemps, et un deuxième fils, Joseph, surnommé Josi, qui fut secrétaire d'ambassade au Mexique et qui mourut de la fièvre jaune, en 1838, à bord d'un vaisseau de la flotte française qui bloquait la Vera-Cruz.
Christophe-Louis-Léon Juchault de Lamoricière naquit à Nantes, le 5 février 1806. Après des études au collège de Nantes, il monta à Paris pour préparer l'Ecole polytechnique, car il voulait, comme ses oncles maternels, devenir officier du génie. A la pension Lecomte, il se lia avec Gustave d'Eichtall, qui lui donna comme répétiteur Auguste Comte, et Kergorlay, qui le mit en relation avec Alexis de Tocqueville. Admis en 1824 à l'Ecole polytechnique, élève sous-lieutenant à l'école d'application de l'artillerie et du génie de Metz en 1826, Léon Juchault de Lamoricière fut promu lieutenant en second au 3e régiment du génie, le 31 janvier 1829. Officier d'état-major de cette arme, il fut attaché à la division du général duc des Cars grâce au père de son ami de Kergorlay, pair de France, et il débarqua le 14 juin 1830 à Sidi-Ferruch avec le corps expéditionnaire du maréchal Bourmont. Ce fut lui qui planta le drapeau français sur la Casbah d'Alger. Sympathisant saint-simonien, Lamoricière se passionna pour les hommes et les coutumes de l'Algérie et apprit l'arabe. Ses qualités le firent remarquer du commandement. Ainsi, lorsque Bourmont puis Clauzel mirent sur pied des troupes auxiliaires indigènes recrutées parmi les tribus berbères Zouawa de Kabylie, au début de 1831, Léon de Lamoricière fut affecté au 2e bataillon des zouaves, dont il devint peu à peu le grand spécialiste. Capitaine le 1er novembre 1830, chef de bataillon le 2 novembre 1833 et lieutenant-colonel commandant l'ensemble du corps des zouaves le 31 décembre 1835, il fit de cette troupe un corps d'élite. C'est de Lamoricière que les zouaves reçurent leur costume définitif : une molletière de cuir, une grande ceinture de laine rouge et une chechia ou bonnet rouge à gland bleu.
A la fin de 1833, en raison de la connaissance qu'il avait acquise des différents dialectes arabes, Lamoricière fut nommé directeur du premier " bureau arabe ", créé par le général Avizard pour traiter toutes les affaires indigènes, observer journellement la situation du pays et s'inquiéter des besoins de la population. La confiance avec laquelle Lamoricière se présentait au milieu des Arabes, une simple canne à la main, gagna peu à peu les tribus voisines, et comme il appuyait parfois ses raisons de coups de canne, on ne le connut plus que sous le nom de " Bou-Arona " (père du bâton). Chargé de reconnaître Bougie, Lamoricière monta lui-même à l'assaut de la place, en septembre-octobre 1833, et il fut promu colonel à la suite du siège de Constantine, où il s'était distingué et avait été blessé par l'explosion d'une mine, en octobre-novembre 1837. Rappelé à Paris en 1839, renvoyé en Afrique en 1840, Lamoricière prit part au combat de Mouzaïa, en mai, et fut promu maréchal de camp, le 21 juin. Mis à la tête de la division d'Oran alors que Cavaignac lui succédait à la tête du corps des zouaves, il mérita par son courage dans l'expédition de Mascara un éloge particulier du maréchal Bugeaud (5 juin 1841) pour ses talents d'administrateur et sa bravoure militaire. Habile à la guerre de surprises, il ravitailla Mascara malgré les troupes d'Abd-el-Kader et il obligea la tribu des Flittas à se soumettre, ce qui lui valut d'être nommé lieutenant général, le 9 avril 1843. Le 30 mai 1844, il repoussa une importante attaque contre le camp de Lalla-Maghnia menée par les Marocains dont Abd-el-Kader avait obtenu le soutien, et il fut fait commandeur de la Légion d'Honneur. Le 14 août 1845, il contribua, pour une large part, à la victoire d'Isly contre les Marocains. En novembre 1845, il reçut de Bugeaud, qui se rendait en France, le commandement intérimaire de l'Algérie. La colonisation de l'Algérie rencontrait alors à la Chambre une vive opposition. Lamoricière qui avait de son côté des idées personnelles sur le système de colonisation, résolut de les porter à la tribune, et dans ce but, se présenta aux élections générales du 12 août 1846, dans le premier arrondissement de Paris, comme candidat de l'opposition modérée ; mais il échoua avec 493 voix contre 750 à Casimir Périer. Il se représenta le 10 octobre 1846 dans le 4e collège de la Sarthe (Saint-Calais) qui avait à pourvoir au remplacement de Gustave de Bourmont. Il fut élu cette fois par 207 voix sur 369 votants et 408 inscrits, parla à la Chambre de l'organisation de l'Algérie et de l'avancement des officiers nommés à des fonctions spéciales. Il ne tarda pas à retourner en Afrique. Le 23 octobre 1847, quatre ans après la prise de la smala d'Abd-el-Kader, Lamoricière reçut l'épée de l'émir, au nom du duc d'Aumale, pour un temps gouverneur de l'Algérie.
La révolution de 1848 accéléra la carrière politique de Lamoricière. Fait grand officier de la Légion d'Honneur le 14 janvier 1848, il fut compris dans la combinaison ministérielle Odilon Barrot-Thiers proposée in extremis par Louis-Philippe pour apaiser le mécontentement populaire (24 février). Ce fut lui qui, en uniforme de la garde nationale dont il venait de recevoir le commandement, fut chargé d'annoncer aux insurgés la constitution du nouveau ministère. Mais à la première barricade, on refusa de l'écouter et de le laisser passer. Après l'abdication, il voulut encore annoncer aux insurgés la régence de la duchesse d'Orléans. Son cheval tomba, frappé de balles, et lui-même fut blessé d'un coup de baïonnette. Lamoricière adhéra au gouvernement provisoire mais refusa le portefeuille de la Guerre qui lui était proposé. Elu le 23 avril député de la Sarthe à l'Assemblée constituante, il siégea parmi les partisans de Cavaignac et fit partie du comité de la Guerre. Cavaignac, chargé par la commission pour le pouvoir exécutif de rétablir l'ordre, le plaça avec le général Bedeau à la tête des 23 000 soldats et des 12 000 gardes mobiles rassemblés pour faire face aux émeutes des 23, 24 et 25 juin. Le 28, Cavaignac rendit ses pleins pouvoirs. La commission pour le pouvoir exécutif céda la place à un Président du Conseil élu par les députés, mais libre de choisir ses ministres. Président du Conseil, Cavaignac confia le ministère de la Guerre à Lamoricière, le 28 juin. Celui-ci put alors faire prévaloir ses idées sur l'Algérie. Il fit voter un crédit de 50 millions pour la création de colonies agricoles, en opposition avec les colonies militaires jusqu'en ici en faveur, créa une commission de révision de la législation dans la colonie, fit payer les indemnités dues depuis le début de la conquête aux indigènes pour les expropriations, fit mettre en place des municipalités, créa des préfectures et fit prévaloir le régime civil.
Ayant pris position contre la candidature du prince Louis-Napoléon à la présidence de la République, Lamoricière dut quitter son ministère dès le 20 décembre. Il retrouva son siège de député de la Sarthe aux élections générales du 13 mai 1849 et se vit confier une mission extraordinaire en Russie auprès du tsar, qui appuyait alors l'Autriche en guerre contre la Hongrie révoltée. Mais la chute du ministère Odilon Barrot lui fit donner sa démission d'envoyé à Saint-Pétersbourg et le général revint siéger à l'Assemblée. Arrêté dans la nuit du 2 décembre 1851, Lamoricière fut incarcéré à Mazas, puis à Ham, et en vertu du décret du 9 janvier 1852, il fut banni et conduit à Cologne. Il refusa en termes très vifs, par une lettre publiée dans la presse (mai), le serment réclamé par le nouveau gouvernement aux officiers qui voulaient rester en activité, et il résida successivement à Bruxelles, Coblence, Mayence, Wiesbaden et Ems. Il avait déjà perdu sa fille aînée en février 1850 ; il fut autorisé à revenir en France après la mort de son fils cadet, Michel, en 1857.
Resté en France, Lamoricière accueillit, en 1860, les ouvertures de son cousin, Monseigneur Xavier de Mérode, ministre des armées du gouvernement pontifical, qui avait persuadé le pape Pie IX de lui offrir le commandement en chef des armées pontificales. Après avoir demandé et obtenu l'autorisation de Napoléon III, le général prit possession de son commandement (8 avril 1860), se trouva en lutte avec le cardinal Antonelli et parvint à rassembler une armée de 16 000 hommes, constituée en majorité de volontaires français et belges qui servirent dans les " zouaves pontificaux ". Mais il se fit battre par l'armée piémontaise à Castelfidardo (18 septembre 1860) et à Mentana (3 novembre 1860). Assiégé dans Ancône, il dut capituler devant l'amiral Persano et fut laissé en liberté à condition de ne pas porter les armes contre les troupes piémontaises pendant un certain temps. De retour à Rome, il s'occupa encore de réformes militaires et publia un rapport qui mettait à nu le désordre administratif du gouvernement pontifical. Le général de Lamoricière se retira alors dans son château de Prouzel, près d'Amiens (Somme), où il mourut le 11 septembre 1865. Lamoricière fut inhumé dans la chapelle de famille, à Saint-Philbert-de-Grandlieu. Après la prise de Rome en 1870, les zouaves pontificaux français passèrent au service de la France.
Dès 1866, une souscription fut lancée à l'initiative du général Changarnier pour faire édifier un tombeau à la gloire de Lamoricière dans la cathédrale Saint-Pierre de Nantes. Ce monument - un cénotaphe en réalité - fut élevé en 1879 dans le transept nord. Conçu Voir le tableau généalogique numéro 8 (famille Juchault de Lamoricière)
En 1873, Anicet Marie Aymar, comte de Dampierre, fils du marquis Elie, épousa Marie-Isabelle, la plus jeune fille du général de Lamoricière.
La famille de Juchault de Lamoricière et des Jamonières, originaire du comté de Nantes, aurait pour auteur René Juchault, notaire royal au XVIe siècle, dont la postérité se divisa en deux branches. L'aînée dite des Blottereaux s'éteignit au XVIIIe siècle. La cadette eut pour auteur Claude Juchault, seigneur du Perron, secrétaire en la Chambre des comptes de Bretagne, et dont le fils Christophe Juchault, seigneur de Lorme, maître en la Chambre des comptes de Bretagne, fut maintenu dans sa noblesse en 1669. Le mariage du fils de Christophe, lui aussi prénommé Christophe Juchault, seigneur de Lorme, avec Geneviève-Marquise-Prudence Bouhier de La Verrie, en 1703, fit entrer dans la famille Juchault les seigneuries de Lamoricière, des Jamonnières et du Piépain. De cette union naquirent deux fils. Le cadet, Louis Marie Juchault, seigneur des Jamonnières fut l'auteur de la branche des Juchault de Jamonières. L'aîné, Christophe Prudent Juchault (1729-1792), seigneur de Lamoricière et de Monceaux, épousa Marie-Félicité du Chaffault. Lorsqu'éclata la Révolution, Christophe-Prudent Juchault servait dans les mousquetaires du roi. Son corps dispersé, il rejoignit l'armée de Condé avec ses deux fils. Il mourut en 1792, ainsi que son fils aîné. Le cadet, Christophe-Sylvestre-Joachim, passa en Angleterre, à Jersey, débarqua à Granville, rentra en Anjou puis alla rejoindre l'armée de Charette. Ses biens étant placés sous séquestre, Sylvestre de Lamoricière ne possédait plus que la chapelle du Chaffault, à Saint-Philbert-de-Grandlieu.
Après la pacification de la Vendée, Sylvestre de Lamoricière (1774-1821) épousa Louise-Sophie-Désirée Robineau de Bougon et put ainsi racheter sa terre de Lamoricière. Ils eurent trois enfants : Christophe-Louis-Léon, le futur général, une fille qui ne vécut pas longtemps, et un deuxième fils, Joseph, surnommé Josi, qui fut secrétaire d'ambassade au Mexique et qui mourut de la fièvre jaune, en 1838, à bord d'un vaisseau de la flotte française qui bloquait la Vera-Cruz.
(Fine prima parte)
sabato 8 gennaio 2011
Bibliografia Ragionata anno 1860 e precedenti 1
Anni Precedenti il 1860
Bouillet M.N., Dictionnaire universel d’histoire et de geographie, Paris, Librairie de l. Haschette et C., 1851Ministero dell’Interno, Circolare 66021 del 14 novembre 1857, Statistica numerativa delle popolazioni dello Stato Pontificio alla fine del 1853 col Dipartimento territoriale, modificato secondo i cambiamenti cui è andato soggetto dopo il 1833, Roma, nella Tipografia della reverenda amera Apostolica, 1857
1860
(Anonimo), Matricole du Battalion des Tiralleurs Franco-Belges. Arméè pontificale. 1860. Pubblication de l’Avant-Garde, Lille, Lrel, s.d.
