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giovedì 30 giugno 2022
domenica 19 giugno 2022
venerdì 10 giugno 2022
Periodico del Nastro Azzurro N. 6/21 1/22, 2/22
martedì 31 maggio 2022
Garibaldi e la II Guerra di Intipendenza
1859, i Cacciatori delle Alpi nella II
guerra d’indipendenza
di
Osvaldo Biribicchi
Il termine
Cacciatori, nel secolo XIX, indicava la fanteria cosiddetta leggera in quanto
dotata di armamento ed equipaggiamento leggeri. In particolare, almeno nella
fase iniziale, si chiamavano cosi le milizie che sorgevano spontaneamente per
combattere l'oppressore ed affermare i principi di nazionalità. I componenti di
questi reparti irregolari erano caratterizzati, a tutti i livelli, da audacia e
spregiudicatezza, doti queste che ne esaltavano l'impiego nell'esplorazione,
nei colpi di mano e nelle azioni offensive. In Italia è rimasto particolarmente
famoso il Corpo dei Cacciatori delle
Alpi, fondato nel 1859.
Per meglio
comprendere la nascita di questo particolare Corpo, è necessario conoscere
sommariamente la situazione politica, in quel periodo, nel regno sabaudo.
Solo pochi mesi
prima, a luglio del 1858, si era svolto a Plombières, una cittadina termale
della Francia orientale, un convegno segreto tra il Presidente del Consiglio
dei Ministri piemontesi, Camillo Benso Conte di Cavour, e l'imperatore francese
Napoleone III.
Nel corso di
quell'incontro, Napoleone III si impegnò ad intervenire contro l'Austria, a
fianco del Piemonte, nel caso in cui quest'ultimo fosse stato aggredito dagli
austriaci. In caso di vittoria, sarebbe stato creato sotto Casa Savoia un Regno dell’Alta Italia comprendente il Lombardo-Veneto, i Ducati di
Modena, di Parma e le Legazioni pontificie; mentre la Francia, in cambio dell'aiuto prestato, si sarebbe annessa la Savoia e la città di Nizza appartenenti al Regno di
Sardegna. Cavour, ottenuto dalla
Francia l'impegno a scendere in campo militarmente, si adoperò in tutti i modi
per provocare
l'Austria affinché facesse il primo passo verso la guerra.
Gli inizi del 1859
furono caratterizzati da segnali che preannunciavano l'imminenza di un
conflitto. Il re Vittorio Emanuele II, in un discorso al parlamento, pronunciò la celebre frase: ”...non siamo insensibili
al grido di dolore che da tanti parti d'Italia si leva verso
di noi” che
aveva tutto il sapore di una aperta sfida all'Austria. Cavour, da parte sua,
sull'onda delle emozioni che il discorso del re aveva suscitato, permise e
favorì l'arruolamento di volontari
provenienti da tutta l'Italia, in particolare dal Lombardo–Veneto, da affiancare all’esercito regolare. Il 17 marzo 1859
con decreto reale veniva istituito il Corpo dei Cacciatori delle Alpi, al
comando di Giuseppe Garibaldi, nominato per l'occasione Maggior Generale dell'esercito
sardo, ed alle dipendenze del Ministero degli Interni.
Al neocostituito Corpo,
però, non vennero assegnati i volontari migliori; questi ultimi furono inseriti
nei ranghi dell'esercito regolare. A Garibaldi vennero dati i più giovani, con
scarsa o nulla esperienza militare, i più anziani e quelli scartati per difetti
fisici. Di contro, gli ufficiali furono quelli voluti da lui, tutti valorosi
combattenti che si erano distinti nel 1849 nella difesa della Repubblica Romana
e di Venezia.
I Cacciatori delle Alpi
erano poco più di tremila uomini ordinati in una brigata su tre reggimenti,
senza artiglieria, con una cinquantina di cavalleggeri per l'esplorazione ed un
efficiente ospedale da campo diretto dal medico milanese Agostino Bertani,
esule a Genova, che avrà poi una funzione importante nella spedizione dei
Mille. Il corpo sanitario dei “Cacciatori” fu insignito di medaglia di bronzo
al valor militare per la alacre opera svolta.
Garibaldi ed i suoi
uomini, dunque, indossarono l'uniforme dell'esercito sardo. Per l'addestramento,
furono inviati nei depositi di Cuneo e Savigliano nonché a Rivoli presso Susa. Dei
tre reggimenti, i primi due, i migliori, furono posti al comando del tenente
colonnello Enrico Cosenz e del colonnello Giacomo Medici.
