L'Ultima difesa pontificia di Ancona . Gli avvenimenti 7 -29 settembre 1860

Investimento e Presa di Ancona

Investimento e Presa di Ancona
20 settembre - 3 ottbre 1860

L'Ultima difesa pontificia di Ancona 1860

L'Ultima difesa pontificia di Ancona 1860
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Onore ai Caduti

Onore ai Caduti
Sebastopoli. Vallata di Baraclava. Dopo la cerimonia a ricordo dei soldati sardi caduti nella Guerra di Crimea 1854-1855. Vedi spot in data 22 gennaio 2013

Il combattimento di Loreto detto di Castelfidardo 18 settembre 1860

Il combattimento di Loreto detto di Castelfidardo 18 settembre 1860
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La sintesi del 1860

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Il combattimento di Loreto, detto di Castelfidardo 18 settembre 1860

Il Volume di Massimo Coltrinari, Il Combattimento di Loreto detto di Castelfidardo, 18 settembre 1860, Roma, Edizioni Nuova Cultura, 2009, pagine 332, euro 21, ISBN 978-88-6134-379-5, è disponibile in
II Edizione - Accademia di Oplologia e Militaria
- in tutte le librerie d'Italia
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- Roma Universita La Sapienza, "Chioschi Gialli"
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sabato 20 novembre 2021

Settembre 1860. in Osimo

 


Osimo incredula è sorpresa dagli avvenimenti

Dallo Stato d’assedio alla prima linea

Ai primi di settembre 1860 qualche cosa di anomalo e di grave fu avvertito ad Osimo. Vi era una frenesia insolita nei responsabili Pontifici; mons. Randi, delegato Apostolico ad Ancona, ma che nel giugno 1859, al momento dei tumulti seguiti alla partenza della guarnigione austriaca per il nord, si era rifugiato in Osimo, ritenendola più sicura, lasciando Ancona di notte e senza dare disposizione alcuna, lasciando una impressione pessima. In quei primi giorni del settembre 1860 aveva dato disposizioni di ripristinare in Osimo luoghi ed uffici “per ogni evenienza”. Le notizie da Roma erano praticamente le solite. Giungevano, invece, in Osimo notizie da Ancona molto inquietanti. La vicenda del cittadino inglese, ma in realtà italiano, Pasquale Tommasi divenne nota a tutti. Questi aveva apertamente violato ogni norma politica agendo e sostenendo le idee liberali e promettendo interventi, anche esterni, per avviare una opposizione che in realtà portava ad una rivolta vera e propria. La Gendarmeria pontificia aveva sequestrato carte compromettenti ed anche materiale di propaganda e politico. Le prove erano schiaccianti. Il Governatore di Ancona  De Quattrebarbes ne aveva fatto partecipe non solo il comandante della Piazza, col. O’Gady, ma anche il generale De La Moriciere al suo quartier generale a Spoleto. Il pericolo imminente di una sovversione era palese. L’intervento del console britannico in Ancona fu così pesante che ottenne la liberazione del Pasquali, che fu imbarcato su un piroscafo diretto a Trieste; tutti compresero, di fronte alle accuse evidenti di spionaggio e sovversione, che in tutta la vicenda c’era dietro l’Inghilterra. Che l’Inghilterra, anglicana e massonica, si interessasse così da vicino delle vicende di Ancona e delle Marche lasciava riflettere. In realtà è ampiamente dimostrato che dietro Cavour vi era la Francia, dietro il partito progressista, rivoluzionario e democratico, impersonato da Mazzini, Quadrio, Bertani, e lo stesso Garibaldi ed in Ancona da Alessandro Orsi, vi era l’Inghilterra. Questo non fu mai a fondo tenuto in considerazione dovuta dai responsabili pontifici e dai loro consiglieri austriaci.

Il governatore civile De Quattrebarbes aveva indizi che alimentavano sospetti di sovversione ogni giorno, mentre il comandante della Piazza di Ancona col. O’Gady ordinava ispezioni e ricognizioni in tutto il territorio compreso quello di Osimo. Ai primi di settembre si videro passare reparti pontifici che provenivano da Macerata ed andavano a rafforzare la guarnigione di Ancona. Erano i reparti operativi della III Brigata pontificia al comando del De Courthen: con il suo arrivo, la piazzaforte di Ancona da difensiva divenne offensiva. Oltre alle pattuglie di Gendarmeria nel territorio di Osimo si videro anche pattuglie di soldati a piedi e drappelli di cavalleria. I contadini, venendo in Osimo, oltre che ai loro signori e padroni non facevano mistero che i soldati parlavano apertamente di guerra. Ovvero ci si aspettava che Garibaldi portasse la rivoluzione nello Stato Pontificio, ovvero un attacco da sud.

Le dicerie e le voci si accavallavano sempre più, come quella di un Ufficiale dei Bersaglieri austriaci che era stato pesantemente insultato da alcuni viaggiatori nella carrozza che lo portava da Camerano in Ancona. Questi viaggiatori giunti in città si dileguarono, la polizia arrestò il postiglione ed iniziò varie perquisizioni sia in città che a Camerano. Altre voci riferivano che un soldato della Gendarmeria ausiliare pontificia aveva ferito con la sua spada, durante un alterco, un “rivoluzionario”. Per questo episodio il soldato fu elogiato e ricevette un premo in denaro, mentre una compagnia di soldati fu inviata a Camerano a rinforzo dei reparti di gendarmeria ivi presenti. Anche per questo il ten. Baldoni, comandante della Gendarmeria pontificia di Ancona, venne in Osimo e chiese al Comune di predisporre alloggi e vettovagliamento per circa 100 soldati. Continuavano a passare, soprattutto per la strada postale sotto Castelfidardo, continuamente drappelli di soldati sia a piedi che a cavallo. In Osimo l’inquietitudine aumentava di giornp in giorno: vi erano tanti indizi che qualcosa stava per succedere ma nessuna certezza. Inquietava il silenzio che proveniva da Roma: generalmente dalla Città Eterna arrivano notizie certe e sicure. Molte famiglie di Osimo avevano stretti legami familiari con famiglie romane anche altolocate e a loro si chiedevano notizie; anche loro brancolavano nel buio. Da Pesaro, peraltro, mons. Bellà, delegato apostolico di quella città, aveva informato le Autorità che in Toscana, quasi a ridosso del confine, era stato sequestrato un carico di armi e munizioni diretto prima a Pesaro poi via mare in Ancona.[1] Il 5 settembre mons. Bellà lanciò l’allarme. Notizie certe provenienti da Pergola e da Fossombrone parlavano apertamente di rivolta; per questo chiese l’invio a Pesaro di una compagnia di Gendarmeria come rinforzo al III battaglione di fanteria di linea al comando del ten. col Zappi. Era prevista, per informazioni raccolte oltre confine, una sollevazione di Urbino e delle città dell’alto pesarese. Le autorità militari pontificie presero molto sul serio queste notizie temendo l’inizio di una rivolta nelle Marche. Per questo il 6 settembre fu messa in allarme la III Brigata pontificia che da Ancona doveva essere pronta, su ordine, a marciare prima su Pesaro poi su Urbino. Le unità presenti nel pesarese passarono sotto il diretto controllo del ten. col. Zappi. Il 7 settembre giunse la notizia che Pergola e Fossombrone si erano sollevate e dato inizio alla rivolta, disarmando i posti della gendarmeria e costringendo i pochi soldati pontifici a ripiegare su Pesaro. Zappi immediatamente ordinò ad una compagnia di formazione di uscire da Pesaro e portarsi si Pergola e Fossombrone per ristabilire l’ordine. Intanto le prime compagnie della III Brigata uscirono da Ancona e si portarono a Senigallia. Alla sera del 6 settembre le notizie erano ancora più inquietanti tanto che il De Quattrebarbes e il O’Gady, di concerto con il De Courthen, chiesero per l’indomani a De La Moricière di proclamare lo Stato d’Assedio e la legge marziale, per avere più libertà di agire. De La Moricière, da Spoleto, convinto che il vero pericolo provenisse da sud portato da Garibaldi, voleva le sue retrovie tranquille e sotto il suo controllo. Diede l’autorizzazione alla proclamazione dello Stato d’assedio, che fu proclamato per la città di Perugia[2] e provincia e poi esteso a tutte le Marche[3] il 7 settembre 1860. Appena i manifesti di detta proclamazione furono affissi in Osimo, le preoccupazioni divennero ancora più forti. Alcune famiglie benestanti, memori di quanto era successo il giugno dell’anno precedente, iniziarono a fare preparativi per raggiungere Roma, ritenuta sicura ed al riparo da ogni sovversione. Altri, invece, invitavano alla calma in quanto le forze pontificie erano consistenti, che le autorità avevano la situazione sotto controllo e che prima che Garibaldi arrivasse in Osimo doveva passare del tempo, ricordando che a Roma vi era una guarnigione di 25.000 soldati francesi. Ogni giorno che passava la situazione diveniva, però sempre più grave.

