L'Ultima difesa pontificia di Ancona . Gli avvenimenti 7 -29 settembre 1860

Investimento e Presa di Ancona

Investimento e Presa di Ancona
20 settembre - 3 ottbre 1860

L'Ultima difesa pontificia di Ancona 1860

L'Ultima difesa pontificia di Ancona 1860
Società Editrice Nuova Cultura. contatti: ordini@nuovacultura.it

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Onore ai Caduti

Onore ai Caduti
Sebastopoli. Vallata di Baraclava. Dopo la cerimonia a ricordo dei soldati sardi caduti nella Guerra di Crimea 1854-1855. Vedi spot in data 22 gennaio 2013

Il combattimento di Loreto detto di Castelfidardo 18 settembre 1860

Il combattimento di Loreto detto di Castelfidardo 18 settembre 1860
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La sintesi del 1860

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Il combattimento di Loreto, detto di Castelfidardo 18 settembre 1860

Il Volume di Massimo Coltrinari, Il Combattimento di Loreto detto di Castelfidardo, 18 settembre 1860, Roma, Edizioni Nuova Cultura, 2009, pagine 332, euro 21, ISBN 978-88-6134-379-5, è disponibile in
II Edizione - Accademia di Oplologia e Militaria
- in tutte le librerie d'Italia
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venerdì 30 aprile 2021

Ancona. La Piazzaforte nel 1860

 

Ancona Piazzaforte Pontificia

1. La Piazzaforte di Ancona nello Stato Pontificio. La storia. 

2. Le opere principali della Piazzaforte. 

3. Il nemico è a conoscenza di tutti i dettagli della Piazzaforte 

4. I miglioramenti della Piazzaforte del de La Moricière dall’aprile al settembre 1860. 

5. I dati tattici della Piazzaforte: il terreno e le comunicazioni,i punti tatti, l’armamento. 

6. La Guarnigione, la consistenza teorica e quella effettiva. 

7. Le Caserme.

 8. Il Vettovagliamento. 9. Il Morale

 

La ricerca si trova su

 www.ancona.la storia.blogspot.com

post  del 2021

martedì 20 aprile 2021

Volume L'Ultima difesa pontificia di Ancona. Ringraziamenti

 

Ringraziamenti

 

I ringraziamenti per questo volume vanno a tutti coloro che mi hanno aiuto a predisporre i due precedenti. Qui non li voglio citare, per non apparire ridondante. Grazie a Loro anche questo volume ha visto la luce ed è a disposizione di tutti.

Ma non possono non esserci delle eccezioni, per ringraziamenti diretti.

 

A Gennaro, agli amici della Cooperativa, e ad Angela, non solo i miei ringraziamenti ma la mia ammirazione per quello che fanno, e che hanno fatto..

 

Alessandro Marini, che sempre dimostra che “al fulmine seguia dietro il baleno”, vale a dire che ci ritroviamo sempre, noi due,  prima e dopo ogni incontro, convegno, presentazione a costatare quanto sia difficile “fare cultura” nella nostra amata terra anconitana. Ad Alessandro un sentito grazie per questo sua assistenza e compagnia  che non può essere che pregna di ogni riconoscenza.

 

All’amico Canonici, per la sua squisita sensibilità ed attenzione. In un oceano di proposte e iniziative, in un lavoro assillante, trovare spazio e “dar retta” a chi propone storie e Storia di Ancona è veramente encomiabile. Rientrare in Ancona e rivederlo ogni volta, trovare le novità su Ancona e anche riproporgli l’ultimo lavoro rappresenta  la qualità di un impegno che nasce solo dall’amore per la nostra Città.

 

Alla dottoressa  Dubbini, della  Farmacia Dubbini, che ha avuto l’amabilità, tra la sorpresa e la quasi incredulità, con soave signorilità e raffinatezza a chi non chiedeva farmaci, di accordare l’immediata disponibilità di mettere a disposizione la carta da cui è stata tratta la copertina di questo volume, altrimenti non disponibile, un ringraziamento che compensa ben altri ottusi e gretti atteggiamenti.

 

Alessandro, “Sandro”, Alessandrini, alla cui biblioteca specialissima su Ancona ho attinto a piene mani. In particolare a Sandro un sentito ringraziamento per il cospicuo materiale di carattere urbanistico  che ha avuto la bontà di prestarmi, e che pubblicamente qui dichiaro che restituirò.

 

Ad Enzo Monsù e a tutti gli amici della Associazione ’”Arcobaleno”, che ha permesso di arrivare ad un numero sempre più grande di ragazzi e studenti con le sue iniziative brillanti  ed efficaci.

 

A Carlo Trevisani, che mi ha dato la possibilità di presentare i volumi sul 1860 in aperta e sincera onesta intellettuale e sincera amicizia, sena ostracismi e condizionamenti di sorta..

 

E da ultimo, ma non ultimo, un  ringraziamento a Sergio Sparapani, che con le sue iniziative, la sua brillante attività giornalistica, e le sue intuizioni, non ultima il Traeking Urbano, ha fatto “parlare le pietre di Ancona”: a favore non solo di anconetani desiderosi  di conoscere la Storia diretta della loro città.

 

M.C.


mercoledì 31 marzo 2021

Volume. L'Ultima difesa pontificia di Ancona

 

Prefazione a

 “L’ultima difesa pontificia di Ancona” 

di Massimo Coltrinari

 

Si è assistito negli ultimi tempi a un fiorire di iniziative culturali sul tema del Risorgimento, anche grazie alla ricorrenza del 150° anniversario dell’Unità d’Italia che ha messo a disposizione sovvenzioni e spazi da parte delle istituzioni. Iniziative spesso valide ma alcune volte lasciate a improvvisatori pronti ad approfittare di una contingenza finanziaria favorevole per il mondo della cultura sicuramente inconsueta per il nostro paese.

Altre iniziative, invece, di improvvisato non hanno niente e sono il frutto di una lontana e matura riflessione che si è trovata solo per coincidenza a vedere la luce in questo momento di riscoperta del Risorgimento. È questo il caso del libro di Massimo Coltrinari, che infatti non segue il format delle proposte editoriali più recenti, dove l’interesse si concentrava prevalentemente sugli aspetti politici, ideali e culturali del Risorgimento lasciando sullo sfondo gli eventi bellici. E in disparte rimanevano anche le vicende locali, che pagavano l’inevitabile visione d’insieme imposta dalle celebrazioni di uno Stato unitario. Proprio agli eventi bellici e alle vicende locali è invece dedicato questo libro, che coglie dunque alcune dimensioni poco valorizzate dalla storiografia risorgimentale proponendosi come contributo di metodo per la storia locale e di documentazione per la storia militare.