Mentre gli ufficiali di
Garibaldi inquadravano i volontari, Cavour faceva, provocatoriamente,
ammassare truppe sul confine con il Lombardo-Veneto per compiere delle esercitazioni. L'Austria, allarmata, il 23 aprile 1859 ordinò al Piemonte il disarmo immediato. Era l'aggressione
tanto cercata da Cavour che, naturalmente, rifiutò e lasciò che la parola
passasse alle armi.
Il 26 aprile 1859
l’Austria dichiarò guerra al Piemonte: iniziava la seconda guerra d'indipendenza.
Il giorno seguente, l'esercito austriaco al comando del Generale Giulay
varcò la frontiera piemontese. L'avanzata fu subito rallentata dall'allagamento
delle risaie nel vercellese.
La Francia, da parte
sua, come stabilito, inviò in aiuto dell'esercito sabaudo un forte contingente
di cui Napoleone III ne assunse il comando supremo; alla metà di maggio circa
120.000 francesi erano concentrati nella zona di Alessandria.
I franco–piemontesi, con
alcune puntate offensive verso Pavia, diedero agli austriaci l'impressione di
voler penetrare in Lombardia da sud mentre, in realtà, si trattava di uno
stratagemma per mascherare i veri piani che prevedevano di entrare in Lombardia
da nord.
Il primo grosso
combattimento avvenne a Montebello[1],
il 20 maggio 1859, dove gli austriaci furono battuti dall'azione congiunta
della cavalleria sarda e della fanteria francese; dieci giorni dopo a Palestro[2]
gli austriaci subirono una ulteriore sconfitta, a seguito della quale decisero
di riattraversare il Ticino per attestarsi a difesa della frontiera lombardo-veneta.
Garibaldi, intanto, con
i suoi Cacciatori delle Alpi, il 23 maggio aveva attraversato risolutamente il
Ticino e sorpreso nella notte il presidio austriaco di Sesto Calende. La notte
successiva, dopo aver vinto le resistenze austriache, entrò a Varese accolto da
una folla di cittadini in delirio. Gli austriaci, a questo punto, gli inviarono
incontro una Divisione di tremila uomini, potentemente armata, al comando del
Generale Urban. I Cacciatori furono
sottoposti ad un incessante fuoco di artiglieria ma non indietreggiarono,
resistettero fino a quando la fanteria austriaca non fu che “a 50 passi di
distanza”, come aveva loro ordinato Garibaldi, e poi gli riversarono
addosso una micidiale scarica di pallottole. Subito dopo, in pieno stile
garibaldino, si avventarono alla baionetta sul nemico.
Gli austriaci, sotto
l'incalzare dei Cacciatori delle Alpi, si ritirarono disordinatamente.
Garibaldi non poteva fermarsi, sarebbe diventato un facile bersaglio per il
nemico, la sua doveva essere una guerra di movimento. Si avviò, pertanto, verso
Como facendo credere al nemico di passare per Camerlata invece passò per San
Fermo dove superò, dopo uno scontro sanguinoso, la forte resistenza austriaca.
Di notte entrò a Como,
anche qui accolto festosamente dalla popolazione. Garibaldi era riuscito ad
ottenere l'allontanamento degli austriaci da tutta la zona lombarda del lago
Maggiore e, dopo una serie di spostamenti tattici, puntò su Lecco e da lì a
Bergamo dove vi entrò l'8 giugno alla testa dei suoi Cacciatori. Qui, l'11 giugno, con una solenne cerimonia,
consegnò ai suoi uomini le onorificenze ricevute dal governo e lesse un ordine
del giorno, emanato in nome del re, in cui erano esaltate le imprese del
piccolo Corpo. La sera stessa si mise in marcia per Brescia ove vi entrò il 13
giugno.
I franco-sardi, nel
frattempo, il 4 giugno avevano sconfitto gli austriaci a Magenta[3]
aprendosi così la strada verso Milano ove, l'8 giugno, vi entravano fianco a
fianco Napoleone III e Vittorio Emanuele II.
Gli austriaci
ripiegarono verso il Quadrilatero (Mantova, Verona, Peschiera e Legnago) per
una difesa ad oltranza ma il giovane imperatore Francesco Giuseppe assunse il
comando diretto delle operazioni e riprese subito l'offensiva.
Il 24 giugno sulle
alture di San Martino e Solferino, a sud del lago di Garda, su un fronte di una
quindicina di chilometri si affrontarono circa 300.000 uomini, fra
austriaci e franco– piemontesi, con oltre 26.000 cavalli e 1.500 pezzi di
artiglieria.
In questo fatto d'arme,
i Cacciatori delle Alpi ebbero un ruolo molto importante sul piano strategico
in quanto dalle Prealpi lombarde minacciavano – puntando verso la valle
dell'Adige – le spalle dell'Armata austriaca dislocata nel Quadrilatero.