Fa impressione l’edizione ultima del giornale il “Piceno” che si stampava ad Ancona con ampi spazi bianchi, dovuti alla censura esercitata direttamente dal De Quattrebarbes”. Finalmente giunse il Osimo l’edizione del “Giornale di Roma” del 10 settembre 1860 che riportava un’ampia panoramica di quanto stava accadendo nelle Marche. Colpisce che anche Macerata è coinvolta negli eventi sovversivi. Tra l’altro si apprende che un buon tratto dei pali del telegrafo verso Osimo sono stati abbattuti e che sono intervenuti i gendarmi e i cantonieri per ripristinarli.

De La Moricière, De Courthen, O’Gady, de Quatrebarbes, tutti sono determinati a reprimere la rivoluzione sul nascere, assistiti in ciò dai delegati Pontifici, soprattutto mons. Randi a Pesaro e mons. Randi in Ancona. Tutte le forze militari e di polizia vengono mobilitate, e vi è la certezza di poter avere facile successo sui rivoluzionari sia per il numero sia per la determinazione dei comandanti, che non esitano ad impiegare anche l’artiglieria pur di avere ragione di ogni rivolta.

Questo porta un po' di sicurezza in Osimo, anche se la notizia che una colonna di oltre 600 rivoluzionari dalla bassa Romagna ha passato il confine ed invaso Urbino e poi Fossombrone, già in rivolta con Pergola non rassicura. Sono in marcia su queste città consistenti forze pontificie, ovvero tutta la III Brigata operativa uscita da Ancona. Corre voce che hanno ricevuto l’assicurazione che, una volta repressa la rivolta, avranno 12 ore di libertà di saccheggio in queste città per punire la popolazione che appoggia apertamente i rivoluzionari. Tale notizie viene smentita categoricamente da De La Moricière, ma inquieta ancor più gli abitanti di Osimo che ormai hanno la certezza che si andrà incontro a giorni veramente difficili. In questo clima surriscaldato, come un fulmine a ciel sereno che sorprende tutti, giunge la notizia da parte di mons. Bellà che l’11 settembre 1860, le truppe del Regno di Sardegna, gli intimano di sospendere ogni azione contro i rivoluzionari e che contemporaneamente stanno passando il confine e puntano a porre l’assedio a Pesaro. Nessuno in Osimo comprende che cosa stia succedendo, tantomeno immagina che nel giro di quattro giorni Osimo si troverà sulle linee di scontro la l’Esercito Sardo e l’Esercito Pontificio per il possesso di Ancona. E’ l’inizio della invasione delle Marche dell’Umbria di una forza di 35.000 uomini al comando del gen. Fanti. (continua)

 



[1] La notizie indirettamente fu confermata da un agente del servizio segreto pontifici, il Niccolini, che in una lettera al Mons, Randi il 6 settembre in cui scrive che “..dal confine toscano e precisamente  in località Luviano dove ai poderi la Sig,ra Buonaparte belle sequestrati e confiscati dalla Finanza Toscana 9 carri di fucili che erano 1500 e cio per essere stati senza regolari recapiti questi erano diretti alla abitazione della predetta Signora. Così siamo sicuri che le armi non sono state a noi introdotte, ma è certo che sono lì ai confini per l’occorrenza” Cfr. Scoccianti S, Appunti sul servizio informativo pontificio nelle Marche nel 1859-1960. Citato in Coltrinari M., L’Ultima difesa pontificia di Ancona 7-29 settembre 1860. La Fine del potere temporale dei Papi nelle Marche, Roma, Edizioni Nuova Cultura, 2014. Pag 255

[2] Sono noti i fatti del 1859 accaduti in questa città, che sono passati alla storia come “Le stragi di Perugia”, perpetuate dai soldati della II Brigata operativa al comando del gen Schmit.

[3] Tra le misure che suggerisce, anche quella di somministrare una multa di 10.000 scudi a quelle famiglie facoltose che mostrano segni di simpatia per la rivoluzione. Questa misura la ritiene molto più efficace di una scarica di fucileria. Aa Osimo questo provvedimento suggerisce ad alcune famiglie di professare lealtà e fiducia al Governo Pontificio

mercoledì 10 novembre 2021

Osimo Agosto 1860

 

MASSIMO COLTRINARI

Osimo agosto 1860: la tranquillità prima della tempesta

Note di storia risorgimentale. La trasformazione dell’assetto economico-sociale

L’estate del 1860 si presentava ad Osimo come le altre estati. I responsabili pontifici si erano ripresi dagli avvenimenti dell’anno precedente, quando una situazione abbastanza tranquilla divenne improvvisamente difficile. La presenza ad Ancona di una guarnigione di 5000 soldati austriaci, presente dal 1849, garantiva la pace e la sicurezza. Nessuno aveva l’ardire di promuove rivolte o altro e tutto sembrava procedere per il meglio. Improvvisamente nel nord scoppia la guerra tra il Regno di Sardegna e l’Austria, e, in modo sorprendente, al fianco del Governo di Torino scende le Alpi una Armata francese. Parigi e Napoleone III si alleavano con la rivoluzione. Una contraddizione che in molti non riuscivano a comprendere. La Francia era una delle Potenze cosiddette cattoliche, insieme all’Austria, che garantiva la sopravvivenza dello Stato Pontificio e manteneva a Roma una Guarnigione di circa 25.000 soldati per prevenire ogni rivoluzione, come era successo nel 1848. Napoleone III alleato al Cavour era incomprensibile. I meglio informati assicuravano della lealtà dell’Imperatore Cattolico, che garantiva al Pontefice la sopravvivenza assicurando in ogni circostanza che gli spettava di diritto il cosiddetto Patrimonio di San Pietro, territorio corrispondente all’odierna regione del Lazio. Queste affermazioni di Napoleone III erano interpretate come una assicurazione per lo Stato Pontifico, inteso come territori che andavano si dal Lazio, ma comprendevano anche l’Umbria, le Marche e le Romagne. 

