L'Ultima difesa pontificia di Ancona . Gli avvenimenti 7 -29 settembre 1860

Investimento e Presa di Ancona

Investimento e Presa di Ancona
20 settembre - 3 ottbre 1860

L'Ultima difesa pontificia di Ancona 1860

L'Ultima difesa pontificia di Ancona 1860
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Onore ai Caduti

Onore ai Caduti
Sebastopoli. Vallata di Baraclava. Dopo la cerimonia a ricordo dei soldati sardi caduti nella Guerra di Crimea 1854-1855. Vedi spot in data 22 gennaio 2013

Il combattimento di Loreto detto di Castelfidardo 18 settembre 1860

Il combattimento di Loreto detto di Castelfidardo 18 settembre 1860
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La sintesi del 1860

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Il combattimento di Loreto, detto di Castelfidardo 18 settembre 1860

Il Volume di Massimo Coltrinari, Il Combattimento di Loreto detto di Castelfidardo, 18 settembre 1860, Roma, Edizioni Nuova Cultura, 2009, pagine 332, euro 21, ISBN 978-88-6134-379-5, è disponibile in
II Edizione - Accademia di Oplologia e Militaria
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domenica 30 maggio 2021

La Battaglia di Novara 23 marzo 1948

Fabio Volpe* 

1.     Premessa

L’aspetto più ostico nel comprendere un evento complesso come una campagna militare è, probabilmente, quello di riuscire a visualizzare sul terreno le unità coinvolte, le loro azioni e i loro rapporti di  forza. Paradossalmente, però,  la grande quantità di informazioni disponibili fino al livello di dettaglio sub-tattico può generare una grande confusione, che non permette al lettore di comprendere appieno le dinamiche generali e le motivazioni dietro determinate scelte e accadimenti.

Come regola generale, quando in campo militare si va ad analizzare  un’ intera campagna da un punto di vista operativo, si applica generalmente la regola “two level down”. Ovvero, se si analizzano le azioni di un esercito, si cercherà di mantenere un livello di dettaglio fino a livello divisione o al massimo brigata. Ovviamente, per alcune fasi della campagna sarà sufficiente fornire  una visione generale degli accadimenti mentre,  quando singoli reparti rivestiranno un ruolo cruciale nell’azione, essi dovranno essere senz’altro menzionati. I singoli aneddoti e accadimenti, le prove di coraggio di piccoli nuclei o singoli sono sicuramente utili per calarsi nel contesto ed avere una visione di ampio respiro. Tuttavia, in questo breve testo si cercherà con l’aiuto della moderna simbologia in uso nei paesi della NATO di dare un, quanto più chiaro possibile, quadro d’insieme della campagna.

Infine, si fa presente che tutti i commenti e analisi che differiscono dalla narrazione storica sono stati riportati in carattere italico.

 

2.     La situazione generale

La prima guerra di  Indipendenza, iniziò a seguito delle Cinque Giornate di Milano (18˗22 Marzo 1948). Il piccolo stato piemontese aveva cercato di farsi espressione dei movimenti rivoluzionari che si sollevarono, non solo nella regione Lombardo˗Veneta, ma in tutta l’area italiana. Il Re Carlo Alberto, che nel corso della sua vita aveva più volte oscillato tra sentimenti reazionari e liberali,  aveva in ultimo concesso lo Statuto Albertino il 7 febbraio di quell’anno. Il sovrano piemontese vedeva aprirsi l’occasione per un’ eventuale espansione nel lombardo-veneto e di una possibile federazione italiana a guida pontificia. Si rendeva conto, però che il regno di Sardegna non avrebbe potuto prevalere da solo contro un vasto impero di popolazione sette volte superiore al Piemonte. Al tempo stesso vedeva ancora con timore i moti rivoluzionari che si stavano propagando da Milano alla Sicilia temendo che questi potessero portare instabilità anche nel suo regno, nonostante le concessioni già date.

  Applicando questa chiave di lettura è possibile spiegare il mancato supporto agli insorti milanesi e, in generale, la tardiva presa di posizione contro l’impero asburgico. La prima fase della guerra durò circa 4 mesi ed fu coronata da alcuni successi iniziali. I Piemontesi si spinsero fino alle rive dell’ Adige con la vittoria a Pastrengo. A quel punto, persero però il supporto dello Stato Pontificio (le cui truppe rimasero a combattere come volontari) e del Regno delle Due Sicilie (il cui contingente venne ritirato ancora prima di combattere). L’idea di una federazione italiana a guida pontificia era fallita.

Col sopraggiungere dei rinforzi austriaci le truppe piemontesi furono respinte fino a Milano.

Questa fase della guerra  si concluse il 9 Agosto 1948 con  l’ armistizio “Salasco” che aveva sospeso le ostilità a patto di una ritirata piemontese dietro il Ticino.

Seguirono per il Regno Piemontese mesi concitati dove si cercò di riformare, con scarsi risultati, l’apparato militare e dove aumentò la  pressione dell’opinione pubblica per riprendere le ostilità.

Carlo Alberto riuscì, nonostante l’iniziale opinione contraria del governo e del paese,  a mantenere il  pieno controllo  dell’esercito scegliendo  il Generale Polacco Chrzanowski come Generale Maggiore in comando . Quest’ ultimo, scelto per non inasprire le rivalità tra gli alti ufficiali piemontesi, era però mancante del carisma, della conoscenza delle forze e del terreno.

Nel Marzo 1849  l’esercito piemontese non era certo  in condizioni ottimali. Sulla carta esso risultava di 110.000 uomini ma, tolte le riserve in congedo, reclute e ammogliati con prole a cui non  a cui non erano assegnati ruoli di prima linea, malati e disertori , le forze utili al combattimento erano circa 55.000.

Come se non bastasse, la riforma dei quadri e della selezione dei comandanti era miseramente fallita e le condizioni finanziare del Regno erano in dissesto.

 Ciò nonostante il 12 Marzo 1849 il regno di Sardegna, decise di riprendere le ostilità  per tentare la riscossa e uscire così da una situazione di politica interna che si era ormai fatta incandescente a causa delle forti pressioni della sinistra democratica per riprendere le ostilità.  

 

3.     Piani e  dislocazione iniziale

 Il Generale  Chrzanowski è fin da subito molto dubbioso sulle reali possibilità  dell’esercito sotto il suo comando. Sembra però persuadersi che il governo di Vienna impegnato contro la rivolta ungherese e con movimenti insurrezionali interni non si sarebbe arrischiato ad una guerra offensiva e si sarebbe ritirato alle prime avvisaglie di ostilità dietro il fiume Adda se non addirittura nel quadrilatero difensivo (Verona-Legnago-Peschiera-Mantova).

Le prime disposizioni del generale polacco lasciano l’esercito molto sparpagliato: 5 divisioni attorno a Novara, la brigata Solaroli a sinistra alla fine del Lago Maggiore, la divisione Lombarda tra Alessandria e Voghera ,nei pressi di Piacenza la brigata d’Avanguardia ed infine a Parma la   divisione.

Il grosso dell’ esercito austriaco (5 corpi d’armata) era invece riunito nel trapezio  Binasco-Corte Olona-Codogno-Melegnano con due brigate di copertura a Pavia e lungo il Ticino mentre una nel basso Varesotto. Questa disposizione sul terreno potevano precludere a tre distinte condotte nemiche: una ritirata verso il basso Adda, un forzamento del Ticino da Pavia grazie alla testa di ponte del Gravellone e un forzamento del Po tra Pavia e Piacenza (per puntare ad Alessandria.

Il Generale Armorino (comandante della Divisione Lombarda) sembra essere fermamente convinto di quest’ultima opzione  e contravviene agli ordini di Chrzanowski, che gli imponevano di prendere una forte posizione a Cava Manara sorvegliando l’ultimo tratto del Ticino.