==,==, (Anonimo), Vita del Generale de La Moriciére, Firenze, 1860
==,==,” Proclamazione dello Stato d’Assedio nella città e nella provincia di Ancona” in ”Il Piceno”, Ancona, mercoledì 7 settembre 1860, n° 72 1860
==,==, “Dispaccio da Roma. Tenore del dispaccio.14 settembre 1860” in ”Il Piceno”, Ancona, sabato 15 settembre 1860, n° 73 1860
==,==, “Notificazione agli Anconetani” in ”Il Piceno”, Ancona, sabato 22 settembre 1860, n° 74 1860
==,==, “Il Combattimento di Loreto” in ”Il Piceno”, Ancona, sabato 22 settembre 1860, n° 75 1860
==,== “Notizie Diverse. Notizie del Mattino” in “Il Giornale di Roma”, Marted’ 25 settembre 1860, anno 1860, n. 220, 1860
==,== “Notizie Diverse” in “Il Giornale di Roma”, Venerdì 28 settembre 1860, anno 1860, n. 223, 1860
==,== “Notizie Diverse” in “Il Giornale di Roma”, Lunedì 1 Ottobre, anno 1860, n. 224, 1860
==,== “Notizie Diverse” in “Il Giornale di Roma”, Mercoledì 3 ottobre 1860, anno 1860, n. 226, 1860
==,== “Notizie Diverse” in “Il Giornale di Roma”, Giovedì 4 ottobre 1860, anno 1860, n. 227, 1860
==,==, Gli avvenimenti d’Italia del 1860,Venezia, Cecchetti, 1860
==,==, Descrizione dell’assedio del Forte di san Leo sostenuto per parte dei volontari del Montefeltro. Documenti relativi all’assedio, Torino, Tip. Arpinati, 1860.
Almanacco Romano per l’anno 1859. Raccolta dei Primari Dignitari e Funzionari della Città di Roma, Anno Quinto, Roma, Tipografia Siniberghi, 1860
==,==, Relazione anonima sullo svolgimento della battaglia di Castelfidardo del 18 settembre 1860 (Manoscritto coevo), Macerata, Museo del Risorgimento di Macerata, n. 579, 1860
Boggio P.C., Storia politico-militare della guerra d’indipendenza italiana 1859-1860, Torino, 1860-1870
Bonanni G., Lettera all’egregio e colto giovine Signor Pietro Brunomonti, Bevagna Foligno,24 settembre 1860. in Miscellanea, Museo del Risorgimento di Castelfidardo, Pos. C. 4, Intercalare n. 1, 1860
C***, La Campagna di guerra nell’Umbria e nelle Marche. Narrazione Militare I, in Rivista Militare Italiana, Tipografia Editrice G. Cassone e Comp., Torino Volume II Anno V, Novembre, 1860
C***, La Campagna di guerra nell’Umbria e nelle Marche. Narrazione Militare. Notizie intorno agli Eserciti Belligeranti II, in Rivista Militare Italiana, Tipografia Editrice G. Cassone e Comp., Torino Volume II Anno V, Dicembre, 1860
De La Moricière C., Rapport du Géneral de la Moriciére à Monsigneur De Mérode, Ministre des Armes de Sa Santità Pie IX sur les operations de l’armée pontificale contre l’incasion piémontaise dans les Marches et l’Ombrie, Paris, Charles Doumiol Libraire Editeur, 1860
De La Vausserie, Le Vicomte, La croisade d’Italie en 1860 – Histoire de l’arméé pontificale, Paris, Librairie de A. Josse, 1860
De Montlambert C., Il Generale De La Moriciére, Loreto, Archivio Storico della Santa Casa, 1860
Dupanloup F., Orazione funebre dei Volontari Cattolici dell’esercito Pontificio morti per la difesa della Santa Sede, Roma, Monadi, 1860
Fanti M., Relazione della Campagna di Guerra nell’Umbria e nelle Marche a Sua maestà il re Vittorio Emanuele II, Torino, Tipografia degli Ingegneri, 1860
Huzaar E., La Moricière et la contre-revolution, Paris, Imp. Beau, 1860
Laitreiche C., Journal des èvenements de Castelfidardo, Paris, 1860
Morozzo Della Rocca E., Relazione sulle operazioni del V Corpo d’Armata nella Campagna dell’Umbria e delle Marche a S.E. Il Generale Fanti, Comandante in Capo dell’Armata di Occupazione nell’Umbria e nelle Marche, Torino, Gazzetta Ufficiale del Regno N. 253, 1860
Venturini D., Notizie bibliografiche del generale De la Moriciére, Roma, Tipografia del "Vero Amico del Popolo" s.d (ma 1860)
Venturini D., Vita del Generale De La Moriciére comandante in capo delle truppe pontificie, Firenze, Tipografia Fioretti, 1860
Chi desidera ilueriori informaziioni è pregato di contattare la e mail ricerca23@libero.it oppure massimo.coltrinari@libero.it
lunedì 3 gennaio 2011
RELAZIONI E RAPPORTI
Riportiamo l’elenco delle relazioni e dei Rapporti che sono disponibili, e che via via pubblicheremo su questo blog, integrati dalla bibliografia ragionata per anno, relativi agli eventi del settembre 1860Relazioni
Relazione Fanti
Manfredo Fanti, Relazione sulla Campagna di Guerra nell'Umbria e nelle Marche – Settembre 1860, Torino, Tipografia Scolastica di Sebastiano Franco e figli, 1861
Relazione De La Moriciére
Cristofaro De La Moricière, Rapporto di S. E. il generale De La Moricière a S.E. il Ministro delle Armi intorno alle fazioni guerresche combattute dall’Esercito Pontificio nel settembre 1860, Roma, Tipografia Civiltà Cattolica, 1860
Rapporti
Rapporto Avenati.
Rapporto al Sig. Comandante generale la 4° Divisione attiva ( al campo Quadrivio di San Biagio), 22 settembre 1860. Il Comandante la Brigata Regina Colonnello Brigadiere Avenati. In Ufficio Storico dello Stato Maggiore, La Battaglia di Castelfidardo – 18 settembre 1860, Narrazione documentata con uno schizzo ed un piano, Roma, Tipo –Litografia del Genio Civile, 1903
Rapporto Barbavara
Rapporto al Sig. Comandante Generale il IV Corpo d’Armata, Castelfidardo. XXVI Battaglione Bersaglieri. Campo delle Crocette, 19 settembre 1860. Il Comandante il Battaglione cap. Barbavara, riprodotto in “De Pugna ad Castrum Ficardun , a cura di M. Moroni e M. Coltrinari, Camerino, Cassa Rurale e Artigiana “San Giuseppe” Camerano, 1991
Rapporto Bell
Rapporto del maggior Bell, comandante il 2° battaglione del 2° Reggimento Straniero sulla Battaglia di Castelfidardo del 18 settembre 1860, Roma 27 n novembre 1860 riprodotto in “De Pugna ad Castrum Ficardun , a cura di M. Moroni e M. Coltrinari, Camerino, Cassa Rurale e Artigiana “San Giuseppe” Camerano, 1991
Rapporto Bossolo
Rapporto al Sig. Comandante la Brigata Regina ( al Campo), lì 21 settembre 1860, 10° Reggimento Fanteria. Il Tenente Colonnello Bossolo riprodotto in “De Pugna ad Castrum Ficardun , a cura di M. Moroni e M. Coltrinari, Camerino, Cassa Rurale e Artigiana “San Giuseppe” Camerano, 1991
Rapporto Becdelièvre
Rapporto del colonnello dei Franco-Belgi, a Sua Eccellenza il Ministro delle Armi sulla Battaglia di Castelfidardo del 18 settembre 1860, Roma, Roma novembre 1860 riprodotto in “De Pugna ad Castrum Ficardun , a cura di M. Moroni e M. Coltrinari, Camerino, Cassa Rurale e Artigiana “San Giuseppe” Camerano, 1991
Rapporto Duranti
Rapporto al Sig. Comandante la Brigata Regina. 9° Reggimento fanteria. Dal campo al Quadrivio di San Biagio. Il Tenente Colonnello Comandante Stefano Duranti. In Ufficio Storico dello Stato Maggiore, La Battaglia di Castelfidardo – 18 settembre 1860, Narrazione documentata con uno schizzo ed un piano, Roma, Tipo –Litografia del Genio Civile, 1903
Rapporto Giorgi
Rapporto del comandante il 2° battaglione Cacciatori a S.E. il ministro de Merode.delComandante II Battaglione Cacciatori P. Giorgi, Roma 25 novembre 1860, in Ministero della Guerra Reale Corpo dello Stato Maggiore - Ufficio Storico, La Battaglia di Castelfidardo, Tip. del Genio, Roma, 1903.
Rapporto Jeannerat
Rapport à S.E. Rev. Mgr de Merode, ministre des Armes de S.S. sur le combat de Castelfidardo. Le comandant du bataillon des Carabiniers I. Jeannerat, riprodotto in “De Pugna ad Castrum Ficardun , a cura di M. Moroni e M. Coltrinari, Camerino, Cassa Rurale e Artigiana “San Giuseppe” Camerano, 1991
Rapporto Leotardi
Rapporto del gen. Leopardi. Dal Comandante la 7° Divisione al generale Cialdini, comandate il IV Corpo d’Armata, incaricato di custodire i prigionieri dopo Castelfidardo, riprodotto in “De Pugna ad Castrum Ficardun , a cura di M. Moroni e M. Coltrinari, Camerino, Cassa Rurale e Artigiana “San Giuseppe” Camerano, 1991
Rapporto Morlet
Rapport du caporal Morlet, fourrier à la 8a Compagnie du battaillo de carabiniers sur la conduite qu’il a tenue le 18 septembre 1860 à la bataille de Castelfidardo riprodotto in “De Pugna ad Castrum Ficardun , a cura di M. Moroni e M. Coltrinari, Camerino, Cassa Rurale e Artigiana “San Giuseppe” Camerano, 1991
Rapporto Sparagna
Rapporto del maggiore Ludovico Sparagna a monsignor de Merode sulla battaglia di Castelfidardo del 18 settembre 1860, tratto da De Colleville, Un crime du second empire, Paris, Juven, 1910
Rapporto Pes di Villamarina
Rapporto del generale Comandante la 4 divisione attiva Pes di Villamarina al Comandate il IV Corpo d’Armata (minuta), riprodotto in “De Pugna ad Castrum Ficardun , a cura di M. Moroni e M. Coltrinari, Camerino, Cassa Rurale e Artigiana “San Giuseppe” Camerano, 1991
domenica 2 gennaio 2011
Documenti 1
BOLLETTINO DELL’ARMATA PONTIFICIA
La sera del 17 settembre il corpo comandato dal generale De Lamoricière, e composto di cinque compagnie del 2° battaglione del 2° Reggimento Indigeno, del 1° Reggimento estero, del 2° battaglione del 2° Reggimento parimenti estero, di una compagnia battaglione S.Patrizio, dello squadrone delle Guide, di uno squadrone di gendarmeria, ed uno cavalleggeri, nonché di 10 pezzi d’artiglieria, comandati dal tenente colonnello Blumensthil, il tutto ammontante a circa 3500 uomini, occupava la città di Loreto nelle varie sue posizioni in attenzione dell’arrivo della brigata Pimodan, onde tentare il passaggio da Camerano in Ancona; e difatti giunta questa la sera del 17, e composta del 1° e 2° Cacciatori indigeni, 1° Carabinieri, battaglione tiragliatori, del 2° bersaglieri, batteria Stainer, due squadroni dei dragoni e relative ambulanze, formante in tutto circa 3050 uomini, si accampò circa due miglia fra Loreto ed il porto Recanati.
Al rapporto della sera il sig.generale De Lamoricière ordinava che per la dimani mattina, circa alle ore 10 antimeridiane, tutti i corpi fossero al loro posto per cominciare l’attacco, e con ordine che la brigata Pimodan prendesse l’iniziativa.
Occupava l’armata piemontese forte di circa 30000 uomini con l’estrema dritta Recanati, ed estendendosi pe rle alture di Castelfidardo de Osimo, teneva il suo centro al Monte delle Crocette, e l’estrema sinistra verso Camerano, occupando eziandio fortemente il contrafforte del Monte delle Crocette, come posto avanzato della linea.