Nell’ambito di quest’ultima è oggi in corso una fondamentale apertura volta a problematizzare il dato evenemenziale e cogliere attraverso la guerra i meccanismi profondi che regolano gli equilibri del potere nelle società moderne. Coltrinari adotta esattamente questa prospettiva. Nel libro non c’è solo la guerra nei suoi aspetti brutali e cinici, ma anche le sue implicazioni civili e morali, le connessioni con la vita politica, sociale ed economica, a favore di una visione ampia della storia del territorio.

Quest’ottica intende sottolineare che la guerra non è fatta solo di strategie e armamenti, ma anche - e anzi soprattutto - di uomini e di luoghi. Il volto della guerra che ci restituisce questo libro è principalmente questo. L’autore non si mette solo nei panni del generale e del diplomatico, ma indossa senza imbarazzi anche quelli del soldato e del cittadino qualunque, consegnandoci storie di vita poco note ma significative per comprendere le dinamiche che sottendono quegli avvenimenti (ad esempio, le differenze di cultura militare tra i soldati irlandesi e quelli svizzeri impiegati nelle truppe pontificie).

Un approccio di questo tipo è tanto più importante oggi che, grazie al successo del genere divulgativo, si tende a dimenticare che la guerra è un fenomeno eminentemente pubblico. Non sono cioè solo i grandi condottieri e gli strateghi i protagonisti dei conflitti bellici, ma anche le popolazioni civili. Non è certo un’intuizione nuova: lo aveva ben espresso quasi un secolo fa la scuola degli Annales di Marc Bloc e Lucien Febvre. Ma è bene ribadirlo forte oggi di fronte alla tendenza a personalizzare la storia (si vedano gli scaffali delle librerie, sempre più ricchi di biografie). Ha fatto dunque bene Massimo Coltrinari a sottolineare aspetti di microstoria come, ad esempio, l’importanza dell’attività dei rivoluzionari di Ancona e di altre cittadine marchigiane nell’opera di disturbo delle truppe pontificie sul territorio.

Contro le guerre disumanizzate di oggi, combattute pigiando bottoni a migliaia di kilometri di distanza dal nemico e viste in televisione da spettatori assuefatti che non distinguono più la realtà di una guerra dalla finzione di un reality, l’approccio ‘dal basso’ adottato da Massimo Coltrinari ci ricorda i caratteri aspri ma anche romantici delle guerre di una volta: tecnologicamente artigianali quanto tatticamente sofisticate, fatte di rispetto per un nemico che si aveva tutto il tempo di guardare in faccia. In questo quadro, l’immagine stereotipata del generale senza cuore né rispetto per i propri soldati non regge all’analisi dei fatti quando questi vengono raccontati calandosi nella dura e concreta realtà della guerra.

La differenza che il libro marca rispetto al paradigma bellico di oggi ci ricorda quanto è cambiata la società e quanto ha corso la storia. Ci parla infatti di un’Italia molto diversa da quella attuale, in cui il senso di responsabilità delle classi dirigenti era ben più sviluppato di quanto lo sia adesso e l’appartenenza a una comunità, locale o nazionale che sia, comportava non solo diritti ma anche - e in misura maggiore - doveri. Un periodo in cui gli ideali condizionavano il comportamento delle persone più degli interessi.

Nell’immaginario popolare il Risorgimento è costellato di luoghi comuni e falsi miti. L’arguzia di questo libro ci aiuta a sconfessarne alcuni illuminando gli avvenimenti con l’incontrovertibilità della documentazione storica: battaglie avvenute in un luogo e invece passate alla storia in un altro (Castelfidardo per Loreto), accoglienze tiepide per l’arrivo dei piemontesi e invece spacciate per trionfali dalla retorica patriottarda (Ancona, 29 settembre 1860), concezioni manichee della storia (i sabaudi nella parte dei buoni, i pontifici con i borbonici e tutti quelli a difesa del vecchio ordine nella parte dei cattivi), e poi ancora una miriade di piccoli episodi dimenticati ma in realtà decisivi sulla sorte degli avvenimenti.

Va però aggiunto che il libro non è solo un libro di uomini, ma anche di luoghi, e infatti ci ricorda che i volti delle città e dei territori cambiano per effetto delle guerre. Una condizione ben nota in molte parti del mondo ma dimenticata nel vecchio Occidente, che sarà pure in crisi economica e di valori ma – è bene ricordarlo - non conosce guerre convenzionali sul proprio territorio da molto tempo. Il passaggio dallo Stato pre-unitario allo Stato nazionale è stato fondamentale per la storia di Ancona, che da quel momento è potuta crescere urbanisticamente ben oltre le strutture difensive che nel 1860 dominavano lo spazio cittadino.

Gli eventi di quell’anno sono stati altrettanto importanti per le Marche, che con l’Unità si sono scoperte una regione (nel lessico ufficiale post-unitario, un ‘compartimento’), seppur nell’eterogeneità culturale che le contraddistingue. Un’eterogeneità che risulta oggi indigesta a quei paladini del localismo che, mascherando gli interessi di clientele politiche dietro al principio di autodeterminazione dei popoli, auspicano profonde riconfigurazioni della maglia istituzionale, ad esempio sotto forma di passaggi di comuni marchigiani ad altre regioni e stravolgimenti consimili. La ricostruzione storica impone piuttosto di ricordare che il criterio con cui venne disegnata la prima ripartizione politica dello Stato italiano si affidava largamente al concetto di ‘regione naturale’, che le Marche soddisfacevano ampiamente.

In chiusura, non posso non rilevare la ricchissima documentazione che il libro porta in dotazione, poco nota o addirittura inedita, sia scritta (diari, fonti militari riservate, dispacci governativi, allocuzioni papali) che iconografica (carte geografiche e stampe d’epoca, disegni di stemmi e di uniformi, fotografie di oggi tratte da un esperimento di trekking urbano che testimonia gli apparenti cambiamenti di luoghi resistenti all’intervento umano).

Il mio augurio è che questo libro possa contribuire non solo a una migliore conoscenza della storia di Ancona e delle Marche, ma che possa anche promuovere azioni dirette di valorizzazione di questi territori sotto forma di iniziative culturali (musei, eventi) che sappiano coltivare la memoria storica e proporla correttamente ai cittadini, locali e forestieri.