La battaglia di San
Martino e Solferino, l'ultima della II guerra di indipendenza, si risolse con
la vittoria dei franco–piemontesi ma ad un prezzo altissimo di vite umane. Essa
non fu solo la più sanguinosa tra quelle combattute nelle guerre
d'indipendenza, ma una delle più sanguinose combattute fino ad allora in
Europa. Alla sera del 24 giugno, sul campo di battaglia giacevano 40.000
uomini, di cui 11.000 morti e 29.000 feriti. Di questi ultimi, 5.000 morirono
nei giorni successivi per i postumi delle ferite riportate. Napoleone III,
condizionato dai cattolici francesi per i possibili danni che il prolungarsi
della guerra di indipendenza italiana avrebbe finito per arrecare oltre che
alla Francia stessa anche allo Stato pontificio, propose a Francesco Giuseppe, all'insaputa
di Cavour, un armistizio poi firmato a Villafranca l'11 luglio 1859. Il 10
novembre a Zurigo veniva siglata la pace che poneva fine alla guerra ed
imponeva all’Austria la cessione, per il tramite della Francia, della sola
Lombardia al Regno Sardo ed il ritorno dei sovrani spodestati nei ducati di
Modena, Parma e nel Granducato di Toscana.
Vittorio Emanuele II
accettò suo malgrado, mentre Cavour sentendosi ingannato da Napoleone III si
dimise da primo ministro.
I Cacciatori delle Alpi all’atto dell’armistizio
superavano i 12.000 uomini, articolati su cinque reggimenti, «ed occupavano le
quattro vallate: Valtellina, Camonica, Sabbia e Trompia, sino alla frontiera
col Tirolo»[4].
Con la fine della
seconda guerra di indipendenza gli austriaci non erano stati annientati ed il
Veneto, contrariamente alle aspettative, era rimasto nelle loro mani.
«La brusca interruzione della guerra costituiva una palese
violazione dei patti di alleanza tra i due paesi (Il Piemonte e la Francia), e
così la promessa dell’indipendenza dell’Italia settentrionale, dal Ticino
all’Adriatico, svaniva completamente. L’interruzione della seconda guerra
d’Indipendenza, portò come conseguenza un malcontento fra gli appartenenti al
Corpo Garibaldino dei Cacciatori delle Alpi, molti dei quali diedero le
dimissioni per protesta, in seguito alla fusione del Corpo Garibaldino con
l’Esercito nazionale […] Anche Garibaldi lasciava, allora, con comprensibile
cruccio il Comando dei Cacciatori delle Alpi ed indirizzava a Vittorio Emanuele
II una lettera, datata da Lovere, 1 agosto 1859, che però non giunse mai a
destinazione»[5].
Gli anni immediatamente
successivi furono, comunque, importanti. Il 1860 fu l'anno dei plebisciti per
l'annessione al Piemonte dell'Italia centrale e dell'ex regno borbonico; sempre
in quell'anno Nizza e la Savoia furono cedute alla Francia e Garibaldi, alla
testa dei Mille, sbarcò in Sicilia.
Bibliografia sommaria
Bertini Enrico,
TIMOTEO RIBOLI Medico di Garibaldi, 1986.
Garibaldi
Giuseppe, Memorie con una Appendice di Scritti Politici, Biblioteca Universale Rizzoli,
Milano.
Sitografia sommaria
http://www.150anni-lanostrastoria.it/index.php/ii-guerra-indipendenza
https://www.centrodellamemoriasavigliano.it/giacomomedici/
http://www.combattentiliberazione.it/seconda-guerra-dindipendenza-1859
https://comune.magenta.mi.it/aree-tematiche/cultura/
https://www.comune.montebellodellabattaglia.pv.it/m-vivere/m-infoutili/storia
https://www.difesa.it/Content/150anniversario/Pagine/LeBattaglieSolferinoeSanMartino.aspx
[1]
In ricordo della battaglia combattuta nel 1859, il comune di Montebello, in provincia
di Pavia, nel 1958 ha ricevuto il nome di Montebello della Battaglia.
[2]
Nel comune di Palestro, in provincia di Pavia, il 28 maggio 1893 fu inaugurato un
Ossario per conservare le reliquie dei Caduti piemontesi, francesi ed austriaci
nelle battaglie del 30 e 31 maggio 1859.
[3]
A Magenta, in provincia di Milano, il 4 giugno 1872 fu inaugurato un Ossario
per conservare le reliquie dei Caduti piemontesi, francesi ed austriaci nella
battaglia del 4 giugno 1859.
[4]
Garibaldi Giuseppe, Memorie con una Appendice di Scritti Politici,
Biblioteca Universale Rizzoli, Milano, 1998, p. 232.