Difatti appena la colonna Pimodan cominciava ad inoltrarsi lungo la riva destra del fiume Musone, l’avanguardia comandata dal tenente colonnello corbucci, e composta dei corpi 1° Carabinieri, 1° Cacciatori indigeni, battaglione bersaglieri, ed una sezione d’artiglieria, lo guadava vicino alla via detta della Banderuola; allorchè l’inimico spinse in avanti, dalla posizione pel contrafforte, un numero straordinario di bersaglieri onde contrastare il passo, mentre altra linea di bersaglieri sotto un burrone dalla parte destra prendeva di fiancole colonne marcianti. I corpi pontifici che marciavano, avevano all’estrema punta il 1° battaglione carabinieri, ed in sostegno di questi il 1° battaglione cacciatori, battaglione tiragliatori e due pezzi d’artiglieria; e giunti al guado destinato, i carabinieri si spiegarono ed aprirono il combattimento sotto la protezione del quale guidò l’intera colonna, e s’impegnò un combattimento generale che si spinse fino sotto al contrafforte, ricacciando l’inimico al di là della loro posizione, facendo anceh dei prigionieri. Per altro i nemici, protetti da una forte selva situata sul monte stesso alla loro sinistra, e da una seconda posizione più alta, e già fortificata in antecedenza, cominciarono a fulminare dalla loro posizione sulla perduta con mitraglie e granate, in modo non solo da rendere impossibile ogni ulteriore avanzamento, ma di mantenersi nella fatta conquista. Intanto la colonna De Lamoricière, giunta al defilato della via della Banderuola, e guadato il fiume, si pose in ordine serrato; ma tormentata ancor questa dai cannoni rigati dalla posizione piemontese fortificata, e veduta la difficoltà di sostenere la posizione conquistata dopo un’altra ora di vivissimo fuoco, ed accaduta la morte del generale Pimodan sulla posizione presa, il generale in capo ordinò la ritirata, la quale venne eseguita da tutti i corpi sotto il fuoco dell’artiglieria e fanteria nemica per circa due miglia: la maggior parte dei corpi rientrarono in Loreto, lasciando sul campo di battaglia moltissimi morti d’ogni grado, feriti e prigionieri, e tre pezzi d’artiglieria, che non si poterono trasportare per difetto del terreno e perdita dei cavalli. L’inimico ebbe egli ancora delle perdite considerevoli a sua confesione. Il generale in capo, seguito dallo squadrone di cavalleggeri, da due pezzi d’artiglieria, da una parte dei battaglioni Dupasquier e Belle, e da vari plotoni delle riserve d’ogni corpo, presa la via di Sirolo, tentò di dirigersi in Ancona; ma non potè raggiungere lo scopo che il solo generale in capo, seguito da pochi cavalleggeri e due pezzi d’artiglieria, mentre il resto della scorta rimase prigioniera di un corpo nemico appostato colà per l’oggetto.
I soldati, animati dai propri ufficiali, fecero fino all’estremo il loro dovere, e combatterono brillantemente, non curando le maggiori forze e le posizioni formidabili del nemico, e particolarmente i primi corpi che entrarono in combattimento; gareggairono tanto gli ufficiali che i soldati di coraggio e devozione, seguendo così l’esempio del generale Pimodan, che rimase ucciso sul campo.
Il battaglione Fuchman conservò l’ordine, protesse la ritiratam e pel suo forte contegno e valoroso combattere fece sì che il nemico non inseguì che con gran circospezione.
Recanati, 20 settembre 1860
mercoledì 29 dicembre 2010
lunedì 20 settembre 2010
E' uscito il volume:

278 pagine, è reperibile in tutte le librerie d'Italia.
Per ordini diretti, via e mail, : ordini@nuovacultura.it oppure
risorgimento23@libero.it
euro 20,00
Il volume riporta la prefazione del Sindaco di Ancona
Prof. Fiorello Gramillano
L'investimento e la presa di Ancona
La conclusione della campagna di annessione delle marche
20 settembre -8 ottobre 1860
di
Massimo Coltrinari

278 pagine, è reperibile in tutte le librerie d'Italia.
Per ordini diretti, via e mail, : ordini@nuovacultura.it oppure
risorgimento23@libero.it
euro 20,00
Il volume riporta la prefazione del Sindaco di Ancona
Prof. Fiorello Gramillano
mercoledì 21 luglio 2010
Città di Castelfidardo
Associazione Italia Nostra
CONVERSAZIONI IN GIARDINO
Mercoledì 28 luglio 2010 alle ore 21,15
Nei Giardini di Palazzo Mordini
Castelfidardo
Verrà presentato il volume
“Il Combattimento di Loreto detto di Castelfidardo”
di Massimo Coltrinari
Interverrano:
Eugenio Paoloni, Presidente Fondazione Ferretti
Gianluca Bonci, storico militare
Barbara Mascetra, Club Ufficiali Marchigiani
Massimo Morroni, storico
Il Quinto appuntamento delle “Conversazioni in Giardino”, (28 luglio ore 21.15 – cortile di palazzo Mordini a Castelfidardo), promosso come di consueto da Italia Nostra e dalla Fondazione Ferretti sarà dedicata alla ,presentazione del volume di Massimo Coltrinari “Il Combattimento di Loreto, detto di Castelfidardo”, Roma, Nuova Cultura, 2009
Con questa serata, il tema del Risorgimento italiano, che quest’anno in concomitanza con il 150° anniversario dell’Unità d’Italia, é il filo conduttore di tutti gli incontri, sarà affrontato, dopo i precedenti incontri in cui si è visto dal punto di vista delle opere liriche, del romanzo letterario e delle opere d’arte, dal punto di vista della ricostruzione storica scientifica ed oggettiva.
Superate ormai le versioni di orientamento, il volume, che già nel titolo appare originale ( qui basti dire che riporta la versione delle due parti contendenti: “i pontifici : il combattimento di Loreto, i sardi : di Castelfidardo) propone una ricostruzione dovuta alla lettura attenta delle fonti. Può sorprendere constatare che Castelfidardo è rimasta sostanzialmente estranea ai fatti del 18 settembre 1860, ma è una realtà. Oltre al Q.G. di Cialdini ( che peraltro durante i combattimenti era ad Osimo), al Q.G. di una Brigata ( gen. Casanova) non fu minimamente investita da eventi. Di pari Loreto subì una pesante occupazione di oltre 8500 soldati affamati ( Loreto aveva 1000 abitanti nel 1860) e poi corse il rischio di un bombardamento e di un assalto in forze, il 19 settembre.
Lo spirito con cui è stato scritto questo volume è quello che, messi da parte i localismi sterili, fermo quando è stato detto e scritto nel passato, si è voluto, da uomini liberi, vedere come esattamente sono andate le cose attraverso una applicazione rigorosa del metodo storico.
Massimo Coltrinari è docente di Dottrine Strategiche e Storia Militare all’Istituto Superiore di Stato Maggiore Interforze (Centro Alti Studi per la Difesa) e cultore della materia alla Cattedra di Geografia Politica ed Economica, Dipartimento di Teoria Economica, Facoltà di Scienza Politiche della Università La Sapienza, che,purtroppo, non sarà presente in quanto a Berlino per impegni urgenti e improvvisi.
Il volume sarà presentato da Massimo Morroni, storico che ha partecipato e collaborato con l’autore da oltre trent’anni, Gialunca Bonci, capitano nell’Esercito, storico militare, e Barbara Mascetra, capitano nella Guardia di Finanza e membro del Consiglio Direttivo del Club Ufficiali marchigiani, coordinati da Eugenio Paoloni.
Associazione Italia Nostra
CONVERSAZIONI IN GIARDINO
Mercoledì 28 luglio 2010 alle ore 21,15
Nei Giardini di Palazzo Mordini
Castelfidardo
Verrà presentato il volume
“Il Combattimento di Loreto detto di Castelfidardo”
di Massimo Coltrinari
Interverrano:
Eugenio Paoloni, Presidente Fondazione Ferretti
Gianluca Bonci, storico militare
Barbara Mascetra, Club Ufficiali Marchigiani
Massimo Morroni, storico
Il Quinto appuntamento delle “Conversazioni in Giardino”, (28 luglio ore 21.15 – cortile di palazzo Mordini a Castelfidardo), promosso come di consueto da Italia Nostra e dalla Fondazione Ferretti sarà dedicata alla ,presentazione del volume di Massimo Coltrinari “Il Combattimento di Loreto, detto di Castelfidardo”, Roma, Nuova Cultura, 2009
Con questa serata, il tema del Risorgimento italiano, che quest’anno in concomitanza con il 150° anniversario dell’Unità d’Italia, é il filo conduttore di tutti gli incontri, sarà affrontato, dopo i precedenti incontri in cui si è visto dal punto di vista delle opere liriche, del romanzo letterario e delle opere d’arte, dal punto di vista della ricostruzione storica scientifica ed oggettiva.
Superate ormai le versioni di orientamento, il volume, che già nel titolo appare originale ( qui basti dire che riporta la versione delle due parti contendenti: “i pontifici : il combattimento di Loreto, i sardi : di Castelfidardo) propone una ricostruzione dovuta alla lettura attenta delle fonti. Può sorprendere constatare che Castelfidardo è rimasta sostanzialmente estranea ai fatti del 18 settembre 1860, ma è una realtà. Oltre al Q.G. di Cialdini ( che peraltro durante i combattimenti era ad Osimo), al Q.G. di una Brigata ( gen. Casanova) non fu minimamente investita da eventi. Di pari Loreto subì una pesante occupazione di oltre 8500 soldati affamati ( Loreto aveva 1000 abitanti nel 1860) e poi corse il rischio di un bombardamento e di un assalto in forze, il 19 settembre.
Lo spirito con cui è stato scritto questo volume è quello che, messi da parte i localismi sterili, fermo quando è stato detto e scritto nel passato, si è voluto, da uomini liberi, vedere come esattamente sono andate le cose attraverso una applicazione rigorosa del metodo storico.
Massimo Coltrinari è docente di Dottrine Strategiche e Storia Militare all’Istituto Superiore di Stato Maggiore Interforze (Centro Alti Studi per la Difesa) e cultore della materia alla Cattedra di Geografia Politica ed Economica, Dipartimento di Teoria Economica, Facoltà di Scienza Politiche della Università La Sapienza, che,purtroppo, non sarà presente in quanto a Berlino per impegni urgenti e improvvisi.
Il volume sarà presentato da Massimo Morroni, storico che ha partecipato e collaborato con l’autore da oltre trent’anni, Gialunca Bonci, capitano nell’Esercito, storico militare, e Barbara Mascetra, capitano nella Guardia di Finanza e membro del Consiglio Direttivo del Club Ufficiali marchigiani, coordinati da Eugenio Paoloni.
Informazioni: Fondazione Ferretti, via della Battaglia, 52, 60022 Castelfidardo (AN)tel./fax 071780156,info@fondazioneferretti.org
Il Volume è disponibile in ogni libreria. Ad Ancona, presso Libreria Canonici, Corso Garibaldi 12,
Massimo Coltrinari “Il Combattimento di Loreto detto di Castelfidardo”Roma, Nuova Cultura, 2009, euro 21,00
ISBN9788861343795 Per ordini usare: ordini@nuovacultura.it; oppure. gennaroguerriero@nuovacultura.it
Il Volume è disponibile in ogni libreria. Ad Ancona, presso Libreria Canonici, Corso Garibaldi 12,
Massimo Coltrinari “Il Combattimento di Loreto detto di Castelfidardo”Roma, Nuova Cultura, 2009, euro 21,00
ISBN9788861343795 Per ordini usare: ordini@nuovacultura.it; oppure. gennaroguerriero@nuovacultura.it
martedì 6 luglio 2010
Conversazioni in Giardino
Per l’edizione 2010, le “Conversazioni in Giardino”, nota manifestazione culturale ideata da Italia Nostra e dalla Fondazione Ferretti, vestono i panni del tricolore italiano.
Assai nutrito il programma degli incontri messi a punto, per l’occasione, in collaborazione con il Comitato promotore delle celebrazioni per il 150° anniversario della Battaglia di Castelfidardo e dell’Unità d’Italia.L’atteso appuntamento dell’Estate castellana, si avvale, come di consueto, del patrocinio dell’assessorato alla Cultura del Comune di Castelfidardo e ripropone il felice connubio, già sperimentato nella passata edizione, con la civica scuola di musica “P.Soprani”.
Si comincerà mercoledì 7 luglio alle ore 21.15 presso il cortile di Palazzo Mordini, con “LA BATTAGLIA... MINUTO PER MINUTO ”, divertentissima radiocronaca della Battaglia di Castelfidardo del 18 settembre 1860, già portata al successo da Renzo Bislani ed altri conosciutissimi personaggi fidardensi per l’emittente radiofonica locale “Rc1” di Maurizio Casarola. Un gustoso revival, dunque, riproposto rigorosamente dal vivo dagli interpreti di allora, assolutamente da non mancare.
Mercoledì 14 luglio (ore 21.15- Palazzo Mordini, in caso di maltempo auditorium “Mario Binci”) si svolgerà il recital di canto e recitazione che funge da collante tra storia e cultura del periodo risorgimentale dal titolo “RISORGIMENTO TRA POLITICA E SENTIMENTO ”. Si esibiranno Isabella Conti, (mezzosoprano), Andrea Rocchetti (pianista) e Andrea Anconetani (voce recitante).Iniziativa curata della Civica Scuola di musica P. Soprani.
Mercoledì 21 luglio (ore 21.15- palazzo Mordini) il prof. Stefano Papetti terrà una conferenza supportata da proiezioni di immagini, sul tema: “LE GLORIE DELLA PATRIA , MONUMENTI E DIPINTI CELEBRATIVI DELLE MARCHE POSTUNITARIE ”
Lunedì 26 luglio, presso la Fondazione Ferretti, alle 21.15, l’attore e regista fidardense Carlo Bugiolacchi metterà in scena “CASTELFIDARDO 1860 ”, drammatizzazione del romanzo storico “Castelfidardo”. In questa occasione, si svolgerà la cerimonia di premiazione della quarta edizione del “Premio Roberto Ferretti”.