Per chiudere con una notazione confidenziale, devo confessare che nel leggere il libro ho avvertito una sottile vena provocatoria dell’autore nella scelta di affidare proprio a me questa prefazione: per me che vengo dalla città di Pio IX, parlare dei rivoluzionari Anconetani che aspirano a liberarsi dal giogo della Chiesa rappresenta una piccola ferita. Con la fine del potere temporale dei Papi nelle Marche, infatti, Senigallia perde il suo status privilegiato e torna a essere una cittadina di provincia come tante altre, forse anche più indolente e apatica perché impigrita dai precedenti anni da ‘favorita’. Ma i conti con la storia prima o poi vanno fatti, e per questo ho accettato di buon grado l’elegante dileggio a cui sono stato sottoposto, promettendo all’anconetano Massimo Coltrinari di ripagarlo con la stessa moneta: questa mia prefazione lo impegna infatti a scriverne lui una per una mia pubblicazione su Senigallia al tempo in cui non si sentiva inferiore al capoluogo.

 

Edoardo Boria

mercoledì 10 marzo 2021

L'Ultima difesa pontificia di Ancona

 

Post Fazione

 

Ancona cura poco la sua storia, scrive Massimo Coltrinari. Eppure segnali di inversione di tendenza si colgono da qualche anno a questa parte. Merito di studiosi e appassionati con curriculum e percorsi formativi assai variegati. Accanto allo straordinario lavoro di Massimo, teso al recupero della nostra memoria storica sull’Ancona risorgimentale e non solo, Claudio Bruschi ha scritto all’inizio del 2012 una opera importante sul “Campo trincerato di Ancona”. Poi si sono spesi Marina Turchetti con il suo Laboratorio culturale, Enzo Monsù, che ha valorizzato le fortificazioni di Pietralacroce nel 150° anniversario dell’Unità nazionale, il compianto Enzo Jannaci, che ha ricostruito una pagina di storia minuta sul versante dei “vinti di Salò”, ma anche studiosi e giornalisti amanti della storia come, vado in ordine sparso, Antonio Luccarini, Rodolfo Bersaglia, Giampaolo Milzi, Fausto Pugnaloni, Fabio Barigelletti, Franco Frezzotti, Nino Lucantoni, Roberto Domenichini, Gilberto Piccinini, Roberto Giulianelli, Lucilla Niccolini, Giorgio Guidelli, Roberto Giulianelli, Giuseppe Barbone, Giorgio Petetti, Giuseppe Campana, Ruggero Giacomini, Giorgio Mangani, Massimo Papini e l’Istituto Storia Marche. E molti altri che, mi perdoneranno la mancata citazione, hanno a cuore la memoria e la storia di questa strana Città. Tutti hanno dato un contributo nel riscoprire la ricchissima storia dorica dalla fondazione a opera dei siracusani, 2400 anni orsono nel 2013, al terremoto del 1972, quaranta anni fa. Lo hanno fatto con opere a carattere scientifico oppure con saggi e opuscoli (basta dare un’occhiata alla sempre ricca vetrina di Canonici dedicata da cinquanta anni alla storia locale), organizzando trekking urbani, rassegne, mostre, scrivendo articoli sui quotidiani locali (come nella pagina domenicale de “Il Messaggero” intitolata “Acque e lune”), o infine fornendo stimoli e impulsi a costruire nuovi itinerari e percorsi di ricerca. E un piccolo contributo, scusate, l’ho dato anch’io, prima organizzando per la Provincia di Ancona il ciclo “Lezioni di storia”, quattro edizioni e ventuno incontri assai frequentati dal pubblico che hanno visto il confronto tra uno storico locale e uno “nazionale” attorno ad un evento della nostra storia, e poi attraverso il lavoro in corso all’assessorato alla Cultura – Turismo del Comune.

Generosamente (e scherzosamente), il generale Coltrinari mi definisce “l’uomo che fa parlare le pietre”  però in effetti per “Lezioni di storia” ho sempre tenuto in mente il legame tra “pietre” e fatti, magari utilizzando il luogo (della memoria) quale set per la rievocazione. Anche gli ultimi percorsi del trekking urbano nazionale che ho curato, con i colleghi del settore Attività culturali – Turismo del Comune (tra i quali quello organizzato a Pietralacroce, frazione dorica ricca di storia risorgimentale, in occasione del 150° anniversario dell’Unità nazionale), si basano sul concetto del “fare parlare le pietre”, e su di un assunto allo stesso tempo “scientifico” e divulgativo della storia. Perché l’altro principio di cui sono convinto, pur espresso in maniera un po’ provocatoria, è il seguente: o la ricerca storica acquisisce (anche) un carattere divulgativo o non è.        

E’ sufficiente tutto ciò per parlare di rinascita oppure in periodo di crisi ci si ripiega sul proprio passato? Non ho una risposta a questa domanda però l’attenzione del pubblico (e non solo di quello anconetano) nei confronti della nostra storia è incoraggiante. Alla fine l’obiettivo è semplice: diffondere la conoscenza delle “pietre” per preservarle e conservare la memoria storica della nostra Città.  

 

Sergio Sparapani

sabato 20 febbraio 2021

De Quattrebarbes e l'interpretazione dello stemma di Ancona

   

Origine storica ed interpretazione dello stemma del Comune di Ancona:

una confusione infinita.

 

Come autore del saggio “Il guerriero d’oro armato di spada sul cavallo corrente e lo stemma della città di Ancona”, pubblicato nel 2009 da Libreria Canonici Ancona, ricevo con piacere dal generale Massimo Coltrinari una richiesta di intervento su una per me nuova ed “originalissima” interpretazione dello stemma comunale dorico, da Lui trovata negli scritti di  Teodore de Quatrebarbes, discendente da  famiglia (ramo della Roussardière) di antica cavalleria angioina, comandante nell’Armata Pontificia..                                                                                        