Il Cardinale Antonelli, capo della politica vaticana, e la stessa Segreteria di Stato, vedevano con diffidenza Napoleone III, ma non riuscirono mai a capire i suoi disegni. Il suo intervento in Italia era motivato dal fatto che mirava a contrastare il predominio austriaco in funzione strategica. La Francia, dopo aver acquisito il controllo del mediterraneo occidentale ed aperte le vie per l’Algeria e la Tunisia, dove si era installata, ora puntava a portare la sua influenza nel mediterraneo orientale, verso l’Egitto, riprendendo i vecchi piani predisposti da Napoleone. La prova generale di questa espansione era stata fatta nel 1854-1855 con la cosiddetta guerra di Crimea, a cui si aggregò, come noto il Cavour, per portare all’attenzione il problema Italiano sulla scena europea. Alla Francia occorreva avere punti di appoggio concreti, ovvero basi che le permettessero di arrivare nel mediterraneo orientale. I progetti e le idee che, poi, nel 1867 portarono alla apertura del canale di Suez a Parigi erano materia di attento studio. In pratica alla Francia occorreva basi prima in Adriatico, per tentare il successivo balzo vero i mari greci. Chi impediva tutto ciò era l’Austria, che non accettava un suo ridimensionamento nella penisola italiana che dal 1815, avendo definito l’Italia “una semplice espressione geografica, assoggettava ai suoi interessi tutti gli stati italiani, Papa compreso.

Questo significava anche alterazione degli equilibri economici, che avrebbe inciso sulla vita di Osimo e degli osimani. Da una imprenditoria agricola, si doveva passare ad una imprenditoria commerciale e di trasporto, ovvero per Osimo entrare in concorrenza con Ancona, da sempre orientata ai commerci avendo il porto. In varie famiglie benestanti anconetane, come i Fazioli e in tutta la comunità ebraica, lo statu quo era un ostacolo e si vedevano limitare, essendo in contatto con famiglie imprenditoriali inglesi tramite la organizzazione massonica, i loro investimenti e le loro possibilità di profitti. Osimo con le sue famiglie, I Leopardi. I Bellini imprentati con i Brighenti e le altre avevano investimenti sulla terra, sull’agricoltura e in parte anche sul latifondo, come le altre famiglie possidenti di Loreto, Recanati e Jesi. Tutti costoro vedevano i cambiamenti come un salto nel buio. Sul campo politico, da qui il loro appoggio al Governo Pontificio, considerato un paladino della conservazione e dello status quo, appoggiato dall’Austria, sempre contraria ad ogni rinnovamento che avrebbe portato sicuramente alla sovversione ed alla rivoluzione. In Ancona l’orientamento era all’opposto: si era per Cavour ed il suo liberalismo, con venature anche progressiste, ma limitate per lo più all’ideale, non all’espetto economico.

La perdita delle Romagne sul finire del 1859, era stata compensata nelle Marche con l’arrivo di una forte guarnigione pontificia di oltre 4000 uomini al comando del Barone svizzero Kalbermatten, un rude soldato che riteneva suo dovere imporre lo status quo con la forza. Tale approccio non faceva buon gioco all’elemento conservatore, che cercava in ogni modo di ingraziarsi la popolazione con modi molto più intelligenti.

In quell’agosto 1860 in una situazione tutta in divenire, iniziò quella serie di episodi che a capo di circa trenta giorni cambiò radicalmente il profilo socio-economico di Osimo.

Garibaldi, nel 1859, aveva tentato di portare una azione rivoluzionaria ed impadronirsi di Ancona quando era vicecomandante dell’Esercito dell’Italia Centrale. Spalleggiato da una Comitato segreto rivoluzionario operante nella dorica guidato da Alessandro Orsi, tentò di impadronirsi del porto. L’azione fu sventata da un agente del servizio segreto pontificio che aveva una delle sua sedi in Osimo, operante sotto diversi nomi, tra cui Erra, Angeli, Micheli, ecc. che addirittura organizzò un incontro segreto amoroso in cui attirare Garibaldi per ucciderlo, tramite la complicità del suo aiutante di campo che faceva il doppio gioco, in una località a ridosso di Ancona (alcune fonti parlano in modo improprio anche di Osimo) che fallì all’ultimo momento. Contrario all’azione di Garibaldi era anche Manfredo Fanti, capo dell’esercito dell’Italia Centrale che agiva su ordini di Cavour. Lo sventato pericolo di un intervento negli Stati del Papa da parte del partito progressista, non fece abbassare la guardia ai moderati che, nel prosieguo, orientarono Garibaldi ad altre imprese, tra cui quella di portare la rivoluzione nel meridione d’Italia, sull’esempio di Pisacane. In molti speravano a Torino che Garibaldi facesse la stessa fine di Pisacane, ma questa volta le cose andarono diversamente. Era la spedizione dei Mille che portò Garibaldi, il 7 settembre 1860 ad entrare a Napoli. La sua intenzione era quella di marciare su Roma. Occorreva fermarlo. Cavour non trovò altra soluzione che proporre a Napoleone III di scendere nella bassa Italia con l’esercito sardo e bloccare le iniziative garibaldine Roma non si doveva toccare, ma le Marche e l’Umbria si. Questo era il grande equivoco in cui cadde la diplomazia pontificia.

IL 31 agosto fu una giornata particolare. Ad Osimo in una riunione di possidenti, presente il Delegato Apostolico Randi, si cercava di valutare la situazione, con le preoccupazioni di un futuro incerto, con una vendemmia da fare; nessuno immaginava quelle che in pochi giorni sarebbe successo. Nello stesso giorno Farini e Cialdini, furono mandati a Chambery da Cavour per illustrare la situazione a Napoleone III, e a chiedere il tacito assenso di invadere le Marche e l’Umbria per scendere a fermare Garibaldi. L’assenso fu concesso. Per Osimo iniziava un conto alla rovescia che l’avrebbe portata a cambiare radicalmente il suo assetto economico-sociale, ad iniziare, con l’applicazione delle leggi Siccardi sugli Ordini religiosi, e per molte famiglie, fino ad allora floride e potenti, un inizio di decadenza e oblio che è ben rappresentato oggi dallo stato di abbandono dei due principali palazzi signorili che si affacciano sulla Piazza principale di fronte al Municipio. Un montacarichi in ferro arruginito troneggia da oltre 25 anni, che si potrebbe ormai catalogare come esempio del secolo scorso di archeologia industriale, rammenta come quei giorni del settembre 1860 cambiarono ogni cosa. (continua)  


Pubblicato su "La merisian, n. 32 (1219) Anno XXVI 28 agosto 2021  

domenica 10 ottobre 2021

Arquata del Tronto. Ricollocata la Lapide dedicata a Giuseppe Garibaldi

 


Inaugurazione DELL’EPIGRAFE GARIBALDINA DI ARQUATA DEL TRONTO

 

  Nell’antevigilia del quinto anniversario del disastroso terremoto del 24 agosto 2016 e in occasione delle celebrazioni in onore del patrono SS. Salvatore, domenica 22 agosto è stata definitivamente apposta nella baraccopoli di Arquata del Tronto un’epigrafe in ricordo della sosta di Giuseppe Garibaldi con il suo seguito - nella notte fra il 26 e il 27 gennaio 1849 mentre si recava a portare soccorso alla Repubblica Romana -, già affissa nel 1882, anno della morte dell’”Eroe dei Due Mondi”, e scomparsa a seguito dell’evento sismico.