Mercoledì 28 luglio, si ritorna a Palazzo Mordini (ore 21.15) con la presentazione del libro “IL COMBATTIMENTO DI LORETO DETOT DI CASTELFIDARDO - 18 settembre 1860” dello storico Massimo Coltrinari.
Conclusione in musica con il bel canto. La civica scuola di musica “P. Soprani” e l’Accademia lirica “Mario Binci”, in collaborazione con Fondazione Ferretti e Italia Nostra, Venerdì 30 e in replica Sabato 31 Luglio, metteranno in scena “IL DON GIOVANNI - OSSIA IL DISSULUTO PUNITO ”.Gli artisti Isabella Conti (mezzo soprano) e Andrea Rocchetti (pianista collaboratore) saranno diretti nella regia curata da Andrea Anconetani. In caso di mal tempo la rappresentazione avrà luogo presso il Salone degli Stemmi della Civica Residenza. (Biglietto d’ingresso 5 €. Informazioni e prevendita: Pro Loco di Castelfidardo tel. 0717822987).Tutti gli altri appuntamenti in caso di maltempo si svolgeranno presso La “Sala Conferenze” del Comune di Castelfidardo in via Mazzini.
In allegato il programma completo.
--
Fondazione Ferrettivia della Battaglia, 5260022 Castelfidardo (AN)tel./fax 071780156info@fondazioneferretti.org
VISITA IL NOSTRO SITO www.fondazioneferretti.org
Assai nutrito il programma degli incontri messi a punto, per l’occasione, in collaborazione con il Comitato promotore delle celebrazioni per il 150° anniversario della Battaglia di Castelfidardo e dell’Unità d’Italia.L’atteso appuntamento dell’Estate castellana, si avvale, come di consueto, del patrocinio dell’assessorato alla Cultura del Comune di Castelfidardo e ripropone il felice connubio, già sperimentato nella passata edizione, con la civica scuola di musica “P.Soprani”.
Si comincerà mercoledì 7 luglio alle ore 21.15 presso il cortile di Palazzo Mordini, con “LA BATTAGLIA... MINUTO PER MINUTO ”, divertentissima radiocronaca della Battaglia di Castelfidardo del 18 settembre 1860, già portata al successo da Renzo Bislani ed altri conosciutissimi personaggi fidardensi per l’emittente radiofonica locale “Rc1” di Maurizio Casarola. Un gustoso revival, dunque, riproposto rigorosamente dal vivo dagli interpreti di allora, assolutamente da non mancare.
Mercoledì 14 luglio (ore 21.15- Palazzo Mordini, in caso di maltempo auditorium “Mario Binci”) si svolgerà il recital di canto e recitazione che funge da collante tra storia e cultura del periodo risorgimentale dal titolo “RISORGIMENTO TRA POLITICA E SENTIMENTO ”. Si esibiranno Isabella Conti, (mezzosoprano), Andrea Rocchetti (pianista) e Andrea Anconetani (voce recitante).Iniziativa curata della Civica Scuola di musica P. Soprani.
Mercoledì 21 luglio (ore 21.15- palazzo Mordini) il prof. Stefano Papetti terrà una conferenza supportata da proiezioni di immagini, sul tema: “LE GLORIE DELLA PATRIA , MONUMENTI E DIPINTI CELEBRATIVI DELLE MARCHE POSTUNITARIE ”
Lunedì 26 luglio, presso la Fondazione Ferretti, alle 21.15, l’attore e regista fidardense Carlo Bugiolacchi metterà in scena “CASTELFIDARDO 1860 ”, drammatizzazione del romanzo storico “Castelfidardo”. In questa occasione, si svolgerà la cerimonia di premiazione della quarta edizione del “Premio Roberto Ferretti”.
Mercoledì 28 luglio, si ritorna a Palazzo Mordini (ore 21.15) con la presentazione del libro “IL COMBATTIMENTO DI LORETO DETOT DI CASTELFIDARDO - 18 settembre 1860” dello storico Massimo Coltrinari.
Conclusione in musica con il bel canto. La civica scuola di musica “P. Soprani” e l’Accademia lirica “Mario Binci”, in collaborazione con Fondazione Ferretti e Italia Nostra, Venerdì 30 e in replica Sabato 31 Luglio, metteranno in scena “IL DON GIOVANNI - OSSIA IL DISSULUTO PUNITO ”.Gli artisti Isabella Conti (mezzo soprano) e Andrea Rocchetti (pianista collaboratore) saranno diretti nella regia curata da Andrea Anconetani. In caso di mal tempo la rappresentazione avrà luogo presso il Salone degli Stemmi della Civica Residenza. (Biglietto d’ingresso 5 €. Informazioni e prevendita: Pro Loco di Castelfidardo tel. 0717822987).Tutti gli altri appuntamenti in caso di maltempo si svolgeranno presso La “Sala Conferenze” del Comune di Castelfidardo in via Mazzini.
In allegato il programma completo.
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sabato 16 gennaio 2010
Ancona
Istituto Tecnico "A Volterra"
Una lezione “campale”
Nell’ambito dell’Area di Progetto, riguardante l’ipertesto sulla Battaglia di Castelfidardo, cinque mesi fa, esattamente il 19 Maggio, l’allora 4a Bo effettuò un’uscita, nelle regolari ore scolastiche, per meglio comprendere, con diretto contatto visivo, gli avvenimenti tanto importanti di 137 anni fa.
L’organizzazione del trasporto si rivelò subito difficoltosa, in quanto dovemmo affidarci alle auto dei compagni patentati e dei professori disponibili, rimanendo fino all’ultimo con i posti risicati; sarebbe stato infatti uno spreco noleggiare un pulman per pochi chilometri occupandone meno della metà.
La nostra prima tappa fu a Loreto, ove i papalini si accasermarono il giorno prima della battaglia. Lì incontrammo il dott. Massimo Coltrinari che ci avrebbe guidato per tutto il tragitto, con importanti informazioni sulla vicenda da noi studiata.
Per iniziare, ci comunicò che avremmo rispettato sia nei tempi che nei luoghi le vicende di quello storico giorno e proseguì con un cenno sulla composizione dell’eterogeneo esercito pontificio, costituito da irlandesi, spagnoli, francesi, austriaci e quant’altri si sentivano di combattere e di morire per il Papa contro una nazione che cercava disperatamente di riconquistare l’unità dopo 1400 anni.
(A proposito, tempo fa è circolata una pubblicità televisiva di un atlante storico in cui si diceva che l’Italia era divisa dal tempo dei Comuni. Ora a conti fatti, o chi lo ha scritto doveva tornare alle elementari, o come minimo l’editore avrebbe dovuto fare causa all’agenzia pubblicitaria, solo uno stolto può dire simili oscenità ; infatti nessun altro “Stato”, come lo stato comunale, era così geloso della propria indipendenza, e la loro alleanza allo stato pontificio non permise l’unificazione d’Italia nel basso medioevo.)
Ritornando alle spiegazioni del dott. Coltrinari, bisogna dire che, nelle truppe pontificie non c’era posto per gli italiani, o meglio come si diceva allora, per le truppe indigene, se non in piccoli e poveramente armati gruppi che venivano tra l’altro posizionati nello schieramento tra altri ritenuti più fedeli (stranieri) al fine di impedirne ogni eventuale defezione.
A questo punto necessita una riflessione: poiché la composizione dell’ esercito di uno Stato, in tutte le epoche, dà una idea seppure approssimativa della situazione politica e sociale dello stesso, si può capire perché si è giunti alla battaglia, e perché essa ha avuto un esito anziché un altro.
Lo stato papalino non reclutava italiani per evidenti motivi politici, questo anche prima della riscossa nazionale, non voleva infatti soldati immischiati nelle vicende interne dello stato, con rivendicazioni personali o di gruppo da esercitarsi nella stessa terra dove erano nati, cercavano pertanto soldati stranieri, infervorati dalla fede, che usassero metodi spicci per risolvere i problemi interni e che soprattutto si accontentassero di pochi baiocchi (la moneta dello stato).
Questa specie di mercenari combattevano in una terra che non amavano, in cerca di bottino e per difendere il potere di un uomo, non per liberare la loro patria oppressa; per questo, non tanto per la differenza di numero e di armamento, finirono con il lasciare umiliati le valli che tanto baldanzosamente avevano occupato.
D’altra parte combattevano per un ideale sbagliato, non si trattava di difendere una religione: l’Italia era, sarebbe stata e doveva rimanere cristiana, ma di difendere un temporale, che Cristo e i primi Padri, fecero tanto per dividere dal potere spirituale, inoltre non si troverà mai una riga sul Vangelo in cui Gesù dica di battersi, ci sono semmai mille discorsi contrari, anche di fronte alle provocazioni, e non mi riferisco solo al “porgi l’altra guancia”.
Ritornando alla lezione, gli eserciti erano arrivati alla resa dei conti stremati da lunghi giorni di marcia. L ’esercito papalino, nel tentativo di mettere in salvo il tesoro dell’armata, era rimasto senza “baiocchi” per pagare i viveri ai contadini del luogo, pertanto si apprestarono alla battaglia a stomaco vuoto. Dopo una breve premessa sulla piazza della basilica, percorremmo una strada parallela al fiume Musone, proprio nell’area dove ci furono le prime scaramucce fra le rispettive avanguardie, a colpi di carabina e batterie leggere.
Il generale De La Moriciere, un francese, a capo dell’esercito pontificio, mirava a portare tutte le sue truppe stanziate in Umbria e nelle Marche in Ancona, che era una importante e munitissima piazzaforte, e lì rinchiudersi sostenendo il probabile assedio di abbondanti forze nemiche, aspettando che la situazione internazionale volgesse in favore del papa. La Francia non avrebbe tardato infatti ad intervenire se le cose fossero andate per le lunghe, nonostante l’accordo fra Napoleone III e Cavour.
L’opinione pubblica francese fu sempre fortemente contraria al dissolvimento dello Stato Pontificio, pur avendo sempre rivendicato per la propria nazione l’assoluta autonomia da esso, anche con azioni plateali.
Ancor oggi la destra nazistoide francese, godrebbe nel vedere l’Italia fatta a pezzi, ridando al Papa quello che secondo loro gli spetta di diritto. A questo punto una domanda: se ci tengono tanto a dare un potere temporale al Papa, perché non gli restituiscono la Contea di Avignone che prima della rivoluzione gli apparteneva? I governanti francesi pur abiurando l’anticlericalismo rivoluzionario, si guardano bene dal rendere i vantaggi acquisiti preferendo polemizzare con i vicini.
La visita proseguì per la stele Fratelli Braconi e per la casa Serenella del Mirà. Era suggestivo pensare che tanti anni prima vi fosse stato tutto quel movimento mentre quel giorno sulla stessa terra regnava una calma olimpica. Nel frattempo che il dott. Coltrinari continuava a spiegarci le manovre tattiche offensive, le reazioni dei rispettivi eserciti, la triste morte del gen. De Pimodan, i precedenti politici che portarono alla battaglia e quelli a cui essa condusse, Sauro, il conosciutissimo tecnico del laboratorio di Fisica, faceva milioni di fotografie a tutto e a tutti.
Dopo una breve incursione al parco della villa Ferretti, già della vedova del Gen. De Pimodan, normalmente chiuso per il pubblico, passammo per la località Crocette, e giunti alla periferia di Castelfidardo visitammo il magnifico complesso monumentale in bronzo commemorante la vittoria del Gen. Cialdini, anche se, per la verità, egli quel giorno, nelle ore cruciali, si trovava lontano dal luogo dello scontro perché impegnato in una “colazione di lavoro”.
Venimmo a sapere che fino a pochi anni prima quel monumento era in uno stato di completo abbandono e che solo la volontà di alcuni ha permesso al monumento di tornare a nuova vita. Nulla di strano comunque che nessuno se ne sia curato in tanti anni, le maggiori forze del paese in quel periodo (Clericalismo e Comunismo), hanno sempre negato i valori del Risorgimento per vari motivi ideologici.
L’ultima tappa infine fu al Museo Risorgimentale di Castelfidardo, dov’erano conservati armi, stendardi, monete dell’epoca; quasi tutto di parte pontificia però, perché lasciati sul terreno nella precipitosa ritirata. Di tutto l’esercito pontificio, circa 8000 uomini, solamente 35 cavalleggeri riuscirono poi a raggiungere la città di Ancona, tutti gli altri si arresero il giorno dopo o si dispersero sul territorio. Contrariamente a quanto successe disgraziatamente nelle epoche successive, nelle numerose guerre che seguirono, pochissime furono le vittime della battaglia (circa un centinaio),
Si rende necessario uno speciale ringraziamento ai professori Alessandrelli e Brutti che ci hanno gentilmente accompagnato, nonché naturalmente al dott. Coltrinari senza il quale gran parte di questa Area di Progetto non sarebbe proprio stata possibile e che nonostante sia un “vero” Colonnello dell’esercito italiano, ha saputo trasmetterci concetti anche ostici con estrema affabilità in un modo talmente informale da non sembrare una lezione scolastica.
