L'Ultima difesa pontificia di Ancona . Gli avvenimenti 7 -29 settembre 1860

Investimento e Presa di Ancona

Investimento e Presa di Ancona
20 settembre - 3 ottbre 1860

L'Ultima difesa pontificia di Ancona 1860

L'Ultima difesa pontificia di Ancona 1860
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Onore ai Caduti

Onore ai Caduti
Sebastopoli. Vallata di Baraclava. Dopo la cerimonia a ricordo dei soldati sardi caduti nella Guerra di Crimea 1854-1855. Vedi spot in data 22 gennaio 2013

Il combattimento di Loreto detto di Castelfidardo 18 settembre 1860

Il combattimento di Loreto detto di Castelfidardo 18 settembre 1860
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La sintesi del 1860

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Il combattimento di Loreto, detto di Castelfidardo 18 settembre 1860

Il Volume di Massimo Coltrinari, Il Combattimento di Loreto detto di Castelfidardo, 18 settembre 1860, Roma, Edizioni Nuova Cultura, 2009, pagine 332, euro 21, ISBN 978-88-6134-379-5, è disponibile in
II Edizione - Accademia di Oplologia e Militaria
- in tutte le librerie d'Italia
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sabato 30 aprile 2022

Carlo Bianco. La guerra per bande III Analisi e Considerazioni.



Il trattato del Bianco è indubbiamente un'opera singolare. Esso rappresenta un nobilissimo atto di fede nella capacità di resurrezione dell'Italia, compiuta con le sole sue forze, pur dopo il triste naufragio delle rivoluzioni costituzionali di Napoli e del Piemonte; resurrezione che dovrà essere opera di tutto il popolo italiano, senza aiuto straniero, e che avrà come coronamento l'indipendenza, la libertà, l'unità d’Italia, con Roma capitale della imprese degl'italiani nelle guerre napoleoniche. Ne aveva dato l'inizio un maggiore del genio dell'esercito del Regno italico, il milanese barone Camilla Vacani, passato in verità al servizio austriaco e finito poi generale dell'esercito italiano negli ultimi due anni della sua vita. Egli nel 1823 aveva pubblicato, in tre grossi volumi, con un atlante, la Storia delle campagne e degli assedi degl’italiani in Ispagna dal 1806 al 1813, lavoro tecnicamente magistrale, in cui il valore oscuro e i sacrifici degl'italiani in una guerra da loro non sentita erano messi in chiara evidenza e con ampia documentazione. E il Bianco l’aveva utilizzata per il suo trattato.  Ma era un’opera   spesso fin troppo tecnica e limitata alle guerre della penisola iberica. Nel 1829 uscivano invece i primi due volumi in-16° di un'opera destinata a protrarsi con altri undici volumi fino al 1838: Fasti e vicende dei popoli italiani dal 1801 al 1815, o Memorie di un uffiziale per servire alla storia militare italiana, Italia 1829. Ne era autore Cesare De Laugier, di Porto Ferraio nell'isola d'Elba, ov'era nato il 5 ottobre 1789, che nel 1848 comandò la piccola divisione toscana nell'epica battaglia di Curtatone e Montanara. Aveva combattuto in Ispagna nella divisione Lechi, aveva partecipato nella Guardia Reale dell'esercito italico alla campagna cli Russia del 1812, quindi alla difesa della fronte giulia nell'autunno del 1813. Nel 1815 era entrato nell'esercito di Gioacchino Murat come comandante di un battaglione, e si era ben distinto nella ritirata a Castel di Sangro, quando ormai tutto pareva crollare. Dopo sette anni di vita eroica e la prigionia di guerra in Ungheria, era tornato in Toscana, e nel 1819 era stato accettato nell'esercito granducale come capitano. Dopo di che aveva preso a raccogliere materiale per un'ampia storia degl'italiani nelle guerre napoleoniche fatta con intenti veramente patriottici, sopra un quadro ampio e quel che più importa ponendo in evidenza l'azione di tutti gl'italiani sui vari fronti di guerra. Non era un'opera ardente e incitatrice come quella del Bianco, ma era pur sempre una bella e generosa rivendicazione del valore italiano, e tale da dover servire in seguito di base per qualsiasi nuovo lavoro su tale argomento. Nel 1830 uscivano il III e IV volume, con l'indicazione non più di Italia come luogo di stampa, ma di Firenze, e così fino al XIII volume. Egli era stato in corrispondenza con molti reduci e nell'insieme era riuscito minuto e obbiettivo. Tanto il lavoro del Bianco che quello del Laugier avrebbero dato veramente la spinta sia ad affrontare il problema dell'utilizzazione di tutte le forze vive della nazione ai fini della risurrezione italiana, sia a rivendicare le prove di valore e di capacità militare fornite in un passato non molto lontano dagl'italiani, così che non perdessero la fiducia in se stessi.