Ramorino, quindi lascia alla Cava solo il 21° Reggimento di fanteria e un battaglione bersaglieri, mentre mantiene il grosso delle forze fra Casteggio, Barbianello ed il Po per fronteggiare un eventuale forzamento da Stradella.

4.     I primi scontri

Il 20 Marzo a mezzogiorno la 4ª divisione piemontese con la 3ª come rincalzo si spinge fino a Magenta senza incontrare nessuna traccia del nemico; cosi al calar della sera rientra su Trecate.

Intanto Radetzky è sboccato dal ponte di Pavia in Piemonte trovando solamente le  esigue forze lasciate dal generale Ramorino. La divisione Arciduca Alberto del II Corpo austriaco apre la strada appoggiata da 5 battaglioni del IV Corpo. Dopo una breve resistenza le forze austriache hanno aperta la strada per Mortara e Vigevano mentre il 21° reggimento ripiega oltre il Po. Ramorino, infatti, persiste nelle sue convinzioni: considera quella di Pavia un mero diversivo e aspetta lo sforzo principale nemico su Stradella.

A questo punto per il Generale Chrzanowski si delineano tre possibili linee d’azione :

a.     Avanzare su Milano e verso il quadrilatero quasi sguarnito;

b.     Tagliare la linea d’azione nemica passando da Magenta verso Pavia;

c.      Consolidarsi e difendere su Mortara e Vigevano.

Il generale polacco sceglie quest’ultima opzione e si prepara a difendere.

Questa scelta, a posteriori, appare delineata dall’  indecisione e mancanza di carisma dell’ufficiale polacco, ma vale la pena considerare che l’impossibilità per quel tempo di ricevere informazioni aggiornate sulla posizione e consistenza del nemico avrebbe esposto le truppe piemontesi, nel caso di scelta delle prime due opzioni, a un forte rischio di accerchiamento.

Ramorino viene sollevato dall’ incarico e la Divisione Lombarda viene affidata al Generale  Fanti. Ciò nonostante la divisione Lombarda viene lasciata sulle sue posizioni segno che anche per Chrzanowski la minaccia su Alessandria era fondata.

Nella notte tra il 20 e il 21 Marzo  la 2ª divisione piemontese viene spostata a Vigevano con la 3ª a suo sostegno, mentre la 1ª divisione e la divisione di riserva su Mortara. Viene inoltre richiamata dall’altra sponda del Ticino la 4ª divisione con l’ordine di muovere anch’essa su Vigevano.

Infine la brigata Solaroli e 4 battaglioni di reclute vengono posizionati a Gravellona Lomellina come retroguardia e col compito di bloccare sul ponte del Ticino.

Nella mattina del 21 Marzo l’esercito austriaco incomincia ad avanzare il II corpo sullo stradone per Mortara con il IV alla sinistra ed il I alla destra, ad un’ora di distanza seguono il III e il corpo di riserva.

 

5.     La battaglia della Sforzesca e di Mortara

I primi contatti col nemico avvengono a Borgo San Siro, dove un battaglione rinforzato  a guida Piemonte Reale di circa 1000 uomini, si imbatte nell’ avanguardia del 1° corpo austriaco.

Intanto il Re e Chrzanowski sono alla Sforzesca (Vigevano) e decidono di modificare il piano difensivo del generale Bes (comandante della 2ª divisione). Quest’ultimo aveva posizionato la brigata Casale  presso Garbana con il compito di ingaggiare  il fianco sinistro austriaco  durante l’avanzata nemica verso Vigevano. Chrzanowski invece decide di assegnare alla 2ª divisione esclusivamente compiti difensivi sulla strada di Borgo San Siro, mentre ordina al generale Perrone con la 3ª divisione di difendere sulla strada di Gambolò alla destra di questa.

Questi ordini vengono dati tardivamente e finiscono per essere controproducenti per l’intero schema difensivo.  Le strade diventano intasate  e le unità  si intralciano le une con le altre.

Infatti, quando l’avanguardia del I corpo arriva alla Sforzesca, trova solo il 17° Reggimento Fanteria con alcuni rinforzi. Gli Austriaci, superiori di numero tentano una manovra avvolgente, ma il 23° reggimento fanteria, comandato dal colonello Cialdini supportato da elementi del Piemonte Reale, riesce a contrattaccare con successo respingendo il nemico. Alle ore 1900 del 21 Marzo la brigata Casale e la 3ª divisione sono finalmente nelle postazioni difensive predefinite.

Sul piano tattico la battaglia della Sforzesca potrebbe essere considerata una vittoria per il Regno di Sardegna avendo protetto Vigevano e posizionato a difesa 3 divisioni. In realtà  le unità austriache potevano avanzare indisturbate verso Mortara senza unità piemontesi a minacciare il loro fianco destro. Mantenere un allineamento più avanzato sull’asse Gambolò-Borgo San Siro avrebbe favorito un contrattacco durante la battaglia di Mortara.

Sempre il 21 Marzo  il II corpo austriaco seguito dal III e  dal corpo di riserva stanno muovendo dalla direttrice Pavia-Mortara e alle 1600 la divisione di testa dell’Arciduca Alberto si trova presso i Casoni di Sant’Albino.

Il dispositivo difensivo piemontese su Mortara consiste in due divisioni (1ª e Riserva) coadiuvate dal capo di stato maggiore La Marmora. La zona ovest di Mortara è assegnata alla divisione del duca di Savoia (divisione di riserva). Di questa, la brigata Guardie è schierata nei pressi di Castello d’Agogna e la brigata Cuneo a Mortara ovest. La 1ª divisione del generale Durando copre la zona est della città. Di questa la brigata Aosta copre la zona sinistra e la  brigata Regina la zona destra.

Questo dispositivo difensivo si estende per 14 km, le comunicazioni tra le unità sono scarse e i movimenti sono sfavoriti dal terreno e dalle vie di arroccamento poco conosciute ai comandanti piemontesi.

Dopo un intenso fuoco d’ artiglieria l’attacco si concentra sulla strada che da Casoni di Sant’ Albino va  a Mortora nell’area di operazioni della brigata Regina. La brigata Aosta, infatti é solo debolmente e tardivamente interessata e il suo movimento è ostacolato dal Cavo Passerini che divide le aree delle due brigate. Col favore della crescente oscurità gli Austriaci riescono a sfondare ed a penetrare in Mortara. La brigata Aosta riceve l’ordine di ripiegare e difendere la città ma, dopo una scontro iniziale alla rotonda di Sant’Albino, viene fatta ritirare su Vespolate e poi su Novara. Dopo una strenua resistenza al convento di Sant’Albino alla testa di due battaglioni della Brigata Cuneo il Generale La Marmora decide di ritirarsi. Nel frattempo la Divisione di riserva si sta già ritirando verso Robbio e Vercelli.

Dopo un incontro tra  La Marmora, Durando e il Duca D’Aosta a Castel d’Agogna si decide per riconsolidare le forze su Novara.

La rotta di Mortara era stata quasi fulminea e aveva completamente vanificato il piano difensivo di Chrzanowski separando in due grossi tronconi l’esercito piemontese. La confusione generata dalle tenebre, la mancanza di un fattivo coordinamento tra le unità e la scarsa conoscenza del terreno sono i principali fattori della disfatta. Diverse unità piemontesi non sono state impiegate nello scontro, che aveva quasi esclusivamente investito la brigata Regina ed elementi della brigata Cuneo.

 

6.     La battaglia di Novara (fasi iniziali dello scontro)

La mattina del 23 marzo il maresciallo Radetzky si convince che il grosso delle forze piemontesi si siano ritirate a Vercelli; così dà disposizioni per un movimento in questa direzione: in prima schiera il IV ed il I corpo mentre in seconda schiera il III corpo e quello di riserva. Solo il II corpo avrà il compito di muovere su Novara dove il Radetzky crede ci siano solo truppe di copertura e disturbo.