  L’iniziativa, avviata lo scorso anno con il beneplacito e l’accoglienza del compianto sindaco Aleandro Petrucci, motivata anche dall’esigenza di monitorare e spronare le operazioni per il ritorno degli abitanti nel paese oggi evacuato, è stata magistralmente ispirata dall’Accademia di Oplologia e Militaria di Ancona, presieduta da Massimo Ossidi, composta da soci e collaboratori dell’Anconetano, di Senigallia, Fano e Jesi, sostenuta dalla sezione marchigiana “Garibalda Canzio” dell’Associazione Nazionale Veterani e Reduci Garibaldini  (ANVRG) con sede a Castelbellino,  di concerto con il locale ente di promozione sociale  “Arquata Potest”.  

   Allo scopo di fondare e giustificare la ricostruzione nelle radici storiche dello strategico centro  appenninico di confine fra Marche, Lazio e Abruzzo - come nel Medioevo lo era fra Ducato di Spoleto e Marca Ascolana nonché in Età Moderna fra Stato Pontificio e Regno di Napoli - è stata inoltre meritevolmente varata dalla suddetta Accademia l’edizione dell’opera storiografica "La Rocca di Arquata del Tronto", curata dal noto esperto di architettura militare Maurizio Mauro con la collaborazione dello storico locale Gabriele Lalli, che ha in apertura presentato la pubblicazione sulla monumentale struttura bassomedievale.

  Dopo il tradizionale corteo simbolicamente  indirizzato verso il centro storico evacuato e da pochi mesi in fase di ripristino, nel corso dell’ufficiale inaugurazione dell’epigrafe alla presenza del sindaco “ad interim”  Michele Franchi, è stata fra l’altro ricordata, da Ettore Baldetti, presidente della suddetta sezione garibaldina, la figura di Candido Augusto Vecchi, fermano e ascolano d’adozione, testimone e cronista del passaggio garibaldino ad Arquata nonché illustre amico di Garibaldi, che ospitò nella propria villa ligure di Quarto alla vigilia della Spedizione dei Mille e affiancò durante il trionfale ingresso a Napoli del 7 settembre 1860. Poi il presidente di ‘Arquata Potest’, Carlo Ambrosi, salutando i presenti, ha sottolineato il diffuso desiderio del ritorno in loco del venerato crocefisso medievale. In chiusura l’Accademia, dopo le spettacolari fucilate a salve dei rievocatori garibaldini in parata, ha altresì provveduto a consegnare delle targhe ricordo al Comune, ad “Arquata Potest”, alla sezione e alla sede nazionale ANVRG, nella persona della prof. Annita Garibaldi Jallet, pronipote del Generale, che, impossibilitata a partecipare, ha inviato il suo plauso ed encomio.

 

 

 

 

giovedì 30 settembre 2021

1860. Osimo nel risorgimento

 ARTICOLO PUBBLICATO SU

 LA MERIDIANA

28 AGOSTO 2021 - Anno XXVI n. 32 (1219) 

 

MASSIMO COLTRINARI

Osimo agosto 1860: la tranquillità prima della tempesta

Note di storia risorgimentale. La trasformazione dell’assetto economico-sociale

L’estate del 1860 si presentava ad Osimo come le altre estati. I responsabili pontifici si erano ripresi dagli avvenimenti dell’anno precedente, quando una situazione abbastanza tranquilla divenne improvvisamente difficile. La presenza ad Ancona di una guarnigione di 5000 soldati austriaci, presente dal 1849, garantiva la pace e la sicurezza. Nessuno aveva l’ardire di promuove rivolte o altro e tutto sembrava procedere per il meglio. Improvvisamente nel nord scoppia la guerra tra il Regno di Sardegna e l’Austria, e, in modo sorprendente, al fianco del Governo di Torino scende le Alpi una Armata francese. Parigi e Napoleone III si alleavano con la rivoluzione. Una contraddizione che in molti non riuscivano a comprendere. La Francia era una delle Potenze cosiddette cattoliche, insieme all’Austria, che garantiva la sopravvivenza dello Stato Pontificio e manteneva a Roma una Guarnigione di circa 25.000 soldati per prevenire ogni rivoluzione, come era successo nel 1848. Napoleone III alleato al Cavour era incomprensibile. I meglio informati assicuravano della lealtà dell’Imperatore Cattolico, che garantiva al Pontefice la sopravvivenza assicurando in ogni circostanza che gli spettava di diritto il cosiddetto Patrimonio di San Pietro, territorio corrispondente all’odierna regione del Lazio. Queste affermazioni di Napoleone III erano interpretate come una assicurazione per lo Stato Pontifico, inteso come territori che andavano si dal Lazio, ma comprendevano anche l’Umbria, le Marche e le Romagne. 

Il Cardinale Antonelli, capo della politica vaticana, e la stessa Segreteria di Stato, vedevano con diffidenza Napoleone III, ma non riuscirono mai a capire i suoi disegni. Il suo intervento in Italia era motivato dal fatto che mirava a contrastare il predominio austriaco in funzione strategica. La Francia, dopo aver acquisito il controllo del mediterraneo occidentale ed aperte le vie per l’Algeria e la Tunisia, dove si era installata, ora puntava a portare la sua influenza nel mediterraneo orientale, verso l’Egitto, riprendendo i vecchi piani predisposti da Napoleone. La prova generale di questa espansione era stata fatta nel 1854-1855 con la cosiddetta guerra di Crimea, a cui si aggregò, come noto il Cavour, per portare all’attenzione il problema Italiano sulla scena europea. Alla Francia occorreva avere punti di appoggio concreti, ovvero basi che le permettessero di arrivare nel mediterraneo orientale. I progetti e le idee che, poi, nel 1867 portarono alla apertura del canale di Suez a Parigi erano materia di attento studio. In pratica alla Francia occorreva basi prima in Adriatico, per tentare il successivo balzo vero i mari greci. Chi impediva tutto ciò era l’Austria, che non accettava un suo ridimensionamento nella penisola italiana che dal 1815, avendo definito l’Italia “una semplice espressione geografica, assoggettava ai suoi interessi tutti gli stati italiani, Papa compreso.

Questo significava anche alterazione degli equilibri economici, che avrebbe inciso sulla vita di Osimo e degli osimani. Da una imprenditoria agricola, si doveva passare ad una imprenditoria commerciale e di trasporto, ovvero per Osimo entrare in concorrenza con Ancona, da sempre orientata ai commerci avendo il porto. In varie famiglie benestanti anconetane, come i Fazioli e in tutta la comunità ebraica, lo statu quo era un ostacolo e si vedevano limitare, essendo in contatto con famiglie imprenditoriali inglesi tramite la organizzazione massonica, i loro investimenti e le loro possibilità di profitti. Osimo con le sue famiglie, I Leopardi. I Bellini imprentati con i Brighenti e le altre avevano investimenti sulla terra, sull’agricoltura e in parte anche sul latifondo, come le altre famiglie possidenti di Loreto, Recanati e Jesi. Tutti costoro vedevano i cambiamenti come un salto nel buio. Sul campo politico, da qui il loro appoggio al Governo Pontificio, considerato un paladino della conservazione e dello status quo, appoggiato dall’Austria, sempre contraria ad ogni rinnovamento che avrebbe portato sicuramente alla sovversione ed alla rivoluzione. In Ancona l’orientamento era all’opposto: si era per Cavour ed il suo liberalismo, con venature anche progressiste, ma limitate per lo più all’ideale, non all’espetto economico.