[1] Il Bianco non esclude che in una lotta giunta al parossismo si possano avere anche schiere di donne combattenti in primissima linea. Ricorda dapprima le donne americane della Carolina, che confortavano i mariti, i figli, gli amici scoraggiati, e sapevano sopportare serenamente i rovesci di fortuna, la confisca dei beni, la povertà e l'esilio.  Ricorda poi che nella difesa di Saragozza v'erano compagnie di donne d'ogni condizione, armate di pugnali, picche e persino tromboni, le quali portavano viveri e munizioni ai difensori, raccoglievano e curavano i feriti fin nelle posizioni più avanzate; altre compagnie di donne si distinsero nella difesa del Tirolo e nell'insurrezione greca. Il Bianco non dubita che le donne italiane saprebbero all’occorrenza fare altrettanto.

mercoledì 20 aprile 2022

Carlo Bianco. La Guerra per bande II Parte L' escalation della violenza



 Le bande dovranno essere piccole: 10, 20, 30, 50 uomini per poter più facilmente vivere sul posto e potersi più facilmente spostare e occultare. Le bande grosse si potranno ammettere in seguito, quando attraverso la lotta si saranno addestrate e disciplinate; ma allora saranno divenute corpi mobili e legioni, primo nucleo del nuovo esercito regolare italiano. In questo modo la lotta si farà sempre più generale. Il Bianco suppone già all'inizio gli abitanti in gran parte favorevoli, mordenti il freno della  tirannide locale e forestiera;  ma  questo favore stimolato dapprima,  da un  lato con elargizioni, aiuti in denaro, in qualche caso concessioni di terre, dall'altro con esecuzioni sommarie ed esemplari d'elementi palesemente o sordamente ostili, dovrà via via farsi sempre più vivo e palese con l'intensificarsi della lotta, coll'aumentare ciel rischio, colla persuasione crescente che non potrà più esservi soluzione  intermedia, ma solo la vittoria o la rovina totale:  sarà un crescendo di violenza spinta all'esasperazione, al fanatismo, in cui non solo non vi sarà più posto per gli avversari, ma  neppure  per  i  tiepidi,  per  gl'indifferenti,  per  i neutrali. Tutti quanti, uomini e donne, giovani e vecchi, ricchi e poveri, dovranno partecipare alla lotta, combattendo o aiutando in un modo qualsiasi chi combatte. Non più solo dunque l'accrescersi delle bande, ma la partecipazione sempre più ampia e feroce cli tutta quanta la popolazione alla lotta; e quanto all'Italia, non già i 60 o 80 000 insorti iniziali, non più soltanto i due milioni di atti alle armi, ma dei venti milioni d'abitanti, forse i due terzi impegna ti a combattere o ad assistere chi combatte![1] Coll'intensificarsi  della lotta si svilupperà, prima segreta e poi palese, l'organizzazione politica, estendendosi nelle città, nei borghi e nei villaggi; e si svilupperà la formazione di corpi regolari, colonne volanti, via di mezzo fra le bande e le truppe regolari; nerbo di esse dovrebbero essere i veterani delle guerre napoleoniche, 200 000 nel 1814-15 e certo ancora numerosi nel 1829-30, sparsi per tutta Italia, spregiati  e trascurati  dai vari governi e ridotti  a  trascinare,  dopo tante lotte e tanta gloria, « abbiettamente una miserabile vita ». Altri poi se ne dovrebbero trovare negli elementi più intelligenti e aperti, entrati volontariamente nei vari eserciti, il che vorrebbe dire soprattutto nei sottufficiali e ufficiali inferiori più attivi e di carattere. Dalle colonne volanti si passerà alla formazione di legioni che «saranno la base, il principio dell’esercito regolare italiano, che bel bello ingrossando compirà con brillanti e decisive operazioni la grand'opera della riunione, indipendenza e libertà d’Italia». Ma in realtà, secondo il Bianco, la guerra insurrezionale avrebbe già talmente logorato il nemico da rendere assai facile il compito finale riservato alle forze più o meno regolari: il nemico, spossato e demoralizzato, dovrebbe abbandonare alla fine il paese irriducibile e dovrebbe rinunziare, perché troppo onerosa, alla lotta per risottomettere gente decisa all'estremo sacrificio pur di restar libera.


domenica 10 aprile 2022

Carlo Bianco La Guerra per bande I Parte

 


Come s’inizierà   l’insurrezione e In formazione   delle   bande?   Il condottiero, presa la campagna con 20 o 30 uomini, si porterà nei boschi, presso i fiumi o sui monti.  Comincia a infestare le strade arrestando i corrieri, fermando diligenze, impadronendosi della corrispondenza del governo, e subito eliminando i nemici d’Italia.  Poscia dovrà piombare sulle località non presidiate e impadronirsi dei fondi delle casse governative.  Con quei denari potrà corrompere capi e gregari dei posti militari vicini, assoldare   molte guide, provvedere ai più bisognosi della zona, così da mostrare che egli difende la causa del popolo.  In tal modo avrà facilmente viveri, asilo, aiuto.  E dovrà muoversi continuamente così da rendersi irreperibile, e dovrà disseminare i suoi. Ad un certo punto avrà da fare i conti coll’azione delle forze regolari nemiche; ebbene, se lo potrà cercherà di danneggiarle il più possibile, non concedendo quartiere a nessuno, giacché la guerra di bande non ammette che si facciano prigionieri: il volontario verrà a trovarsi nella necessità di combattere fino all’estremo, dato che non troverà a sua volta quartiere.  Ma soprattutto, il condottiero, sentendosi   inferiore   e minacciato   d'avvolgimento, dovrà sciogliere la banda così che si ritragga per molte vie e a piccoli nuclei. Nulla importa che la banda retroceda   o fugga e sembri dissolversi, se tutti sapranno dove e come riunirsi. E allora la lotta continuerà più che mai inesorabile, e il nemico, che si crederà vincitore, si troverà di nuovo assalito sui fianchi e alle spalle. Non solo, ma via via i capi delle bande e i capi delle organizzazioni clandestine dovranno procedere inesorabilmente all’eliminazione dei nemici e altresì degli stessi elementi sospetti e infidi. Sarà certamente una cosa atroce, ma necessaria per evitare un nuovo fallimento della rivoluzione, come già avvenne in Spagna, in Portogallo, a Napoli e in Piemonte.


