L'Ultima difesa pontificia di Ancona . Gli avvenimenti 7 -29 settembre 1860

Investimento e Presa di Ancona

Investimento e Presa di Ancona
20 settembre - 3 ottbre 1860

L'Ultima difesa pontificia di Ancona 1860

L'Ultima difesa pontificia di Ancona 1860
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Onore ai Caduti

Onore ai Caduti
Sebastopoli. Vallata di Baraclava. Dopo la cerimonia a ricordo dei soldati sardi caduti nella Guerra di Crimea 1854-1855. Vedi spot in data 22 gennaio 2013

Il combattimento di Loreto detto di Castelfidardo 18 settembre 1860

Il combattimento di Loreto detto di Castelfidardo 18 settembre 1860
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La sintesi del 1860

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Il combattimento di Loreto, detto di Castelfidardo 18 settembre 1860

Il Volume di Massimo Coltrinari, Il Combattimento di Loreto detto di Castelfidardo, 18 settembre 1860, Roma, Edizioni Nuova Cultura, 2009, pagine 332, euro 21, ISBN 978-88-6134-379-5, è disponibile in
II Edizione - Accademia di Oplologia e Militaria
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martedì 31 agosto 2021

Luigi Melfi. Le Intendenze

 

Logistica e contabilità militare. Cenni storici: i soggetti.

di

Luigi Melfi

 


Le Intendenze

Intendente deriva dal francese intendant, a sua volta proveniente dal latino intendĕre, ossia “attendere a qualche cosa, curare”, divenuto nel latino medievale superintendens, vale a dire “sovrintendente”[1].

Ne discende che l’intendènza, dal francese intendance, è un organo normalmente  amministrativo che esercita la competenza su un territorio. In campo militare è  organo di comando logistico col compito di coordinare l’organizzazione e il funzionamento di servizi, per soddisfare le esigenze dell’esercito in guerra (intendenza generale) o delle forze operanti in un determinato scacchiere (intendenza di scacchiere o intendenza di armata)[2].

Attualmente in Italia prende il nome di Comando Logistico dell'Esercito e conduce attività gestionale sviluppando un’omogenea attività di comando, coordinamento e controllo nei confronti di tutte le formazioni logistiche della F.A.

Esso garantisce il supporto logistico dei Comandi e delle Unità dell’Esercito in Patria e fuori area ed è responsabile della cura del personale e delle attività logistiche relative ai materiali e mezzi in uso e dell'impiego delle risorse finanziarie assegnate al settore logistico[3].

Storicamente l’organizzazione logistica ha influenzato pesantemente gli esiti delle battaglie, contribuendo in maniera preponderante all’esito positivo o nefasto.

Si pensi alla crisi logistica della campagna napoleonica di Russia del 1812. Sebbene Napoleone abbia diretto in prima persona la preparazione e l’organizzazione logistica della Grande Armée di circa mezzo milione di uomini, la circostanza che si trattasse di elementi in gran parte non francesi ha rivelato ben presto la disomegeneità morale e tecnica delle forze in campo determinando un ritardo fatale che ha consentito all’esercito dell’Impero russo di riunirsi e di distruggere, incendiandoli, i depositi di materiale e vettovaglie di cui l’Armata francese necessitava per superare il rigido inverno. Il risultato sarà la ritirata seguita dalla quasi totale débâcle al passaggio sul fiume Beresina (26 – 28 novembre)[4].

In epoca immediatamente postunitaria sono da segnalare senz’altro le riforme dell’Esercito del 1871-1873, in particolare l’opera riformatrice di Ricotti-Magnani.  Venne rivolta particolare attenzione ai servizi, quelli che oggi chiameremmo corpi logistici e di supporto. In precedenza i corpi di intendenza (commissari e contabili), di sanità e quello dei veterinari erano figure ibride, a metà tra entità tecnico-civili e logistico-militari. Ricotti decise di trovare una soluzione e lo fece mediante equiparazione degli ufficiali destinati a tali funzioni agli omologhi delle armi combattenti[5].

Alla vigilia della 1^ guerra mondiale l’Italia manifestava considerevoli lacune logistiche, anche a seguito del depauperamento di risorse e capacità di mobilitazione generato dalla guerra di Libia. Nella vision del Generale Cadorna, intento più che mai a ricostituire un apparato da impiegare prontamente, egli unicamente avrebbe dovuto rispondere della mobilitazione con il supporto necessario dei Ministeri.