La perdita delle Romagne sul finire del 1859, era stata compensata nelle Marche con l’arrivo di una forte guarnigione pontificia di oltre 4000 uomini al comando del Barone svizzero Kalbermatten, un rude soldato che riteneva suo dovere imporre lo status quo con la forza. Tale approccio non faceva buon gioco all’elemento conservatore, che cercava in ogni modo di ingraziarsi la popolazione con modi molto più intelligenti.

In quell’agosto 1860 in una situazione tutta in divenire, iniziò quella serie di episodi che a capo di circa trenta giorni cambiò radicalmente il profilo socio-economico di Osimo.

Garibaldi, nel 1859, aveva tentato di portare una azione rivoluzionaria ed impadronirsi di Ancona quando era vicecomandante dell’Esercito dell’Italia Centrale. Spalleggiato da una Comitato segreto rivoluzionario operante nella dorica guidato da Alessandro Orsi, tentò di impadronirsi del porto. L’azione fu sventata da un agente del servizio segreto pontificio che aveva una delle sua sedi in Osimo, operante sotto diversi nomi, tra cui Erra, Angeli, Micheli, ecc. che addirittura organizzò un incontro segreto amoroso in cui attirare Garibaldi per ucciderlo, tramite la complicità del suo aiutante di campo che faceva il doppio gioco, in una località a ridosso di Ancona (alcune fonti parlano in modo improprio anche di Osimo) che fallì all’ultimo momento. Contrario all’azione di Garibaldi era anche Manfredo Fanti, capo dell’esercito dell’Italia Centrale che agiva su ordini di Cavour. Lo sventato pericolo di un intervento negli Stati del Papa da parte del partito progressista, non fece abbassare la guardia ai moderati che, nel prosieguo, orientarono Garibaldi ad altre imprese, tra cui quella di portare la rivoluzione nel meridione d’Italia, sull’esempio di Pisacane. In molti speravano a Torino che Garibaldi facesse la stessa fine di Pisacane, ma questa volta le cose andarono diversamente. Era la spedizione dei Mille che portò Garibaldi, il 7 settembre 1860 ad entrare a Napoli. La sua intenzione era quella di marciare su Roma. Occorreva fermarlo. Cavour non trovò altra soluzione che proporre a Napoleone III di scendere nella bassa Italia con l’esercito sardo e bloccare le iniziative garibaldine Roma non si doveva toccare, ma le Marche e l’Umbria si. Questo era il grande equivoco in cui cadde la diplomazia pontificia.

IL 31 agosto fu una giornata particolare. Ad Osimo in una riunione di possidenti, presente il Delegato Apostolico Randi, si cercava di valutare la situazione, con le preoccupazioni di un futuro incerto, con una vendemmia da fare; nessuno immaginava quelle che in pochi giorni sarebbe successo. Nello stesso giorno Farini e Cialdini, furono mandati a Chambery da Cavour per illustrare la situazione a Napoleone III, e a chiedere il tacito assenso di invadere le Marche e l’Umbria per scendere a fermare Garibaldi. L’assenso fu concesso. Per Osimo iniziava un conto alla rovescia che l’avrebbe portata a cambiare radicalmente il suo assetto economico-sociale, ad iniziare, con l’applicazione delle leggi Siccardi sugli Ordini religiosi, e per molte famiglie, fino ad allora floride e potenti, un inizio di decadenza e oblio che è ben rappresentato oggi dallo stato di abbandono dei due principali palazzi signorili che si affacciano sulla Piazza principale di fronte al Municipio. Un montacarichi in ferro arruginito troneggia da oltre 25 anni, che si potrebbe ormai catalogare come esempio del secolo scorso di archeologia industriale, rammenta come quei giorni del settembre 1860 cambiarono ogni cosa. (continua)    

venerdì 24 settembre 2021

Campagna informativa e divulgativa. Rivista QUADERNI N. 2 del 2021. Aprile - Giugno 2021

 



Nota redazionale

Come noto, questa rivista, espressione del sostegno ai master di primo livello attivati, per l’area forze armate, presso la Università degli Studi N. Cusano Telematica Roma, sui temi di storia militare e politica militare, è articolata, conseguentemente, su due versanti, il primo dedicato alla storia ed il secondo dedicato alla geografia, e, per estensione alla geografia politica economica e quindi alla geopolitica.

 

Questo numero, per la parte di storia, ospita contributi relativi alla data centenaria della traslazione del Milite Ignoto, sulla scia dei contributi pubblicati nei numeri precedenti. Da sottolineare la pubblicazione integrale del Calendario Azzurro del 2021 dedicato al Milite Ignoto, sintesi felice ed eccellente predisposta da Antonio Daniele. Seguono gli articoli di tre laureati al Master di Storia Militare, uno, di Augusto Angelini (epoca napoleonica) sulla ricostruzione della battaglia di Salamanca, l’altro di Sotorios E. Drokalos (seconda guerra mondiale) che ci dà la versione greca della nostra aggressione al suo paese nel 1940. Infine il terzo contributo di Romano Olevano dedicato ad un tema, il soldati del primo tricolore che la copertina del numero passato aveva preannunciato come tema di trattazione.

 

Per la parte geografica l’articolo Valentina Trogu che tratta del rapporto tra la sociologia e scienze strategiche, è rinviato al numero 4 del 2021 per ragioni di spazio, mentre in geopolitica delle prossime sfide si tratta dell’impatto del Governo Draghi nei rapporti internazionali dell’Italia. In Scenari una breve scheda della influenza che ancora oggi hanno i principi e dogmi dell’Impero romano e della sua eredità.

 

Nelle rubriche, quelle relative al CESVAM si riportano alcune peculiari attività del Centro, con la pubblicazione dei Bandi relativi alle due nuove iniziative, ovvero l’attivazione del Master dedicato al Terrorismo e all’Antiterrorismo Internazionale, e al Corso di Aggiornamento e Specializzazione sempre sullo stesso argomento riservato anche ai diplomati, mentre gli Indici della rivista QUADERNI ON LINE si riferiscono al I trimestre del 2021 Ulteriori notizie sulla attività del CESVA sono possibili trovarle sulla home page della piattaforma www.cesvam.org alla rubrica “Eventi” ed alla rubrica “Notizia CESVAM”, La rubrica di chiusura riporta la iconografia della Brigata “Caltanisetta”, della prima guerra mondiale, come tradizione di questa rivista.

Da ultimo, l’editoriale del Presidente Nazionale ed il Post editoriale del Direttore del Periodico anche per questo numero sono intonati al tema della celebrazione del Milite Ignoto, nel solco delle scelte sopra dette, e dei contenuti evidenziati nella pubblicazione consorella.

(massimo coltrinari)

Il prossimo numero 3 del 2021, 20° della Serie, sarà dedicato, come continuazione del n. 3 del 2019, 16° della Serie, al CESVAM Report. Settembre 2019- Agosto 2021 ove si illustreranno le attività e le realizzazioni dell’ultimo biennio.  (massimo Coltrinari)


 

In I di Copertina: Il Milite Ignoto Cerimonia del 4 Novembre 1921 all’Altare della Patria.