giovedì 31 marzo 2022

Storia Militare del Risorgimento. Guerre ed Isurrezioni

 

Piero Pieri. Libro fondamentale per comprendere gli eventi militari del Risorgimento

domenica 20 febbraio 2022

Osimo. Il Mito dei Martiri di castelfidardo



 Massimo Coltrinari  

OSIMO E LE CONSEGUENZE DEI COMBATTIMENTI DEL 18 SETTEMBRE 1860

Osimo e l’assistenza ai feriti. Il mito dei Martiri.

 

 Mentre Osimo vedeva il suo tessuto sociale cambiare radicalmente ed i potenti di un tempo non erano più tali, mentre la separazione tra Stato e Chiesa ancora non era palese, ma era iniziata, l’assistenza ai feriti pontifici continuava, ma con crescente difficoltà. Le notizie che abbiamo le dobbiamo in gran parte le ricerche del sempre compianto e caro Mons. Carlo Grillantini che negli anni ottanta del secolo scorso, all’inizio delle ricerche sugli eventi sul passaggio delle Marche dallo stato preunitario allo stato nazionale fu prodigo di consigli ed indicazioni oltre ad una presenza disinteressata alle nostre iniziative.

Giacinto Lanascol , francese, proveniente da Quimper, mori  a vent’anni il 20 ottobre 1860 all’Ospedale di San Marco a seguito di tre ferite da pallottole di fucile. Era assistito dalla madre e da suo zio, il conte Russel. Le sue ultime parole furono “Muoio contento; ho fatto il mio dovere.

Paolo Parceveaux, sottufficiale della fanteria di linea, francese, originario del Castello di Tronjoly, ferito al petto da palla di fucile, morì all’Ospedale Vecchio di Osimo il 14 ottobre, assistito al suo capezzale dal fratello Luigi. Le sue ultime parole furono “L’ultimo mio desiderio è di dare l’anima a Dio, il corpo a Nostra Signora di Loreto ed il cuore a mia madre.” Fu seppellito a Loreto, e secondo una usanza in voga nell’ottocento, nel solco delle reliquie di santi e uomini di chiesa, il suo cuore, chiuso in una teca di metallo fu portato a sua madre. Nel 1860 vigeva ancora la vecchia mentalità che considerava quasi una profanazione le necroscopie. Il presidente Sinibaldi con una lettera del 14 ottobre 1860 ne chiese il permesso al Cardinale Brunelli, che la concede.

Arturo Conte di Chalus, francese di Nantes, morto nel mese di ottobre all’Ospizio di San Leopardo, assistito dal suo compagno Giuseppe Guerin. Il De Segur scrisse così di lui “… combattè….cadde in mezzo alla mischia colpito da mitraglia in una coscia. Fu con altri ferito trasportato allo spedale di Osimo e stette calmo ed intrepido sopra l’insanguinato letto del suo dolore.” 

Regoziano Picou, seminarista di Nantes, fu raccolto sul campo ferito ad una coscia e coperto dalla sola camicia e per il freddo quasi mezzo assiderato. Porato all’ospizio di San Leopardo ad Osimo per mancanza di letti, lo si dovette deporre in un confessionale rovesciato, dove stette vario tempo. La ferita sembrava rimargina ma si riaprì ed il poveretto morì dissanguato il 28 ottobre 1860.

Il De Segur dà una immagine così di parte che in tutte le descrizioni affiora il sospetto che i feriti pontifici non siano stati trattati con la dovuta cura. In realtà vi fu la massima dedizione ed assistenza, nei limiti e nella possibilità di Osimo che in pochi giorni dovette accogliere oltre 300 tra ammalati e feriti.


giovedì 10 febbraio 2022

Osimo. e le conseguenze dei combattimenti del 18 settembre 1860

 


Massimo Coltrinari  

OSIMO E LE CONSEGUENZE DEI COMBATTIMENTI DEL 18 SETTEMBRE 1860

Osimo al centro delle polemiche pontificie

Caduta Ancona il 29 settembre 1860, il 30 le truppe sarde presero possesso della città il 30 settembre, issando il tricolore sulla fortezza dell’Astagno. Il 3, via mare, giunse in Ancona e vi sostò fino al 7 ottobre, quando, seguendo le truppe si mise in marcia verso sud. Lasciò come Commissario per le Marche a svolgere il suo lavoro di rappresentante del Re l’on. Lorenzo Valerio. Ancona e le   Marche tutte iniziavano la loro trasformazione, politica, amministrativa, sociale ed economica da quella preunitaria in sostanza pontificia a quella nazionale. In questo contesto anche in Osimo.si videro profondi cambiamenti. Ma prima che questi si palesassero nella loro compitezza, Osimo dovette assolvere ad un compito particolare: quello di assolvere al compito di assistere e curare i feriti pontificio sia dello scontro del 18 settembre, sia quelle feriti o ammalti nelle operazioni per la conquista di Ancona.