In altri termini, lo Stato maggiore dell’Esercito avrebbe assunto il ruolo di committente (prima) e distributore (poi) e il Governo quello di garantire la logistica della produzione.

Il generale Alfredo Dallolio – dapprima come sottosegretario e poi come ministro delle Armi e Munizioni – fu il protagonista della produzione bellica e dello svecchiamento di procedure d’appalto e d’approvvigionamento.

Dall’estate del 1914 prese piede una estesa militarizzazione di tutti quei settori (industriale, trasporti e comunicazioni) asservibili allo scopo di una guerra che sarebbe divenuta di logoramento, a differenza dei conflitti ottocenteschi ben più brevi e stagionali, necessitanti di scorte limitate.

Non a caso assunse l’appellativo di Grande Guerra, a dimostrazione dell’estensione spazio-temporale di un conflitto di massa e industrializzato, divenuto intensivo, e della enorme capacità di fagocitare scorte che richiedeva un costante sforzo produttivo e logistico dietro le linee, sforzo che non si esauriva solo nella fornitura e distribuzione di materiale, ma anche nel tentativo di recuperare e riutilizzare quanto non era stato consumato o distrutto (in termini di risorse umane, armamenti, alimenti ecc.). Quindi programmazione delle operazioni belliche e mantenimento della linea del fronte[6].

Accanto alle unità operative vennero affiancate le Intendenze, ossia comandi ausiliari alle omologhe unità operative e con duplice dipendenza gerarchica sia dal comando di assegnazione sia dalle strutture superiori e referenti tecnicamente afferenti al servizio logistico di riferimento.

La funzione delle Intendenze era quella di dirigere e coordinare i servizi nel perseguimento di procedure efficaci ed efficienti di supporto alla tattica e alla strategia delle grandi unità.

I neocostituiti servizi logistici furono:

·         sanitario: medicazione e cura del soldato;

·         commissariato: gestione forniture alimentari, vestiario ed equipaggiamenti. Fondamentale per questo servizio la pianificazione per le esigenze quotidiane.

Per quel che qui rileva il servizio concerneva anche la tenuta contabile e di cassa delle transazioni;

·         materiali d’artiglieria e genio;

·         telegrafico e postale;

·         veterinario;

·         tappe e trasporti;

·         manutenzione stradale.

Dunque la strategia bellica passava in secondo piano a favore della stabilità della capacità produttiva e distributiva, tra i motivi per cui gli USA vinsero entrambe le guerre mondiali o per cui l’Italia vinse il nemico sul Piave dopo la tragedia di Caporetto determinata in parte dalla territorializzazione dei servizi[7].



[3]      Ha sede in Roma, via Nomentana 274, presso la Caserma "Bianchi", da http://www.esercito.difesa.it/organizzazione/capo-di-sme/comando-logistico-esercito

[4]      La battaglia della Beresina (oggi in Bielorussia) è considerata dagli storici come uno dei peggiori disastri militari della storia contemporanea, sebbene abbia avuto esito parzialmente favorevole. Essa rappresenta il simbolo della disfatta della campagna di Russia intrapresa dall'Impero francese nell'estate del 1812, da https://it.wikipedia.org/wiki/Battaglia_della_Beresina

        Si segnala che dalle gesta della Division Suisse nacque la Milizia Aquilese: per approfondimenti v. Gaetano Beretta, I Ticinesi alla campagna di Russia, 1812, Istituto editoriale ticinese, 1937.

 

[5]      Unica eccezione furono i farmacisti, che vennero esclusi e rimasero equiparati a personale civile in divisa. Venne abolito il vecchio corpo di amministrazione (comprendente infermieri, panettieri e magazzinieri) e furono costituite sedici direzioni degli ospedali militari, una per ogni divisione territoriale, e alle loro dipendenze vennero poste altrettante compagnie di infermieri militari. I medici militari furono promossi Ufficiali dell’Esercito e investiti quindi delle funzioni di organizzazione e gestione di uomini e materiali destinati al servizio di ambulanze da assegnare ai corpi mobilitati. Per approfondimenti si veda Stefani F., La Storia della Dottrina degli Ordinamenti dell’Esercito Italiano, Dall’Esercito piemontese all’Esercito di Vittorio veneto Roma, Ministero della Difesa, Stato Maggiore dell’esercito, Ufficio Storico, 1984 Volume I.