[5] Bertini
Enrico, TIMOTEO RIBOLI Medico di Garibaldi, 1986, p. 178.
giovedì 19 maggio 2022
Rivista QUADERNI, Anno LXXXII, Supplemento XX, 2021, n. 3 20° della Rivista. CESVAM REPORT Settembre 2019 - Agosto 2021
SOMMARIO
Anno LXXXII, Supplemento XX, 2021, n. 3,
20° della Rivista “Quaderni”
www.istitutodelnastroazzurro.it
centrostudicesvam@istitutonastroazzurro.org
www.cesvam.org
CESVAM
REPORT. SETTEMBRE 2019 – AGOSTO 2021
1.
INTRODUZIONE
La necessità di un Report.
2.
STRUTTURA
DEL CESVAM
a.
Istituto
del Nastro Azzurro Ente Morale
Statuto;
Regolamento
b.
Lo
Statuto del CESVAM
c.
Il
Regolamento del CESVAM
d.
Il
Verbale costitutivo del CESVAM del
Consiglio Nazionale dell’Istituto del Nastro Azzurro
3.
ATTIVITA’
DEL CESVAM
Editoria
a.
La
Emeroteca del CESVAM
b.
L’Archivio-Biblioteca
del CESVAM
c.
I
Progetti di Ricerca. La realizzazione e la finalizzazione
Ricerca
d.
Le
attività in essere.
e.
La
Rivista “Quaderni del Nastro Azzurro”
f.
I
“Quaderni On Line”
g.
I
Blog di carattere storico, estensione di ricerca
h.
I
Blog di carattere geografico, estensione di ricerca
i.
I
Blog di carattere associativo e divulgativo
j.
I
CESVAM Papers, collana “occasional” di pubblicazioni
k.
I
Libri della Collana del Nastro Azzurro”
Didattica
l.
L’Attività
didattica per Master di 1° e 2° Livello
m. L’Attività
didattica per Corsi di Formazione
Divulgazione
n.
Il
Sito dell’Istituto del Nastro Azzurro. Concorso alla Gestione
o.
La
Piattaforma del CESVAM. Lo strumento di divulgazione al passo con i tempi
p.
I
Convegni e le Conferenze
q.
Gli
“Incontri con l’Autore”
r. Collaborazione con
Enti, Istituti, Accademie, Università. Il Confronto
4.
CONCLUSIONE
.
Lineamenti per il futuro
5.
IL
PERIODICO “NOTIZIARIO DEL NASTRO AZZURRO
Nota redazionale:
Questo numero della Rivista
“QUADERNI” come si può notare, pur mantenendo la struttura base, non porta la
tradizionale suddivisione “Il mondo da cui veniamo: la memoria” e “Il mondo in
cui viviamo: la realtà d’oggi” e le relative rubriche. Questo per lasciare lo
spazio al Report del CESVAM, Questo Report, come ampiamente si è riportato nel
Report stesso, vuole essere una documentazione fattiva della risposta che la
Presidenza Nazionale ha voluto dare, con il Report pubblicato nel 2019 (N. 3°
della Rivista, Supplemento XIII, Luglio-agosto 2019) alla lenta crisi che aveva
attanagliato l’Istituto culminata, in chiave di retrospettiva storica, con
l’anno 2014, considerando il 2015 l’anno della svolta a cui tutti hanno dato un
ampio contributo. Questo numero della Rivista vuole essere la continuazione del
Report per il quinquennio settembre 2014 – agosto 2019, mantenendo la stessa
articolazione ed aggiornandone i contenuti per il periodo di riferimento. Si
vogliono fornire elementi di riflessione sulle scelte fatte, sui successi
ottenuti, sugli scostamenti da correggere, per proseguire, in vista degli anni
futuri, verso una affermazione dell’Istituto sempre più ferma e decisa.
(massimo
coltrinari)
I di Copertina: Lo stemma del CESVAM
Info:segreteriagenerale@istitutonastroazzurro.org
Il presente numero può essere
richiesto gratuitamente in formato digitale. Su carta (fino ad esaurimento copie ed addebito spese postali) previo
versamento di euro 5 a copia in bianco e nero e euro 10 a copia a colori da versare su conto
corrente postale n. 25938002 intestato ad Istituto del Nastro Azzurro oppure su C.C. Bancario BPER Banca Piazza Madonna
di Loreto 24 C.C.703202000000002122 IBAM IT 85P0 5387 0320 200000000 2122.
martedì 10 maggio 2022
sabato 30 aprile 2022
Carlo Bianco. La guerra per bande III Analisi e Considerazioni.