Osimo, quindi, si sobbarcò tutto il peso delle conseguenze dello scontro del 18 settembre, in quanto era l’unico centro che aveva  le strutture e la capacità per .

Nella sua relazione conclusiva riassuntiva della attività svolta, redatta il 7 gennaio 1861, il magg. medico, Angelo Zavattaro, al momento della chiusura dell’ospedale di seconda linea sardo nel periodo settembre – dicembre furono raccolti da 200 a 300 feriti, e poi parecchie centinaia di ammalati. Questi dati si riferiscono al solo ospedale da campo non agli altri sei ospedali operanti nello stesso periodo ad Osimo. Un notevole aiuto fu dato da tutti i cittadini e Zavattaro mette in luce “ la non lenta compartecipazione di ogni classe di cittadini” all’opera di assistenza sia verso i militari piemontesi che i militari pontifici “ attesta alla vetusta Osimo meglio che le virtù cittadine la generosità e non municipale carità di patria e parla in sua lode meglio che non si saprebbe fare da chi scrive. Questa, - continua la relazione -, non incontrarono negli osimani odi o rancori ma solo, e non altrimenti che quelli, le più pietose e premurose sollecitudini.”

I deceduti presso gli ospedali non furono sepolti nelle chiese, ma si dispose che fossero inumati presso il Cimitero di San Giovanni. I deceduti furono 25 Pontifici e 6 Sardi

Osimo si mostrò in quei primi mesi unitari degna delle sue tradizioni di carità ed altruismo.[1] Ma, come sempre succede per chi fa del bene e riceve in cambio l’esatto contrario, si trovò in mezzo alle polemiche sorte in relazione al trattamento dei feriti pontifici, susseguenti a quelle accesasi sul trattamento dei prigionieri pontifici. Secondo la convenzione di resa, la guarigione pontificia di Ancona, dopo aver deposto le armi e tutto l’equipaggiamento non individuale, si doveva concentrare alla Torretta ( Oggi Torrette). Qui, una volta raccolti, a scaglioni, per tappe, (cioè a piedi in quanto non vi erano altri mezzi) tutti i prigionieri furono avvitati in Piemonte e, via Rimini Bologna, Alessandria. Qui, una volta giunti i belgi, i francesi, gli austriaci e gli altri stranieri messi in libertà per tornare alle loro patrie, i cosiddetti indigeni, cioè gli italiani, furono trattenuti per qualche mese, e poi rilasciati anche loro. Durante il tragitto da Ancona ad Alessandria furono fatti oggetti da parte della popolazione dei paesi che attraversavano di manifestazioni ostili, di scherno, insulti e quant’altro, soprattutto in Romagna in cui era molto vivo il ricordo dei fatti del 1859 e delle repressioni poliziesche. Questi episodi furono riportati dalla stampa di parte cattolica che, come detto, avviarono polemiche accese e virulente. Accanto ciò si aggiunse il trattamento che i feriti pontifici ebbero all’indomani dello scontro del 18 settembre nella piana di Loreto, in cui in virtù di sciacalli e delinquenti comuni; molti di loro, come abbiamo visto, furono depredati. Molte testimonianze si aggiunsero, date dei feriti ricoverati negli ospedali di Osimo, Ed Osimo divenne il riferimento territoriale di tutte queste polemiche, anche per le versioni e le testimonianze dei parenti che da Osimo colloquiavano con le loro famiglie in patria. Da tutto questo, vi fu un filone che fu raccolto da vari scrittori di parte pontificia, primo fra tutti il De Segur, che scrissero pagine di fuoco di come i feriti , dopo, e i prigionieri pontifici furono trattati, dopo. Nasce con Osimo sullo sfondo, il mito dei “Martiri di Castelfidardo”, mito tanto inventato quanto falso, che inquinò per oltre un trentennio i rapporti tra le due sponde del Tevere.



[1] Una dettagliata ricostruzione della cura dei feriti dopo lo scontro del 18 settembre 1860 comprese le risultanze contabili tra il Comune di Osimo e l’Intendenza di Armata basata sulla documentazione esistente presso l’Archivio di Osimo è stata riproposta da M. Serrani, Osimo nel 1859 -1960, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Urbino, “Carlo Bo”, Facoltà di Lettere e Filosofia, Corso di laurea in Lettere Moderne, Anno Accademico 2006 - 2007

lunedì 31 gennaio 2022

Osimo nei primi mesi dell'Unita d'Italia

 


OSIMO E LE CONSEGUENZE DEI COMBATTIMENTI DEL 18 SETTEMBRE 1860

Osimo visse la giornata del 18 settembre con apprensione, immediata retrovia del campo di battaglia.