[6]      V. Aspetti della logistica nella Prima Guerra Mondiale, I.S.I.S. Bonaldo Stringher il Laboratorio di Storia, in occasione del Centenario Prima Guerra Mondiale 2014/2018 su http://files.spaggiari.eu/UDIP0001/progetti/MigliaiaDiTonnellate/Catalogo.pdf

[7]      Per approfondimenti sull’evoluzione della logistica militare italiana si vedano Botti F., La Logistica dell’Esercito Italiano, Dalla nascita dell’Esercito Italiano alla Prima Guerra Mondiale, Roma, Ministero della Difesa, Stato Maggiore dell’Esercito, Ufficio Storico, Vol. II, 1991 Botti F., La Logistica dell’Esercito Italiano, Dalla Guerra Totale alla Guerra Integrale , Roma, Ministero della Difesa, Stato Maggiore dell’Esercito, Ufficio Storico, Vol. III, 1994 Botti F., La Logistica dell’Esercito Italiano, Dalla Guerra Integrale alla Guerra Nucleare, Roma, Ministero della Difesa, Stato Maggiore dell’Esercito, Ufficio Storico, Vol. III, 1985 Logistica ed equipaggiamenti. Si precisa che utili indicazioni sono state tratte dalle lezioni del Dott. Giovanni Cecini in occasione della frequentazione del Master Universitario Unicusano di I livello in Storia militare contemporanea.

 


martedì 20 luglio 2021

1860 Protagonisti e Personaggi H - Z

 Hubner, ambasciatore austriaco a Roma presso il Governo Pontificio nel 1860.

Manciforte Serafini Giulio, marchese, componente la magistratura del Comune di Ancona nel 1859

Marinelli Clemente. Segretario la magistratura del Comune di Ancona nel 1859

Matteucci Francesco., componente la magistratura del Comune di Ancona nel 1859

Mauri, maggiore di artiglieria, parlamentario incaricato di condurre le trattative di resa della piazzaforte

Mazzini, Giuseppe, nel 1860 a Napoli a capo del partito d’Azione, per convincere Garibaldi a creare la Repubblica

Michele Fazioli, conte, Gonfaloniere  del Comune di Ancona nel 1859,  e capo indiscusso del partito unitario italiano

Molinary di Montepastillo Antonio, generale, , comandante la guarnigione austriaca di Ancona nel 1859.

Monti Benedetto, professore, membro della Giunta provvisoria di Governo in Ancona nel 1859

Morozzo della Rocca, Enrico, generale,comandante del V Corpo dell’Armata, alle dipendenze del gen. Manfredo Fanti . Conquista l’Umbria e poi converge con le sue truppe su Ancona e partecipa all’assedio della piazzaforte pontifica.

Mosti, ferrarese, aiutante di campo di Cialdini

Myonnet Giorgio, soldato nel battaglione dei tiragliatori Franco Belgi. Nato ad Anges Francia nel 1943, fu una delle vittime più giovani del combattimento di Castelfidardo. Educato bel collegio di San Paolo di Maulévrier, aveva appena terminato gli studi ginnasiali che si arruolò nell’Esercito Pontificio nel battaglione dei Franco-Belgi.

Neri, cavaliere, Direttore di Polizia in Ancona nel 1860.

Pellion di Persano, Carlo, vice ammiraglio. Al comando della Squadra navale Sarda, è alle dipendenze del gen. Manfredo Fanti. Uno dei protagonisti della conquista  di Ancona.

Perroni A., capitano, comandante la 7° compagnia del  40° reggimento; si distinse a Monte Pulito

Pichi Girgio, conte, membro della Commissione d’arruolamento istituita in Ancona nel giugno 1859

Pio IX,  Mastai-FerettiPapa, nato a Senigallia, alla guida del soglio pontificio dal 1846, capo dello Stato Pontifico nel 1860

Ploner Mariano, membro della Giunta provvisoria di Governo in Ancona nel 1859

Provana del Sabbione, capitano di vascello, comandante della nave San Michele

Riccardi di Netro, capitano di vascello, comandante della nave Maria Adelaide

Riccetti Giuseppe, anconetano, padrone di un trabaccolo, al servizio del Comitato dei patrioti di Ancona. Fornisce notizie al Persano sugli avvenimenti del 18 settembre.