 

martedì 21 settembre 2021

Rivista QUADERNI N. 1 del 2021 Gennaio Marzo 2021

info: centristudicesvam@istitutonastroazzurro.org

 

venerdì 10 settembre 2021

Tesi La Campagna dell'Agro Romano del 1870


info: centrostudicesvam@istitutonastroazzurro.org

 

martedì 31 agosto 2021

Luigi Melfi. Le Intendenze

 

Logistica e contabilità militare. Cenni storici: i soggetti.

di

Luigi Melfi

 


Le Intendenze

Intendente deriva dal francese intendant, a sua volta proveniente dal latino intendĕre, ossia “attendere a qualche cosa, curare”, divenuto nel latino medievale superintendens, vale a dire “sovrintendente”[1].

Ne discende che l’intendènza, dal francese intendance, è un organo normalmente  amministrativo che esercita la competenza su un territorio. In campo militare è  organo di comando logistico col compito di coordinare l’organizzazione e il funzionamento di servizi, per soddisfare le esigenze dell’esercito in guerra (intendenza generale) o delle forze operanti in un determinato scacchiere (intendenza di scacchiere o intendenza di armata)[2].

Attualmente in Italia prende il nome di Comando Logistico dell'Esercito e conduce attività gestionale sviluppando un’omogenea attività di comando, coordinamento e controllo nei confronti di tutte le formazioni logistiche della F.A.

Esso garantisce il supporto logistico dei Comandi e delle Unità dell’Esercito in Patria e fuori area ed è responsabile della cura del personale e delle attività logistiche relative ai materiali e mezzi in uso e dell'impiego delle risorse finanziarie assegnate al settore logistico[3].

Storicamente l’organizzazione logistica ha influenzato pesantemente gli esiti delle battaglie, contribuendo in maniera preponderante all’esito positivo o nefasto.

Si pensi alla crisi logistica della campagna napoleonica di Russia del 1812. Sebbene Napoleone abbia diretto in prima persona la preparazione e l’organizzazione logistica della Grande Armée di circa mezzo milione di uomini, la circostanza che si trattasse di elementi in gran parte non francesi ha rivelato ben presto la disomegeneità morale e tecnica delle forze in campo determinando un ritardo fatale che ha consentito all’esercito dell’Impero russo di riunirsi e di distruggere, incendiandoli, i depositi di materiale e vettovaglie di cui l’Armata francese necessitava per superare il rigido inverno. Il risultato sarà la ritirata seguita dalla quasi totale débâcle al passaggio sul fiume Beresina (26 – 28 novembre)[4].

In epoca immediatamente postunitaria sono da segnalare senz’altro le riforme dell’Esercito del 1871-1873, in particolare l’opera riformatrice di Ricotti-Magnani.  Venne rivolta particolare attenzione ai servizi, quelli che oggi chiameremmo corpi logistici e di supporto. In precedenza i corpi di intendenza (commissari e contabili), di sanità e quello dei veterinari erano figure ibride, a metà tra entità tecnico-civili e logistico-militari. Ricotti decise di trovare una soluzione e lo fece mediante equiparazione degli ufficiali destinati a tali funzioni agli omologhi delle armi combattenti[5].

Alla vigilia della 1^ guerra mondiale l’Italia manifestava considerevoli lacune logistiche, anche a seguito del depauperamento di risorse e capacità di mobilitazione generato dalla guerra di Libia. Nella vision del Generale Cadorna, intento più che mai a ricostituire un apparato da impiegare prontamente, egli unicamente avrebbe dovuto rispondere della mobilitazione con il supporto necessario dei Ministeri.

In altri termini, lo Stato maggiore dell’Esercito avrebbe assunto il ruolo di committente (prima) e distributore (poi) e il Governo quello di garantire la logistica della produzione.

Il generale Alfredo Dallolio – dapprima come sottosegretario e poi come ministro delle Armi e Munizioni – fu il protagonista della produzione bellica e dello svecchiamento di procedure d’appalto e d’approvvigionamento.

Dall’estate del 1914 prese piede una estesa militarizzazione di tutti quei settori (industriale, trasporti e comunicazioni) asservibili allo scopo di una guerra che sarebbe divenuta di logoramento, a differenza dei conflitti ottocenteschi ben più brevi e stagionali, necessitanti di scorte limitate.

Non a caso assunse l’appellativo di Grande Guerra, a dimostrazione dell’estensione spazio-temporale di un conflitto di massa e industrializzato, divenuto intensivo, e della enorme capacità di fagocitare scorte che richiedeva un costante sforzo produttivo e logistico dietro le linee, sforzo che non si esauriva solo nella fornitura e distribuzione di materiale, ma anche nel tentativo di recuperare e riutilizzare quanto non era stato consumato o distrutto (in termini di risorse umane, armamenti, alimenti ecc.). Quindi programmazione delle operazioni belliche e mantenimento della linea del fronte[6].

Accanto alle unità operative vennero affiancate le Intendenze, ossia comandi ausiliari alle omologhe unità operative e con duplice dipendenza gerarchica sia dal comando di assegnazione sia dalle strutture superiori e referenti tecnicamente afferenti al servizio logistico di riferimento.

La funzione delle Intendenze era quella di dirigere e coordinare i servizi nel perseguimento di procedure efficaci ed efficienti di supporto alla tattica e alla strategia delle grandi unità.

I neocostituiti servizi logistici furono:

·         sanitario: medicazione e cura del soldato;

·         commissariato: gestione forniture alimentari, vestiario ed equipaggiamenti. Fondamentale per questo servizio la pianificazione per le esigenze quotidiane.

Per quel che qui rileva il servizio concerneva anche la tenuta contabile e di cassa delle transazioni;

·         materiali d’artiglieria e genio;

·         telegrafico e postale;

·         veterinario;

·         tappe e trasporti;

·         manutenzione stradale.

Dunque la strategia bellica passava in secondo piano a favore della stabilità della capacità produttiva e distributiva, tra i motivi per cui gli USA vinsero entrambe le guerre mondiali o per cui l’Italia vinse il nemico sul Piave dopo la tragedia di Caporetto determinata in parte dalla territorializzazione dei servizi[7].



[3]      Ha sede in Roma, via Nomentana 274, presso la Caserma "Bianchi", da http://www.esercito.difesa.it/organizzazione/capo-di-sme/comando-logistico-esercito

[4]      La battaglia della Beresina (oggi in Bielorussia) è considerata dagli storici come uno dei peggiori disastri militari della storia contemporanea, sebbene abbia avuto esito parzialmente favorevole. Essa rappresenta il simbolo della disfatta della campagna di Russia intrapresa dall'Impero francese nell'estate del 1812, da https://it.wikipedia.org/wiki/Battaglia_della_Beresina

        Si segnala che dalle gesta della Division Suisse nacque la Milizia Aquilese: per approfondimenti v. Gaetano Beretta, I Ticinesi alla campagna di Russia, 1812, Istituto editoriale ticinese, 1937.