Vi saluto con la speranza di poter completare il lavoro in quest’anno scolastico visitando (magari) il grande Museo Risorgimentale di Roma.
Gabriele Buda 5Bo
p.s. il museo risorgimentale di Castelfidardo vale veramente la pena di essere visitato, potreste anche scoprire che la storia si può studiare in modo divertente!!
Nell’ambito dell’Area di Progetto, riguardante l’ipertesto sulla Battaglia di Castelfidardo, cinque mesi fa, esattamente il 19 Maggio, l’allora 4a Bo effettuò un’uscita, nelle regolari ore scolastiche, per meglio comprendere, con diretto contatto visivo, gli avvenimenti tanto importanti di 137 anni fa.
L’organizzazione del trasporto si rivelò subito difficoltosa, in quanto dovemmo affidarci alle auto dei compagni patentati e dei professori disponibili, rimanendo fino all’ultimo con i posti risicati; sarebbe stato infatti uno spreco noleggiare un pulman per pochi chilometri occupandone meno della metà.
La nostra prima tappa fu a Loreto, ove i papalini si accasermarono il giorno prima della battaglia. Lì incontrammo il dott. Massimo Coltrinari che ci avrebbe guidato per tutto il tragitto, con importanti informazioni sulla vicenda da noi studiata.
Per iniziare, ci comunicò che avremmo rispettato sia nei tempi che nei luoghi le vicende di quello storico giorno e proseguì con un cenno sulla composizione dell’eterogeneo esercito pontificio, costituito da irlandesi, spagnoli, francesi, austriaci e quant’altri si sentivano di combattere e di morire per il Papa contro una nazione che cercava disperatamente di riconquistare l’unità dopo 1400 anni.
(A proposito, tempo fa è circolata una pubblicità televisiva di un atlante storico in cui si diceva che l’Italia era divisa dal tempo dei Comuni. Ora a conti fatti, o chi lo ha scritto doveva tornare alle elementari, o come minimo l’editore avrebbe dovuto fare causa all’agenzia pubblicitaria, solo uno stolto può dire simili oscenità ; infatti nessun altro “Stato”, come lo stato comunale, era così geloso della propria indipendenza, e la loro alleanza allo stato pontificio non permise l’unificazione d’Italia nel basso medioevo.)
Ritornando alle spiegazioni del dott. Coltrinari, bisogna dire che, nelle truppe pontificie non c’era posto per gli italiani, o meglio come si diceva allora, per le truppe indigene, se non in piccoli e poveramente armati gruppi che venivano tra l’altro posizionati nello schieramento tra altri ritenuti più fedeli (stranieri) al fine di impedirne ogni eventuale defezione.
A questo punto necessita una riflessione: poiché la composizione dell’ esercito di uno Stato, in tutte le epoche, dà una idea seppure approssimativa della situazione politica e sociale dello stesso, si può capire perché si è giunti alla battaglia, e perché essa ha avuto un esito anziché un altro.
Lo stato papalino non reclutava italiani per evidenti motivi politici, questo anche prima della riscossa nazionale, non voleva infatti soldati immischiati nelle vicende interne dello stato, con rivendicazioni personali o di gruppo da esercitarsi nella stessa terra dove erano nati, cercavano pertanto soldati stranieri, infervorati dalla fede, che usassero metodi spicci per risolvere i problemi interni e che soprattutto si accontentassero di pochi baiocchi (la moneta dello stato).
Questa specie di mercenari combattevano in una terra che non amavano, in cerca di bottino e per difendere il potere di un uomo, non per liberare la loro patria oppressa; per questo, non tanto per la differenza di numero e di armamento, finirono con il lasciare umiliati le valli che tanto baldanzosamente avevano occupato.
D’altra parte combattevano per un ideale sbagliato, non si trattava di difendere una religione: l’Italia era, sarebbe stata e doveva rimanere cristiana, ma di difendere un temporale, che Cristo e i primi Padri, fecero tanto per dividere dal potere spirituale, inoltre non si troverà mai una riga sul Vangelo in cui Gesù dica di battersi, ci sono semmai mille discorsi contrari, anche di fronte alle provocazioni, e non mi riferisco solo al “porgi l’altra guancia”.
Ritornando alla lezione, gli eserciti erano arrivati alla resa dei conti stremati da lunghi giorni di marcia. L ’esercito papalino, nel tentativo di mettere in salvo il tesoro dell’armata, era rimasto senza “baiocchi” per pagare i viveri ai contadini del luogo, pertanto si apprestarono alla battaglia a stomaco vuoto. Dopo una breve premessa sulla piazza della basilica, percorremmo una strada parallela al fiume Musone, proprio nell’area dove ci furono le prime scaramucce fra le rispettive avanguardie, a colpi di carabina e batterie leggere.
Il generale De La Moriciere, un francese, a capo dell’esercito pontificio, mirava a portare tutte le sue truppe stanziate in Umbria e nelle Marche in Ancona, che era una importante e munitissima piazzaforte, e lì rinchiudersi sostenendo il probabile assedio di abbondanti forze nemiche, aspettando che la situazione internazionale volgesse in favore del papa. La Francia non avrebbe tardato infatti ad intervenire se le cose fossero andate per le lunghe, nonostante l’accordo fra Napoleone III e Cavour.
L’opinione pubblica francese fu sempre fortemente contraria al dissolvimento dello Stato Pontificio, pur avendo sempre rivendicato per la propria nazione l’assoluta autonomia da esso, anche con azioni plateali.
Ancor oggi la destra nazistoide francese, godrebbe nel vedere l’Italia fatta a pezzi, ridando al Papa quello che secondo loro gli spetta di diritto. A questo punto una domanda: se ci tengono tanto a dare un potere temporale al Papa, perché non gli restituiscono la Contea di Avignone che prima della rivoluzione gli apparteneva? I governanti francesi pur abiurando l’anticlericalismo rivoluzionario, si guardano bene dal rendere i vantaggi acquisiti preferendo polemizzare con i vicini.
La visita proseguì per la stele Fratelli Braconi e per la casa Serenella del Mirà. Era suggestivo pensare che tanti anni prima vi fosse stato tutto quel movimento mentre quel giorno sulla stessa terra regnava una calma olimpica. Nel frattempo che il dott. Coltrinari continuava a spiegarci le manovre tattiche offensive, le reazioni dei rispettivi eserciti, la triste morte del gen. De Pimodan, i precedenti politici che portarono alla battaglia e quelli a cui essa condusse, Sauro, il conosciutissimo tecnico del laboratorio di Fisica, faceva milioni di fotografie a tutto e a tutti.
Dopo una breve incursione al parco della villa Ferretti, già della vedova del Gen. De Pimodan, normalmente chiuso per il pubblico, passammo per la località Crocette, e giunti alla periferia di Castelfidardo visitammo il magnifico complesso monumentale in bronzo commemorante la vittoria del Gen. Cialdini, anche se, per la verità, egli quel giorno, nelle ore cruciali, si trovava lontano dal luogo dello scontro perché impegnato in una “colazione di lavoro”.
Venimmo a sapere che fino a pochi anni prima quel monumento era in uno stato di completo abbandono e che solo la volontà di alcuni ha permesso al monumento di tornare a nuova vita. Nulla di strano comunque che nessuno se ne sia curato in tanti anni, le maggiori forze del paese in quel periodo (Clericalismo e Comunismo), hanno sempre negato i valori del Risorgimento per vari motivi ideologici.
L’ultima tappa infine fu al Museo Risorgimentale di Castelfidardo, dov’erano conservati armi, stendardi, monete dell’epoca; quasi tutto di parte pontificia però, perché lasciati sul terreno nella precipitosa ritirata. Di tutto l’esercito pontificio, circa 8000 uomini, solamente 35 cavalleggeri riuscirono poi a raggiungere la città di Ancona, tutti gli altri si arresero il giorno dopo o si dispersero sul territorio. Contrariamente a quanto successe disgraziatamente nelle epoche successive, nelle numerose guerre che seguirono, pochissime furono le vittime della battaglia (circa un centinaio),
Si rende necessario uno speciale ringraziamento ai professori Alessandrelli e Brutti che ci hanno gentilmente accompagnato, nonché naturalmente al dott. Coltrinari senza il quale gran parte di questa Area di Progetto non sarebbe proprio stata possibile e che nonostante sia un “vero” Colonnello dell’esercito italiano, ha saputo trasmetterci concetti anche ostici con estrema affabilità in un modo talmente informale da non sembrare una lezione scolastica.
Vi saluto con la speranza di poter completare il lavoro in quest’anno scolastico visitando (magari) il grande Museo Risorgimentale di Roma.
Gabriele Buda 5Bo
p.s. il museo risorgimentale di Castelfidardo vale veramente la pena di essere visitato, potreste anche scoprire che la storia si può studiare in modo divertente!!
lunedì 4 gennaio 2010
SCHEDA PREDISPOSTA NEL 2001
L'OSSARIO DELLA BATTAGLIA DI CASTELFIDARDO
L'Ossario
Nella battaglia di Castelfidardo i Caduti furono 64 da parte Sarda ed 88 da parte pontificia. Alcuni feriti morirono alcuni giorni dopo negli ospedali della zona. Per i pontifici cadde il gen. De Pimodan, che è sepolto a San Luigi dei Francesi, a Roma. Le famiglie dei caduti pontifici richiesero il corpo del loro congiunto, che in anni successivi alla battaglia furono consegnati. All'ingresso di Macerata, nella Chiesa di Santa Maria, è posta una lapide in cui si ricorda che in quella chiesa sono sepolti 60 caduti Pontifici.
Gli Italiani, nel 1888 eressero nel luogo della battaglia un Ossario, in cui sono stati raccolti i Caduti Sardi, che non sono stati consegnati alle famiglie. La struttura architettonica dell'Ossario riporta nel suo perimetro incisi i nomi di alcuni dei caduti Sardi, soprattutto gli Ufficiali e i Graduati.
Quando fu costruito l'Ossario i rapporti tra Stato Italiano e Chiesa Cattolica erano tesissimi. Non si era spenta, in quegli anni, ancora l'eco della violentissima polemica innescata da alcuni aspetti della generale riforma dell'Esercito Italiano voluta nel 1871 dal generale Ricotti Magnani. Tra le proposte ordinative Ricotti incluse anche quella di imporre un anno di volontariato sotto le armi ai giovani ecclesiastici e seminaristi. In un primo momento la proposta del Ministero della Guerra prevedeva l'esenzione dell'obbligo del volontariato per seminaristi, preti e frati a condizione che versassero una somma in denaro allo Stato con l'impegno, in caso di guerra, a prestare servizio come infermieri e cappellani. Il Parlamento, nell'esaminare la proposta, volle modificarla in senso restrittivo includendo nell'anno di volontariato, anche i clerici ed i preti da adibire a compiti sanitari e di assistenza spirituale. Questa decisione scatenò le ire della Curia Romana e della Chiesa in genere, che lanciò una violentissima polemica contro le Istituzioni Italiane, polemica che si protrasse sia con Pio IX che con i sui successori. Lo Stato Italiano non recesse di un millimetro dalle decisioni prese e la riforma Ricotti Magnani divenne legge. La polemica infuriò ancora per anni, ma la legge rimase, tanto che il futuro Papa Giovanni XXIII, Angelo Roncalli, presto servizio come Sergente di Sanità durante la prima guerra mondiale, così come tutti i seminaristi, i preti, ed i frati appartenenti alle classi mobilitate.
Nel 1876 Agostino Depretis, leader della sinistra storica, succede a Minghetti, ma i rapporti tra Stato e Chiesa rimangono così testi che durante la traslazione della salma di Pio IX dal Vaticano alla Chiesa dei Santi Apostoli, a Roma, succedono violenti tafferugli, con intervento di cavalleria e fanteria, impiegate queste truppe per impedire al popolo di Roma, memore dei fatti e misfatti del 1949, di gettare a fiume la salma dell'ultimo papa re.
Con queste premesse, ma se ne potrebbero fare altrettante per sottolineare il clima dei rapporti tra Chiesa e Stato sul finire del secolo, che appare quanto mai inipotizzabile che nell'Ossario eretto in quei anni a Castelfidardo vi siano stati anche raccolti Caduti Pontifici, accanto ai resti dei caduti Italiani.
All'ingresso di Macerata, una lapide posta nel 1961sulla facciata della Chiesa di Santa Maria attesta che in quella chiesa sono sepolti i caduti Pontifici. Ipotesi tutta da verificare in quanto la distanza dal campo di battaglia e la chiesa di Santa Maria e di circa 60 km.
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Ricerche condotte presso L'Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell'Esercito, dell'Istituto di Storia dell'Arma del Genio e Onorcaduti, portano ad escludere che nell'Ossario di Castelfidardo vi siano sepolti Caduti Pontifici.