Serristori,  toscanoaiutante di Campo del Cialdini

Wesminsthal, luogotenente, comandante delle batterie della Lanterna e del Molo

sabato 10 luglio 2021

1860. Protagonisti e Personaggi A - H

  

Albini, capitano di vascello, domandante della nave  Vittorio Emanuele.

Allegrini Francesco, generale di Brigata, comandante la città di Ancona nel 1859

Antonelli Giacomo, cardinale, capo della segretaria di Stato di Pio IX

Bec de Lièvre Luigi Amato, maggiore, comandante del battaglione dei tiragliatori franco belgi

Bertone di Sambuy, sottotenente di vascello; comandante gli artiglieri di marina sbarcati su richiesta del Cialdini.

Blumensthil, tenente colonnello, comandante l’artiglieria da campagna dell’esercito pontificio

Bonanni Giacomo, conte,  componente la magistratura del Comune di Ancona nel 1859

Borromeo, lombardo, aiutante di campo di Cialdini

Bourbon del Monte, marchese e cavaliere, componente la magistratura el Comune di Ancona nel 1859

Buglione di Monale, capitano di corvetta, comandante della nave Mozambano.

Carini, conte, gentiluomo fu da intermediario tra il De La Moricière e la Duchessa di Parma

Castellà  (o Castellaz), capitano, reggimento estero, attaccò gli avamposti  sardi a Pietralacroce

Cavour, Camillo Benso conte di, uomo politico, Primo ministro del Governo del Regno di Sardegna, ministro della Marina nello stesso governo.

Chatelinau, avventuriero e estremista, voleva creare un corpo di volontari estraneo all’esercito a Roma

Cialdi Alessandro, Comandante della Marina pontificia al momento della restaurazione nel 1849.

Cialdini, Enrico, generale, comandante del IV Corpo d’Armata, alle dipendenze del gen. Manfredo Fanti. Conquista Pesaro, Fano e idea la manovra che poterà al successo di Castelfidardo il 18 settembre 1860.

Cresci Ferdinando, cavaliere,  membro della Giunta provvisoria di Governo in Ancona nel 1859

D’Aste, capitano di vascello, comandante della nave Governolo

De Asarta L., capitano comandante la 7° compagnia del 39° reggimento; si distinse a Monte Pulito

De Bourbon-Busset, Louis-Joseph-Gaspard de Bourbon-Busset, conte di Chalus (1819-1871)  aveva il  comando del Corpo delle Guardie di De La Moriciére, con il grado di tenente.

De Chalus Arturo,  soldato del battaglione dei tiragliatori Franco-Belgi, conte  del basso Maine, nato a Nantes, ferito alla coscia destra, fu trasportato ad Osimo, ove morì nel mese di ottobre 1860

De Courcy,  conte,  console francese ad Ancona nel 1860

De Gramont,, ambasciatore francese a Roma. Con i suoi dispacci orienta in senso negativo la condotta del Comando Pontificio

De Kalbermatten G., , generale comandante il corpo di spedizione che represse il moto rivoluzionario in Ancona nel 1859

De La Moriciére, Cristopher, generale, Comandante in capo delle truppe Pontificie.

De Merode, Xavier, pro-ministro per le Armi nel 1860, esponente principale del partito ultramontano e principale assertore della difesa armata dello Stato Pontificio

Della Minerva, conte, ultimo ambasciatore sardo a Roma. E’ latore dell’ultimatum di Cavour al governo Pontificio il 7 settembre 1860.

Delle Piane, sottotenente, sottocomandante delle batterie della Lanterna e del Molo

Di Prampero A., tenente, aiutante di campo del comandante la Brigata Bologna.

Duca di Bisaccia, intermediario in Belgio per acquisto di artiglierie per conto dello Stato pontificio

Euzeby Luigi, componente la magistratura el Comune di Ancona nel 1859

Fanti, Manfredo, generale, ministro della guerra del Governo del Regno di Sardegna, è il Comandate delle forze di invasione Sarde nelle Marche e nell’Umbria

Farina Filippo, ministro per le Armi dal 1857 al 1860

Faussone di Clavesana, capitano di corvetta,capo di Stato maggiore della squadra navale

Fazioli Andrea, conte membro della Commissione d’arruolamento istituita in Ancona nel giugno 1859

Feoli cav. Raffaele, membro della Giunta provvisoria di Governo in Ancona nel 1859

Fiastri, capitano, XXIII battaglione Bersaglieri. Si distinse all’attacco della Lunetta di Santo Stefano

