L'Ultima difesa pontificia di Ancona . Gli avvenimenti 7 -29 settembre 1860

Investimento e Presa di Ancona

Investimento e Presa di Ancona
20 settembre - 3 ottbre 1860

L'Ultima difesa pontificia di Ancona 1860

L'Ultima difesa pontificia di Ancona 1860
Società Editrice Nuova Cultura. contatti: ordini@nuovacultura.it

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Onore ai Caduti

Onore ai Caduti
Sebastopoli. Vallata di Baraclava. Dopo la cerimonia a ricordo dei soldati sardi caduti nella Guerra di Crimea 1854-1855. Vedi spot in data 22 gennaio 2013

Il combattimento di Loreto detto di Castelfidardo 18 settembre 1860

Il combattimento di Loreto detto di Castelfidardo 18 settembre 1860
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La sintesi del 1860

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Il combattimento di Loreto, detto di Castelfidardo 18 settembre 1860

Il Volume di Massimo Coltrinari, Il Combattimento di Loreto detto di Castelfidardo, 18 settembre 1860, Roma, Edizioni Nuova Cultura, 2009, pagine 332, euro 21, ISBN 978-88-6134-379-5, è disponibile in
II Edizione - Accademia di Oplologia e Militaria
- in tutte le librerie d'Italia
- on line, all'indirizzo ordini@nuova cultura.it,
- catalogo, in www.nuovacultura.it
- Roma Universita La Sapienza, "Chioschi Gialli"
- in Ancona, presso Fogola Corso Mazzini e press o Copyemme

giovedì 30 giugno 2022

Periodico del Nastro Azzurro 2/22 3/22


 Il periodico può essere chiesto a: segreteriagenerale@istitutonastroazzurro.org



domenica 19 giugno 2022

Gadget Istituto del Nastro Azzurro


Si possono richiedere : segreteriagenerale@istitutonastroazzurro.org

 

venerdì 10 giugno 2022

Periodico del Nastro Azzurro N. 6/21 1/22, 2/22


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martedì 31 maggio 2022

Garibaldi e la II Guerra di Intipendenza

 

1859, i Cacciatori delle Alpi nella II guerra d’indipendenza

 

di

Osvaldo Biribicchi

 

 

Il termine Cacciatori, nel secolo XIX, indicava la fanteria cosiddetta leggera in quanto dotata di armamento ed equipaggiamento leggeri. In particolare, almeno nella fase iniziale, si chiamavano cosi le milizie che sorgevano spontaneamente per combattere l'oppressore ed affermare i principi di nazionalità. I componenti di questi reparti irregolari erano caratterizzati, a tutti i livelli, da audacia e spregiudicatezza, doti queste che ne esaltavano l'impiego nell'esplorazione, nei colpi di mano e nelle azioni offensive. In Italia è rimasto particolarmente famoso il Corpo dei Cacciatori delle Alpi, fondato nel 1859.

Per meglio comprendere la nascita di questo particolare Corpo, è necessario conoscere sommariamente la situazione politica, in quel periodo, nel regno sabaudo.

Solo pochi mesi prima, a luglio del 1858, si era svolto a Plombières, una cittadina termale della Francia orientale, un convegno segreto tra il Presidente del Consiglio dei Ministri piemontesi, Camillo Benso Conte di Cavour, e l'imperatore francese Napoleone III.

Nel corso di quell'incontro, Napoleone III si impegnò ad intervenire contro l'Austria, a fianco del Piemonte, nel caso in cui quest'ultimo fosse stato aggredito dagli austriaci. In caso di vittoria, sarebbe stato creato sotto Casa Savoia un Regno dell’Alta Italia comprendente il Lombardo-Veneto, i Ducati di Modena, di Parma e le Legazioni pontificie; mentre la Francia, in cambio dell'aiu­to prestato, si sarebbe annessa la Sa­voia e la città di Nizza appartenenti al Regno di Sardegna. Cavour, ottenuto dalla Francia l'impegno a scendere in campo militarmente, si adoperò in tutti i modi per provocare l'Austria affinché facesse il primo passo verso la guerra.

Gli inizi del 1859 furono caratterizzati da segnali che preannunciavano l'imminenza di un conflitto. Il re Vittorio Emanuele II, in un discorso al parlamento, pronunciò la celebre frase: ”...non siamo insensibili al grido di dolore che da tanti parti d'Italia si leva verso di noi” che aveva tutto il sapore di una aperta sfida all'Austria. Cavour, da parte sua, sull'onda delle emozioni che il discorso del re aveva suscitato, permise e favorì l'arruolamento di volontari provenienti da tutta l'Italia, in particolare dal Lombardo–Veneto, da affiancare all’esercito regolare. Il 17 marzo 1859 con decreto reale veniva istituito il Corpo dei Cacciatori delle Alpi, al comando di Giuseppe Garibaldi, nominato per l'occasione Maggior Generale dell'esercito sardo, ed alle dipendenze del Ministero degli Interni.