 

[5]      Unica eccezione furono i farmacisti, che vennero esclusi e rimasero equiparati a personale civile in divisa. Venne abolito il vecchio corpo di amministrazione (comprendente infermieri, panettieri e magazzinieri) e furono costituite sedici direzioni degli ospedali militari, una per ogni divisione territoriale, e alle loro dipendenze vennero poste altrettante compagnie di infermieri militari. I medici militari furono promossi Ufficiali dell’Esercito e investiti quindi delle funzioni di organizzazione e gestione di uomini e materiali destinati al servizio di ambulanze da assegnare ai corpi mobilitati. Per approfondimenti si veda Stefani F., La Storia della Dottrina degli Ordinamenti dell’Esercito Italiano, Dall’Esercito piemontese all’Esercito di Vittorio veneto Roma, Ministero della Difesa, Stato Maggiore dell’esercito, Ufficio Storico, 1984 Volume I.

[6]      V. Aspetti della logistica nella Prima Guerra Mondiale, I.S.I.S. Bonaldo Stringher il Laboratorio di Storia, in occasione del Centenario Prima Guerra Mondiale 2014/2018 su http://files.spaggiari.eu/UDIP0001/progetti/MigliaiaDiTonnellate/Catalogo.pdf

[7]      Per approfondimenti sull’evoluzione della logistica militare italiana si vedano Botti F., La Logistica dell’Esercito Italiano, Dalla nascita dell’Esercito Italiano alla Prima Guerra Mondiale, Roma, Ministero della Difesa, Stato Maggiore dell’Esercito, Ufficio Storico, Vol. II, 1991 Botti F., La Logistica dell’Esercito Italiano, Dalla Guerra Totale alla Guerra Integrale , Roma, Ministero della Difesa, Stato Maggiore dell’Esercito, Ufficio Storico, Vol. III, 1994 Botti F., La Logistica dell’Esercito Italiano, Dalla Guerra Integrale alla Guerra Nucleare, Roma, Ministero della Difesa, Stato Maggiore dell’Esercito, Ufficio Storico, Vol. III, 1985 Logistica ed equipaggiamenti. Si precisa che utili indicazioni sono state tratte dalle lezioni del Dott. Giovanni Cecini in occasione della frequentazione del Master Universitario Unicusano di I livello in Storia militare contemporanea.

 


martedì 20 luglio 2021

1860 Protagonisti e Personaggi H - Z

 Hubner, ambasciatore austriaco a Roma presso il Governo Pontificio nel 1860.

Manciforte Serafini Giulio, marchese, componente la magistratura del Comune di Ancona nel 1859

Marinelli Clemente. Segretario la magistratura del Comune di Ancona nel 1859

Matteucci Francesco., componente la magistratura del Comune di Ancona nel 1859

Mauri, maggiore di artiglieria, parlamentario incaricato di condurre le trattative di resa della piazzaforte

Mazzini, Giuseppe, nel 1860 a Napoli a capo del partito d’Azione, per convincere Garibaldi a creare la Repubblica

Michele Fazioli, conte, Gonfaloniere  del Comune di Ancona nel 1859,  e capo indiscusso del partito unitario italiano

Molinary di Montepastillo Antonio, generale, , comandante la guarnigione austriaca di Ancona nel 1859.

Monti Benedetto, professore, membro della Giunta provvisoria di Governo in Ancona nel 1859

Morozzo della Rocca, Enrico, generale,comandante del V Corpo dell’Armata, alle dipendenze del gen. Manfredo Fanti . Conquista l’Umbria e poi converge con le sue truppe su Ancona e partecipa all’assedio della piazzaforte pontifica.

Mosti, ferrarese, aiutante di campo di Cialdini

Myonnet Giorgio, soldato nel battaglione dei tiragliatori Franco Belgi. Nato ad Anges Francia nel 1943, fu una delle vittime più giovani del combattimento di Castelfidardo. Educato bel collegio di San Paolo di Maulévrier, aveva appena terminato gli studi ginnasiali che si arruolò nell’Esercito Pontificio nel battaglione dei Franco-Belgi.

Neri, cavaliere, Direttore di Polizia in Ancona nel 1860.

Pellion di Persano, Carlo, vice ammiraglio. Al comando della Squadra navale Sarda, è alle dipendenze del gen. Manfredo Fanti. Uno dei protagonisti della conquista  di Ancona.

Perroni A., capitano, comandante la 7° compagnia del  40° reggimento; si distinse a Monte Pulito

Pichi Girgio, conte, membro della Commissione d’arruolamento istituita in Ancona nel giugno 1859

Pio IX,  Mastai-FerettiPapa, nato a Senigallia, alla guida del soglio pontificio dal 1846, capo dello Stato Pontifico nel 1860

Ploner Mariano, membro della Giunta provvisoria di Governo in Ancona nel 1859

Provana del Sabbione, capitano di vascello, comandante della nave San Michele

Riccardi di Netro, capitano di vascello, comandante della nave Maria Adelaide

Riccetti Giuseppe, anconetano, padrone di un trabaccolo, al servizio del Comitato dei patrioti di Ancona. Fornisce notizie al Persano sugli avvenimenti del 18 settembre.

Serristori,  toscanoaiutante di Campo del Cialdini

Wesminsthal, luogotenente, comandante delle batterie della Lanterna e del Molo

sabato 10 luglio 2021

1860. Protagonisti e Personaggi A - H

  

Albini, capitano di vascello, domandante della nave  Vittorio Emanuele.

Allegrini Francesco, generale di Brigata, comandante la città di Ancona nel 1859

Antonelli Giacomo, cardinale, capo della segretaria di Stato di Pio IX

Bec de Lièvre Luigi Amato, maggiore, comandante del battaglione dei tiragliatori franco belgi

Bertone di Sambuy, sottotenente di vascello; comandante gli artiglieri di marina sbarcati su richiesta del Cialdini.

Blumensthil, tenente colonnello, comandante l’artiglieria da campagna dell’esercito pontificio

Bonanni Giacomo, conte,  componente la magistratura del Comune di Ancona nel 1859

Borromeo, lombardo, aiutante di campo di Cialdini

Bourbon del Monte, marchese e cavaliere, componente la magistratura el Comune di Ancona nel 1859

Buglione di Monale, capitano di corvetta, comandante della nave Mozambano.

Carini, conte, gentiluomo fu da intermediario tra il De La Moricière e la Duchessa di Parma

Castellà  (o Castellaz), capitano, reggimento estero, attaccò gli avamposti  sardi a Pietralacroce

Cavour, Camillo Benso conte di, uomo politico, Primo ministro del Governo del Regno di Sardegna, ministro della Marina nello stesso governo.

Chatelinau, avventuriero e estremista, voleva creare un corpo di volontari estraneo all’esercito a Roma

Cialdi Alessandro, Comandante della Marina pontificia al momento della restaurazione nel 1849.

Cialdini, Enrico, generale, comandante del IV Corpo d’Armata, alle dipendenze del gen. Manfredo Fanti. Conquista Pesaro, Fano e idea la manovra che poterà al successo di Castelfidardo il 18 settembre 1860.

Cresci Ferdinando, cavaliere,  membro della Giunta provvisoria di Governo in Ancona nel 1859

D’Aste, capitano di vascello, comandante della nave Governolo

De Asarta L., capitano comandante la 7° compagnia del 39° reggimento; si distinse a Monte Pulito

De Bourbon-Busset, Louis-Joseph-Gaspard de Bourbon-Busset, conte di Chalus (1819-1871)  aveva il  comando del Corpo delle Guardie di De La Moriciére, con il grado di tenente.