Terminati i combattimenti, nel primo pomeriggio del 18 settembre questi “era nel più completo abbandono per la fuga dei pontifici e per la scarsità dei servizi di cui poteva disporre l’esercito piemontesi, molti concittadini si recarono con vetture sul luogo e diedero a soccorrere i feriti, portandone in parte a Loreto e negli istituti, non solo ed un po' nelle varie chiese ad eccezione della Cattedrale (di Osimo) e di quelle troppo piccole, ed un po' nelle case private. Le signore e le donne della autocrazia e del popolo fecero a gara nel preparare le bende e nell’assistere i degenti. Quel giorno (18 settembre ) era la festa del nostro patrono San Giuseppe da Copertino ma, come ci raccontano i nostri vecchi che ne furono testimoni mentre sul presbiterio si salmodiava e si dava la benedizione ai pochi fedeli, si udivano i lamenti dei feriti giacenti sui lettucci di fortuna, sistemate nella parte della chiesa più prossimi all’ingresso principale e separata dal resto a mezzo di un tendone”[1]

Dal 13 settembre, come detto, il Gonfaloniere Bonfigli aveva assunto i poteri civili a seguito del ritiro dei gendarmi e degli ausiliari e di ogni autorità pontificia su Ancona. Su sua iniziativa il 18 settembre fu costituito un Comitato, di assistenza e soccorso composto da FR.E. Lor. Fiorenti, B.Bellini, Aug. Sinibaldi, Ant. Landinelli e Fr. Mazzoleni conb Fr. Petrini come segretario.

All’indomani del 18 settembre, passato il primo momento della raccolta e della sistemazione dei feriti, la situazione fu presa in mano in Osimo dal Cav. Alessandro Landinelli aiutato da suo fratello Antonio. I feriti furono smistati tra l’ospedale Comunale, detto anche Ospedale Vecchio, un ospedale allestito alla chiesa di San Marco, un terzo ospedale allestito a San Niccolò, un quarto ospedale a San Silvestro, un  quinto all’Orfanatrofio femminile, che aveva un appendice nel vicino Palazzo Pini, ed il sesto a San Francesco.

La organizzazione sanitaria dell’esercito sardo seguiva le connotazioni logistiche dell’epoca. Prevedeva una assistenza ai combattenti dall’indietro in avanti. Un ospedale da campo era stato impiantato ad Osimo diretto dal dott. Zavattaro, mentre un ospedale di prima linea , diretto dal sottointendente Luino, era stato dispiegato a Castelfidardo.[2] Alla Chiesa di Crocette erano dislocate le ambulanze della 4a Divisione (dott. Lai) e della 7a Divisione (Dott. Loretti) ed altri elementi dei servizi sanitari comprese le ambulanze reggimentali dei reparti ivi gravitanti. La Chiesa delle Crocette divenne il centro ove affluivano i feriti e presto si trasformò in un vero e proprio luogo di degenza. Nel suo cortile si provvide a sotterrare i Caduti.

Secondo la ricostruzione di Don Carlo Grillantini il 15 ottobre ad Osimo erano ancora degenti 315 feriti. A San Francesco, anche se non vi sono documenti scritti ma solo una testimonianza orale, Padre Cesanelli, afferma che i frati dovettero per qualche tempo girare nel loro convento camminando tra i letti dei feriti. Negli ospedali di Osimo prestavano servizio una decina di medici, oltre agli infermieri ed a quattro cappellani cappuccini, mentre le suore, Figlie della Carità, ed altro personale civile coadiuvavano il personale medico.

Nelle prime ore dopo i combattimenti emerse un dato che trova riporto nella relazione di Cialdini a Fanti. Vagavano sul campo di battaglia loschi figuri tutti intenti a spogliare i cadaveri e a depredare i feriti. Questa situazione può aver innescato un comportamento di reazione dei feriti verso chi li voleva soccorrere, scambiati per predatori. . Nel rapporto di Cialdini a Fanti la sera del 18 settembre viene evidenziato il comportamento dei soldati pontifici feriti di origine tedesca o svizzera di lingua tedesca che continuarono a combattere anche dopo essere stati feriti o essere fatti passare per finti feriti. Il rancore che questi provavano verso l’elemento indigeno, come lo chiamavano, ovvero italiano era al di sopra delle righe. Molto di questo personale, peraltro, proveniva da un reclutamento verso individui che volevano correre certe avventure, quindi moralmente deficitario. Aggiunto al fatto che elementi locali si diedero allo sciacallaggio si ha un quadro abbastanza esaustivo di questi tristi episodi.

Questo diede vita a una serie di polemiche sulla stampa nazionale e internazionale, soprattutto In Francia e in Belgio, a tutto danno della immagine delle nostra terra e dei suoi abitanti.  Osimo, divenne la metà di tanti viaggio, intrapresi dai parenti che volevano andare a visitare i proprii cari feriti o ammalati. (continua)

 

 

 



[1][1] Grillantini C., Storia di Osimo,  Pinerolo, Scuola di Tipografia Cottolengo, 1969, Vol II dal 1860 ad oggi. Pag. 703.