Al neocostituito Corpo, però, non vennero assegnati i volontari migliori; questi ultimi furono inseriti nei ranghi dell'esercito regolare. A Garibaldi vennero dati i più giovani, con scarsa o nulla esperienza militare, i più anziani e quelli scartati per difetti fisici. Di contro, gli ufficiali furono quelli voluti da lui, tutti valorosi combattenti che si erano distinti nel 1849 nella difesa della Repubblica Romana e di Venezia.

I Cacciatori delle Alpi erano poco più di tremila uomini ordinati in una brigata su tre reggimenti, senza artiglieria, con una cinquantina di cavalleggeri per l'esplorazione ed un efficiente ospedale da campo diretto dal medico milanese Agostino Bertani, esule a Genova, che avrà poi una funzione importante nella spedizione dei Mille. Il corpo sanitario dei “Cacciatori” fu insignito di medaglia di bronzo al valor militare per la alacre opera svolta.

Garibaldi ed i suoi uomini, dunque, indossarono l'uniforme dell'esercito sardo. Per l'addestramento, furono inviati nei depositi di Cuneo e Savigliano nonché a Rivoli presso Susa. Dei tre reggimenti, i primi due, i migliori, furono posti al comando del tenente colonnello Enrico Cosenz e del colonnello Giacomo Medici.

Mentre gli ufficiali di Garibaldi inquadravano i volontari, Cavour faceva, provocatoriamente, ammassare truppe sul confine con il Lombardo­-Veneto per compiere delle esercitazioni. L'Austria, allarmata, il 23 aprile 1859 ordinò al Pie­monte il disarmo immediato. Era l'aggressione tanto cercata da Cavour che, naturalmente, rifiutò e lasciò che la parola passasse alle armi.

Il 26 aprile 1859 l’Austria dichiarò guerra al Piemonte: iniziava la seconda guerra d'indipendenza. Il giorno seguente, l'esercito austriaco al comando del Generale Giulay varcò la frontiera piemontese. L'avanzata fu subito rallentata dall'allagamento delle risaie nel vercellese.

La Francia, da parte sua, come stabilito, inviò in aiuto dell'esercito sabaudo un forte contingente di cui Napoleone III ne assunse il comando supremo; alla metà di maggio circa 120.000 francesi erano concentrati nella zona di Alessandria.

I franco–piemontesi, con alcune puntate offensive verso Pavia, diedero agli austriaci l'impressione di voler penetrare in Lombardia da sud mentre, in realtà, si trattava di uno stratagemma per mascherare i veri piani che prevedevano di entrare in Lombardia da nord.

Il primo grosso combattimento avvenne a Montebello[1], il 20 maggio 1859, dove gli austriaci furono battuti dall'azione congiunta della cavalleria sarda e della fanteria francese; dieci giorni dopo a Palestro[2] gli austriaci subirono una ulteriore sconfitta, a seguito della quale decisero di riattraversare il Ticino per attestarsi a difesa della frontiera lombardo-veneta.

Garibaldi, intanto, con i suoi Cacciatori delle Alpi, il 23 maggio aveva attraversato risolutamente il Ticino e sorpreso nella notte il presidio austriaco di Sesto Calende. La notte successiva, dopo aver vinto le resistenze austriache, entrò a Varese accolto da una folla di cittadini in delirio. Gli austriaci, a questo punto, gli inviarono incontro una Divisione di tremila uomini, potentemente armata, al comando del Generale Urban. I Cacciatori furono sottoposti ad un incessante fuoco di artiglieria ma non indietreggiarono, resistettero fino a quando la fanteria austriaca non fu che “a 50 passi di distanza”, come aveva loro ordinato Garibaldi, e poi gli riversarono addosso una micidiale scarica di pallottole. Subito dopo, in pieno stile garibaldino, si avventarono alla baionetta sul nemico.

Gli austriaci, sotto l'incalzare dei Cacciatori delle Alpi, si ritirarono disordinatamente. Garibaldi non poteva fermarsi, sarebbe diventato un facile bersaglio per il nemico, la sua doveva essere una guerra di movimento. Si avviò, pertanto, verso Como facendo credere al nemico di passare per Camerlata invece passò per San Fermo dove superò, dopo uno scontro sanguinoso, la forte resistenza austriaca.

Di notte entrò a Como, anche qui accolto festosamente dalla popolazione. Garibaldi era riuscito ad ottenere l'allontanamento degli austriaci da tutta la zona lombarda del lago Maggiore e, dopo una serie di spostamenti tattici, puntò su Lecco e da lì a Bergamo dove vi entrò l'8 giugno alla testa dei suoi Cacciatori. Qui, l'11 giugno, con una solenne cerimonia, consegnò ai suoi uomini le onorificenze ricevute dal governo e lesse un ordine del giorno, emanato in nome del re, in cui erano esaltate le imprese del piccolo Corpo. La sera stessa si mise in marcia per Brescia ove vi entrò il 13 giugno.