Il de Quatrebarbes afferma con ineffabile sicurezza che lo stemma di Ancona , ostentante in alto la sua Pezza Onorevole, il Capo d’Angiò canonico azzurro (al lambello rosso di quattro pendenti con tre gigli d’oro sottostanti allineati), rappresenta il re Carlo I d’Angiò , figlio del re di Francia Luigi VIII e fratello del re di Francia Luigi IX, detto il Santo. Mentre rimando, necessariamente, alla lettura della mia analisi storica riguardante l’origine ed interpretazione dello stemma anconitano, non ho alcuna esitazione nell’ affermare che la sorprendente idea del de Quatrebarbes non ha alcun fondamento. L’unico, fondato legame storico di Carlo I con Ancona è rappresentato infatti dalla crociata contro l’ultimo re svevo Manfredi di Sicilia, indetta da Papa Clemente IV : Carlo, proclamato comandante in capo della crociata ed investito re di Sicilia, sconfisse a Benevento Manfredi il 26 Febbraio 1266, e con tale vittoria fece sì che tutta l’Italia passasse sotto il dominio dei Guelfi, ad eccezione di Verona e Pavia, che rimasero filo-imperiali. In tale occasione, per ricompensare il libero Comune di Ancona dell’aiuto prestatogli con un contingente militare, Carlo I concesse che lo stemma della città fosse arricchito con i suoi simboli, il rastrello con i gigli di Francia. Il de Quatrebarbes evidentemente ignorava che lo stemma anconitano -come ho potuto dimostrare nel mio saggio-  era già stato adottato con molta probabilità nei primi due decenni del Duecento, se non prima, e  ne è sicuramente attestato l’utilizzo nel 1236,nel Patto d’amicizia stipulato tra Ancona e Traù (Trogir,città dalmata) e datato Venerdì 11 Luglio 1236, sotto il quale pendeva ..”il sigillo di cera con la figura di un uomo a cavallo in atto di ferire con la spada alla mano destra”). Ne consegue quindi, a parte qualsiasi considerazione di opportunità storica e politica (ovviamente inesistente, pur non ignorando il minimo aggancio della vocazione guelfa della città), che secondo l’idea del de Quatrebarbes  Ancona avesse inspiegabilmente scelto, “anticipando la Storia”,  di rappresentare Carlo d’Angiò nel suo  stemma già prima che nascesse, o, nella più favorevole delle ipotesi, in “tenera età” dello stesso ( era nato il 21 marzo 1226 !) . Formulo qui l’ipotesi che il de Quatrebarbes si sia lasciato fortemente influenzare, nella sua infondata convinzione, dalle ascendenze angioine della sua antica famiglia, ottenendo così il risultato di ritagliarsi un ruolo non secondario tra quei travisatori della realtà storica, che per loro ignoranza hanno formulato nel tempo, ricevendo spesso  ampi e convinti consensi, le più grossolane e a volte comiche castronerie circa l’interpretazione dello stemma anconitano,  riuscendo ad individuare nel “guerriero d’oro armato di spada sul cavallo corrente” Artasso, principe bretone, San Ciriaco catafratto al galoppo (sic!), l’eroina Stamira(una donna!), il Cavaliere Inesistente(figura puramente simbolica), San Giorgio , il  marchese germanico Werner Urslingen (del seguito imperiale di Federico Barbarossa)….. Purtroppo certi studiosi (o sedicenti tali), anziché mettersi umilmente al servizio della Storia, mettono spesso la Storia al loro servizio.

Giuseppe  Barbone

mercoledì 10 febbraio 2021

La battaglia di Solferino e San Martino e la nascita della Croce Rossa

 



di

Osvaldo Biribicchi

 

 