Si può avanzare l'ipotesi che, come per la Croce abusivamente messa, vi siano stati, soprattutto nell'arco delle due guerre, iniziative tali da portare resti di caduti pontifici nell'Ossario Italiano. Tutto questo è da provare e dimostrare, soprattutto quali Caduti, dove erano prima sepolti, chi li ha fatti seppellire nell'Ossario ecc.
Valida appare anche la tesi che tutto questo sia frutto delle voci passate, come fonti orali, di padre in figlio e non controllate. Le popolazioni della valle del Musone hanno, come tradizione orale, molte versioni frutto anche di fantasia, o di scarsa conoscenza dei fatti. Ad esempio, nel 1863, il canonico di Camerano, il paese di fronte a Castelfidardo, ha scritto, in latino, "De Pugna ad Castrumfidardum", tradotto e pubblicato nel 1991, in cui la versione della Battaglia di Castelfidardo è basata sulla fantasia, sui temi clericali e sulla difesa del potere temporali dei Papi. Molte delle versioni popolari e leggende su questo fatto d'armi trovano fonti in questa attività a favore della Chiesa e di Pio IX.
E' pur vero che nel 1903 i proprietari dei terreni limitrofi, senza che le autorità del tempo si opponessero, hanno fatto mettere una croce cattolica sopra la colonna posta al centro del Sacrario. Al riguardo è bene ricordare che papa Pio IX scomunicò tutti coloro che aderivano al processo unitario italiano, in particolare coloro che prendevano le armi contro lo Stato della Chiesa. Quindi tutti i soldati sepolti nel Sacrario sono morti tutti scomunicati. In più vi è sepolto il Cap. Cugia di Sant'Orsola, di famiglia notoriamente laica e mazziniana.
Si potrebbe ulteriormente approfondire questi aspetti con altre documentazioni, frutto di oltre venti anni di ricerche sia in Italia che in Belgio e Francia. Ma tutte dimostrano che è costante per gli eventi del 1860 una mistificazione di come si sono svolti i fatti, tutte volte a diminuire o annullare i significati di questa battaglia, nel quadro dei rapporti fra Stato e Chiesa.
Cerimonia del 18 settembre 2000
La cerimonia tenuta il 18 settembre ultimo scorso ha 'esaltato l'Ossario di Castelfidardo come un Sacrario Europeo, ove sono sepolti Caduti di tutta Europa alla presenza di ambasciatori europei. Una forzatura per un Sacrario di caduti Italiani in un area in cui sono caduti uomini, si provenienti da Austria, Bosnia, Croazia, Svizzera, Francia, Belgio e Spagna, ma inquadrati nell'esercito Pontificio. Era tradizione per questo esercito reclutare, tramite i Nunzi Apostolici, in nazioni ostili al processo unitario italiano. Irlandesi perché cattolici ferventi e bisognosi di una occupazione, Francesi, Belgi e Spagnoli, perché legittimisti e contrari a Napoleone III, i restanti, Austriaci, Croati, Bosniaci, Montenegrini perché sotto dominio austriaco e quindi ostili all'Italia, Svizzeri per tradizione mercenari per la Chiesa cattolica. Vi erano anche due reggimenti di italiani ( chiamati Indigeni). Con la loro presenza si potrebbe anche definire, in una ulteriore forzatura, la battaglia di Castelfidardo, "un episodio di guerra civile", nel solco delle assurdità avallate a posteriori.
Di fronte avevano oltre che piemontesi, lombardi e sardi ( Brigata Regina, 9 e 10 reggimento fanteria) anche emiliani, toscano e romagnoli, oltre che veneti (ovvero reparti provenienti dall'esercito dell'Italia Centrale costituitosi nel 1860 ed inglobati nell'estate del 1860 nell'esercito Sardo).
I Soldati pontifici erano veri soldati, tanto che misero in atto una manovra logistica di primo ordine tanto che dal 14 al 17 settembre tutte le brigate operative si trasferirono, in perfetto ordine, dall'Umbria alle Marche e tutti giunsero sul fronte del fuoco a Castelfidardo. Uomini determinati a impedire agli Italiani a divenire nazione e che lo dimostrarono anche con il loro comportamento alla vigilia della battaglia del 18 settembre quale era il sentimento che li animava: infatti misero a saccheggio le case dei contadini e le cantine di Loreto, alla ricerca di cibo e vino, ed al grido di "chiede i soldi al papa". Erano sicuramente non animati da spirito europeistico, estraneo a quel tempo a tutti i paesi di provenienza.
Parlare dell'Ossario di Castelfidardo come di un Sacrario Europeo è un "non senso". Vi sono raccolti i resti di soldati sardi e quando fu costruito nessuno pensava ad altra destinazione che quella dichiarata.
Presenza degli Ambasciatori Europei
Sarebbe opportuno chiarire questo punto. Risulterebbe che alla manifestazione non sia intervento alcun rappresentante di ambasciate europee accreditate in Italia o in Vaticano. Ma risulterebbe anche che nessun invito sia stato predisposto per questi rappresentanti. Come risulta dalla pubblicazione allegata del Comune di Castelfidardo
L'Unica autorità, oltre a quelle locali, sembra essere mons. Ermanno Carnevali, dell'Arcidiocesi di Ancona Osimo, che peraltro ha celebrato una Messa in un sacrario di soldati che, per adempiere al loro dovere, la Chiesa ha scomunicato.
Massimo Coltrinari
(INFO: ricerca23@libero.it)
venerdì 1 gennaio 2010
RAPPORTO DEL COMANDANTE LA PIAZZA DI LORETO
18 -19 SETTEMBRE 1860
AL MINISTRO DELLE ARMI DI ROMA
18 -19 SETTEMBRE 1860
AL MINISTRO DELLE ARMI DI ROMA
Eccellenza Reverendissima!
Agli 16 si fece marcia forzata da Macerata a Loreto per la via di Monte Lupone, Monte Santo e Porto Recanati: il giorno dopo arrivò la brigata Pimodan nei contorni. Agli 18 ebbe luogo la battaglia in cui fummo sconfitti tra il Musone e le Crocette.
I franco-belgi si distinsero per bravura: il battaglione Fuchmann seguì ogni disposizione che ebbe dal generale De Lamoricière; attaccò le alture difese dalle batterie e sostenne il combattimento finchè il generale De Lamoricière gli ordinò di proteggere la ritirata; il che fece con tutta precisione. Fu il solo che rientrò ordinato e schierato in Loreto. Gli latri corpi si ruppero sotto il fuoco dell’artiglieria sarda. Vedendo la rotta, il generale De Lamoricère partì, senza farne parte ad un capo di corpo o uffiziale superiore, per Ancona. I signori colonnelli pregarono il devoto sottoscritto di assumere il comando, allorquando si era cercato per due ore e dappertutto, ma senza risultato, il sig. generale. Frattanto il nemico circondò Loreto di maniera a che mancarono i viveri, che un saccheggio ed un battersi dei corpi delle diverse nazionalità tra di loro erano imminenti. Avevo mandato due ufficiali a chiedere il cadavere di Pimodan per seppellirlo a Loreto. Il generale Cialdini mi fece dire, per mezzo di questi, che voleva abboccarmi a mezzodì del 19. Vi andai e la convenzione qui acchiusa ne fu il risultamento.
Coll’aiuto dell’intendente Gagliani, che con tutta energia s’occupò dei viveri, con gl’Irlandesi, coi pochi rimasti franco-belgi, colle guide che erano rimaste schierate ed atte a combattere, e soprattutto col battaglione Fuchmann, avrei potuto continuare la difesa di Loreto; ma gli altri corpi tutti erno moralmente indeboliti ed avrebbero piuttosto impedita che aiutata un’azione. Loreto poi non aveva più né viveri e nemmeno denari a prestarci: per dar ricovero ai tanti feriti dovettiporre mano su qualche locale di S.Casa. I superstiti sono qui a Recanati, il generale Leotardi ci tratta con benevolenza.
L’intendente Ferri, con tutti gli oggetti ceh V.E. gli affidò, si è portato col valore, da Porto Recanati verso Ancona, alla sera del 16.
Prego V.E.R. di dire a S.Santità che gli bacio il Sacro Piede.
Il Sottointendente Cellai fu mandato oggi con salva-condotto Sardo ad Ancona per riportarne diecimila scudi; non è ancora tornato. (Ne tornò salvo e portò cinquemila scudi)
In uno le bacio le mani e mi segno,
Di Vossignoria Reverendissima
Umilissimo servo
ENRICO CONTE GOUDENHOVEN
Colonnello
Recanati, 20 settembre 1860
La relazione è pubblicata in M Coltrinari, Il Combattimento di Loreto detto di Castelfidardo, Roma, Edizioni Nuova Cultura, 2009
info: ricerca23@libero.it
Artiglieria
RAPPORT DU LIEUTENANT COLONEL BLUMENSTHIL, COMMANDANT DE L’ARTILLERIE PONTIFICALE SUR LE COMBAT DE CASTELFIDARDO
A Ms.r De Merode – Rome
Tivoli, 7 octobre 1860
Dès le commencement du mois de septembre les dispositions du général La Moricière étaient prises contre l’invasion de Garibaldi et des bandes qui réunissaient sur la frontière pontificale dans la Toscane et dans la romagne. La force de l’armèe de notre gouvernement, la composition de l’artillerie et de la cavalerie étaient organisées pour repousser ces bandes ; et le général La Moricière, comme le gouvernement, n’avaient jamais admis la prévision d’une lutte contre l’armée régulière d’une puissance fortement constituée.
Le général La Moricière avait, en conséquence, réparti sa petite armée sur les points les plus menacés.
Le 11 le capitaine Farini rapporta à son général la réponse negative du général La Moricière, qui changea immédiatement ses dispositions. Il ordonna aux trois colonnes mobiles de replier sur Ancone.
Lui-même partit de Spoleto ; Pimodan de Ternì.
L’on arriva le 16-17 a Loreto.
Le général Pimodan reçut l’ordre d’attaquer dans la matinée du 18.
Le plane de bataille était celui-ci :
Le général Pimodan, avec ses 5 bataillons forcerait au dessus du confluent du Musone qu’il devait traverser à gué, il monterait les hauteurs de Castelfidardo par le versant oriental : le général en chef, avec le autres 4 bataillons et la petite cavalerie, passerait la fleuve un peu plus haut et prendrait les Piémontais en flanc. On ne pouvait pas avoir l’espoir de vaincre ; mais de se frayer un passage sur Ancone.
Pimodan se mit en mouvement à 8 h. ½ du matin.
Le musone fut abordè et traversé avec le plus grand entrain ; en moins d’un quart d’heure l’ennemi était débusqué des digues et des rigues qui l’abritaient sur la rive gauche.
Après la rigue s’ètend un vaste camp labouré, montant vers la « Maison blanche » qui couronne le sommet de la colline ; à mi-còte se trouve une ferme composée d’une maison à droite et d’une large cour et de meules de paille et de foin à gauche.
Sur le champ labouré, pimodan se trouva en face au 10e regiment Piémontais et au 26e bataillon Bersaglieri.
Le général, toujours en tête, fit attaquer vigoureusement les Carabiniers Suisses, le 1erbataillon de Chasseurs Indigènes et les Franco-Belges, assaillant les Piémontais avec une grande énergie.
Bientòt les Franco-Belges se trouvèrent à la tête des notres et repousserent l’ennemi à la bajonnette.
On enleva ainsi tout le terrain jusqu’à la ferme.
En même temps le général La Moricière avait formé en bataille, dans le champ labouré, à 600 m. de la ferme ses 4 bataillons, avec la cavalerie à gauche ; deux canons sous les ordres du lieutenant Daudier s’étaient mis en batterie à gauche des meules de foin, à 200 mètres de l’ennemi.
Deux autres canons étaient en batterie à gauche et deux à droite du chemin qui descend de la ferme, mais ces derniers ne purent avoir beaucoup d’effet parce que l’ennemi était masqué par la ferme et nos tirailleurs, malheureusement, trop nombreux.
Au même instant les Piémontais demasquèrent une batterie composée moitié de canons lisses, et ouvrirent sur la réserve un feu à boulets et à mitraille. Bientôt la cavalerie, peu aguérrie, se débanda : il ne resta que les volontaires.
La réserve, composée en général de Suisses très braves, mais non habitués à recevoir de pied ferme des boulets et de la mitrailles, s’ébranla, se désunit et lâcha pied.
Le général en chef s’était transporté à la ferme ; il la contourna de sa personne au milieu d’une grêle de balles, et il vit s’avancer la colonne innombrable des Piémontais.
Il se rendit à la réserve pour la faire avancer et la trouva en désordre. En un clin d’œil il avait jugé la situation.
Il ordonna à ceux qui étaient près de lui de tâcher de se réplier sur Ancone, et il envoya, à ceux qui étaient en avant, M.s De Mont-Marin pour porter le même ordre.
M.s De Mont-Marin fut coupé en deux par un boulet avant de pouvoir transmettre l’ordre reçu.
Le feu augmentait toujours d’intensité à la ferme oû l’on tenait bon, et oû les franco-belges faisaient des merveilles de bravoure.
Pimodan, déjà blessé de deux balles, en reçut une troisième dans le ventre : cette blessure était mortelle.