Questa formazione permetteva, in caso di necessità, di riorientare i due corpi più a nord (4° e 3°) su Novara a supporto del 2° corpo, ma non  in tempi brevissimi. Gli altri due corpi (1° e riserva) sarebbero stati troppo lontani per intervenire nell’immediato. Indubbiamente dividendo le forze in questo modo,  il maresciallo austriaco espose  il suo esercito a un potenziale rischio, ma non bisogna dimenticare che  i tre corpi austriaci più vicini a Novara erano da soli numericamente superiori all’intero esercito piemontese.

In  realtà sappiamo che l’esercito piemontese si era riconsolidato nella parte sud di Novara fra l’Agogna ed il Terdoppio. Tre divisioni sono in prima schiera: la 3ª divisione del generale Perrone a sinistra, la 2ª divisione del generale Bes al centro e la 1ª divisione del generale Durando a destra. In seconda schiera, dietro la 3ª divisione, è schierata la 4ª divisione del Duca di Genova, mentre dietro la 1ª divisione si trova la divisione di riserva del duca di Savoia. All’estrema sinistra la brigata Solaroli a guardia delle vie d’accesso da Trecate e Galliate. Nel complesso 71 battaglioni, 39 squadroni e 14 batterie per una forza complessiva di 45000 soldati, 2500 cavalli e 109 cannoni. Restavano inutilizzate  2 divisioni e mezzo dislocate oltre il Po per un totale di altri 17000 soldati, 650 cavalli e 40 cannoni.

Dalla parte austriaca i 5 corpi d’armata erano costituiti da 66 battaglioni (da mille uomini contro i 600 piemontesi), 42 squadroni e 205 cannoni ossia 70000 soldati, 5000 cavalli e 205 cannoni.

 

La prima fase dello scontro a Novara si accende verso le 11 del 23 marzo: la divisione Arciduca Alberto (avanguardia del 2° corpo) si avvicina alla  cascina Bicocca sulla direttrice Mortara-Novara. A sbarragli il passo c’è il 15° reggimento fanteria della brigata Savona, supportato da reparti bersaglieri ed elementi di artiglieria, che avanza 1 km oltre la Bicocca. Lo scontro si fa sempre più intenso ma, quando  i reparti piemontesi stanno per essere avvolti sulle ali dello schieramento, vengono supportati anche dal 16° reggimento fanteria e dal 2° reggimento fanteria della brigata Savoia. Infine una carica del Genova cavalleria fa ritirare i due battaglioni ungheresi che costituivano lo sforzo principale dell’attacco.

Dopo circa un’ora di questo intenso combattimento, il generale D’Aspre comandante del II corpo comprende che quelle che ha di fronte sono forze consistenti, allerta così il generale Appel(comandante del III corpo), il generale Thurn (comandante del IV corpo) ed il comando del maresciallo Radetzky affinché lo supportino il prima possibile.

La 2ª brigata della divisione arciduca Alberto viene mandata contro il lato destro della difesa piemontese alla cascina Cavalotta, dove trova il 1° reggimento fanteria Savoia supportato dai rimanenti battaglioni del 2°. Le unità piemontesi sono costrette a indietreggiare e tutta la linea difensiva si sposta sulla Bicocca dove però riesce a consolidarsi.

Intanto, alla sinistra austriaca un distaccamento composto da 8 compagnie si è spinto fino al Cavo Dassi dove fissa l’intera 1ª divisione piemontese senza che il generale Durando decida di contrattaccare. A Novara est un altro piccolo distaccamento austriaco di due compagnie viene mandato a fissare la brigata Solaroli che però contrattacca ed insegue gli Austriaci  fino in vista di Trecate.

A questo punto i Piemontesi lanciano un contrattacco con la 4ª divisione: in prima schiera la brigata Piemonte, in seconda sulla sinistra la brigata Pinerolo. Lo stesso duca di Genova è in prima linea alla testa del 4° reggimento fanteria sulla sinistra mentre il generale Passalacqua e alla testa del 3° sulla destra (cadrà mortalmente ferito in quest’azione).Il contrattacco viene sostenuto dal 13° reggimento fanteria della brigata Pinerolo e dal 11° reggimento Casale della divisione di Bes. L’intero II corpo viene ricacciato verso Olengo, ma a questo punto il generale Chrzanowski ordina al duca di Genova di ripiegare sulla linea difensiva.

Questo forse è il momento più emblematico di tutta la campagna. Chrzanowski decide di non lanciare un contrattacco generale che avrebbe portato almeno alla disfatta del II corpo austriaco e avrebbe creato le premesse per isolare e combattere separatamente il III e IV corpo. Forse l’unica e sicuramente l’ultima possibilità di respingere il nemico dal Piemonte. Decide invece di arroccarsi nelle sue posizioni difensive nella vana speranza che il maresciallo Radetzky, di fronte a una prolungata resistenza, rinunci a rinnovare l’attacco e retroceda in Lombardia.


7.     La battaglia di Novara (fase finale dello scontro)

Dopo circa un’ora di tregua lo scontro riprende in tutta la su violenza verso le 1600. Il III corpo é ormai giunto a Olengo. La divisione di testa attacca con tutti i sette battaglioni supportato dai resti del II corpo. Solo all’arrivo dei rinforzi del 6°reggimento Cacciatori della brigata Guardie e del 7°reggimento della brigata Cuneo (entrambi appartenenti alla divisione di riserva)anche questo ennesimo attacco è arginato.

Anche se il distacco degli elementi della divisione di riserva si rivela  provvidenziale, il generale maggiore polacco si era così privato dell’ultima significativa massa di manovra che gli restava per un’eventuale controffensiva.

Alle 1700 il maresciallo Radetzky lancia un nuovo decisivo attacco coordinando la rimanente divisione del II corpo e il IV corpo che ora giunto al ponte dell’Agogna.

A questo punto il generale Chrzanowski lancia un’ultima disperata quanto tardiva controffensiva ordinando alla 2ª divisione, supportata dalla prima di convergere sulla Bicocca.

Il  generale Bes guida questa manovra in prima schiera alla testa delle brigata Composta e del reggimento Piemonte Cavalleria. Le forze piemontesi varcano il cavo Dassi e prendono Torrione Quartara già in mano austriaca, ma devono retrocedere a causa della pressione del sopraggiunto IV corpo austriaco sulla 1ª divisione piemontese.

Alle 1800 circa anche i primi elementi del corpo di riserva sono giunti a Olengo. Il comando supremo austriaco lancia quindi l’ultimo decisivo attacco  sulla Bicocca dopo una massiccio fuoco d’artiglieria, con una forza di ben 25 battaglioni! La linea piemontese vacilla e infine arretra: la Bicocca è persa. Grazie al frenaggio del 3° reggimento fanteria con alla testa il duca di Genova, la sinistra piemontese può sfilare su Novara. Sulla destra piemontese, seriamente minacciata dal IV corpo, la ritirata è coperta dal 1° reggimento granatieri della brigata Guardie, che si attesta sul cavo Dassi.

 


8.     Il significato storico di Novara

La  seconda campagna della prima guerra d’indipendenza era durata solamente 4 giorni a fronte di 8 mesi di preparazione e si era rivelata una sonora disfatta per il regno di Sardegna.

La sera stessa del 23 marzo Carlo Alberto, convoca il consiglio di guerra e dichiara di abdicare in favore di suo figlio Vittorio Emanuele II (suo figlio primogenito, fino a quel momento Duca di Savoia e comandante della divisione di riserva). Dopo tante oscillazioni ed incertezze Carlo Alberto aveva trovato la sua realizzazione nel movimento nazionale italiano pur senza comprenderlo appieno e di conseguenza saperlo guidare.

Il generale maggiore Chrzanowski passò alla storia come uno dei principali responsabili della sconfitta. Effettivamente durante tutta la compagna non ebbe mai chiara la situazione del nemico e la sua completa sfiducia nelle forze a sue disposizione si tradussero in una condotta titubante e passiva.