Il trattato del Bianco è indubbiamente un'opera singolare. Esso rappresenta un nobilissimo atto di fede nella capacità di resurrezione dell'Italia, compiuta con le sole sue forze, pur dopo il triste naufragio delle rivoluzioni costituzionali di Napoli e del Piemonte; resurrezione che dovrà essere opera di tutto il popolo italiano, senza aiuto straniero, e che avrà come coronamento l'indipendenza, la libertà, l'unità d’Italia, con Roma capitale della imprese degl'italiani nelle guerre napoleoniche. Ne aveva dato l'inizio un maggiore del genio dell'esercito del Regno italico, il milanese barone Camilla Vacani, passato in verità al servizio austriaco e finito poi generale dell'esercito italiano negli ultimi due anni della sua vita. Egli nel 1823 aveva pubblicato, in tre grossi volumi, con un atlante, la Storia delle campagne e degli assedi degl’italiani in Ispagna dal 1806 al 1813, lavoro tecnicamente magistrale, in cui il valore oscuro e i sacrifici degl'italiani in una guerra da loro non sentita erano messi in chiara evidenza e con ampia documentazione. E il Bianco l’aveva utilizzata per il suo trattato. Ma era un’opera spesso fin troppo tecnica e limitata alle guerre della penisola iberica. Nel 1829 uscivano invece i primi due volumi in-16° di un'opera destinata a protrarsi con altri undici volumi fino al 1838: Fasti e vicende dei popoli italiani dal 1801 al 1815, o Memorie di un uffiziale per servire alla storia militare italiana, Italia 1829. Ne era autore Cesare De Laugier, di Porto Ferraio nell'isola d'Elba, ov'era nato il 5 ottobre 1789, che nel 1848 comandò la piccola divisione toscana nell'epica battaglia di Curtatone e Montanara. Aveva combattuto in Ispagna nella divisione Lechi, aveva partecipato nella Guardia Reale dell'esercito italico alla campagna cli Russia del 1812, quindi alla difesa della fronte giulia nell'autunno del 1813. Nel 1815 era entrato nell'esercito di Gioacchino Murat come comandante di un battaglione, e si era ben distinto nella ritirata a Castel di Sangro, quando ormai tutto pareva crollare. Dopo sette anni di vita eroica e la prigionia di guerra in Ungheria, era tornato in Toscana, e nel 1819 era stato accettato nell'esercito granducale come capitano. Dopo di che aveva preso a raccogliere materiale per un'ampia storia degl'italiani nelle guerre napoleoniche fatta con intenti veramente patriottici, sopra un quadro ampio e quel che più importa ponendo in evidenza l'azione di tutti gl'italiani sui vari fronti di guerra. Non era un'opera ardente e incitatrice come quella del Bianco, ma era pur sempre una bella e generosa rivendicazione del valore italiano, e tale da dover servire in seguito di base per qualsiasi nuovo lavoro su tale argomento. Nel 1830 uscivano il III e IV volume, con l'indicazione non più di Italia come luogo di stampa, ma di Firenze, e così fino al XIII volume. Egli era stato in corrispondenza con molti reduci e nell'insieme era riuscito minuto e obbiettivo. Tanto il lavoro del Bianco che quello del Laugier avrebbero dato veramente la spinta sia ad affrontare il problema dell'utilizzazione di tutte le forze vive della nazione ai fini della risurrezione italiana, sia a rivendicare le prove di valore e di capacità militare fornite in un passato non molto lontano dagl'italiani, così che non perdessero la fiducia in se stessi.
[1] Il Bianco non esclude che in una lotta giunta al parossismo si possano avere anche schiere di donne combattenti in primissima linea. Ricorda dapprima le donne americane della Carolina, che confortavano i mariti, i figli, gli amici scoraggiati, e sapevano sopportare serenamente i rovesci di fortuna, la confisca dei beni, la povertà e l'esilio. Ricorda poi che nella difesa di Saragozza v'erano compagnie di donne d'ogni condizione, armate di pugnali, picche e persino tromboni, le quali portavano viveri e munizioni ai difensori, raccoglievano e curavano i feriti fin nelle posizioni più avanzate; altre compagnie di donne si distinsero nella difesa del Tirolo e nell'insurrezione greca. Il Bianco non dubita che le donne italiane saprebbero all’occorrenza fare altrettanto.