[2] Il Personale sanitario dell’esercito era considerato civile assimilato alla organizzazione militare. Prevdeva medici divisonali di 1° e 2° classe. Medici reggimentali di 1° e 2° classie, medici di battaglie di 1° e 2° classe  e medici aggiunti. CFr. Ales S., Dall’Armata sarda all’Esercito Pontificio 1843 -1861, Roma, Ministero della Difesa, Stato Maggiore dell’Esercito, Ufficio Storico, 1990 pp. 157 e segg.

giovedì 20 gennaio 2022

Tesi: L'ultima battaglia del generale Ramorino


info:centrostudicesvam@istitutonastroazzurro.org

 

lunedì 10 gennaio 2022

Da una storia a La Storia. La Cattura del gen. De La Moriciere II parte

 


Massimo Coltrinari


La cattura del generale De La Moriciére non fu voluta?

18 settembre 1860 (II Parte)

 

A sostegno della tesi che il generale De La Moricière non fu volutamente catturato dalle truppe sarde su ordine superiore del Comando Sardo, ovvero di Cialdini o uno dei suoi sottordinati per evitare complicazioni internazionali o altro l’Autore di questo scritto[1] porta testimoni oculari. Riportiamo le loro testimonianze:

Doga Celeste fu Antonio, pensionato garibaldino, ora ( 1910 n.d.a) residente al Poggio (frazione del Comune di Ancona) ascrisse di essere stato guida di una compagnia di soldati partiti da Camerano per troncare la ritirata del Lamoricère[2] . Al capitano gli disse che la strada breve e sicura per riuscire, era la strada di terra, tuttora esistente, detta dei Molini (lungo il torrente Boranico) che mena a quella del Trave, precisamente per dove più tardi avrebbe dovuto transitare il generale nemico. Da notarsi che il Doga per il suo mestiere di calderaio specialmente della campagna di Camerano e dintorni era molto pratico. Ma il capitano rispose che aveva l’ordine di andare a Massignano[3] e vi si fece guidare. Ivi giunto seppe che il Lamoriciere s’era fermato al convento dei Camaldolesi[4] sulla vetta del Conero da dove dopo una breve refezione era partito seguendo i sentieri del monte e costeggiando la frazione di Poggio fino al Trave.

Esclamò allora quel capitano “Che sbaglio abbiamo fatto.” come testimonia Giovanni Tangherlini fu Angelo ottantenne (siamo sempre nel 1910) ora residente al Poggio, e in quei tempi a Massignano.[5]

Questi lo guidò al Poggio stesso, ma troppo tardi che già il Lamoriciere s’era avvicinato ad Ancona, senza che si potesse più sperare di raggiungerlo.

Del tragitto percorso da Lamoriciere, come ho indicato più sopra, ho raccolto numerose testimonianze le quali tutte confermano che assolutamente si è cercato di inseguirlo, senza volerlo mai raggiungere, col troncagli la strada.[6]

Ora resta a domandarsi. Proprio vero che quel capitano di cui nessuno ha saputo dirmi il nome[7], s’era sbagliato, o è vero invece ch’egli avesse avuto ordini tassativi dai suoi superiori di lasciare liberamente entrare il Lamoriciere in Ancona per tutto predisporre alla difesa? [8] Se fosse vera questa seconda ipotesi, quali ragioni devono aver influito su tale decisione? [9]

Nella ricostruzione già fatta[10] emerge nella sua oggettività tutta la cronologia degli eventi, che permette già di rispondere a questa ricostruzione: l’intera vicenda si svolse dalle 13,30-14 alle 17,30 del 18 settembre 1860. Dal momento in cui il De La Moriciére, rendendosi conto della situazione tattica, ormai compromessa, da l’ordine di raggiungere Ancona o di mettersi in salvo a Loreto a tutte le sue truppe, fino a che non giunse in Ancona, alla Piazza del Teatro delle Muse alle 17,30. Le vie di scampo per i soldati pontifici erano tre: verso nord, verso Ancona che era l’obbiettivo per cui si erano messi in marcia il 13 settembre dall’Umbria, la via verso sud, lungo la litoranea, detta della “marina”, oppure ritornare a Loreto, da dove erano scesi quella mattina del 18 settembre. 

De La Moriciére scelse delle tre vie, quella nord, verso Ancona; passato per i poggi di Umana (Numana) raggiunse il convento dei Camaldolesi introno alle 15, si fermò quindici minuti e intorno alle 15,45-16 era al Poggio per poi proseguire su Ancona, dove arrivo alle 17,30, raccolto dai comandanti pontifici sulla piazza davanti al Teatro delle Muse.

Un dato viene dato per scontato. Nelle prime ore del pomeriggio come faceva il Doga a sapere che De La Moriciére sarebbe transitato per quella strada? Come faceva a sapere gli esiti degli scontri della mattinata a ridosso del Musone e la decisione del De La Moricière di prendere la via nord per raggiungere Ancona? Così pure, il generale Cugia di Sant’Orsola da Camerano mandava elementi della sua brigata in avanti dando l’ordine di catturare tutti i soldati pontifici incontrati impedendo loro di raggiungere Ancona. Nel contempo, verbalmente, perché per iscritto non risulta, dare l’ordine che se si fosse incontrato il gen De La Moriciére (ma lui come faceva a sapere che era per la via di Ancona?) lo si doveva tassativamente lasciarlo passare?