 Ciò nonostante, la prima guerra d’indipendenza era stata una formidabile fucina dove si erano consacrati eroi che entrarono nell’immaginario collettivo e furono fonte di ispirazione per le future generazioni. Si pensi al generale Perrone (comandante della 3ª divisione Piemontese) e al generale Passalacqua (comandante della brigata Piemonte) che  combatterono strenuamente e diedero la vita durante la battaglia di Novara. Oppure agli stessi duca di Savoia e duca di Genova (secondogenito del re) che ben figurarono in guerra e accrebbero di molto la loro popolarità. Si formarono inoltre i futuri comandanti e si crearono le basi per un moderno esercito nazionale. Per esempio vale la pena citare il Generale Manfredo Fanti (che prese da Ramorino il comando della divisione Lombarda) ed dell’allora colonello Enrico Cialdini (comandante del 23° reggimento fanteria durante la prima guerra d’indipendenza). Entrambi accumunati da una formazione militare estera (franco-spagnola il primo e portoghese-spagnola il secondo). Il  Fanti darà un contributo fondamentale nella riorganizzazione dell’esercito sabaudo e avrà una brillante carriera come militare e politico. Lo stesso vale per Cialdini, noto come il generale di ferro, che avrà poi un ruolo fondamentale, anche molto contestato per l’eccessiva violenza, nella repressione del fenomeno del brigantaggio.

 Nell’ immaginario collettivo italico si stava cominciando a formare una coscienza nazionale, la quale vedeva nel piccolo stato piemontese, che aveva condotto un’ impari lotta contro           l’impero austro-ungarico, il suo paladino.  La sconfitta di Novara gettava quindi  i presupposti per i decisivi trionfi di dieci anni dopo.

 

*Dottore, Frequentatore del Master di 1° Livello in STORIA MILITARE CONTEMPORANEA 1796 – 1960, Anno Accademico 2018-2019

 

Bibliografia

·       Piero Pieri, Storia militare del Risorgimento, Toriuno,  Giulio Einaudi editore, 1962.

·       Paolo Cirri, La battaglia di Novara del 23 marzo 1849(la storia e i luoghi),  Interlinea edizioni, 1999

·       Stefano Apostolo, “Novara resterà indimenticabile per ciascuno di noi”. La battaglia del 23 marzo 1849 vissuta tra le linee austriache, , Interlinea Edizioni 2016

·       Paolo Cirri, Luigi Polo Frz, La battaglia di Novara del 1849 nei giornali dell’epoca, Interlinea Edizioni, 2010

·       APP-6(C)Nato joint military symbology, 2011

 

 

 

 

 

giovedì 20 maggio 2021

La battaglia di Novara Iconografia Seconda Parte

 


4 Movimento austriaco verso Novara 


5 Fase iniziale scontro di Novara


6 Fase finale dello Scontro di Novara

lunedì 10 maggio 2021

La battaglia di Novara Iconografia Prima Parte


1 dislocazione iniziale e forzamento del fiume Ticino


2 Fase Iniziale della avanzata austriaca



 3 La battaglia della Sforzesca e di Mortara

venerdì 30 aprile 2021

Ancona. La Piazzaforte nel 1860

 

Ancona Piazzaforte Pontificia

1. La Piazzaforte di Ancona nello Stato Pontificio. La storia. 

2. Le opere principali della Piazzaforte. 

3. Il nemico è a conoscenza di tutti i dettagli della Piazzaforte 

4. I miglioramenti della Piazzaforte del de La Moricière dall’aprile al settembre 1860. 

5. I dati tattici della Piazzaforte: il terreno e le comunicazioni,i punti tatti, l’armamento. 

6. La Guarnigione, la consistenza teorica e quella effettiva. 

7. Le Caserme.

 8. Il Vettovagliamento. 9. Il Morale

 

La ricerca si trova su

 www.ancona.la storia.blogspot.com

post  del 2021

martedì 20 aprile 2021

Volume L'Ultima difesa pontificia di Ancona. Ringraziamenti

 

Ringraziamenti

 

I ringraziamenti per questo volume vanno a tutti coloro che mi hanno aiuto a predisporre i due precedenti. Qui non li voglio citare, per non apparire ridondante. Grazie a Loro anche questo volume ha visto la luce ed è a disposizione di tutti.

Ma non possono non esserci delle eccezioni, per ringraziamenti diretti.

 

A Gennaro, agli amici della Cooperativa, e ad Angela, non solo i miei ringraziamenti ma la mia ammirazione per quello che fanno, e che hanno fatto..

 

Alessandro Marini, che sempre dimostra che “al fulmine seguia dietro il baleno”, vale a dire che ci ritroviamo sempre, noi due,  prima e dopo ogni incontro, convegno, presentazione a costatare quanto sia difficile “fare cultura” nella nostra amata terra anconitana. Ad Alessandro un sentito grazie per questo sua assistenza e compagnia  che non può essere che pregna di ogni riconoscenza.

 

All’amico Canonici, per la sua squisita sensibilità ed attenzione. In un oceano di proposte e iniziative, in un lavoro assillante, trovare spazio e “dar retta” a chi propone storie e Storia di Ancona è veramente encomiabile. Rientrare in Ancona e rivederlo ogni volta, trovare le novità su Ancona e anche riproporgli l’ultimo lavoro rappresenta  la qualità di un impegno che nasce solo dall’amore per la nostra Città.

 

Alla dottoressa  Dubbini, della  Farmacia Dubbini, che ha avuto l’amabilità, tra la sorpresa e la quasi incredulità, con soave signorilità e raffinatezza a chi non chiedeva farmaci, di accordare l’immediata disponibilità di mettere a disposizione la carta da cui è stata tratta la copertina di questo volume, altrimenti non disponibile, un ringraziamento che compensa ben altri ottusi e gretti atteggiamenti.

 

Alessandro, “Sandro”, Alessandrini, alla cui biblioteca specialissima su Ancona ho attinto a piene mani. In particolare a Sandro un sentito ringraziamento per il cospicuo materiale di carattere urbanistico  che ha avuto la bontà di prestarmi, e che pubblicamente qui dichiaro che restituirò.

 

Ad Enzo Monsù e a tutti gli amici della Associazione ’”Arcobaleno”, che ha permesso di arrivare ad un numero sempre più grande di ragazzi e studenti con le sue iniziative brillanti  ed efficaci.

 

A Carlo Trevisani, che mi ha dato la possibilità di presentare i volumi sul 1860 in aperta e sincera onesta intellettuale e sincera amicizia, sena ostracismi e condizionamenti di sorta..

 

E da ultimo, ma non ultimo, un  ringraziamento a Sergio Sparapani, che con le sue iniziative, la sua brillante attività giornalistica, e le sue intuizioni, non ultima il Traeking Urbano, ha fatto “parlare le pietre di Ancona”: a favore non solo di anconetani desiderosi  di conoscere la Storia diretta della loro città.

 

M.C.


mercoledì 31 marzo 2021

Volume. L'Ultima difesa pontificia di Ancona

 

Prefazione a

 “L’ultima difesa pontificia di Ancona” 

di Massimo Coltrinari

 

Si è assistito negli ultimi tempi a un fiorire di iniziative culturali sul tema del Risorgimento, anche grazie alla ricorrenza del 150° anniversario dell’Unità d’Italia che ha messo a disposizione sovvenzioni e spazi da parte delle istituzioni. Iniziative spesso valide ma alcune volte lasciate a improvvisatori pronti ad approfittare di una contingenza finanziaria favorevole per il mondo della cultura sicuramente inconsueta per il nostro paese.