A sud del Lago di Garda, a Solferino e San Martino, il 24 giugno 1859 fu combattuta l’ultima battaglia della Seconda Guerra d’Indipendenza italiana, una guerra innescata dall’incontro tra Cavour e Napoleone III, il 21 luglio 1858, a Plombières nella Francia orientale. In quella occasione fu siglata un’alleanza militare contro l’Austria[1]. Il trattato ufficiale, firmato cinque mesi dopo, stabiliva che la Francia sarebbe intervenuta al fianco del Regno Sabaudo solo nel caso in cui questo fosse stato aggredito dall’Austria. In caso di vittoria, sarebbero stati creati tre Regni riuniti in una confederazione presieduta dal Papa: un Regno dell’Alta Italia, dalle Alpi all’Adriatico comprendente il Lombardo-Veneto, i Ducati di Modena, di Parma e le Legazioni pontificie, sotto Casa Savoia; uno nell’Italia centrale comprendente la Toscana e le Legazioni di Umbria e Marche (il Lazio sarebbe rimasto al Papa); un terzo nell’Italia meridionale corrispondente al Regno delle Due Sicilie. L’imperatore francese avrebbe voluto insediare suo nipote Girolamo Napoleone sul trono del regno centrale e Luciano Murat su quello di Napoli.                                   La Francia, che con tale disegno strategico intendeva imporre la propria influenza al posto di quella austriaca sulla penisola, in cambio dell'aiu­to prestato si sarebbe annessa la Sa­voia e la città di Nizza appartenenti al Regno di Sardegna. Cavour, ottenuto da Napoleone III l'impegno a scendere in campo militarmente, si adoperò in tutti i modi per provocare l'Austria affinché facesse il primo passo verso la guerra[2].                                                                                              La battaglia di Solferino e San Martino fu diversa, sotto molti aspetti, da tutte quelle che l’avevano preceduta. Per la prima, ed unica, volta tre Capi di Stato: il Re Vittorio Emanuele II[3], l’Imperatore Francesco Giuseppe d’Austria[4] e l’Imperatore Napoleone III condussero contemporaneamente sul campo i rispettivi eserciti; entrambi gli schieramenti dispiegarono un elevato numero di uomini; lo scontro fu caratterizzato da una ferocia mai vista prima di allora; il numero di morti e feriti da ambo le parti fu altissimo; i Francesi impiegarono con grande efficacia i reparti coloniali africani ed un nuovo micidiale cannone a canna rigata[5].                          Migliaia di volontari accorsero da tutta Italia e l'Armata sarda, circa 30-40 mila uomini, di fatto, divenne l’embrione del futuro esercito del Regno d’Italia; i Francesi e gli Austriaci erano, rispettivamente, 120 mila e 130 mila uomini. Una massa complessiva di circa 290 mila soldati di varie nazionalità; solo le truppe dell’Imperatore Francesco Giuseppe erano composte da Austriaci, Tedeschi, Ungheresi, Croati, Cechi ed Italiani. Il numero dei Caduti, per una battaglia risorgimentale durata 12-14 ore, superò ogni più pessimistica previsione: «Perdite, fra feriti e morti, considerando che molti feriti morivano successivamente: 12 mila Piemontesi, 32 mila Francesi, 56 mila Austriaci. In proporzione, 1 Piemontese, 3 Francesi, 5 Austriaci. 27 mila morti sul campo dissepolti negli anni successivi e posti negli Ossari. Con i morti per ferite, in tutto 40 mila esseri umani in 14 ore. Mai successo prima»[6]. La battaglia di Solferino e San Martino è paragonabile a quella di una della prima guerra mondiale; nella 1a battaglia dell’Isonzo, per avere un termine di confronto, combattuta dal 23 giugno al 7 luglio 1915 tra 250.000 Italiani e 115.000 Austroungarici, i primi contarono 14.917 perdite tra morti feriti e dispersi, i secondi 10.400, il tutto in quindici giorni.                                                                                                                            Nello schieramento francese erano inquadrati, come accennato, soldati reclutati nelle colonie africane, soprattutto magrebini: «In testa alle colonne che muovevano avanti v’erano i “turcos”, i famosi tiragliatori algerini, un corpo di soldati arabi, inquadrati da ufficiali francesi (gli ufficiali algerini erano assai pochi), che aveva dato magnifica prova di sé prima nelle guerre d’Algeria e di Crimea, poi nella battaglia di Magenta […] era impossibile sostenere l’urto dei Francesi; e, in particolare, gli Austriaci erano soprattutto impressionati dai “turcos”, bruni, barbuti, selvaggi, animati da un cieco odio, che caricavano con urla stridule e terribili, cercando la lotta all’arma bianca»[7]. I tirailleurs algeriéns erano un corpo d’élite composto prevalentemente da algerini ma anche da tunisini, marocchini e senegalesi[8]. Arabi musulmani, organicamente inquadrati nell’esercito del cattolico Napoleone III, che diedero un contributo di sangue pesante, e poco                                                                                   conosciuto, alla causa risorgimentale italiana[9]. A Milano, sulla base del monumento a Napoleone III, osserva Philippe Daverio: «C’è un Larby-Ben-Mohamed e poi tantissimi Leroy, Leroux, Lépine e poi un altro Mohamed-Ben-Amran, Mohamed-Ben-Ahmed, Mohamed-Ben-Attaya… Quanti Mohamed morti per l’Italia!»[10].                                                                                                          A Solferino, i Francesi impiegarono e misero a punto il nuovissimo e rivoluzionario cannone da campagna modello 1858 La Hitte a canna rigata che sparava un proietto oblungo con gittata utile fino a 2.500 metri, nettamente superiore al tipo di cannone impiegato dagli Austriaci, ad anima liscia e proietto sferico. L’impiego dell’artiglieria, a partire da quella battaglia, avrebbe assunto nelle guerre successive un ruolo sempre più incisivo.                                                                   La sera del 24 giugno l’esercito austro-ungarico si ritirò, i Franco-Piemontesi avevano si vinto ma non erano riusciti ad annientare l’avversario né ebbero la forza di inseguirlo, le truppe di Francesco Giuseppe, seppur duramente provate, erano ancora in grado di combattere. Napoleone III telegrafò all'imperatrice sua moglie: «Grande battaglia; grande vittoria, tutto l'esercito austriaco ha preso parte al conflitto. La linea di battaglia aveva 5 leghe di estensione. Abbiamo preso tutte le posizioni, presi molti cannoni, bandiere e prigionieri. La battaglia è durata dalle 4 del mattino alle 8 di sera».                                                                                                                                 Nei giorni che seguirono non accadde nulla, gli Austriaci si misero in difensiva nelle fortezze del “Quadrilatero”[11] ed i Francesi rinunciarono a proseguire una guerra dall’esito incerto preoccupati anche di un possibile conflitto con la Prussia. «Il 6 luglio Fleury[12] si recava a Verona, portando a Francesco Giuseppe un messaggio che chiedeva una sospensione delle ostilità. Francesco Giuseppe accettò. Il giorno 11, in una strada polverosa e fiancheggiata da gelsi, i due imperatori cavalcarono l’uno verso l’altro, si strinsero la mano. In una casa vicina, poi, discussero a lungo, e cordialmente. Era l’armistizio. La guerra era così finita. La Lombardia veniva annessa al Piemonte, il Veneto restava invece all’Austria, che l’avrebbe tenuto fino al 1866 […] La delusione e l’amarezza degli Italiani furono grandi e brucianti»[13].  L’armistizio, firmato l’11 luglio 1859 a Villafranca vicino Verona, fu seguito il 10 novembre 1859 dalla pace di Zurigo che sancì definitivamente gli accordi armistiziali ponendo fine alla guerra. Nizza e la Savoia  passarono alla Francia.               L’ultimo sanguinoso evento della Seconda  Guerra d’Indipendenza, anche se lasciò tutte le parti in causa scontente, diede un impulso notevole alla causa risorgimentale italiana e fu all’origine della nascita della Croce Rossa. Il 26 giugno, infatti, due giorni dopo la fine di quello scontro immane, il medico svizzero Henry Dunant si recò nei luoghi della battaglia e rimase sconvolto da ciò che vide. Raccolse «le drammatiche testimonianze dei soldati che avevano combattuto in prima linea»[14] si documentò e scrisse il libro Un ricordo di Solferino in cui manifestò tutto il suo sgomento per la sofferenza dei moribondi abbandonati a loro stessi e maturò l’idea di fondare un ente umanitario per assistere i feriti di guerra senza distinzione di nazionalità: la Croce Rossa. «Gli spettacoli offerti agli sguardi del Dunant gli dimostrarono che la causa principale delle morti era dovuta al forzato ritardo dell’intervento chirurgico che diede luogo allo sviluppo di infezioni, di cancrene, di perdite di sangue»[15]. Dunant tratteggiò scene della battaglia sconvolgenti: «Colonne serrate gettansi, le une sulle altre, con l’impeto di un torrente devastatore che rovescia ogni cosa al suo passaggio […] Ogni rialto, ogni altura, ogni sperone di roccia è teatro di una pugna ostinata: sulle colline e nei fossati sono a mucchi i cadaveri. Qui è una lotta corpo a corpo, orribile, spaventevole: Austriaci ed Alleati si calpestano, si massacrano a vicenda sopra cadaveri sanguinosi, si pestano a colpi di calcio, si fracassano il cranio, si sventrano colla sciabola o colla bajonetta, non v’ha più quartiere, è un macello, un combattimento di belve feroci, furibonde ed ebbre di sangue; i feriti medesimi difendonsi fino all’ultima estremità, chi non ha più armi abbranca alla gola il suo avversario e lo lacera co’ suoi denti. Là è una lotta somigliante, ma che diventa più tremenda per l’avvicinarsi d’uno squadrone di cavalleria: esso passa a galoppo: i cavalli schiacciano sotto i loro piedi ferrati i morti e i morenti; ad un povero ferito è portata via la mascella, ad un altro frantumata la testa, un terzo che sarebbesi potuto salvare, ha affondato il petto. Ai nitriti dei cavalli si frammischiano vociferazioni, grida di rabbia ed urli di dolore e di disperazione. Più lungi è l’artiglieria lanciata a tutta carriera e che segue la cavalleria; essa apresi una strada attraverso i cadaveri e i feriti giacenti indistintamente sul terreno: allora schizzano le cervella, son rotte e fratturate le membra, la terra s’imbeve di sangue, e la pianura è cosparsa di umane reliquie […] All’attacco del colle Fontana i cacciatori algerini sono decimati, i lor colonnelli Laure e Herment sono uccisi, i loro ufficiali soccombono in gran numero, ciò che raddoppia il loro furore: ei si eccitano a vendicarne la morte, e si riversano, colla rabbia dell’africano e il fanatismo del Mussulmano, sopra i loro nemici cui essi massacrano con frenesia e come tigri sitibonde di sangue. I Croati gettansi a terra, nascondonsi nei fossati lasciando avvicinare i loro avversari, poi subitamente poi subitamente rialzandosi li uccidono a bruciapelo»[16]. Se il Dunant concepì una struttura umanitaria neutrale capace di soccorrere i soldati feriti, senza distinzione di nazionalità, parte del merito va riconosciuto ai civili che gli diedero tale ispirazione. Uomini e donne dei luoghi della battaglia si adoperarono concretamente ed amorevolmente per curare e confortare le migliaia e migliaia di feriti agonizzanti. A Castiglione delle Stiviere, a Montichiari, a Brescia e in tutte le località investite dalla battaglia o da essa solo sfiorate, il Dunant rimase impressionato dall’attivismo e dalla generosità con cui la popolazione improvvisò «mezzi di trasporto, medicamenti, ospitalità e conforto ai superstiti dei tre eserciti, partecipando cosi alla vittoria e precorrendo con la sola forza del loro cuore, la ragione sociale e umana della Croce Rossa Internazionale»[17].                                                                                            Due anni dopo la battaglia di Solferino e San Martino, nel 1861, fu proclamato il Regno d’Italia e nel 1863, a Ginevra, nasceva la Croce Rossa Internazionale.