mercoledì 20 aprile 2022
Carlo Bianco. La Guerra per bande II Parte L' escalation della violenza
Le bande dovranno essere piccole: 10, 20, 30, 50 uomini per poter più facilmente vivere sul posto e potersi più facilmente spostare e occultare. Le bande grosse si potranno ammettere in seguito, quando attraverso la lotta si saranno addestrate e disciplinate; ma allora saranno divenute corpi mobili e legioni, primo nucleo del nuovo esercito regolare italiano. In questo modo la lotta si farà sempre più generale. Il Bianco suppone già all'inizio gli abitanti in gran parte favorevoli, mordenti il freno della tirannide locale e forestiera; ma questo favore stimolato dapprima, da un lato con elargizioni, aiuti in denaro, in qualche caso concessioni di terre, dall'altro con esecuzioni sommarie ed esemplari d'elementi palesemente o sordamente ostili, dovrà via via farsi sempre più vivo e palese con l'intensificarsi della lotta, coll'aumentare ciel rischio, colla persuasione crescente che non potrà più esservi soluzione intermedia, ma solo la vittoria o la rovina totale: sarà un crescendo di violenza spinta all'esasperazione, al fanatismo, in cui non solo non vi sarà più posto per gli avversari, ma neppure per i tiepidi, per gl'indifferenti, per i neutrali. Tutti quanti, uomini e donne, giovani e vecchi, ricchi e poveri, dovranno partecipare alla lotta, combattendo o aiutando in un modo qualsiasi chi combatte. Non più solo dunque l'accrescersi delle bande, ma la partecipazione sempre più ampia e feroce cli tutta quanta la popolazione alla lotta; e quanto all'Italia, non già i 60 o 80 000 insorti iniziali, non più soltanto i due milioni di atti alle armi, ma dei venti milioni d'abitanti, forse i due terzi impegna ti a combattere o ad assistere chi combatte![1] Coll'intensificarsi della lotta si svilupperà, prima segreta e poi palese, l'organizzazione politica, estendendosi nelle città, nei borghi e nei villaggi; e si svilupperà la formazione di corpi regolari, colonne volanti, via di mezzo fra le bande e le truppe regolari; nerbo di esse dovrebbero essere i veterani delle guerre napoleoniche, 200 000 nel 1814-15 e certo ancora numerosi nel 1829-30, sparsi per tutta Italia, spregiati e trascurati dai vari governi e ridotti a trascinare, dopo tante lotte e tanta gloria, « abbiettamente una miserabile vita ». Altri poi se ne dovrebbero trovare negli elementi più intelligenti e aperti, entrati volontariamente nei vari eserciti, il che vorrebbe dire soprattutto nei sottufficiali e ufficiali inferiori più attivi e di carattere. Dalle colonne volanti si passerà alla formazione di legioni che «saranno la base, il principio dell’esercito regolare italiano, che bel bello ingrossando compirà con brillanti e decisive operazioni la grand'opera della riunione, indipendenza e libertà d’Italia». Ma in realtà, secondo il Bianco, la guerra insurrezionale avrebbe già talmente logorato il nemico da rendere assai facile il compito finale riservato alle forze più o meno regolari: il nemico, spossato e demoralizzato, dovrebbe abbandonare alla fine il paese irriducibile e dovrebbe rinunziare, perché troppo onerosa, alla lotta per risottomettere gente decisa all'estremo sacrificio pur di restar libera.
domenica 10 aprile 2022
Carlo Bianco La Guerra per bande I Parte
Come
s’inizierà l’insurrezione e In
formazione delle bande?
Il condottiero, presa la campagna con 20 o 30 uomini, si porterà nei boschi,
presso i fiumi o sui monti. Comincia a
infestare le strade arrestando i corrieri, fermando diligenze, impadronendosi
della corrispondenza del governo, e subito eliminando i nemici d’Italia. Poscia dovrà piombare sulle località non
presidiate e impadronirsi dei fondi delle casse governative. Con quei denari potrà corrompere capi e
gregari dei posti militari vicini, assoldare
molte guide, provvedere ai più bisognosi della zona, così da mostrare
che egli difende la causa del popolo. In
tal modo avrà facilmente viveri, asilo, aiuto.
E dovrà muoversi continuamente così da rendersi irreperibile, e dovrà
disseminare i suoi. Ad un certo punto avrà da fare i conti coll’azione delle
forze regolari nemiche; ebbene, se lo potrà cercherà di danneggiarle il più
possibile, non concedendo quartiere a nessuno, giacché la guerra di bande non
ammette che si facciano prigionieri: il volontario verrà a trovarsi nella
necessità di combattere fino all’estremo, dato che non troverà a sua volta
quartiere. Ma soprattutto, il
condottiero, sentendosi inferiore e minacciato d'avvolgimento, dovrà sciogliere la banda
così che si ritragga per molte vie e a piccoli nuclei. Nulla importa che la
banda retroceda o fugga e sembri
dissolversi, se tutti sapranno dove e come riunirsi. E allora la lotta
continuerà più che mai inesorabile, e il nemico, che si crederà vincitore, si
troverà di nuovo assalito sui fianchi e alle spalle. Non solo, ma via via i
capi delle bande e i capi delle organizzazioni clandestine dovranno procedere
inesorabilmente all’eliminazione dei nemici e altresì degli stessi elementi
sospetti e infidi. Sarà certamente una cosa atroce, ma necessaria per evitare
un nuovo fallimento della rivoluzione, come già avvenne in Spagna, in
Portogallo, a Napoli e in Piemonte.
giovedì 31 marzo 2022
domenica 20 marzo 2022
giovedì 10 marzo 2022
lunedì 28 febbraio 2022
domenica 20 febbraio 2022
Osimo. Il Mito dei Martiri di castelfidardo
Massimo Coltrinari
OSIMO E LE CONSEGUENZE DEI COMBATTIMENTI DEL 18 SETTEMBRE 1860
Osimo e l’assistenza ai feriti. Il mito dei Martiri.