Altre iniziative, invece, di improvvisato non hanno niente e sono il frutto di una lontana e matura riflessione che si è trovata solo per coincidenza a vedere la luce in questo momento di riscoperta del Risorgimento. È questo il caso del libro di Massimo Coltrinari, che infatti non segue il format delle proposte editoriali più recenti, dove l’interesse si concentrava prevalentemente sugli aspetti politici, ideali e culturali del Risorgimento lasciando sullo sfondo gli eventi bellici. E in disparte rimanevano anche le vicende locali, che pagavano l’inevitabile visione d’insieme imposta dalle celebrazioni di uno Stato unitario. Proprio agli eventi bellici e alle vicende locali è invece dedicato questo libro, che coglie dunque alcune dimensioni poco valorizzate dalla storiografia risorgimentale proponendosi come contributo di metodo per la storia locale e di documentazione per la storia militare.

Nell’ambito di quest’ultima è oggi in corso una fondamentale apertura volta a problematizzare il dato evenemenziale e cogliere attraverso la guerra i meccanismi profondi che regolano gli equilibri del potere nelle società moderne. Coltrinari adotta esattamente questa prospettiva. Nel libro non c’è solo la guerra nei suoi aspetti brutali e cinici, ma anche le sue implicazioni civili e morali, le connessioni con la vita politica, sociale ed economica, a favore di una visione ampia della storia del territorio.

Quest’ottica intende sottolineare che la guerra non è fatta solo di strategie e armamenti, ma anche - e anzi soprattutto - di uomini e di luoghi. Il volto della guerra che ci restituisce questo libro è principalmente questo. L’autore non si mette solo nei panni del generale e del diplomatico, ma indossa senza imbarazzi anche quelli del soldato e del cittadino qualunque, consegnandoci storie di vita poco note ma significative per comprendere le dinamiche che sottendono quegli avvenimenti (ad esempio, le differenze di cultura militare tra i soldati irlandesi e quelli svizzeri impiegati nelle truppe pontificie).

Un approccio di questo tipo è tanto più importante oggi che, grazie al successo del genere divulgativo, si tende a dimenticare che la guerra è un fenomeno eminentemente pubblico. Non sono cioè solo i grandi condottieri e gli strateghi i protagonisti dei conflitti bellici, ma anche le popolazioni civili. Non è certo un’intuizione nuova: lo aveva ben espresso quasi un secolo fa la scuola degli Annales di Marc Bloc e Lucien Febvre. Ma è bene ribadirlo forte oggi di fronte alla tendenza a personalizzare la storia (si vedano gli scaffali delle librerie, sempre più ricchi di biografie). Ha fatto dunque bene Massimo Coltrinari a sottolineare aspetti di microstoria come, ad esempio, l’importanza dell’attività dei rivoluzionari di Ancona e di altre cittadine marchigiane nell’opera di disturbo delle truppe pontificie sul territorio.

Contro le guerre disumanizzate di oggi, combattute pigiando bottoni a migliaia di kilometri di distanza dal nemico e viste in televisione da spettatori assuefatti che non distinguono più la realtà di una guerra dalla finzione di un reality, l’approccio ‘dal basso’ adottato da Massimo Coltrinari ci ricorda i caratteri aspri ma anche romantici delle guerre di una volta: tecnologicamente artigianali quanto tatticamente sofisticate, fatte di rispetto per un nemico che si aveva tutto il tempo di guardare in faccia. In questo quadro, l’immagine stereotipata del generale senza cuore né rispetto per i propri soldati non regge all’analisi dei fatti quando questi vengono raccontati calandosi nella dura e concreta realtà della guerra.

La differenza che il libro marca rispetto al paradigma bellico di oggi ci ricorda quanto è cambiata la società e quanto ha corso la storia. Ci parla infatti di un’Italia molto diversa da quella attuale, in cui il senso di responsabilità delle classi dirigenti era ben più sviluppato di quanto lo sia adesso e l’appartenenza a una comunità, locale o nazionale che sia, comportava non solo diritti ma anche - e in misura maggiore - doveri. Un periodo in cui gli ideali condizionavano il comportamento delle persone più degli interessi.

Nell’immaginario popolare il Risorgimento è costellato di luoghi comuni e falsi miti. L’arguzia di questo libro ci aiuta a sconfessarne alcuni illuminando gli avvenimenti con l’incontrovertibilità della documentazione storica: battaglie avvenute in un luogo e invece passate alla storia in un altro (Castelfidardo per Loreto), accoglienze tiepide per l’arrivo dei piemontesi e invece spacciate per trionfali dalla retorica patriottarda (Ancona, 29 settembre 1860), concezioni manichee della storia (i sabaudi nella parte dei buoni, i pontifici con i borbonici e tutti quelli a difesa del vecchio ordine nella parte dei cattivi), e poi ancora una miriade di piccoli episodi dimenticati ma in realtà decisivi sulla sorte degli avvenimenti.

Va però aggiunto che il libro non è solo un libro di uomini, ma anche di luoghi, e infatti ci ricorda che i volti delle città e dei territori cambiano per effetto delle guerre. Una condizione ben nota in molte parti del mondo ma dimenticata nel vecchio Occidente, che sarà pure in crisi economica e di valori ma – è bene ricordarlo - non conosce guerre convenzionali sul proprio territorio da molto tempo. Il passaggio dallo Stato pre-unitario allo Stato nazionale è stato fondamentale per la storia di Ancona, che da quel momento è potuta crescere urbanisticamente ben oltre le strutture difensive che nel 1860 dominavano lo spazio cittadino.

Gli eventi di quell’anno sono stati altrettanto importanti per le Marche, che con l’Unità si sono scoperte una regione (nel lessico ufficiale post-unitario, un ‘compartimento’), seppur nell’eterogeneità culturale che le contraddistingue. Un’eterogeneità che risulta oggi indigesta a quei paladini del localismo che, mascherando gli interessi di clientele politiche dietro al principio di autodeterminazione dei popoli, auspicano profonde riconfigurazioni della maglia istituzionale, ad esempio sotto forma di passaggi di comuni marchigiani ad altre regioni e stravolgimenti consimili. La ricostruzione storica impone piuttosto di ricordare che il criterio con cui venne disegnata la prima ripartizione politica dello Stato italiano si affidava largamente al concetto di ‘regione naturale’, che le Marche soddisfacevano ampiamente.

In chiusura, non posso non rilevare la ricchissima documentazione che il libro porta in dotazione, poco nota o addirittura inedita, sia scritta (diari, fonti militari riservate, dispacci governativi, allocuzioni papali) che iconografica (carte geografiche e stampe d’epoca, disegni di stemmi e di uniformi, fotografie di oggi tratte da un esperimento di trekking urbano che testimonia gli apparenti cambiamenti di luoghi resistenti all’intervento umano).

Il mio augurio è che questo libro possa contribuire non solo a una migliore conoscenza della storia di Ancona e delle Marche, ma che possa anche promuovere azioni dirette di valorizzazione di questi territori sotto forma di iniziative culturali (musei, eventi) che sappiano coltivare la memoria storica e proporla correttamente ai cittadini, locali e forestieri.

Per chiudere con una notazione confidenziale, devo confessare che nel leggere il libro ho avvertito una sottile vena provocatoria dell’autore nella scelta di affidare proprio a me questa prefazione: per me che vengo dalla città di Pio IX, parlare dei rivoluzionari Anconetani che aspirano a liberarsi dal giogo della Chiesa rappresenta una piccola ferita. Con la fine del potere temporale dei Papi nelle Marche, infatti, Senigallia perde il suo status privilegiato e torna a essere una cittadina di provincia come tante altre, forse anche più indolente e apatica perché impigrita dai precedenti anni da ‘favorita’. Ma i conti con la storia prima o poi vanno fatti, e per questo ho accettato di buon grado l’elegante dileggio a cui sono stato sottoposto, promettendo all’anconetano Massimo Coltrinari di ripagarlo con la stessa moneta: questa mia prefazione lo impegna infatti a scriverne lui una per una mia pubblicazione su Senigallia al tempo in cui non si sentiva inferiore al capoluogo.