 

 



[1] Il Regno di Sardegna nel 1848 iniziò la Prima Guerra d’Indipendenza, a seguito della insurrezione di Milano contro gli Austriaci, che si concluse nel 1849 con la definitiva sconfitta dei Piemontesi a Novara e l’abdicazione di Carlo Alberto.

 

[2] I Francesi e gli Austriaci solo dieci anni prima, nel 1849, si erano ritrovati alleati nel comune scopo (Napoleone III all’epoca non era ancora Imperatore) di reprimere la Repubblica Romana e ripristinare il potere temporale di Pio IX.

 

[3] Vittorio Emanuele II salì al trono nel 1849 dopo l’abdicazione di suo padre Carlo Alberto. Fu l’ultimo Re di Sardegna e, a partire dal 17 marzo 1861, il primo Re d’Italia.

[4] L’Imperatore Francesco Giuseppe salì la trono, appena diciottenne, nel 1848.

[5] In particolare, a Solferino si scontrarono Francesi ed Austriaci mentre a San Martino Piemontesi ed Austriaci.

[6] Daverio Philippe, Alla ricerca della Memoria, Bollettino della Società di Solferino e S. Martino, n. 9 - MMXVI, 4 novembre 2016, p. 6.

[7] Martelli Stelio, Le battaglie di Solferino e San Martino, Varesina Grafica Editrice, 1971, pp. 81-82.

[8] Truppe nordafricane in Italia le ritroveremo inquadrate nel Corpo di Spedizione Francese al  comando del generale Alphonse Juin durante la seconda guerra mondiale, dopo l’8 settembre 1943, nel corso della Campagna d’Italia.

[9]L’Algeria moderna avrebbe conquistato l’indipendenza un secolo dopo, nel 1962, dopo una guerra di liberazione iniziata nel 1954. 

[10] Daverio Philippe, Alla ricerca della Memoria, Bollettino della Società di Solferino e S. Martino, n. 9 - MMXVI, 4 novembre 2016, p. 4.

[11] Sistema difensivo che abbracciava un’area i cui vertici erano rappresentati dalle fortezze di Verona, Peschiera del Garda, Mantova e Legnago.

[12] Aiutante di Campo di Napoleone III.

[13] Martelli Stelio, Le Battaglie di Solferino e San Martino, Varesina Grafica Editrice, 1971, p. 148.

[14] Società Solferino e San Martino, Guida ai Monumenti di San Martino e Solferino, p. 24.

 

[15] Re Luigi, Nascita della Croce Rossa, in Guerrini Paolo (a cura di), Memorie Storiche della Diocesi di Brescia, Volume XXVI, Edizioni del Moretto, 1959, p. 19.

[16]Dunant Henry, Un ricordo di Solferino, www.liberliber.it, versione italiana di Luigi Zanetti - Milano: Guglielmini, 1863. pp. 16-17-27-28.

 

[17] Historicus, Nascita della Croce Rossa, in Guerrini Paolo (a cura di), Memorie Storiche della Diocesi di Brescia, Volume XXVI, Edizioni del Moretto, 1959, p. 26.

 

sabato 30 gennaio 2021

Il Garabaldinismo nella II Guerra di Indipendenza

 

            1859, i Cacciatori delle Alpi nella II guerra d’indipendenza

 

di

Osvaldo Biribicchi

 


 

Il termine Cacciatori, nel secolo XIX, indicava la fanteria cosiddetta leggera in quanto dotata di armamento ed equipaggiamento leggeri. In particolare, almeno nella fase iniziale, si chiamavano cosi le milizie che sorgevano spontaneamente per combattere l'oppressore ed affermare i principi di nazionalità. I componenti di questi reparti irregolari erano caratterizzati, a tutti i livelli, da audacia e spregiudicatezza, doti queste che ne esaltavano l'impiego nell'esplorazione, nei colpi di mano e nelle azioni offensive. In Italia è rimasto particolarmente famoso il Corpo dei Cacciatori delle Alpi, fondato nel 1859.

Per meglio comprendere la nascita di questo particolare Corpo, è necessario conoscere sommariamente la situazione politica, in quel periodo, nel regno sabaudo.

Solo pochi mesi prima, a luglio del 1858, si era svolto a Plombières, una cittadina termale della Francia orientale, un convegno segreto tra il Presidente del Consiglio dei Ministri piemontesi, Camillo Benso Conte di Cavour, e l'imperatore francese Napoleone III.