Mentre Osimo vedeva il suo tessuto sociale cambiare radicalmente ed i potenti di un tempo non erano più tali, mentre la separazione tra Stato e Chiesa ancora non era palese, ma era iniziata, l’assistenza ai feriti pontifici continuava, ma con crescente difficoltà. Le notizie che abbiamo le dobbiamo in gran parte le ricerche del sempre compianto e caro Mons. Carlo Grillantini che negli anni ottanta del secolo scorso, all’inizio delle ricerche sugli eventi sul passaggio delle Marche dallo stato preunitario allo stato nazionale fu prodigo di consigli ed indicazioni oltre ad una presenza disinteressata alle nostre iniziative.
Giacinto Lanascol , francese, proveniente da Quimper, mori a vent’anni il 20 ottobre 1860 all’Ospedale di San Marco a seguito di tre ferite da pallottole di fucile. Era assistito dalla madre e da suo zio, il conte Russel. Le sue ultime parole furono “Muoio contento; ho fatto il mio dovere.”
Paolo Parceveaux, sottufficiale della fanteria di linea, francese, originario del Castello di Tronjoly, ferito al petto da palla di fucile, morì all’Ospedale Vecchio di Osimo il 14 ottobre, assistito al suo capezzale dal fratello Luigi. Le sue ultime parole furono “L’ultimo mio desiderio è di dare l’anima a Dio, il corpo a Nostra Signora di Loreto ed il cuore a mia madre.” Fu seppellito a Loreto, e secondo una usanza in voga nell’ottocento, nel solco delle reliquie di santi e uomini di chiesa, il suo cuore, chiuso in una teca di metallo fu portato a sua madre. Nel 1860 vigeva ancora la vecchia mentalità che considerava quasi una profanazione le necroscopie. Il presidente Sinibaldi con una lettera del 14 ottobre 1860 ne chiese il permesso al Cardinale Brunelli, che la concede.
Arturo Conte di Chalus, francese di Nantes, morto nel mese di ottobre all’Ospizio di San Leopardo, assistito dal suo compagno Giuseppe Guerin. Il De Segur scrisse così di lui “… combattè….cadde in mezzo alla mischia colpito da mitraglia in una coscia. Fu con altri ferito trasportato allo spedale di Osimo e stette calmo ed intrepido sopra l’insanguinato letto del suo dolore.”
Regoziano Picou, seminarista di Nantes, fu raccolto sul campo ferito ad una coscia e coperto dalla sola camicia e per il freddo quasi mezzo assiderato. Porato all’ospizio di San Leopardo ad Osimo per mancanza di letti, lo si dovette deporre in un confessionale rovesciato, dove stette vario tempo. La ferita sembrava rimargina ma si riaprì ed il poveretto morì dissanguato il 28 ottobre 1860.
Il De Segur dà una immagine così di parte che in tutte le descrizioni affiora il sospetto che i feriti pontifici non siano stati trattati con la dovuta cura. In realtà vi fu la massima dedizione ed assistenza, nei limiti e nella possibilità di Osimo che in pochi giorni dovette accogliere oltre 300 tra ammalati e feriti.
giovedì 10 febbraio 2022
Osimo. e le conseguenze dei combattimenti del 18 settembre 1860
Massimo Coltrinari
OSIMO E LE
CONSEGUENZE DEI COMBATTIMENTI DEL 18 SETTEMBRE 1860
Osimo al centro delle polemiche pontificie
Caduta Ancona il 29 settembre 1860, il 30 le truppe sarde
presero possesso della città il 30 settembre, issando il tricolore sulla fortezza
dell’Astagno. Il 3, via mare, giunse in Ancona e vi sostò fino al 7 ottobre,
quando, seguendo le truppe si mise in marcia verso sud. Lasciò come Commissario
per le Marche a svolgere il suo lavoro di rappresentante del Re l’on. Lorenzo
Valerio. Ancona e le Marche tutte
iniziavano la loro trasformazione, politica, amministrativa, sociale ed
economica da quella preunitaria in sostanza pontificia a quella nazionale. In
questo contesto anche in Osimo.si videro profondi cambiamenti. Ma prima che
questi si palesassero nella loro compitezza, Osimo dovette assolvere ad un
compito particolare: quello di assolvere al compito di assistere e curare i
feriti pontificio sia dello scontro del 18 settembre, sia quelle feriti o
ammalti nelle operazioni per la conquista di Ancona.