I franco-sardi, nel frattempo, il 4 giugno avevano sconfitto gli austriaci a Magenta[3] aprendosi così la strada verso Milano ove, l'8 giugno, vi entravano fianco a fianco Napoleone III e Vittorio Emanuele II.

Gli austriaci ripiegarono verso il Quadrilatero (Mantova, Verona, Peschiera e Legnago) per una difesa ad oltranza ma il giovane imperatore Francesco Giuseppe assunse il comando diretto delle operazioni e riprese subito l'offensiva.

Il 24 giugno sulle alture di San Martino e Solferino, a sud del lago di Garda, su un fronte di una quindicina di chilometri si affrontarono circa 300.000 uomini, fra austriaci e franco– piemontesi, con oltre 26.000 cavalli e 1.500 pezzi di artiglieria.

In questo fatto d'arme, i Cacciatori delle Alpi ebbero un ruolo molto importante sul piano strategico in quanto dalle Prealpi lombarde minacciavano – puntando verso la valle dell'Adige – le spalle dell'Armata austriaca dislocata nel Quadrilatero.

La battaglia di San Martino e Solferino, l'ultima della II guerra di indipendenza, si risolse con la vittoria dei franco–piemontesi ma ad un prezzo altissimo di vite umane. Essa non fu solo la più sanguinosa tra quelle combattute nelle guerre d'indipendenza, ma una delle più sanguinose combattute fino ad allora in Europa. Alla sera del 24 giugno, sul campo di battaglia giacevano 40.000 uomini, di cui 11.000 morti e 29.000 feriti. Di questi ultimi, 5.000 morirono nei giorni successivi per i postumi delle ferite riportate. Napoleone III, condizionato dai cattolici francesi per i possibili danni che il prolungarsi della guerra di indipendenza italiana avrebbe finito per arrecare oltre che alla Francia stessa anche allo Stato pontificio, propose a Francesco Giuseppe, all'insaputa di Cavour, un armistizio poi firmato a Villafranca l'11 luglio 1859. Il 10 novembre a Zurigo veniva siglata la pace che poneva fine alla guerra ed imponeva all’Austria la cessione, per il tramite della Francia, della sola Lombardia al Regno Sardo ed il ritorno dei sovrani spodestati nei ducati di Modena, Parma e nel Granducato di Toscana.

Vittorio Emanuele II accettò suo malgrado, mentre Cavour sentendosi ingannato da Napoleone III si dimise da primo ministro.

I Cacciatori delle Alpi all’atto dell’armistizio superavano i 12.000 uomini, articolati su cinque reggimenti, «ed occupavano le quattro vallate: Valtellina, Camonica, Sabbia e Trompia, sino alla frontiera col Tirolo»[4].

Con la fine della seconda guerra di indipendenza gli austriaci non erano stati annientati ed il Veneto, contrariamente alle aspettative, era rimasto nelle loro mani.

«La brusca interruzione della guerra costituiva una palese violazione dei patti di alleanza tra i due paesi (Il Piemonte e la Francia), e così la promessa dell’indipendenza dell’Italia settentrionale, dal Ticino all’Adriatico, svaniva completamente. L’interruzione della seconda guerra d’Indipendenza, portò come conseguenza un malcontento fra gli appartenenti al Corpo Garibaldino dei Cacciatori delle Alpi, molti dei quali diedero le dimissioni per protesta, in seguito alla fusione del Corpo Garibaldino con l’Esercito nazionale [] Anche Garibaldi lasciava, allora, con comprensibile cruccio il Comando dei Cacciatori delle Alpi ed indirizzava a Vittorio Emanuele II una lettera, datata da Lovere, 1 agosto 1859, che però non giunse mai a destinazione»[5].

Gli anni immediatamente successivi furono, comunque, importanti. Il 1860 fu l'anno dei plebisciti per l'annessione al Piemonte dell'Italia centrale e dell'ex regno borbonico; sempre in quell'anno Nizza e la Savoia furono cedute alla Francia e Garibaldi, alla testa dei Mille, sbarcò in Sicilia.

 

 

 

 

Bibliografia sommaria

Bertini Enrico, TIMOTEO RIBOLI Medico di Garibaldi, 1986.

Garibaldi Giuseppe, Memorie con una Appendice di Scritti Politici, Biblioteca Universale Rizzoli, Milano.

 

Sitografia sommaria

https://www.battagliadimagenta.it/pubblicazioni/opere_pubbliche/Opere_Pubbliche_Dettaglio.asp?ID_M=10&ID=43

http://www.carabinieri.it/arma/ieri/storia/vista-da-2015/fascicolo-9/il-ruolo-dell-arma-nella-guerra-del-1859/i-cacciatori-delle-alpi

http://www.150anni-lanostrastoria.it/index.php/ii-guerra-indipendenza

https://www.centrodellamemoriasavigliano.it/giacomomedici/

http://www.combattentiliberazione.it/seconda-guerra-dindipendenza-1859

https://comune.magenta.mi.it/aree-tematiche/cultura/

https://www.comune.montebellodellabattaglia.pv.it/m-vivere/m-infoutili/storia

http://www.comune.palestro.pv.it/it-it/vivere-il-comune/cosa-vedere/ossario-1893-22321-1-44d9415912f732cd2a5df066f0ffa96f

https://www.difesa.it/Content/150anniversario/Pagine/LeBattaglieSolferinoeSanMartino.aspx

http://notes9.senato.it/Web/senregno.nsf/96ec2bcd072560f1c125785d0059806a/80cfa982dfdabe7e4125646f005a8000?OpenDocument

 

 



[1] In ricordo della battaglia combattuta nel 1859, il comune di Montebello, in provincia di Pavia, nel 1958 ha ricevuto il nome di Montebello della Battaglia.