Nel momento in cui alle 14 - 14,30 Cialdini giunse sul campo degli scontri, che erano praticamente terminati, giungendo da Osimo, i suoi subordinati avevano già dato gli ordini per sfruttare il successo. Su ordine del generale comandante la Brigata Regina, Colonnello Brigatiere Avenati, il 9° Reggimento fanteria[11] mosse verso l’Aspio e passatelo, puntò decisamente su Numana che a quel tempo si chiamava Umana. Raggiuntela, riuscì a intercettare e disarmare 19 ufficiali e 223 soldati pontifici.[12]

Il Generale Cugia di Sant’Orsola, alle prime luci dell’alba del 18 settembre, come visto nella precedente nota, aveva occupato Camerano, ma aveva assunto un atteggiamento prettamente difensivo, dovendo garantire le spalle ai reparti che combattevano fronte sud. L’evolversi della situazione fece sì che non prima delle ore 14 il Cugia cambiasse atteggiamento, passando a quello offensivo. Da Camerano era facile bloccare ogni litoranea per Ancona. Infatti, come detto, fu dato ordine ad elementi della brigata di procedere per colonna ad occupare Massignano. Occupatela intorno alle 15,30-16, un drappello di 25 uomini al comando del cap. di Stato Maggiore Mazzoleni si spinse oltre ed occupava i poggi sopra Sirolo. Il cerchio era chiuso. Se si considera che i combattimenti cessarono intorno alle 14 e due ore dopo tutte le vie litoranee verso Ancona erano chiuse, si può dire che i comandanti Sardi agirono di iniziativa in modo veramente encomiabile.  Nei quindici rapporti esaminati dei Comandanti presenti sul campo non vi è traccia di ordini o altro relativi alla disposizione di non catturare il De La Moricière.[13] Soprattutto quello del generale Cugia di Sant’Orsola, che inviò elementi della sua Brigata a Massignano, né in quello del cap. Mazzoleni. Gli ordini erano chiari per tutti: catturare il maggior numero possibile di soldati pontifici impendo che questi raggiunsero Ancona.

Una grande operazione di omertà tacere questo ordine? Favorire l’arrivo in Ancona del Comandante in Capo, affinchè organizzasse al meglio la difesa. Certamente Fanti avrebbe chiesto precise spiegazioni a Cialdini di questo ordine che contraddiceva tutti quelli emanati in precedenza. Nel rapporto delle ore 21 del 18 settembre 1860 a Fanti, Il Cialdini, nel descrivere la giornata appena trascorsa, scrive…

“IV Gran Comando Militare. Osimo[14] 18 settembre 1860 ore 9 sera.……ho battuto De La Moricière che è tornato a Loreto……

Le mando direttamente questo rapporto onde l’E.V. manovri per tagliare la ritirata al corpo di La Moriciére che non ha altra via fuorché quella che da Loreto per Porto Recanati lungo il mare conduce a Fermo. Le sue truppe devono essere in uno stato di completa demoralizzazione. Per conto mio farò quello che posso per inseguirlo.”[15]

Cialdini mostra tutta la volontà di catturare il maggior numero di soldati pontifici compreso il loro Comandante in Capo. Inoltre è convinto che De La Moriciére sia a Loreto e l’unica via aperta è quella per Fermo. Non sa che il De la Moriciére ha preso la via di Ancona, ove è arrivato alle 17,30.

 

Il De La Moricière riuscì a raggiungere[16] Ancona perché si muoveva a cavallo, mentre le truppe sarde che furono impiegate per chiudere le strade per Ancona si muovevano a piedi. Nonostante la celerità degli ordini e la loro esecuzione immediata, il De La Moriciére riuscì a non farsi intercettare solo per poche decine di minuti, al massimo una mezz’ora. In guerra avere un po' di fortuna non gusta mai.

Sul campo da parte pontificia vi erano solo due generali, il De La Moriciére e il de Pimodan. Come facevano i testimoni oculari a sapere chi dei due generali era il De La Moriciére? Come facevano a sapere che il de Pimodan era stato ferito solo quattro ore prima ed ora era all’ambulanza delle Crocette?  Il fatto che tutti parlano decisamente del De la Moricière é veramente sospetto. L’Autore conclude il suo articolo con due bei paragrafi

“Non a me, umile raccoglitore di notizie storiche è dato significare una risposta esauriente. Ad altri quindi conoscitori profondi delle condizioni politiche nazionali ed internazionali di quei tempi lascio la parola. A me basta aver trovato conforto di testimonianze le quali ancora una volta assodino che se il generale Lamoriciere nella sua ritirata si trova fuori della portata dei cannoni, non fu abilità la sua, e che fu imperizia o altro da parte dell’esercito piemontese l’essere riuscito senza moleste a scappare da Castelfidardo ad Ancona.”