 

Edoardo Boria

mercoledì 10 marzo 2021

L'Ultima difesa pontificia di Ancona

 

Post Fazione

 

Ancona cura poco la sua storia, scrive Massimo Coltrinari. Eppure segnali di inversione di tendenza si colgono da qualche anno a questa parte. Merito di studiosi e appassionati con curriculum e percorsi formativi assai variegati. Accanto allo straordinario lavoro di Massimo, teso al recupero della nostra memoria storica sull’Ancona risorgimentale e non solo, Claudio Bruschi ha scritto all’inizio del 2012 una opera importante sul “Campo trincerato di Ancona”. Poi si sono spesi Marina Turchetti con il suo Laboratorio culturale, Enzo Monsù, che ha valorizzato le fortificazioni di Pietralacroce nel 150° anniversario dell’Unità nazionale, il compianto Enzo Jannaci, che ha ricostruito una pagina di storia minuta sul versante dei “vinti di Salò”, ma anche studiosi e giornalisti amanti della storia come, vado in ordine sparso, Antonio Luccarini, Rodolfo Bersaglia, Giampaolo Milzi, Fausto Pugnaloni, Fabio Barigelletti, Franco Frezzotti, Nino Lucantoni, Roberto Domenichini, Gilberto Piccinini, Roberto Giulianelli, Lucilla Niccolini, Giorgio Guidelli, Roberto Giulianelli, Giuseppe Barbone, Giorgio Petetti, Giuseppe Campana, Ruggero Giacomini, Giorgio Mangani, Massimo Papini e l’Istituto Storia Marche. E molti altri che, mi perdoneranno la mancata citazione, hanno a cuore la memoria e la storia di questa strana Città. Tutti hanno dato un contributo nel riscoprire la ricchissima storia dorica dalla fondazione a opera dei siracusani, 2400 anni orsono nel 2013, al terremoto del 1972, quaranta anni fa. Lo hanno fatto con opere a carattere scientifico oppure con saggi e opuscoli (basta dare un’occhiata alla sempre ricca vetrina di Canonici dedicata da cinquanta anni alla storia locale), organizzando trekking urbani, rassegne, mostre, scrivendo articoli sui quotidiani locali (come nella pagina domenicale de “Il Messaggero” intitolata “Acque e lune”), o infine fornendo stimoli e impulsi a costruire nuovi itinerari e percorsi di ricerca. E un piccolo contributo, scusate, l’ho dato anch’io, prima organizzando per la Provincia di Ancona il ciclo “Lezioni di storia”, quattro edizioni e ventuno incontri assai frequentati dal pubblico che hanno visto il confronto tra uno storico locale e uno “nazionale” attorno ad un evento della nostra storia, e poi attraverso il lavoro in corso all’assessorato alla Cultura – Turismo del Comune.

Generosamente (e scherzosamente), il generale Coltrinari mi definisce “l’uomo che fa parlare le pietre”  però in effetti per “Lezioni di storia” ho sempre tenuto in mente il legame tra “pietre” e fatti, magari utilizzando il luogo (della memoria) quale set per la rievocazione. Anche gli ultimi percorsi del trekking urbano nazionale che ho curato, con i colleghi del settore Attività culturali – Turismo del Comune (tra i quali quello organizzato a Pietralacroce, frazione dorica ricca di storia risorgimentale, in occasione del 150° anniversario dell’Unità nazionale), si basano sul concetto del “fare parlare le pietre”, e su di un assunto allo stesso tempo “scientifico” e divulgativo della storia. Perché l’altro principio di cui sono convinto, pur espresso in maniera un po’ provocatoria, è il seguente: o la ricerca storica acquisisce (anche) un carattere divulgativo o non è.        

E’ sufficiente tutto ciò per parlare di rinascita oppure in periodo di crisi ci si ripiega sul proprio passato? Non ho una risposta a questa domanda però l’attenzione del pubblico (e non solo di quello anconetano) nei confronti della nostra storia è incoraggiante. Alla fine l’obiettivo è semplice: diffondere la conoscenza delle “pietre” per preservarle e conservare la memoria storica della nostra Città.  

 

Sergio Sparapani

sabato 20 febbraio 2021

De Quattrebarbes e l'interpretazione dello stemma di Ancona

   

Origine storica ed interpretazione dello stemma del Comune di Ancona:

una confusione infinita.

 

Come autore del saggio “Il guerriero d’oro armato di spada sul cavallo corrente e lo stemma della città di Ancona”, pubblicato nel 2009 da Libreria Canonici Ancona, ricevo con piacere dal generale Massimo Coltrinari una richiesta di intervento su una per me nuova ed “originalissima” interpretazione dello stemma comunale dorico, da Lui trovata negli scritti di  Teodore de Quatrebarbes, discendente da  famiglia (ramo della Roussardière) di antica cavalleria angioina, comandante nell’Armata Pontificia..                                                                                        

Il de Quatrebarbes afferma con ineffabile sicurezza che lo stemma di Ancona , ostentante in alto la sua Pezza Onorevole, il Capo d’Angiò canonico azzurro (al lambello rosso di quattro pendenti con tre gigli d’oro sottostanti allineati), rappresenta il re Carlo I d’Angiò , figlio del re di Francia Luigi VIII e fratello del re di Francia Luigi IX, detto il Santo. Mentre rimando, necessariamente, alla lettura della mia analisi storica riguardante l’origine ed interpretazione dello stemma anconitano, non ho alcuna esitazione nell’ affermare che la sorprendente idea del de Quatrebarbes non ha alcun fondamento. L’unico, fondato legame storico di Carlo I con Ancona è rappresentato infatti dalla crociata contro l’ultimo re svevo Manfredi di Sicilia, indetta da Papa Clemente IV : Carlo, proclamato comandante in capo della crociata ed investito re di Sicilia, sconfisse a Benevento Manfredi il 26 Febbraio 1266, e con tale vittoria fece sì che tutta l’Italia passasse sotto il dominio dei Guelfi, ad eccezione di Verona e Pavia, che rimasero filo-imperiali. In tale occasione, per ricompensare il libero Comune di Ancona dell’aiuto prestatogli con un contingente militare, Carlo I concesse che lo stemma della città fosse arricchito con i suoi simboli, il rastrello con i gigli di Francia. Il de Quatrebarbes evidentemente ignorava che lo stemma anconitano -come ho potuto dimostrare nel mio saggio-  era già stato adottato con molta probabilità nei primi due decenni del Duecento, se non prima, e  ne è sicuramente attestato l’utilizzo nel 1236,nel Patto d’amicizia stipulato tra Ancona e Traù (Trogir,città dalmata) e datato Venerdì 11 Luglio 1236, sotto il quale pendeva ..”il sigillo di cera con la figura di un uomo a cavallo in atto di ferire con la spada alla mano destra”). Ne consegue quindi, a parte qualsiasi considerazione di opportunità storica e politica (ovviamente inesistente, pur non ignorando il minimo aggancio della vocazione guelfa della città), che secondo l’idea del de Quatrebarbes  Ancona avesse inspiegabilmente scelto, “anticipando la Storia”,  di rappresentare Carlo d’Angiò nel suo  stemma già prima che nascesse, o, nella più favorevole delle ipotesi, in “tenera età” dello stesso ( era nato il 21 marzo 1226 !) . Formulo qui l’ipotesi che il de Quatrebarbes si sia lasciato fortemente influenzare, nella sua infondata convinzione, dalle ascendenze angioine della sua antica famiglia, ottenendo così il risultato di ritagliarsi un ruolo non secondario tra quei travisatori della realtà storica, che per loro ignoranza hanno formulato nel tempo, ricevendo spesso  ampi e convinti consensi, le più grossolane e a volte comiche castronerie circa l’interpretazione dello stemma anconitano,  riuscendo ad individuare nel “guerriero d’oro armato di spada sul cavallo corrente” Artasso, principe bretone, San Ciriaco catafratto al galoppo (sic!), l’eroina Stamira(una donna!), il Cavaliere Inesistente(figura puramente simbolica), San Giorgio , il  marchese germanico Werner Urslingen (del seguito imperiale di Federico Barbarossa)….. Purtroppo certi studiosi (o sedicenti tali), anziché mettersi umilmente al servizio della Storia, mettono spesso la Storia al loro servizio.