[2] Nel comune di Palestro, in provincia di Pavia, il 28 maggio 1893 fu inaugurato un Ossario per conservare le reliquie dei Caduti piemontesi, francesi ed austriaci nelle battaglie del 30 e 31 maggio 1859.

[3] A Magenta, in provincia di Milano, il 4 giugno 1872 fu inaugurato un Ossario per conservare le reliquie dei Caduti piemontesi, francesi ed austriaci nella battaglia del 4 giugno 1859.

[4] Garibaldi Giuseppe, Memorie con una Appendice di Scritti Politici, Biblioteca Universale Rizzoli, Milano, 1998, p. 232.

 

[5] Bertini Enrico, TIMOTEO RIBOLI Medico di Garibaldi, 1986, p. 178.

giovedì 19 maggio 2022

Rivista QUADERNI, Anno LXXXII, Supplemento XX, 2021, n. 3 20° della Rivista. CESVAM REPORT Settembre 2019 - Agosto 2021

 


SOMMARIO

Anno LXXXII, Supplemento XX, 2021, n. 3,

20° della Rivista “Quaderni”

www.istitutodelnastroazzurro.it

centrostudicesvam@istitutonastroazzurro.org

www.cesvam.org

 

CESVAM REPORT.  SETTEMBRE 2019 – AGOSTO 2021

 

1.      INTRODUZIONE

La necessità di un Report.

 

2.      STRUTTURA DEL CESVAM

a.       Istituto del Nastro Azzurro Ente Morale

Statuto; Regolamento

b.      Lo Statuto del CESVAM

c.       Il Regolamento del CESVAM

d.      Il Verbale  costitutivo del CESVAM del Consiglio Nazionale dell’Istituto del Nastro Azzurro

 

3.      ATTIVITA’ DEL CESVAM

Editoria

a.       La Emeroteca del CESVAM

b.      L’Archivio-Biblioteca del CESVAM

c.       I Progetti di Ricerca. La realizzazione e la finalizzazione

Ricerca

d.      Le attività in essere.

e.       La Rivista “Quaderni del Nastro Azzurro”

f.        I “Quaderni On Line”

g.      I Blog di carattere storico, estensione di ricerca

h.      I Blog di carattere geografico, estensione di ricerca

i.        I Blog di carattere associativo e divulgativo

j.        I CESVAM Papers, collana “occasional” di pubblicazioni

k.      I Libri della Collana del Nastro Azzurro”

Didattica

l.        L’Attività didattica per Master di 1° e 2° Livello

m.    L’Attività didattica per Corsi di Formazione

Divulgazione

n.      Il Sito dell’Istituto del Nastro Azzurro. Concorso alla Gestione

o.      La Piattaforma del CESVAM. Lo strumento di divulgazione al passo con i tempi

p.      I Convegni e le Conferenze

q.      Gli “Incontri con l’Autore”

r.       Collaborazione con Enti, Istituti, Accademie, Università. Il Confronto

 

4.      CONCLUSIONE

. Lineamenti per il futuro

5.      IL PERIODICO “NOTIZIARIO DEL NASTRO AZZURRO

 

Nota redazionale:

Questo numero della Rivista “QUADERNI” come si può notare, pur mantenendo la struttura base, non porta la tradizionale suddivisione “Il mondo da cui veniamo: la memoria” e “Il mondo in cui viviamo: la realtà d’oggi” e le relative rubriche. Questo per lasciare lo spazio al Report del CESVAM, Questo Report, come ampiamente si è riportato nel Report stesso, vuole essere una documentazione fattiva della risposta che la Presidenza Nazionale ha voluto dare, con il Report pubblicato nel 2019 (N. 3° della Rivista, Supplemento XIII, Luglio-agosto 2019) alla lenta crisi che aveva attanagliato l’Istituto culminata, in chiave di retrospettiva storica, con l’anno 2014, considerando il 2015 l’anno della svolta a cui tutti hanno dato un ampio contributo. Questo numero della Rivista vuole essere la continuazione del Report per il quinquennio settembre 2014 – agosto 2019, mantenendo la stessa articolazione ed aggiornandone i contenuti per il periodo di riferimento. Si vogliono fornire elementi di riflessione sulle scelte fatte, sui successi ottenuti, sugli scostamenti da correggere, per proseguire, in vista degli anni futuri, verso una affermazione dell’Istituto sempre più ferma e decisa.