La réserve avait commencé la retraite et il était impossible de pouvoir tenir plus longtemps à la ferme.
La retraite devint alors générale.
Le bataillon de bersaglieri protégea le mouvement.
Le colonel Goudenhoven prenait alors le commandement des troupes.
Après avoir cherché à rallier les troupes au fleuve, on continua lentement la retraite sur Loreto, qu’on mit en état de défense.
Les soldats étaient complètement démoralisés.
Le lendemain les troupes de Loreto capitulèrent et eurent tous les honneurs de la guerre.
Signé :
BLUMENSTHIL
Il rapporto è pubblicato in M Coltrinari, Il Combattimento di Loreto detto di Castelfidardo, Roma, Edizioni Nuova Cultura, 2009
RAPPORT DU LIEUTENANT COLONEL BLUMENSTHIL, COMMANDANT DE L’ARTILLERIE PONTIFICALE SUR LE COMBAT DE CASTELFIDARDO
A Ms.r De Merode – Rome
Tivoli, 7 octobre 1860
Dès le commencement du mois de septembre les dispositions du général La Moricière étaient prises contre l’invasion de Garibaldi et des bandes qui réunissaient sur la frontière pontificale dans la Toscane et dans la romagne. La force de l’armèe de notre gouvernement, la composition de l’artillerie et de la cavalerie étaient organisées pour repousser ces bandes ; et le général La Moricière, comme le gouvernement, n’avaient jamais admis la prévision d’une lutte contre l’armée régulière d’une puissance fortement constituée.
Le général La Moricière avait, en conséquence, réparti sa petite armée sur les points les plus menacés.
Le 11 le capitaine Farini rapporta à son général la réponse negative du général La Moricière, qui changea immédiatement ses dispositions. Il ordonna aux trois colonnes mobiles de replier sur Ancone.
Lui-même partit de Spoleto ; Pimodan de Ternì.
L’on arriva le 16-17 a Loreto.
Le général Pimodan reçut l’ordre d’attaquer dans la matinée du 18.
Le plane de bataille était celui-ci :
Le général Pimodan, avec ses 5 bataillons forcerait au dessus du confluent du Musone qu’il devait traverser à gué, il monterait les hauteurs de Castelfidardo par le versant oriental : le général en chef, avec le autres 4 bataillons et la petite cavalerie, passerait la fleuve un peu plus haut et prendrait les Piémontais en flanc. On ne pouvait pas avoir l’espoir de vaincre ; mais de se frayer un passage sur Ancone.
Pimodan se mit en mouvement à 8 h. ½ du matin.
Le musone fut abordè et traversé avec le plus grand entrain ; en moins d’un quart d’heure l’ennemi était débusqué des digues et des rigues qui l’abritaient sur la rive gauche.
Après la rigue s’ètend un vaste camp labouré, montant vers la « Maison blanche » qui couronne le sommet de la colline ; à mi-còte se trouve une ferme composée d’une maison à droite et d’une large cour et de meules de paille et de foin à gauche.
Sur le champ labouré, pimodan se trouva en face au 10e regiment Piémontais et au 26e bataillon Bersaglieri.
Le général, toujours en tête, fit attaquer vigoureusement les Carabiniers Suisses, le 1erbataillon de Chasseurs Indigènes et les Franco-Belges, assaillant les Piémontais avec une grande énergie.
Bientòt les Franco-Belges se trouvèrent à la tête des notres et repousserent l’ennemi à la bajonnette.
On enleva ainsi tout le terrain jusqu’à la ferme.
En même temps le général La Moricière avait formé en bataille, dans le champ labouré, à 600 m. de la ferme ses 4 bataillons, avec la cavalerie à gauche ; deux canons sous les ordres du lieutenant Daudier s’étaient mis en batterie à gauche des meules de foin, à 200 mètres de l’ennemi.
Deux autres canons étaient en batterie à gauche et deux à droite du chemin qui descend de la ferme, mais ces derniers ne purent avoir beaucoup d’effet parce que l’ennemi était masqué par la ferme et nos tirailleurs, malheureusement, trop nombreux.
Au même instant les Piémontais demasquèrent une batterie composée moitié de canons lisses, et ouvrirent sur la réserve un feu à boulets et à mitraille. Bientôt la cavalerie, peu aguérrie, se débanda : il ne resta que les volontaires.
La réserve, composée en général de Suisses très braves, mais non habitués à recevoir de pied ferme des boulets et de la mitrailles, s’ébranla, se désunit et lâcha pied.
Le général en chef s’était transporté à la ferme ; il la contourna de sa personne au milieu d’une grêle de balles, et il vit s’avancer la colonne innombrable des Piémontais.
Il se rendit à la réserve pour la faire avancer et la trouva en désordre. En un clin d’œil il avait jugé la situation.
Il ordonna à ceux qui étaient près de lui de tâcher de se réplier sur Ancone, et il envoya, à ceux qui étaient en avant, M.s De Mont-Marin pour porter le même ordre.
M.s De Mont-Marin fut coupé en deux par un boulet avant de pouvoir transmettre l’ordre reçu.
Le feu augmentait toujours d’intensité à la ferme oû l’on tenait bon, et oû les franco-belges faisaient des merveilles de bravoure.
Pimodan, déjà blessé de deux balles, en reçut une troisième dans le ventre : cette blessure était mortelle.
La réserve avait commencé la retraite et il était impossible de pouvoir tenir plus longtemps à la ferme.
La retraite devint alors générale.
Le bataillon de bersaglieri protégea le mouvement.
Le colonel Goudenhoven prenait alors le commandement des troupes.
Après avoir cherché à rallier les troupes au fleuve, on continua lentement la retraite sur Loreto, qu’on mit en état de défense.
Les soldats étaient complètement démoralisés.
Le lendemain les troupes de Loreto capitulèrent et eurent tous les honneurs de la guerre.
Signé :
BLUMENSTHIL
Il rapporto è pubblicato in M Coltrinari, Il Combattimento di Loreto detto di Castelfidardo, Roma, Edizioni Nuova Cultura, 2009
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II Battaglione I Reggimento Fanteria di Linea Indigeno
RAPPORTO DEL COMANDANTE IL 2° BATTAGLIONE CACCIATORI A S.E. IL MINISTRO DE MERODE
RAPPORTO DEL COMANDANTE IL 2° BATTAGLIONE CACCIATORI A S.E. IL MINISTRO DE MERODE
- Roma, 25 novembre 1860
La mattina del 18, essendosi ordinata la partenza di tutti i corpi, anche il 2° battaglione di cacciatori marciò con la colonna del generale Pimodan al suo posto. Lungo la via, e precisamente prima di giungere al Musone, qualche cacciatore del mio battaglione fu improvvisamente ferito dalle palle nemiche; il che però non impedì né ritardò il cammino, e, quantunque guadando il fiume si avesse a deplorare il ferimento del tenente Barbavara e di altri cacciatori, pure il battaglione si riordinò in colonna in mezzo alla campagna, avanti alla colonna del battaglione di bersaglieri comandato dal maggiore Fuckmann. Quivi la truppa restò ferma, con l’arma la braccio, senza sgomentarsi punto del vivo fuoco della nemica artiglieria; mostrando sempre il petto e non le spalle al nemico.
Il generale La Moricière, passando, osservò questa colonna di riserva ed ordinò al maggiore Fuckmann di marciare più verso sinistra ed a me verso destra. Questo cambiamento dovendosi eseguire sotto il vivissimo fuoco della mitraglia, venne fatto a passo ginnastico. Nel luogo designato la colonna si arrestò, quantunque, essendo male difesa da rare piante, fosse esposta assai alle offese del nemico. Quivi ci trattenemmo sempre fino alla ritirata, perché mai pervenne l’ordine di muoverci. Che se il signor generale lo avesse comandato, avrebbe avuto col fatto una prova irrefragibile dell’unanime desiderio del battaglione caciatori, ardentissimo di distinguersi. Avvenne intanto la ritirata della prima linea, formata dal battaglione carabineri, dal 1° cacciatori indigeni e dai tiragliatori.
Ciò nulla meno il mio battaglione rimase sempre in posizione e ne può far fede il tenente colonnello Corbucci.
Ma venne il disordine: i carri ed i cavalli della colonna carreggi lo aumentarono. Ci ritirammo quindi a Loreto. Da quanto emerge, la E.V. può dunque rilevare:
1° che il battaglione cacciatori subì la crisi degli altri corpi, soltanto dopo aver fatto quanto doveva e poteva farsi.
2° che ebbe ancor esso l’onore di annoverare fra le sue file dei soldati e degli ufficiali feriti per la più santa delle cause, taluni con ogni rassegnazione nell’ospedale di Loreto si sottoposero ad una necessaria mutilazione.
3° che mai fu da me ordinata una compagnia in bersaglieri, mentre conosceva benissimo che il fuoco di questi sarebbe caduto sopra i soldati della prima linea, e che, per conseguenza, non ebbi e non potei avere alcun ordine da nessuno ufficiale di cessare il fuoco; e non nascondo che mi sorprende oltremodo, come il Signor Generale su questo fatto non abbia raggiunto la verità, e non sia pervenuto a sapere da quale corpo sortisse veramente una compagnia in bersaglieri che, a danno del vero, addebitò al mio battaglione.
4° che il 2° battaglione cacciatori non ebbe mai l’ordine di marciare sopra la Casa di Campagna, e che però non voltò mai le spalle al nemico; che se avesse ricevuto quell’onorifico incarico, lo avrebbe non meno onorevolmente eseguito.
Le quali cose tutte, a me sembra facciano bastantemente conoscere che il 2° battaglione cacciatori non ha meritato quei crudi e mortali rimproveri che a larga mano gli furono profusi. Il che resta ancora confermato dallo stesso Superiore Governo, il quale volle decorati tre ufficiali del mio battaglione, senza che questi siansi mai da esso dilungati, ed abbiano per tal guisa eseguita tale un’operazione da non confondersi cogli altri.
Eccellenza Reverendissima, non è amore di smodata ambizione, né desiderio di lucro che mi spinse a stringer la penna; ma sibbene il mio preciso dovere come Padre dei miei soldati, come Capo del mio battaglione, affinchè venga a questo restituita quella stima che non ha mai demeritata, ed, infine, come tutore del mio onore denigrato in un punto, da poche linee, effetto della troppa buona fede, della lealtà di un distintissimo generale, il quale non suppose forse, e non seppe mai quel terribile germe d’invidia che sempre pose la discordia nella nostra disgraziatissima armata.
Nella lusinga che una provvida mano sovvenga all’uopo, mi pregio confermarmi con rispetto e subordinazione:
Umilis. Devotis. Servo
Il comandante del 2° battaglione cacciatori
P.Giorgi
La mattina del 18, essendosi ordinata la partenza di tutti i corpi, anche il 2° battaglione di cacciatori marciò con la colonna del generale Pimodan al suo posto. Lungo la via, e precisamente prima di giungere al Musone, qualche cacciatore del mio battaglione fu improvvisamente ferito dalle palle nemiche; il che però non impedì né ritardò il cammino, e, quantunque guadando il fiume si avesse a deplorare il ferimento del tenente Barbavara e di altri cacciatori, pure il battaglione si riordinò in colonna in mezzo alla campagna, avanti alla colonna del battaglione di bersaglieri comandato dal maggiore Fuckmann. Quivi la truppa restò ferma, con l’arma la braccio, senza sgomentarsi punto del vivo fuoco della nemica artiglieria; mostrando sempre il petto e non le spalle al nemico.
Il generale La Moricière, passando, osservò questa colonna di riserva ed ordinò al maggiore Fuckmann di marciare più verso sinistra ed a me verso destra. Questo cambiamento dovendosi eseguire sotto il vivissimo fuoco della mitraglia, venne fatto a passo ginnastico. Nel luogo designato la colonna si arrestò, quantunque, essendo male difesa da rare piante, fosse esposta assai alle offese del nemico. Quivi ci trattenemmo sempre fino alla ritirata, perché mai pervenne l’ordine di muoverci. Che se il signor generale lo avesse comandato, avrebbe avuto col fatto una prova irrefragibile dell’unanime desiderio del battaglione caciatori, ardentissimo di distinguersi. Avvenne intanto la ritirata della prima linea, formata dal battaglione carabineri, dal 1° cacciatori indigeni e dai tiragliatori.
Ciò nulla meno il mio battaglione rimase sempre in posizione e ne può far fede il tenente colonnello Corbucci.
Ma venne il disordine: i carri ed i cavalli della colonna carreggi lo aumentarono. Ci ritirammo quindi a Loreto. Da quanto emerge, la E.V. può dunque rilevare:
1° che il battaglione cacciatori subì la crisi degli altri corpi, soltanto dopo aver fatto quanto doveva e poteva farsi.
2° che ebbe ancor esso l’onore di annoverare fra le sue file dei soldati e degli ufficiali feriti per la più santa delle cause, taluni con ogni rassegnazione nell’ospedale di Loreto si sottoposero ad una necessaria mutilazione.