Osimo, quindi, si sobbarcò tutto il peso delle conseguenze
dello scontro del 18 settembre, in quanto era l’unico centro che aveva le strutture e la capacità per .
Nella sua relazione conclusiva riassuntiva della attività
svolta, redatta il 7 gennaio 1861, il magg. medico, Angelo Zavattaro, al
momento della chiusura dell’ospedale di seconda linea sardo nel periodo
settembre – dicembre furono raccolti da 200 a 300 feriti, e poi parecchie
centinaia di ammalati. Questi dati si riferiscono al solo ospedale da campo non
agli altri sei ospedali operanti nello stesso periodo ad Osimo. Un notevole
aiuto fu dato da tutti i cittadini e Zavattaro mette in luce “ la non lenta compartecipazione di ogni
classe di cittadini” all’opera di assistenza sia verso i militari piemontesi
che i militari pontifici “ attesta alla vetusta Osimo meglio che le virtù
cittadine la generosità e non municipale carità di patria e parla in sua lode
meglio che non si saprebbe fare da chi scrive. Questa, - continua la
relazione -, non incontrarono negli
osimani odi o rancori ma solo, e non altrimenti che quelli, le più pietose e
premurose sollecitudini.”
I deceduti presso gli ospedali non furono sepolti nelle
chiese, ma si dispose che fossero inumati presso il Cimitero di San Giovanni. I
deceduti furono 25 Pontifici e 6 Sardi
Osimo si mostrò in quei primi mesi unitari degna delle sue
tradizioni di carità ed altruismo.[1]
Ma, come sempre succede per chi fa del bene e riceve in cambio l’esatto
contrario, si trovò in mezzo alle polemiche sorte in relazione al trattamento
dei feriti pontifici, susseguenti a quelle accesasi sul trattamento dei prigionieri
pontifici. Secondo la convenzione di resa, la guarigione pontificia di Ancona,
dopo aver deposto le armi e tutto l’equipaggiamento non individuale, si doveva
concentrare alla Torretta ( Oggi Torrette). Qui, una volta raccolti, a
scaglioni, per tappe, (cioè a piedi in quanto non vi erano altri mezzi) tutti i
prigionieri furono avvitati in Piemonte e, via Rimini Bologna, Alessandria.
Qui, una volta giunti i belgi, i francesi, gli austriaci e gli altri stranieri
messi in libertà per tornare alle loro patrie, i cosiddetti indigeni, cioè gli
italiani, furono trattenuti per qualche mese, e poi rilasciati anche loro.
Durante il tragitto da Ancona ad Alessandria furono fatti oggetti da parte
della popolazione dei paesi che attraversavano di manifestazioni ostili, di
scherno, insulti e quant’altro, soprattutto in Romagna in cui era molto vivo il
ricordo dei fatti del 1859 e delle repressioni poliziesche. Questi episodi
furono riportati dalla stampa di parte cattolica che, come detto, avviarono
polemiche accese e virulente. Accanto ciò si aggiunse il trattamento che i
feriti pontifici ebbero all’indomani dello scontro del 18 settembre nella piana
di Loreto, in cui in virtù di sciacalli e delinquenti comuni; molti di loro,
come abbiamo visto, furono depredati. Molte testimonianze si aggiunsero, date
dei feriti ricoverati negli ospedali di Osimo, Ed Osimo divenne il riferimento
territoriale di tutte queste polemiche, anche per le versioni e le
testimonianze dei parenti che da Osimo colloquiavano con le loro famiglie in
patria. Da tutto questo, vi fu un filone che fu raccolto da vari scrittori di
parte pontificia, primo fra tutti il De Segur, che scrissero pagine di fuoco di
come i feriti , dopo, e i prigionieri pontifici furono trattati, dopo. Nasce
con Osimo sullo sfondo, il mito dei “Martiri di Castelfidardo”, mito tanto
inventato quanto falso, che inquinò per oltre un trentennio i rapporti tra le
due sponde del Tevere.
[1] Una
dettagliata ricostruzione della cura dei feriti dopo lo scontro del 18
settembre 1860 comprese le risultanze contabili tra il Comune di Osimo e
l’Intendenza di Armata basata sulla documentazione esistente presso l’Archivio
di Osimo è stata riproposta da M. Serrani,
Osimo nel 1859 -1960, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Urbino,
“Carlo Bo”, Facoltà di Lettere e Filosofia, Corso di laurea in Lettere Moderne,
Anno Accademico 2006 - 2007