(massimo coltrinari)

 

I di Copertina: Lo stemma del CESVAM

 


Info:segreteriagenerale@istitutonastroazzurro.org

Il presente numero può essere richiesto gratuitamente in formato digitale. Su carta (fino ad esaurimento  copie ed addebito spese postali)   previo versamento di euro 5 a copia in bianco e nero e euro  10 a copia a colori da versare su conto corrente postale n. 25938002 intestato ad Istituto del Nastro Azzurro  oppure su C.C. Bancario BPER Banca Piazza Madonna di Loreto 24 C.C.703202000000002122 IBAM IT 85P0 5387 0320 200000000 2122.

sabato 30 aprile 2022

Carlo Bianco. La guerra per bande III Analisi e Considerazioni.



Il trattato del Bianco è indubbiamente un'opera singolare. Esso rappresenta un nobilissimo atto di fede nella capacità di resurrezione dell'Italia, compiuta con le sole sue forze, pur dopo il triste naufragio delle rivoluzioni costituzionali di Napoli e del Piemonte; resurrezione che dovrà essere opera di tutto il popolo italiano, senza aiuto straniero, e che avrà come coronamento l'indipendenza, la libertà, l'unità d’Italia, con Roma capitale della imprese degl'italiani nelle guerre napoleoniche. Ne aveva dato l'inizio un maggiore del genio dell'esercito del Regno italico, il milanese barone Camilla Vacani, passato in verità al servizio austriaco e finito poi generale dell'esercito italiano negli ultimi due anni della sua vita. Egli nel 1823 aveva pubblicato, in tre grossi volumi, con un atlante, la Storia delle campagne e degli assedi degl’italiani in Ispagna dal 1806 al 1813, lavoro tecnicamente magistrale, in cui il valore oscuro e i sacrifici degl'italiani in una guerra da loro non sentita erano messi in chiara evidenza e con ampia documentazione. E il Bianco l’aveva utilizzata per il suo trattato.  Ma era un’opera   spesso fin troppo tecnica e limitata alle guerre della penisola iberica. Nel 1829 uscivano invece i primi due volumi in-16° di un'opera destinata a protrarsi con altri undici volumi fino al 1838: Fasti e vicende dei popoli italiani dal 1801 al 1815, o Memorie di un uffiziale per servire alla storia militare italiana, Italia 1829. Ne era autore Cesare De Laugier, di Porto Ferraio nell'isola d'Elba, ov'era nato il 5 ottobre 1789, che nel 1848 comandò la piccola divisione toscana nell'epica battaglia di Curtatone e Montanara. Aveva combattuto in Ispagna nella divisione Lechi, aveva partecipato nella Guardia Reale dell'esercito italico alla campagna cli Russia del 1812, quindi alla difesa della fronte giulia nell'autunno del 1813. Nel 1815 era entrato nell'esercito di Gioacchino Murat come comandante di un battaglione, e si era ben distinto nella ritirata a Castel di Sangro, quando ormai tutto pareva crollare. Dopo sette anni di vita eroica e la prigionia di guerra in Ungheria, era tornato in Toscana, e nel 1819 era stato accettato nell'esercito granducale come capitano. Dopo di che aveva preso a raccogliere materiale per un'ampia storia degl'italiani nelle guerre napoleoniche fatta con intenti veramente patriottici, sopra un quadro ampio e quel che più importa ponendo in evidenza l'azione di tutti gl'italiani sui vari fronti di guerra. Non era un'opera ardente e incitatrice come quella del Bianco, ma era pur sempre una bella e generosa rivendicazione del valore italiano, e tale da dover servire in seguito di base per qualsiasi nuovo lavoro su tale argomento. Nel 1830 uscivano il III e IV volume, con l'indicazione non più di Italia come luogo di stampa, ma di Firenze, e così fino al XIII volume. Egli era stato in corrispondenza con molti reduci e nell'insieme era riuscito minuto e obbiettivo. Tanto il lavoro del Bianco che quello del Laugier avrebbero dato veramente la spinta sia ad affrontare il problema dell'utilizzazione di tutte le forze vive della nazione ai fini della risurrezione italiana, sia a rivendicare le prove di valore e di capacità militare fornite in un passato non molto lontano dagl'italiani, così che non perdessero la fiducia in se stessi.