3° che mai fu da me ordinata una compagnia in bersaglieri, mentre conosceva benissimo che il fuoco di questi sarebbe caduto sopra i soldati della prima linea, e che, per conseguenza, non ebbi e non potei avere alcun ordine da nessuno ufficiale di cessare il fuoco; e non nascondo che mi sorprende oltremodo, come il Signor Generale su questo fatto non abbia raggiunto la verità, e non sia pervenuto a sapere da quale corpo sortisse veramente una compagnia in bersaglieri che, a danno del vero, addebitò al mio battaglione.
4° che il 2° battaglione cacciatori non ebbe mai l’ordine di marciare sopra la Casa di Campagna, e che però non voltò mai le spalle al nemico; che se avesse ricevuto quell’onorifico incarico, lo avrebbe non meno onorevolmente eseguito.
Le quali cose tutte, a me sembra facciano bastantemente conoscere che il 2° battaglione cacciatori non ha meritato quei crudi e mortali rimproveri che a larga mano gli furono profusi. Il che resta ancora confermato dallo stesso Superiore Governo, il quale volle decorati tre ufficiali del mio battaglione, senza che questi siansi mai da esso dilungati, ed abbiano per tal guisa eseguita tale un’operazione da non confondersi cogli altri.
Eccellenza Reverendissima, non è amore di smodata ambizione, né desiderio di lucro che mi spinse a stringer la penna; ma sibbene il mio preciso dovere come Padre dei miei soldati, come Capo del mio battaglione, affinchè venga a questo restituita quella stima che non ha mai demeritata, ed, infine, come tutore del mio onore denigrato in un punto, da poche linee, effetto della troppa buona fede, della lealtà di un distintissimo generale, il quale non suppose forse, e non seppe mai quel terribile germe d’invidia che sempre pose la discordia nella nostra disgraziatissima armata.
Nella lusinga che una provvida mano sovvenga all’uopo, mi pregio confermarmi con rispetto e subordinazione:
Umilis. Devotis. Servo
Il comandante del 2° battaglione cacciatori
P.Giorgi
Il Rapporto è pubblicato in M. Coltrinari, Il Combattimento di Loreto detto di Castelfidardo, Roma, Edizioni Nuova Cultura, 2009
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Battaglione Tiragliatori Franco-Belgi
A S.a E.za il Ministro delle armi
RAPPORTO SULLA BATTAGLIA DI CASTELFIDARDO
18 settembre 1860
Monsignore!
Ho l’onore di dirigere a V.a E.za l’unito rapporto sulla battaglia di Castelfidardo combattuta il 18 settembre 1860.
La brigata del generale Pimodan, partita da Terni il 12 settembre, giunse a Loreto il 17, ove, dal giorno avanti, si trovavano le truppe sotto gli ordini del generale in capo. Il nemico, forte di 22000 uomini, occupava le posizioni di Osimo, Castelfidardo e Camerano. Le truppe erano schierate sulle alture di Castelfidardo, a cavaliere della strada di Ancona. Il generale in capo diede l’ordine dell’attacco per la mattina seguente alle ore 8. La brigata Pimodan, costeggiando il mare ad un miglio, doveva traversare il Musone, quindi mutando direzione a sinistra, doveva impossessarsi delle alture della Crocetta; ed in questo tempo il generale De Lamoricière, scendendo da Loreto, doveva attaccare direttamente e prendere il nemico di fianco, movimento che doveva permetterci di forzare il passaggio ed arrivare in Ancona, scopo delle operazioni.
Le truppe del generale Pimodan eseguirono il loro movimento alle ore 8 ¾ nell’ordine seguente: il battaglione dei carabinieri, preceduti da due compagnie; il 1° Cacciatori indigeni; il battaglione dei Tiragliatori; il 2° Cacciatori indigeni; il 2° battaglione dei Bersaglieri.
Il passaggio del fiume fu leggermente contrastato dal fuoco di alcuni tiragliatori, i quali si ripiegarono tostochè le prima compagnie avevano guadagnato la sponda opposta. Le truppe si prolungarono sulla sinistra, coprendosi dietro un pendio che serviva da riparo, e furono per dieci minuti fra due fuochi: quello del nemico da una parte e quello del 2° Cacciatori indigeni dall’altra. Questi non avendo ancora varcato il fiume, tiravano sulle prime file.
Il generale de Pimodan ordinò di impossessarsi della casa colonica la “Crocetta”, quasi ai piedi della collina dietro cui era accampata una gran parte dell’armata piemontese: il nemico non difese questa posizione ed il mio battaglione, guadagnando terreno, prese posto innanzi al 1° Cacciatori indigeni spiegandosi in tiragliatori a dieci metri dalla casa: là impegnò un fuoco ben nutrito coi Bersaglieri piemontesi, durante un quarto d’ora. Il battaglione Ubaldini avendo occupato la posizione, io ordinai una carica alla baionetta, e fu eseguita brillantemente respingendo a 200 metri i Bersaglieri piemontesi, che tenemmo in iscacco quasi un quarto d’ora.
Ed a questo punto debbo dire il vero, che se io fossi stato appoggiato nel mio movimento, come più volte ho richiesto al generalede Pimodan, noi avremmo potuto guadagnare l’altura, impadronircene, e forse il risultato sarebbe stato differente: non fui aiutato e dovetti ripiegarmi sulla “casa colonica”.
Una seconda carica venne eseguita con lo stesso slancio, e collo stesso risultato della prima: ma il nemico arrivava da tutte le parti, e la ritirata era imminente. A questo punto il generale De Lamoricière passava la rivista delle linee: il suo Corpo non eseguì il movimento annunziato, e lo vedemmo, dopo essersi spiegato in battaglia nella pianura, battere in ritirata prima che noi avessimo incominciato lo stesso movimento: fu allora eseguito dirigendoci a Loreto. Molti soldati presero delle direzioni opposte, e la sera ci trovammo in numero di circa 3500.
Io ricondussi 86 uomini e 5 ufficiali: il resto era ferito, ucciso, o prigioniero. Le perdite da me fatte sommano a 4 capitani feriti, 4 sottotenenti, 110 soldati incirca, e da 25 a 30 morti, il resto rimase prigioniero. L’effettivo al momento dell’attacco era di 270 uomini.
Il giorno appresso 19, il nemico facendo dei movimenti intorno a Loreto, un attacco divenne inevitabile. Il colonnello Goudenhoven, eletto comandante in capo, riunì i capi dei Corpi per conoscere l’effettivo ed i mezzi di difesa che si potevano opporre al nemico.
Non si trovarono tra i carabinieri, bersaglieri, guide e franco-belgi che 1500 combattenti reali al più. Gli artiglieri mancavano, le munizioni erano considerevolmente diminuite, e la piazza sprovvista di viveri: la resistenza era dunque impossibile, e si decise di capitolare.
Il colonnello Goudenhoven fu incaricato di redigere i differenti articoli della capitolazione, che egli conchiuse col generale Cialdini.
La sera del 19 ci recammo a Recanati, ove ci furono resi gli onori di guerra e facemmo deporre le armi ai soldati, gli ufficiali conservarono le loro, e fummo inviati alle nostre patrie:
L’Autorità piemontese ordinò, io lo credo, che noi fossimo rispettati durante il viaggio; ma gli ufficiali incaricati di questo servizio lo eseguirono molto male: fummo insultati e maltrattati in tutte le città di passaggio.
Unisco al presente rapporto, Monsignore, uno stato di proposta pei Tiragliatori che durante il loro servizio, e durante la battaglia hanno meritato una ricompensa. Io profitto di questa occasione per raccomandarli alla vostra benevolenza.
Sono col più profondo rispetto
Di Vostra Eccellenza
Umil.° e Dev.° Servitore
Il Colonnello dei Franco-Belgi
Ho l’onore di dirigere a V.a E.za l’unito rapporto sulla battaglia di Castelfidardo combattuta il 18 settembre 1860.
La brigata del generale Pimodan, partita da Terni il 12 settembre, giunse a Loreto il 17, ove, dal giorno avanti, si trovavano le truppe sotto gli ordini del generale in capo. Il nemico, forte di 22000 uomini, occupava le posizioni di Osimo, Castelfidardo e Camerano. Le truppe erano schierate sulle alture di Castelfidardo, a cavaliere della strada di Ancona. Il generale in capo diede l’ordine dell’attacco per la mattina seguente alle ore 8. La brigata Pimodan, costeggiando il mare ad un miglio, doveva traversare il Musone, quindi mutando direzione a sinistra, doveva impossessarsi delle alture della Crocetta; ed in questo tempo il generale De Lamoricière, scendendo da Loreto, doveva attaccare direttamente e prendere il nemico di fianco, movimento che doveva permetterci di forzare il passaggio ed arrivare in Ancona, scopo delle operazioni.
Le truppe del generale Pimodan eseguirono il loro movimento alle ore 8 ¾ nell’ordine seguente: il battaglione dei carabinieri, preceduti da due compagnie; il 1° Cacciatori indigeni; il battaglione dei Tiragliatori; il 2° Cacciatori indigeni; il 2° battaglione dei Bersaglieri.
Il passaggio del fiume fu leggermente contrastato dal fuoco di alcuni tiragliatori, i quali si ripiegarono tostochè le prima compagnie avevano guadagnato la sponda opposta. Le truppe si prolungarono sulla sinistra, coprendosi dietro un pendio che serviva da riparo, e furono per dieci minuti fra due fuochi: quello del nemico da una parte e quello del 2° Cacciatori indigeni dall’altra. Questi non avendo ancora varcato il fiume, tiravano sulle prime file.
Il generale de Pimodan ordinò di impossessarsi della casa colonica la “Crocetta”, quasi ai piedi della collina dietro cui era accampata una gran parte dell’armata piemontese: il nemico non difese questa posizione ed il mio battaglione, guadagnando terreno, prese posto innanzi al 1° Cacciatori indigeni spiegandosi in tiragliatori a dieci metri dalla casa: là impegnò un fuoco ben nutrito coi Bersaglieri piemontesi, durante un quarto d’ora. Il battaglione Ubaldini avendo occupato la posizione, io ordinai una carica alla baionetta, e fu eseguita brillantemente respingendo a 200 metri i Bersaglieri piemontesi, che tenemmo in iscacco quasi un quarto d’ora.
Ed a questo punto debbo dire il vero, che se io fossi stato appoggiato nel mio movimento, come più volte ho richiesto al generalede Pimodan, noi avremmo potuto guadagnare l’altura, impadronircene, e forse il risultato sarebbe stato differente: non fui aiutato e dovetti ripiegarmi sulla “casa colonica”.
Una seconda carica venne eseguita con lo stesso slancio, e collo stesso risultato della prima: ma il nemico arrivava da tutte le parti, e la ritirata era imminente. A questo punto il generale De Lamoricière passava la rivista delle linee: il suo Corpo non eseguì il movimento annunziato, e lo vedemmo, dopo essersi spiegato in battaglia nella pianura, battere in ritirata prima che noi avessimo incominciato lo stesso movimento: fu allora eseguito dirigendoci a Loreto. Molti soldati presero delle direzioni opposte, e la sera ci trovammo in numero di circa 3500.
Io ricondussi 86 uomini e 5 ufficiali: il resto era ferito, ucciso, o prigioniero. Le perdite da me fatte sommano a 4 capitani feriti, 4 sottotenenti, 110 soldati incirca, e da 25 a 30 morti, il resto rimase prigioniero. L’effettivo al momento dell’attacco era di 270 uomini.
Il giorno appresso 19, il nemico facendo dei movimenti intorno a Loreto, un attacco divenne inevitabile. Il colonnello Goudenhoven, eletto comandante in capo, riunì i capi dei Corpi per conoscere l’effettivo ed i mezzi di difesa che si potevano opporre al nemico.
Non si trovarono tra i carabinieri, bersaglieri, guide e franco-belgi che 1500 combattenti reali al più. Gli artiglieri mancavano, le munizioni erano considerevolmente diminuite, e la piazza sprovvista di viveri: la resistenza era dunque impossibile, e si decise di capitolare.
Il colonnello Goudenhoven fu incaricato di redigere i differenti articoli della capitolazione, che egli conchiuse col generale Cialdini.
La sera del 19 ci recammo a Recanati, ove ci furono resi gli onori di guerra e facemmo deporre le armi ai soldati, gli ufficiali conservarono le loro, e fummo inviati alle nostre patrie:
L’Autorità piemontese ordinò, io lo credo, che noi fossimo rispettati durante il viaggio; ma gli ufficiali incaricati di questo servizio lo eseguirono molto male: fummo insultati e maltrattati in tutte le città di passaggio.
Unisco al presente rapporto, Monsignore, uno stato di proposta pei Tiragliatori che durante il loro servizio, e durante la battaglia hanno meritato una ricompensa. Io profitto di questa occasione per raccomandarli alla vostra benevolenza.
Sono col più profondo rispetto
Di Vostra Eccellenza
Umil.° e Dev.° Servitore
Il Colonnello dei Franco-Belgi
Il Rapporto è pubblicato in M. Coltrinari, Il Combattimento di Loreto detto di Castelfidardo, Roma, Edizioni Nuova Cultura, 2009
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