Conclusione che non può essere accettata, per evitare che si crei una nuova versione dei fatti basata su quello che si vuole che sia stato e non quello che è stato: gli ingredienti ci sono tutti: i testimoni oculari prima di tutto. Sono testimonianze da prendere con le molle. Dopo cinquant’anni dagli avvenimenti si può raccontare di tutto ed il contrario di tutto. Il De La Moriciére riuscì a sfuggire alla cattura perché aveva il vantaggio dell’iniziativa e si muoveva a cavallo. Infatti in quel tardo pomeriggio del 18 settembre ad Ancona giunsero solo e solamente dei cavalieri; i soldati a piedi giunsero nella nottata. Accusare di “imperizia l’esercito piemontese” è offensivo; è vero il contrario: i comandanti furono intelligenti, attivi e decisi. Per “o altro” (questa è dietrologia che è sempre un buon ingrediente per storie accattivanti) non è necessario spendere parole. Accusare i Comandanti sardi, non sapendo nemmeno dove fossero (Si cita il generale Morozzo Della Rocca che il 18 settembre era a Perugia in quanto il 23 settembre prende alloggio a Camerano) e quale era il loro ruolo, di aver dato l’ordine di non catturare il De La Moriciére per ragioni oscure ed inconfessabili, si aggiunge a tutto quel affastellamento di “fake news” che avvolge ancor oggi questi eventi. Ed ancora in molti ci vanno dietro.

 De La Moriciére poi non mise mai piede a Castelfidardo. Lui raggiunse Loreto dall’Umbria ed operò da Loreto e nella piana di Loreto; nelle sue memorie cita questa località poche volte, e sempre in modo indiretto e subordinato.

E’ sempre un buon esercizio l’esegesi di testi e confrontarli con le fonti, di tentare di scrivere la Storia, in generale, e la Storia Militare in particolare.[17] Ovviamente si è a disposizione per ogni eventuale approfondimenti.



[1] La Cattura del generale Lamoriciere non fu voluta? In “Per il primo centenario della liberazione delle marche, numero unico pubblicato dall’Associazione Marchigiana per la Storia del Risorgimento italiano, Roma, 1910.

[2] Vedi oltre. Erano i reparti della Brigata Como in azione su ordine del gen. Cugia di Sant’Orsola

[3] Ordine dato dal generale comandante la Brigata, volto a sbarrare la strada ai soldati pontifici che avevano preso la via di nord est verso Ancona.

[4] Il De La Moricière raggiunge il Convento dei Camaldolesi alle 15 circa e vi sosto 15 minuti. Come faceva il testimone a sapere quanto successo quarantacinque minuti prima?

[5] Certamente sarebbe stato un bel colpo aver catturato il Comandante in Capo nemico. Forse il rammarico sta tutto qui.

[6] Sarebbe interessante sapere le testimonianze raccolte, che certamente sono dei civili. Nei rapporti dei comandanti sardi, come si dirà oltre, non vi è traccia di questo argomento.

[7] Era il cap. di Stato Maggiore Mazzoleni, che a Massignano ebbe il compito di proseguire verso ovest e raggiungere i poggi di Sirolo con il compito di fermare tutti i soldati pontifici che incontrava e farli prigionieri.

[8] Furono impiegate diverse compagnie a comando dei loro capitani. Dare ordini tassativi a livello di compagnia, cioè ai capitani, avrebbe significato, come si dirà, che nei rapporti successivi dei predetti capitani questo sarebbe stato rilevato. In nessun rapporto emerge questo dato.

[9] Il fascino delle storie raccontate e non documentate è tutto qui: lanciare interrogativi, mettere i dubbi, creare situazioni, sperando che il sassolino inizia a rotolare e trasformarsi in valanga.

[10] Coltrinari M., La Giornata di Castelfidardo 18 settembre 1860. Il passaggio delle Marche dallo Stato preunitario allo Stato nazionale, Castelfidardo, Fondazione Duca Roberto Ferretti di Castelferretto Italia Nostra Onlus Sezione di Castelfidardo Lions Club Recanati Osimo, 2008, pag. 177 e segg.

[11][11] Due battaglioni e se compagnie al comando del ten. col. Duranti.

[12] Rapporto al Sig. Comandante generale la 4° Divisione attiva (al campo Quadrivio di San Biagio, 22 settembre 1860. Il Comandante la Brigata Regina Colonello Brigatiere Avenati, in Ministero della Guerra Corpo di Stato Maggiore Ufficio Storico, La Battaglia di Castelfidardo, Roma Tipografia del Genio, 1903.

[13] Se l’ordine era stato effettivamente dato, anche verbale, una traccia nel rapporto del subordinato ci doveva essere a giustificazione che sì era stato eseguito. 

[14] Notare che questo rapporto porta la data del 18 settembre 1860 ed indica come sede del Quartier Generale del IV Corpo Osimo.

[15] Coltrinari M., La Giornata di Castelfidardo 18 settembre 1860. Il passaggio delle Marche dallo Stato preunitario allo Stato nazionale, cit. pag. 190

[16] Il totale dei soldati pontifici che raggiunsero Ancona furono 127 Cavalieri, 29 fanti, alla spicciolata favoriti anche dalla loro esiguità, e 17 via mare nei giorni successivi. Questo risultato è la vera sconfitta per il De La Moricière: degli 8500 uomini partiti dall’Umbria che dovevano rinchiudersi in Ancona e dare vita ad una resistenza ad oltranza, giunsero solo 173 uomini pari a poco più del 2%.

[17] L’oggetto di queste due note sarà parte integrante dell’aggiornamento del Modulo di Storia del Risorgimento al Master di 1° Livello in Storia Militare Contemporanea dal 1796 al 1960. IV Edizione attivato presso la Università degli Studi N. Cusano Telematica Roma (www.unicusano.it/master) di cui l’Autore vi è il Direttore Scientifico e Docente.