[1] Il Bianco non esclude che in una lotta giunta al parossismo si possano avere anche schiere di donne combattenti in primissima linea. Ricorda dapprima le donne americane della Carolina, che confortavano i mariti, i figli, gli amici scoraggiati, e sapevano sopportare serenamente i rovesci di fortuna, la confisca dei beni, la povertà e l'esilio.  Ricorda poi che nella difesa di Saragozza v'erano compagnie di donne d'ogni condizione, armate di pugnali, picche e persino tromboni, le quali portavano viveri e munizioni ai difensori, raccoglievano e curavano i feriti fin nelle posizioni più avanzate; altre compagnie di donne si distinsero nella difesa del Tirolo e nell'insurrezione greca. Il Bianco non dubita che le donne italiane saprebbero all’occorrenza fare altrettanto.

mercoledì 20 aprile 2022

Carlo Bianco. La Guerra per bande II Parte L' escalation della violenza



 Le bande dovranno essere piccole: 10, 20, 30, 50 uomini per poter più facilmente vivere sul posto e potersi più facilmente spostare e occultare. Le bande grosse si potranno ammettere in seguito, quando attraverso la lotta si saranno addestrate e disciplinate; ma allora saranno divenute corpi mobili e legioni, primo nucleo del nuovo esercito regolare italiano. In questo modo la lotta si farà sempre più generale. Il Bianco suppone già all'inizio gli abitanti in gran parte favorevoli, mordenti il freno della  tirannide locale e forestiera;  ma  questo favore stimolato dapprima,  da un  lato con elargizioni, aiuti in denaro, in qualche caso concessioni di terre, dall'altro con esecuzioni sommarie ed esemplari d'elementi palesemente o sordamente ostili, dovrà via via farsi sempre più vivo e palese con l'intensificarsi della lotta, coll'aumentare ciel rischio, colla persuasione crescente che non potrà più esservi soluzione  intermedia, ma solo la vittoria o la rovina totale:  sarà un crescendo di violenza spinta all'esasperazione, al fanatismo, in cui non solo non vi sarà più posto per gli avversari, ma  neppure  per  i  tiepidi,  per  gl'indifferenti,  per  i neutrali. Tutti quanti, uomini e donne, giovani e vecchi, ricchi e poveri, dovranno partecipare alla lotta, combattendo o aiutando in un modo qualsiasi chi combatte. Non più solo dunque l'accrescersi delle bande, ma la partecipazione sempre più ampia e feroce cli tutta quanta la popolazione alla lotta; e quanto all'Italia, non già i 60 o 80 000 insorti iniziali, non più soltanto i due milioni di atti alle armi, ma dei venti milioni d'abitanti, forse i due terzi impegna ti a combattere o ad assistere chi combatte![1] Coll'intensificarsi  della lotta si svilupperà, prima segreta e poi palese, l'organizzazione politica, estendendosi nelle città, nei borghi e nei villaggi; e si svilupperà la formazione di corpi regolari, colonne volanti, via di mezzo fra le bande e le truppe regolari; nerbo di esse dovrebbero essere i veterani delle guerre napoleoniche, 200 000 nel 1814-15 e certo ancora numerosi nel 1829-30, sparsi per tutta Italia, spregiati  e trascurati  dai vari governi e ridotti  a  trascinare,  dopo tante lotte e tanta gloria, « abbiettamente una miserabile vita ». Altri poi se ne dovrebbero trovare negli elementi più intelligenti e aperti, entrati volontariamente nei vari eserciti, il che vorrebbe dire soprattutto nei sottufficiali e ufficiali inferiori più attivi e di carattere. Dalle colonne volanti si passerà alla formazione di legioni che «saranno la base, il principio dell’esercito regolare italiano, che bel bello ingrossando compirà con brillanti e decisive operazioni la grand'opera della riunione, indipendenza e libertà d’Italia». Ma in realtà, secondo il Bianco, la guerra insurrezionale avrebbe già talmente logorato il nemico da rendere assai facile il compito finale riservato alle forze più o meno regolari: il nemico, spossato e demoralizzato, dovrebbe abbandonare alla fine il paese irriducibile e dovrebbe rinunziare, perché troppo onerosa, alla lotta per risottomettere gente decisa all'estremo sacrificio pur di restar libera.


domenica 10 aprile 2022

Carlo Bianco La Guerra per bande I Parte

 


Come s’inizierà   l’insurrezione e In formazione   delle   bande?   Il condottiero, presa la campagna con 20 o 30 uomini, si porterà nei boschi, presso i fiumi o sui monti.  Comincia a infestare le strade arrestando i corrieri, fermando diligenze, impadronendosi della corrispondenza del governo, e subito eliminando i nemici d’Italia.  Poscia dovrà piombare sulle località non presidiate e impadronirsi dei fondi delle casse governative.  Con quei denari potrà corrompere capi e gregari dei posti militari vicini, assoldare   molte guide, provvedere ai più bisognosi della zona, così da mostrare che egli difende la causa del popolo.  In tal modo avrà facilmente viveri, asilo, aiuto.  E dovrà muoversi continuamente così da rendersi irreperibile, e dovrà disseminare i suoi. Ad un certo punto avrà da fare i conti coll’azione delle forze regolari nemiche; ebbene, se lo potrà cercherà di danneggiarle il più possibile, non concedendo quartiere a nessuno, giacché la guerra di bande non ammette che si facciano prigionieri: il volontario verrà a trovarsi nella necessità di combattere fino all’estremo, dato che non troverà a sua volta quartiere.  Ma soprattutto, il condottiero, sentendosi   inferiore   e minacciato   d'avvolgimento, dovrà sciogliere la banda così che si ritragga per molte vie e a piccoli nuclei. Nulla importa che la banda retroceda   o fugga e sembri dissolversi, se tutti sapranno dove e come riunirsi. E allora la lotta continuerà più che mai inesorabile, e il nemico, che si crederà vincitore, si troverà di nuovo assalito sui fianchi e alle spalle. Non solo, ma via via i capi delle bande e i capi delle organizzazioni clandestine dovranno procedere inesorabilmente all’eliminazione dei nemici e altresì degli stessi elementi sospetti e infidi. Sarà certamente una cosa atroce, ma necessaria per evitare un nuovo fallimento della rivoluzione, come già avvenne in Spagna, in Portogallo, a Napoli e in Piemonte.