De Chalus Arturo,  soldato del battaglione dei tiragliatori Franco-Belgi, conte  del basso Maine, nato a Nantes, ferito alla coscia destra, fu trasportato ad Osimo, ove morì nel mese di ottobre 1860

De Courcy,  conte,  console francese ad Ancona nel 1860

De Gramont,, ambasciatore francese a Roma. Con i suoi dispacci orienta in senso negativo la condotta del Comando Pontificio

De Kalbermatten G., , generale comandante il corpo di spedizione che represse il moto rivoluzionario in Ancona nel 1859

De La Moriciére, Cristopher, generale, Comandante in capo delle truppe Pontificie.

De Merode, Xavier, pro-ministro per le Armi nel 1860, esponente principale del partito ultramontano e principale assertore della difesa armata dello Stato Pontificio

Della Minerva, conte, ultimo ambasciatore sardo a Roma. E’ latore dell’ultimatum di Cavour al governo Pontificio il 7 settembre 1860.

Delle Piane, sottotenente, sottocomandante delle batterie della Lanterna e del Molo

Di Prampero A., tenente, aiutante di campo del comandante la Brigata Bologna.

Duca di Bisaccia, intermediario in Belgio per acquisto di artiglierie per conto dello Stato pontificio

Euzeby Luigi, componente la magistratura el Comune di Ancona nel 1859

Fanti, Manfredo, generale, ministro della guerra del Governo del Regno di Sardegna, è il Comandate delle forze di invasione Sarde nelle Marche e nell’Umbria

Farina Filippo, ministro per le Armi dal 1857 al 1860

Faussone di Clavesana, capitano di corvetta,capo di Stato maggiore della squadra navale

Fazioli Andrea, conte membro della Commissione d’arruolamento istituita in Ancona nel giugno 1859

Feoli cav. Raffaele, membro della Giunta provvisoria di Governo in Ancona nel 1859

Fiastri, capitano, XXIII battaglione Bersaglieri. Si distinse all’attacco della Lunetta di Santo Stefano

Francesco II, re delle due Sicilie. Ultimo sovrano borbone a Napoli; a settembre si ritira a Gaeta

Frignone, generale, comandante della colonna distaccata. Il 17 settembre espugna la rocca di Spoleto

Gabuzzi Gio. Battista, componente la magistratura del Comune di Ancona nel 1859

Galli della Mantica, capitano di vascello, comandante della nave Carlo Alberto

Garibaldi Giuseppe, l’ eroe dei due monti, protagonista dell’impresa dei Mille, entra a Napoli il 7 settembre 1860. i suoi programmi determinano l’intervento di Cavour

Gherardi, conte, patriota,  a Senigaglia mette a disposizione una carrozza al Persano per raggiungere il Q.G. di Cialdini il 17 settembre 1860

Goyon, generale francese, capo della guarnigione di Roma

Guerìn Giuseppe,  figlio di operai, era entrato nel seminario di Nantes, entrò nel battaglione dei Franco-Belgi, ferito al petto, fu ricoverato ad Osimo ove spirò il 30 ottobre 1860

Gulinelli Federico, membro della Commissione d’arruolamento istituita in Ancona nel giugno 1859


mercoledì 30 giugno 2021

Carta: L'Italia del 1860


Fonte: LIMES Rivista di Geopolitica

 

domenica 20 giugno 2021

Pietre. Per la storia di Ancona e del suo territorio

 

Ancona cura poco la sua storia, scrive Massimo Coltrinari. Eppure segnali di inversione di tendenza si colgono da qualche anno a questa parte. Merito di studiosi e appassionati con curriculum e percorsi formativi assai variegati. Accanto allo straordinario lavoro di Massimo, teso al recupero della nostra memoria storica sull’Ancona risorgimentale e non solo, Claudio Bruschi ha scritto all’inizio del 2012 una opera importante sul “Campo trincerato di Ancona”. Poi si sono spesi Marina Turchetti con il suo Laboratorio culturale, Enzo Monsù, che ha valorizzato le fortificazioni di Pietralacroce nel 150° anniversario dell’Unità nazionale, il compianto Enzo Jannaci, che ha ricostruito una pagina di storia minuta sul versante dei “vinti di Salò”, ma anche studiosi e giornalisti amanti della storia come, vado in ordine sparso, Antonio Luccarini, Rodolfo Bersaglia, Giampaolo Milzi, Fausto Pugnaloni, Fabio Barigelletti, Franco Frezzotti, Nino Lucantoni, Roberto Domenichini, Gilberto Piccinini, Roberto Giulianelli, Lucilla Niccolini, Giorgio Guidelli, Roberto Giulianelli, Giuseppe Barbone, Giorgio Petetti, Giuseppe Campana, Ruggero Giacomini, Giorgio Mangani, Massimo Papini e l’Istituto Storia Marche. E molti altri che, mi perdoneranno la mancata citazione, hanno a cuore la memoria e la storia di questa strana Città. Tutti hanno dato un contributo nel riscoprire la ricchissima storia dorica dalla fondazione a opera dei siracusani, 2400 anni orsono nel 2013, al terremoto del 1972, quaranta anni fa. Lo hanno fatto con opere a carattere scientifico oppure con saggi e opuscoli (basta dare un’occhiata alla sempre ricca vetrina di Canonici dedicata da cinquanta anni alla storia locale), organizzando trekking urbani, rassegne, mostre, scrivendo articoli sui quotidiani locali (come nella pagina domenicale de “Il Messaggero” intitolata “Acque e lune”), o infine fornendo stimoli e impulsi a costruire nuovi itinerari e percorsi di ricerca. E un piccolo contributo, scusate, l’ho dato anch’io, prima organizzando per la Provincia di Ancona il ciclo “Lezioni di storia”, quattro edizioni e ventuno incontri assai frequentati dal pubblico che hanno visto il confronto tra uno storico locale e uno “nazionale” attorno ad un evento della nostra storia, e poi attraverso il lavoro in corso all’assessorato alla Cultura – Turismo del Comune.

Generosamente (e scherzosamente), il generale Coltrinari mi definisce “l’uomo che fa parlare le pietre”  però in effetti per “Lezioni di storia” ho sempre tenuto in mente il legame tra “pietre” e fatti, magari utilizzando il luogo (della memoria) quale set per la rievocazione. Anche gli ultimi percorsi del trekking urbano nazionale che ho curato, con i colleghi del settore Attività culturali – Turismo del Comune (tra i quali quello organizzato a Pietralacroce, frazione dorica ricca di storia risorgimentale, in occasione del 150° anniversario dell’Unità nazionale), si basano sul concetto del “fare parlare le pietre”, e su di un assunto allo stesso tempo “scientifico” e divulgativo della storia. Perché l’altro principio di cui sono convinto, pur espresso in maniera un po’ provocatoria, è il seguente: o la ricerca storica acquisisce (anche) un carattere divulgativo o non è.        

E’ sufficiente tutto ciò per parlare di rinascita oppure in periodo di crisi ci si ripiega sul proprio passato? Non ho una risposta a questa domanda però l’attenzione del pubblico (e non solo di quello anconetano) nei confronti della nostra storia è incoraggiante. Alla fine l’obiettivo è semplice: diffondere la conoscenza delle “pietre” per preservarle e conservare la memoria storica della nostra Città.  

 

Sergio Sparapani