Giuseppe  Barbone

mercoledì 10 febbraio 2021

La battaglia di Solferino e San Martino e la nascita della Croce Rossa

 



di

Osvaldo Biribicchi

 

 

A sud del Lago di Garda, a Solferino e San Martino, il 24 giugno 1859 fu combattuta l’ultima battaglia della Seconda Guerra d’Indipendenza italiana, una guerra innescata dall’incontro tra Cavour e Napoleone III, il 21 luglio 1858, a Plombières nella Francia orientale. In quella occasione fu siglata un’alleanza militare contro l’Austria[1]. Il trattato ufficiale, firmato cinque mesi dopo, stabiliva che la Francia sarebbe intervenuta al fianco del Regno Sabaudo solo nel caso in cui questo fosse stato aggredito dall’Austria. In caso di vittoria, sarebbero stati creati tre Regni riuniti in una confederazione presieduta dal Papa: un Regno dell’Alta Italia, dalle Alpi all’Adriatico comprendente il Lombardo-Veneto, i Ducati di Modena, di Parma e le Legazioni pontificie, sotto Casa Savoia; uno nell’Italia centrale comprendente la Toscana e le Legazioni di Umbria e Marche (il Lazio sarebbe rimasto al Papa); un terzo nell’Italia meridionale corrispondente al Regno delle Due Sicilie. L’imperatore francese avrebbe voluto insediare suo nipote Girolamo Napoleone sul trono del regno centrale e Luciano Murat su quello di Napoli.                                   La Francia, che con tale disegno strategico intendeva imporre la propria influenza al posto di quella austriaca sulla penisola, in cambio dell'aiu­to prestato si sarebbe annessa la Sa­voia e la città di Nizza appartenenti al Regno di Sardegna. Cavour, ottenuto da Napoleone III l'impegno a scendere in campo militarmente, si adoperò in tutti i modi per provocare l'Austria affinché facesse il primo passo verso la guerra[2].                                                                                              La battaglia di Solferino e San Martino fu diversa, sotto molti aspetti, da tutte quelle che l’avevano preceduta. Per la prima, ed unica, volta tre Capi di Stato: il Re Vittorio Emanuele II[3], l’Imperatore Francesco Giuseppe d’Austria[4] e l’Imperatore Napoleone III condussero contemporaneamente sul campo i rispettivi eserciti; entrambi gli schieramenti dispiegarono un elevato numero di uomini; lo scontro fu caratterizzato da una ferocia mai vista prima di allora; il numero di morti e feriti da ambo le parti fu altissimo; i Francesi impiegarono con grande efficacia i reparti coloniali africani ed un nuovo micidiale cannone a canna rigata[5].                          Migliaia di volontari accorsero da tutta Italia e l'Armata sarda, circa 30-40 mila uomini, di fatto, divenne l’embrione del futuro esercito del Regno d’Italia; i Francesi e gli Austriaci erano, rispettivamente, 120 mila e 130 mila uomini. Una massa complessiva di circa 290 mila soldati di varie nazionalità; solo le truppe dell’Imperatore Francesco Giuseppe erano composte da Austriaci, Tedeschi, Ungheresi, Croati, Cechi ed Italiani. Il numero dei Caduti, per una battaglia risorgimentale durata 12-14 ore, superò ogni più pessimistica previsione: «Perdite, fra feriti e morti, considerando che molti feriti morivano successivamente: 12 mila Piemontesi, 32 mila Francesi, 56 mila Austriaci. In proporzione, 1 Piemontese, 3 Francesi, 5 Austriaci. 27 mila morti sul campo dissepolti negli anni successivi e posti negli Ossari. Con i morti per ferite, in tutto 40 mila esseri umani in 14 ore. Mai successo prima»[6]. La battaglia di Solferino e San Martino è paragonabile a quella di una della prima guerra mondiale; nella 1a battaglia dell’Isonzo, per avere un termine di confronto, combattuta dal 23 giugno al 7 luglio 1915 tra 250.000 Italiani e 115.000 Austroungarici, i primi contarono 14.917 perdite tra morti feriti e dispersi, i secondi 10.400, il tutto in quindici giorni.                                                                                                                            Nello schieramento francese erano inquadrati, come accennato, soldati reclutati nelle colonie africane, soprattutto magrebini: «In testa alle colonne che muovevano avanti v’erano i “turcos”, i famosi tiragliatori algerini, un corpo di soldati arabi, inquadrati da ufficiali francesi (gli ufficiali algerini erano assai pochi), che aveva dato magnifica prova di sé prima nelle guerre d’Algeria e di Crimea, poi nella battaglia di Magenta […] era impossibile sostenere l’urto dei Francesi; e, in particolare, gli Austriaci erano soprattutto impressionati dai “turcos”, bruni, barbuti, selvaggi, animati da un cieco odio, che caricavano con urla stridule e terribili, cercando la lotta all’arma bianca»[7]. I tirailleurs algeriéns erano un corpo d’élite composto prevalentemente da algerini ma anche da tunisini, marocchini e senegalesi[8]. Arabi musulmani, organicamente inquadrati nell’esercito del cattolico Napoleone III, che diedero un contributo di sangue pesante, e poco                                                                                   conosciuto, alla causa risorgimentale italiana[9]. A Milano, sulla base del monumento a Napoleone III, osserva Philippe Daverio: «C’è un Larby-Ben-Mohamed e poi tantissimi Leroy, Leroux, Lépine e poi un altro Mohamed-Ben-Amran, Mohamed-Ben-Ahmed, Mohamed-Ben-Attaya… Quanti Mohamed morti per l’Italia!»[10].                                                                                                          A Solferino, i Francesi impiegarono e misero a punto il nuovissimo e rivoluzionario cannone da campagna modello 1858 La Hitte a canna rigata che sparava un proietto oblungo con gittata utile fino a 2.500 metri, nettamente superiore al tipo di cannone impiegato dagli Austriaci, ad anima liscia e proietto sferico. L’impiego dell’artiglieria, a partire da quella battaglia, avrebbe assunto nelle guerre successive un ruolo sempre più incisivo.                                                                   La sera del 24 giugno l’esercito austro-ungarico si ritirò, i Franco-Piemontesi avevano si vinto ma non erano riusciti ad annientare l’avversario né ebbero la forza di inseguirlo, le truppe di Francesco Giuseppe, seppur duramente provate, erano ancora in grado di combattere. Napoleone III telegrafò all'imperatrice sua moglie: «Grande battaglia; grande vittoria, tutto l'esercito austriaco ha preso parte al conflitto. La linea di battaglia aveva 5 leghe di estensione. Abbiamo preso tutte le posizioni, presi molti cannoni, bandiere e prigionieri. La battaglia è durata dalle 4 del mattino alle 8 di sera».                                                                                                                                 Nei giorni che seguirono non accadde nulla, gli Austriaci si misero in difensiva nelle fortezze del “Quadrilatero”[11] ed i Francesi rinunciarono a proseguire una guerra dall’esito incerto preoccupati anche di un possibile conflitto con la Prussia. «Il 6 luglio Fleury[12] si recava a Verona, portando a Francesco Giuseppe un messaggio che chiedeva una sospensione delle ostilità. Francesco Giuseppe accettò. Il giorno 11, in una strada polverosa e fiancheggiata da gelsi, i due imperatori cavalcarono l’uno verso l’altro, si strinsero la mano. In una casa vicina, poi, discussero a lungo, e cordialmente. Era l’armistizio. La guerra era così finita. La Lombardia veniva annessa al Piemonte, il Veneto restava invece all’Austria, che l’avrebbe tenuto fino al 1866 […] La delusione e l’amarezza degli Italiani furono grandi e brucianti»[13].  L’armistizio, firmato l’11 luglio 1859 a Villafranca vicino Verona, fu seguito il 10 novembre 1859 dalla pace di Zurigo che sancì definitivamente gli accordi armistiziali ponendo fine alla guerra. Nizza e la Savoia  passarono alla Francia.               L’ultimo sanguinoso evento della Seconda  Guerra d’Indipendenza, anche se lasciò tutte le parti in causa scontente, diede un impulso notevole alla causa risorgimentale italiana e fu all’origine della nascita della Croce Rossa. Il 26 giugno, infatti, due giorni dopo la fine di quello scontro immane, il medico svizzero Henry Dunant si recò nei luoghi della battaglia e rimase sconvolto da ciò che vide. Raccolse «le drammatiche testimonianze dei soldati che avevano combattuto in prima linea»[14] si documentò e scrisse il libro Un ricordo di Solferino in cui manifestò tutto il suo sgomento per la sofferenza dei moribondi abbandonati a loro stessi e maturò l’idea di fondare un ente umanitario per assistere i feriti di guerra senza distinzione di nazionalità: la Croce Rossa. «Gli spettacoli offerti agli sguardi del Dunant gli dimostrarono che la causa principale delle morti era dovuta al forzato ritardo dell’intervento chirurgico che diede luogo allo sviluppo di infezioni, di cancrene, di perdite di sangue»[15]. Dunant tratteggiò scene della battaglia sconvolgenti: «Colonne serrate gettansi, le une sulle altre, con l’impeto di un torrente devastatore che rovescia ogni cosa al suo passaggio […] Ogni rialto, ogni altura, ogni sperone di roccia è teatro di una pugna ostinata: sulle colline e nei fossati sono a mucchi i cadaveri. Qui è una lotta corpo a corpo, orribile, spaventevole: Austriaci ed Alleati si calpestano, si massacrano a vicenda sopra cadaveri sanguinosi, si pestano a colpi di calcio, si fracassano il cranio, si sventrano colla sciabola o colla bajonetta, non v’ha più quartiere, è un macello, un combattimento di belve feroci, furibonde ed ebbre di sangue; i feriti medesimi difendonsi fino all’ultima estremità, chi non ha più armi abbranca alla gola il suo avversario e lo lacera co’ suoi denti. Là è una lotta somigliante, ma che diventa più tremenda per l’avvicinarsi d’uno squadrone di cavalleria: esso passa a galoppo: i cavalli schiacciano sotto i loro piedi ferrati i morti e i morenti; ad un povero ferito è portata via la mascella, ad un altro frantumata la testa, un terzo che sarebbesi potuto salvare, ha affondato il petto. Ai nitriti dei cavalli si frammischiano vociferazioni, grida di rabbia ed urli di dolore e di disperazione. Più lungi è l’artiglieria lanciata a tutta carriera e che segue la cavalleria; essa apresi una strada attraverso i cadaveri e i feriti giacenti indistintamente sul terreno: allora schizzano le cervella, son rotte e fratturate le membra, la terra s’imbeve di sangue, e la pianura è cosparsa di umane reliquie […] All’attacco del colle Fontana i cacciatori algerini sono decimati, i lor colonnelli Laure e Herment sono uccisi, i loro ufficiali soccombono in gran numero, ciò che raddoppia il loro furore: ei si eccitano a vendicarne la morte, e si riversano, colla rabbia dell’africano e il fanatismo del Mussulmano, sopra i loro nemici cui essi massacrano con frenesia e come tigri sitibonde di sangue. I Croati gettansi a terra, nascondonsi nei fossati lasciando avvicinare i loro avversari, poi subitamente poi subitamente rialzandosi li uccidono a bruciapelo»[16]. Se il Dunant concepì una struttura umanitaria neutrale capace di soccorrere i soldati feriti, senza distinzione di nazionalità, parte del merito va riconosciuto ai civili che gli diedero tale ispirazione. Uomini e donne dei luoghi della battaglia si adoperarono concretamente ed amorevolmente per curare e confortare le migliaia e migliaia di feriti agonizzanti. A Castiglione delle Stiviere, a Montichiari, a Brescia e in tutte le località investite dalla battaglia o da essa solo sfiorate, il Dunant rimase impressionato dall’attivismo e dalla generosità con cui la popolazione improvvisò «mezzi di trasporto, medicamenti, ospitalità e conforto ai superstiti dei tre eserciti, partecipando cosi alla vittoria e precorrendo con la sola forza del loro cuore, la ragione sociale e umana della Croce Rossa Internazionale»[17].                                                                                            Due anni dopo la battaglia di Solferino e San Martino, nel 1861, fu proclamato il Regno d’Italia e nel 1863, a Ginevra, nasceva la Croce Rossa Internazionale.