giovedì 31 marzo 2022

Storia Militare del Risorgimento. Guerre ed Isurrezioni

 

Piero Pieri. Libro fondamentale per comprendere gli eventi militari del Risorgimento

domenica 20 febbraio 2022

Osimo. Il Mito dei Martiri di castelfidardo



 Massimo Coltrinari  

OSIMO E LE CONSEGUENZE DEI COMBATTIMENTI DEL 18 SETTEMBRE 1860

Osimo e l’assistenza ai feriti. Il mito dei Martiri.

 

 Mentre Osimo vedeva il suo tessuto sociale cambiare radicalmente ed i potenti di un tempo non erano più tali, mentre la separazione tra Stato e Chiesa ancora non era palese, ma era iniziata, l’assistenza ai feriti pontifici continuava, ma con crescente difficoltà. Le notizie che abbiamo le dobbiamo in gran parte le ricerche del sempre compianto e caro Mons. Carlo Grillantini che negli anni ottanta del secolo scorso, all’inizio delle ricerche sugli eventi sul passaggio delle Marche dallo stato preunitario allo stato nazionale fu prodigo di consigli ed indicazioni oltre ad una presenza disinteressata alle nostre iniziative.

Giacinto Lanascol , francese, proveniente da Quimper, mori  a vent’anni il 20 ottobre 1860 all’Ospedale di San Marco a seguito di tre ferite da pallottole di fucile. Era assistito dalla madre e da suo zio, il conte Russel. Le sue ultime parole furono “Muoio contento; ho fatto il mio dovere.

Paolo Parceveaux, sottufficiale della fanteria di linea, francese, originario del Castello di Tronjoly, ferito al petto da palla di fucile, morì all’Ospedale Vecchio di Osimo il 14 ottobre, assistito al suo capezzale dal fratello Luigi. Le sue ultime parole furono “L’ultimo mio desiderio è di dare l’anima a Dio, il corpo a Nostra Signora di Loreto ed il cuore a mia madre.” Fu seppellito a Loreto, e secondo una usanza in voga nell’ottocento, nel solco delle reliquie di santi e uomini di chiesa, il suo cuore, chiuso in una teca di metallo fu portato a sua madre. Nel 1860 vigeva ancora la vecchia mentalità che considerava quasi una profanazione le necroscopie. Il presidente Sinibaldi con una lettera del 14 ottobre 1860 ne chiese il permesso al Cardinale Brunelli, che la concede.

Arturo Conte di Chalus, francese di Nantes, morto nel mese di ottobre all’Ospizio di San Leopardo, assistito dal suo compagno Giuseppe Guerin. Il De Segur scrisse così di lui “… combattè….cadde in mezzo alla mischia colpito da mitraglia in una coscia. Fu con altri ferito trasportato allo spedale di Osimo e stette calmo ed intrepido sopra l’insanguinato letto del suo dolore.” 

Regoziano Picou, seminarista di Nantes, fu raccolto sul campo ferito ad una coscia e coperto dalla sola camicia e per il freddo quasi mezzo assiderato. Porato all’ospizio di San Leopardo ad Osimo per mancanza di letti, lo si dovette deporre in un confessionale rovesciato, dove stette vario tempo. La ferita sembrava rimargina ma si riaprì ed il poveretto morì dissanguato il 28 ottobre 1860.

Il De Segur dà una immagine così di parte che in tutte le descrizioni affiora il sospetto che i feriti pontifici non siano stati trattati con la dovuta cura. In realtà vi fu la massima dedizione ed assistenza, nei limiti e nella possibilità di Osimo che in pochi giorni dovette accogliere oltre 300 tra ammalati e feriti.


giovedì 10 febbraio 2022

Osimo. e le conseguenze dei combattimenti del 18 settembre 1860

 


Massimo Coltrinari  

OSIMO E LE CONSEGUENZE DEI COMBATTIMENTI DEL 18 SETTEMBRE 1860

Osimo al centro delle polemiche pontificie

Caduta Ancona il 29 settembre 1860, il 30 le truppe sarde presero possesso della città il 30 settembre, issando il tricolore sulla fortezza dell’Astagno. Il 3, via mare, giunse in Ancona e vi sostò fino al 7 ottobre, quando, seguendo le truppe si mise in marcia verso sud. Lasciò come Commissario per le Marche a svolgere il suo lavoro di rappresentante del Re l’on. Lorenzo Valerio. Ancona e le   Marche tutte iniziavano la loro trasformazione, politica, amministrativa, sociale ed economica da quella preunitaria in sostanza pontificia a quella nazionale. In questo contesto anche in Osimo.si videro profondi cambiamenti. Ma prima che questi si palesassero nella loro compitezza, Osimo dovette assolvere ad un compito particolare: quello di assolvere al compito di assistere e curare i feriti pontificio sia dello scontro del 18 settembre, sia quelle feriti o ammalti nelle operazioni per la conquista di Ancona.