Nel corso di quell'incontro, Napoleone III si impegnò ad intervenire contro l'Austria, a fianco del Piemonte, nel caso in cui quest'ultimo fosse stato aggredito dagli austriaci. In caso di vittoria, sarebbe stato creato sotto Casa Savoia un Regno dell’Alta Italia comprendente il Lombardo-Veneto, i Ducati di Modena, di Parma e le Legazioni pontificie; mentre la Francia, in cambio dell'aiu­to prestato, avrebbe annesso la Sa­voia e la città di Nizza appartenenti al Regno di Sardegna. Cavour, ottenuto dalla Francia l'impegno a scendere in campo militarmente, si adoperò in tutti i modi per provocare l'Austria affinché facesse il primo passo verso la guerra.

Gli inizi del 1859 furono caratterizzati da segnali che preannunciavano l'imminenza di un conflitto. Il re Vittorio Emanuele II, in un discorso al parlamento, pronunciò la celebre frase:”...non siamo insensibili al grido di dolore che da tanti parti d'Italia si leva verso di noi” che aveva tutto il sapore di una aperta sfida all'Austria. Cavour, da parte sua, sull'onda delle emozioni che il discorso del re aveva suscitato, permise e favorì l'arruolamento di volontari provenienti da tutta l'Italia, in particolare dal Lombardo – Veneto, da affiancare all’esercito regolare. Il 17 marzo 1859 con decreto reale veniva istituito il Corpo dei Cacciatori delle Alpi, al comando di Giuseppe Garibaldi, nominato per l'occasione Maggior Generale dell'esercito sardo, ed alle dipendenze del Ministero degli Interni.

Al neo costituito Corpo, però, non vennero assegnati i volontari migliori; questi ultimi furono inseriti nei ranghi dell'esercito regolare. A Garibaldi vennero dati i più giovani, con scarsa o nulla esperienza militare, i più anziani e quelli scartati per difetti fisici. Di contro, gli ufficiali furono quelli voluti da lui, tutti valorosi combattenti che si erano distinti nel 1849 nella difesa della Repubblica Romana e di Venezia.

I Cacciatori delle Alpi erano poco più di tremila uomini ordinati in una brigata su tre reggimenti, senza artiglieria, con una cinquantina di cavalleggeri per l'esplorazione ed un efficiente ospedale da campo diretto dal medico milanese Agostino Bertani, esule a Genova, che avrà poi una funzione importante nella spedizione dei Mille. Il corpo sanitario dei “Cacciatori” fu insignito di medaglia di bronzo al valor militare per la alacre opera svolta.

Garibaldi ed i suoi uomini, dunque, indossarono l'uniforme dell'esercito sardo. Per l'addestramento, furono inviati nei depositi di Cuneo e Savigliano nonché a Rivoli presso Susa. Dei tre reggimenti, i primi due, i migliori, furono posti al comando del tenente colonnello Enrico Cosenz e del colonnello Giacomo Medici.

Mentre gli ufficiali di Garibaldi inquadravano i volontari, Cavour faceva, provocatoriamente, ammassare truppe sul confine con il Lombardo­ - Veneto per compiere delle esercitazioni. L'Austria, allarmata, il 23 aprile 1859 ordinò al Pie­monte il disarmo immediato. Era l'aggressione tanto cercata da Cavour che, naturalmente, rifiutò e lasciò che la parola passasse alle armi.

Il 26 aprile 1859 l’Austria dichiarò guerra al Piemonte: iniziava la seconda guerra d'indipendenza. Il giorno seguente, l'esercito austriaco al comando del Generale Giulay varcò la frontiera piemontese. L'avanzata fu subito rallentata dall'allagamento delle risaie nel vercellese.

La Francia, da parte sua, come stabilito, inviò in aiuto dell'esercito sabaudo un forte contingente di cui Napoleone III ne assunse il comando supremo; alla metà di maggio circa 120.000 francesi erano concentrati nella zona di Alessandria.

I franco – piemontesi, con alcune puntate offensive verso Pavia, diedero agli austriaci l'impressione di voler penetrare in Lombardia da sud mentre, in realtà, si trattava di uno stratagemma per mascherare i veri piani che prevedevano di entrare in Lombardia da nord.

Il primo grosso combattimento avvenne a Montebello[1], il 20 maggio 1859, dove gli austriaci furono battuti dall'azione congiunta della cavalleria sarda e della fanteria francese; dieci giorni dopo a Palestro[2] gli austriaci subirono una ulteriore sconfitta, a seguito della quale decisero di riattraversare il Ticino per attestarsi a difesa della frontiera lombardo - veneta.

Garibaldi, intanto, con i suoi Cacciatori delle Alpi, il 23 maggio aveva attraversato risolutamente il Ticino e sorpreso nella notte il presidio austriaco di Sesto Calende. La notte successiva, dopo aver vinto le resistenze austriache, entrò a Varese accolto da una folla di cittadini in delirio. Gli austriaci, a questo punto, gli inviarono incontro una Divisione di tremila uomini, potentemente armata, al comando del Generale Urban. I Cacciatori furono sottoposti ad un incessante fuoco di artiglieria ma non indietreggiarono, resistettero fino a quando la fanteria austriaca non fu che“a 50 passi di distanza”, come aveva loro ordinato Garibaldi, e poi gli riversarono addosso una micidiale scarica di pallottole. Subito dopo, in pieno stile garibaldino, si avventarono alla baionetta sul nemico.

Gli austriaci, sotto l'incalzare dei Cacciatori delle Alpi, si ritirarono disordinatamente. Garibaldi non poteva fermarsi, sarebbe diventato un facile bersaglio per il nemico, la sua doveva essere una guerra di movimento. Si avviò, pertanto, verso Como facendo credere al nemico di passare per Camerlata invece passò per San Fermo dove superò, dopo uno scontro sanguinoso, la forte resistenza austriaca.

Di notte entrò a Como, anche qui accolto festosamente dalla popolazione. Garibaldi era riuscito ad ottenere l'allontanamento degli austriaci da tutta la zona lombarda del lago Maggiore e, dopo una serie di spostamenti tattici, puntò su Lecco e da lì a Bergamo dove vi entrò l'8 giugno alla testa dei suoi Cacciatori. Qui, l'11 giugno, con una solenne cerimonia, consegnò ai suoi uomini le onorificenze ricevute dal governo e lesse un ordine del giorno, emanato in nome del re, in cui erano esaltate le imprese del piccolo Corpo. La sera stessa si mise in marcia per Brescia ove vi entrò il 13 giugno.