 

 



[1] Il Regno di Sardegna nel 1848 iniziò la Prima Guerra d’Indipendenza, a seguito della insurrezione di Milano contro gli Austriaci, che si concluse nel 1849 con la definitiva sconfitta dei Piemontesi a Novara e l’abdicazione di Carlo Alberto.

 

[2] I Francesi e gli Austriaci solo dieci anni prima, nel 1849, si erano ritrovati alleati nel comune scopo (Napoleone III all’epoca non era ancora Imperatore) di reprimere la Repubblica Romana e ripristinare il potere temporale di Pio IX.

 

[3] Vittorio Emanuele II salì al trono nel 1849 dopo l’abdicazione di suo padre Carlo Alberto. Fu l’ultimo Re di Sardegna e, a partire dal 17 marzo 1861, il primo Re d’Italia.

[4] L’Imperatore Francesco Giuseppe salì la trono, appena diciottenne, nel 1848.

[5] In particolare, a Solferino si scontrarono Francesi ed Austriaci mentre a San Martino Piemontesi ed Austriaci.

[6] Daverio Philippe, Alla ricerca della Memoria, Bollettino della Società di Solferino e S. Martino, n. 9 - MMXVI, 4 novembre 2016, p. 6.

[7] Martelli Stelio, Le battaglie di Solferino e San Martino, Varesina Grafica Editrice, 1971, pp. 81-82.

[8] Truppe nordafricane in Italia le ritroveremo inquadrate nel Corpo di Spedizione Francese al  comando del generale Alphonse Juin durante la seconda guerra mondiale, dopo l’8 settembre 1943, nel corso della Campagna d’Italia.

[9]L’Algeria moderna avrebbe conquistato l’indipendenza un secolo dopo, nel 1962, dopo una guerra di liberazione iniziata nel 1954. 

[10] Daverio Philippe, Alla ricerca della Memoria, Bollettino della Società di Solferino e S. Martino, n. 9 - MMXVI, 4 novembre 2016, p. 4.

[11] Sistema difensivo che abbracciava un’area i cui vertici erano rappresentati dalle fortezze di Verona, Peschiera del Garda, Mantova e Legnago.

[12] Aiutante di Campo di Napoleone III.

[13] Martelli Stelio, Le Battaglie di Solferino e San Martino, Varesina Grafica Editrice, 1971, p. 148.

[14] Società Solferino e San Martino, Guida ai Monumenti di San Martino e Solferino, p. 24.

 

[15] Re Luigi, Nascita della Croce Rossa, in Guerrini Paolo (a cura di), Memorie Storiche della Diocesi di Brescia, Volume XXVI, Edizioni del Moretto, 1959, p. 19.

[16]Dunant Henry, Un ricordo di Solferino, www.liberliber.it, versione italiana di Luigi Zanetti - Milano: Guglielmini, 1863. pp. 16-17-27-28.

 

[17] Historicus, Nascita della Croce Rossa, in Guerrini Paolo (a cura di), Memorie Storiche della Diocesi di Brescia, Volume XXVI, Edizioni del Moretto, 1959, p. 26.