Osimo, quindi, si sobbarcò tutto il peso delle conseguenze dello scontro del 18 settembre, in quanto era l’unico centro che aveva  le strutture e la capacità per .

Nella sua relazione conclusiva riassuntiva della attività svolta, redatta il 7 gennaio 1861, il magg. medico, Angelo Zavattaro, al momento della chiusura dell’ospedale di seconda linea sardo nel periodo settembre – dicembre furono raccolti da 200 a 300 feriti, e poi parecchie centinaia di ammalati. Questi dati si riferiscono al solo ospedale da campo non agli altri sei ospedali operanti nello stesso periodo ad Osimo. Un notevole aiuto fu dato da tutti i cittadini e Zavattaro mette in luce “ la non lenta compartecipazione di ogni classe di cittadini” all’opera di assistenza sia verso i militari piemontesi che i militari pontifici “ attesta alla vetusta Osimo meglio che le virtù cittadine la generosità e non municipale carità di patria e parla in sua lode meglio che non si saprebbe fare da chi scrive. Questa, - continua la relazione -, non incontrarono negli osimani odi o rancori ma solo, e non altrimenti che quelli, le più pietose e premurose sollecitudini.”

I deceduti presso gli ospedali non furono sepolti nelle chiese, ma si dispose che fossero inumati presso il Cimitero di San Giovanni. I deceduti furono 25 Pontifici e 6 Sardi

Osimo si mostrò in quei primi mesi unitari degna delle sue tradizioni di carità ed altruismo.[1] Ma, come sempre succede per chi fa del bene e riceve in cambio l’esatto contrario, si trovò in mezzo alle polemiche sorte in relazione al trattamento dei feriti pontifici, susseguenti a quelle accesasi sul trattamento dei prigionieri pontifici. Secondo la convenzione di resa, la guarigione pontificia di Ancona, dopo aver deposto le armi e tutto l’equipaggiamento non individuale, si doveva concentrare alla Torretta ( Oggi Torrette). Qui, una volta raccolti, a scaglioni, per tappe, (cioè a piedi in quanto non vi erano altri mezzi) tutti i prigionieri furono avvitati in Piemonte e, via Rimini Bologna, Alessandria. Qui, una volta giunti i belgi, i francesi, gli austriaci e gli altri stranieri messi in libertà per tornare alle loro patrie, i cosiddetti indigeni, cioè gli italiani, furono trattenuti per qualche mese, e poi rilasciati anche loro. Durante il tragitto da Ancona ad Alessandria furono fatti oggetti da parte della popolazione dei paesi che attraversavano di manifestazioni ostili, di scherno, insulti e quant’altro, soprattutto in Romagna in cui era molto vivo il ricordo dei fatti del 1859 e delle repressioni poliziesche. Questi episodi furono riportati dalla stampa di parte cattolica che, come detto, avviarono polemiche accese e virulente. Accanto ciò si aggiunse il trattamento che i feriti pontifici ebbero all’indomani dello scontro del 18 settembre nella piana di Loreto, in cui in virtù di sciacalli e delinquenti comuni; molti di loro, come abbiamo visto, furono depredati. Molte testimonianze si aggiunsero, date dei feriti ricoverati negli ospedali di Osimo, Ed Osimo divenne il riferimento territoriale di tutte queste polemiche, anche per le versioni e le testimonianze dei parenti che da Osimo colloquiavano con le loro famiglie in patria. Da tutto questo, vi fu un filone che fu raccolto da vari scrittori di parte pontificia, primo fra tutti il De Segur, che scrissero pagine di fuoco di come i feriti , dopo, e i prigionieri pontifici furono trattati, dopo. Nasce con Osimo sullo sfondo, il mito dei “Martiri di Castelfidardo”, mito tanto inventato quanto falso, che inquinò per oltre un trentennio i rapporti tra le due sponde del Tevere.



[1] Una dettagliata ricostruzione della cura dei feriti dopo lo scontro del 18 settembre 1860 comprese le risultanze contabili tra il Comune di Osimo e l’Intendenza di Armata basata sulla documentazione esistente presso l’Archivio di Osimo è stata riproposta da M. Serrani, Osimo nel 1859 -1960, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Urbino, “Carlo Bo”, Facoltà di Lettere e Filosofia, Corso di laurea in Lettere Moderne, Anno Accademico 2006 - 2007