I franco-sardi, nel frattempo, il 4 giugno avevano sconfitto gli austriaci a Magenta[3] aprendosi così la strada verso Milano ove, l'8 giugno, vi entravano fianco a fianco Napoleone III e Vittorio Emanuele II.

Gli austriaci ripiegarono verso il Quadrilatero (Mantova, Verona, Peschiera e Legnago) per una difesa ad oltranza ma il giovane imperatore Francesco Giuseppe assunse il comando diretto delle operazioni e riprese subito l'offensiva.

Il 24 giugno sulle alture di San Martino e Solferino, a sud del lago di Garda, su un fronte di una quindicina di chilometri si affrontarono circa 300.000 uomini, fra austriaci e franco – piemontesi, con oltre 26.000 cavalli e 1.500 pezzi di artiglieria.

In questo fatto d'arme, i Cacciatori delle Alpi ebbero un ruolo molto importante sul piano strategico in quanto dalle Prealpi lombarde minacciavano – puntando verso la valle dell'Adige – le spalle dell'Armata austriaca dislocata nel Quadrilatero.

La battaglia di San Martino e Solferino, l'ultima della II guerra di indipendenza, si risolse con la vittoria dei franco – piemontesi ma ad un prezzo altissimo di vite umane. Essa non fu solo la più sanguinosa tra quelle combattute nelle guerre d'indipendenza, ma una delle più sanguinose combattute fino ad allora in Europa.

Alla sera del 24 giugno, sul campo di battaglia giacevano 40.000 uomini, di cui 11.000 morti e 29.000 feriti. Di questi ultimi, 5.000 morirono nei giorni successivi per i postumi delle ferite riportate.

Napoleone III, condizionato dai cattolici francesi per i possibili danni che il prolungarsi della guerra di indipendenza italiana avrebbe finito per arrecare oltre che alla Francia stessa anche allo Stato pontificio, propose a Francesco Giuseppe, all'insaputa di Cavour, un armistizio poi firmato a Villafranca l'11 luglio 1859. Il 10 novembre a Zurigo veniva siglata la pace che poneva fine alla guerra ed imponeva all’Austria la cessione, per il tramite della Francia, della sola Lombardia al Regno Sardo ed il ritorno dei sovrani spodestati nei ducati di Modena, Parma e nel Granducato di Toscana.

Vittorio Emanuele II accettò suo malgrado, mentre Cavour sentendosi ingannato da Napoleone III si dimise da primo ministro.

I Cacciatori delle Alpi all’atto dell’armistizio superavano i 12.000 uomini, articolati su cinque reggimenti, «ed occupavano le quattro vallate: Valtellina, Camonica, Sabbia e Trompia, sino alla  frontiera col Tirolo»[4].

Con la fine della seconda guerra di indipendenza gli austriaci non erano stati annientati ed il Veneto, contrariamente alle aspettative, era rimasto nelle loro mani.

«La brusca interruzione della guerra costituiva una palese violazione dei patti di alleanza tra i due paesi (Il Piemonte e la Francia), e così la promessa dell’indipendenza dell’Italia settentrionale, dal Ticino all’Adriatico, svaniva completamente.

L’interruzione della seconda guerra d’Indipendenza, portò come conseguenza un malcontento fra gli appartenenti al Corpo Garibaldino dei Cacciatori delle Alpi, molti dei quali diedero le dimissioni per protesta, in seguito alla fusione del Corpo Garibaldino con l’Esercito nazionale [] Anche Garibaldi lasciava, allora, con comprensibile cruccio il Comando dei Cacciatori delle Alpi ed indirizzava a Vittorio Emanuele II una lettera, datata da Lovere, 1 agosto 1859, che però non giunse mai a destinazione»[5].

Gli anni immediatamente successivi furono, comunque, importanti. Il 1860 fu l'anno dei plebisciti per l'annessione al Piemonte dell'Italia centrale e dell'ex regno borbonico; sempre in quell'anno Nizza e la Savoia furono cedute alla Francia e Garibaldi, alla testa dei Mille, sbarcò in Sicilia.

 

 

Bibliografia e sommaria

Bertini Enrico, TIMOTEO RIBOLI Medico di Garibaldi, 1986.

Garibaldi Giuseppe, Memorie con una Appendice di Scritti Politici, Biblioteca Universale Rizzoli, Milano.

 

 

Sitografia sommaria

https://www.battagliadimagenta.it/pubblicazioni/opere_pubbliche/Opere_Pubbliche_Dettaglio.asp?ID_M=10&ID=43

http://www.carabinieri.it/arma/ieri/storia/vista-da-2015/fascicolo-9/il-ruolo-dell-arma-nella-guerra-del-1859/i-cacciatori-delle-alpi

http://www.150anni-lanostrastoria.it/index.php/ii-guerra-indipendenza

https://www.centrodellamemoriasavigliano.it/giacomomedici/

http://www.combattentiliberazione.it/seconda-guerra-dindipendenza-1859

https://comune.magenta.mi.it/aree-tematiche/cultura/

https://www.comune.montebellodellabattaglia.pv.it/m-vivere/m-infoutili/storia

http://www.comune.palestro.pv.it/it-it/vivere-il-comune/cosa-vedere/ossario-1893-22321-1-44d9415912f732cd2a5df066f0ffa96f

https://www.difesa.it/Content/150anniversario/Pagine/LeBattaglieSolferinoeSanMartino.aspx

http://notes9.senato.it/Web/senregno.nsf/96ec2bcd072560f1c125785d0059806a/80cfa982dfdabe7e4125646f005a8000?OpenDocument

 



[1] In ricordo della battaglia combattuta nel 1859, il comune di Montebello, in  provincia di Pavia, nel 1958 ha ricevuto il nome di Montebello della Battaglia.

[2] Nel comune di Palestro, in provincia di Pavia, il 28 maggio 1893 fu inaugurato un Ossario per conservare le reliquie dei Caduti piemontesi, francesi ed austriaci nelle battaglie del 30 e 31 maggio 1859.

[3] A Magenta, in provincia di Milano, il 4 giugno 1872 fu inaugurato un Ossario per conservare le reliquie dei Caduti piemontesi, francesi ed austriaci nella battaglia del 4 giugno 1859.

[4] Garibaldi Giuseppe, Memorie con una Appendice di Scritti Politici, Biblioteca Universale Rizzoli, Milano, 1998, p. 232.

 

[5] Bertini Enrico, TIMOTEO RIBOLI Medico di Garibaldi, 1986, p. 178.