Francesco II, re delle due Sicilie. Ultimo sovrano borbone a Napoli; a settembre si ritira a Gaeta

Frignone, generale, comandante della colonna distaccata. Il 17 settembre espugna la rocca di Spoleto

Gabuzzi Gio. Battista, componente la magistratura del Comune di Ancona nel 1859

Galli della Mantica, capitano di vascello, comandante della nave Carlo Alberto

Garibaldi Giuseppe, l’ eroe dei due monti, protagonista dell’impresa dei Mille, entra a Napoli il 7 settembre 1860. i suoi programmi determinano l’intervento di Cavour

Gherardi, conte, patriota,  a Senigaglia mette a disposizione una carrozza al Persano per raggiungere il Q.G. di Cialdini il 17 settembre 1860

Goyon, generale francese, capo della guarnigione di Roma

Guerìn Giuseppe,  figlio di operai, era entrato nel seminario di Nantes, entrò nel battaglione dei Franco-Belgi, ferito al petto, fu ricoverato ad Osimo ove spirò il 30 ottobre 1860

Gulinelli Federico, membro della Commissione d’arruolamento istituita in Ancona nel giugno 1859


mercoledì 30 giugno 2021

Carta: L'Italia del 1860


Fonte: LIMES Rivista di Geopolitica

 

domenica 20 giugno 2021

Pietre. Per la storia di Ancona e del suo territorio

 

Ancona cura poco la sua storia, scrive Massimo Coltrinari. Eppure segnali di inversione di tendenza si colgono da qualche anno a questa parte. Merito di studiosi e appassionati con curriculum e percorsi formativi assai variegati. Accanto allo straordinario lavoro di Massimo, teso al recupero della nostra memoria storica sull’Ancona risorgimentale e non solo, Claudio Bruschi ha scritto all’inizio del 2012 una opera importante sul “Campo trincerato di Ancona”. Poi si sono spesi Marina Turchetti con il suo Laboratorio culturale, Enzo Monsù, che ha valorizzato le fortificazioni di Pietralacroce nel 150° anniversario dell’Unità nazionale, il compianto Enzo Jannaci, che ha ricostruito una pagina di storia minuta sul versante dei “vinti di Salò”, ma anche studiosi e giornalisti amanti della storia come, vado in ordine sparso, Antonio Luccarini, Rodolfo Bersaglia, Giampaolo Milzi, Fausto Pugnaloni, Fabio Barigelletti, Franco Frezzotti, Nino Lucantoni, Roberto Domenichini, Gilberto Piccinini, Roberto Giulianelli, Lucilla Niccolini, Giorgio Guidelli, Roberto Giulianelli, Giuseppe Barbone, Giorgio Petetti, Giuseppe Campana, Ruggero Giacomini, Giorgio Mangani, Massimo Papini e l’Istituto Storia Marche. E molti altri che, mi perdoneranno la mancata citazione, hanno a cuore la memoria e la storia di questa strana Città. Tutti hanno dato un contributo nel riscoprire la ricchissima storia dorica dalla fondazione a opera dei siracusani, 2400 anni orsono nel 2013, al terremoto del 1972, quaranta anni fa. Lo hanno fatto con opere a carattere scientifico oppure con saggi e opuscoli (basta dare un’occhiata alla sempre ricca vetrina di Canonici dedicata da cinquanta anni alla storia locale), organizzando trekking urbani, rassegne, mostre, scrivendo articoli sui quotidiani locali (come nella pagina domenicale de “Il Messaggero” intitolata “Acque e lune”), o infine fornendo stimoli e impulsi a costruire nuovi itinerari e percorsi di ricerca. E un piccolo contributo, scusate, l’ho dato anch’io, prima organizzando per la Provincia di Ancona il ciclo “Lezioni di storia”, quattro edizioni e ventuno incontri assai frequentati dal pubblico che hanno visto il confronto tra uno storico locale e uno “nazionale” attorno ad un evento della nostra storia, e poi attraverso il lavoro in corso all’assessorato alla Cultura – Turismo del Comune.

Generosamente (e scherzosamente), il generale Coltrinari mi definisce “l’uomo che fa parlare le pietre”  però in effetti per “Lezioni di storia” ho sempre tenuto in mente il legame tra “pietre” e fatti, magari utilizzando il luogo (della memoria) quale set per la rievocazione. Anche gli ultimi percorsi del trekking urbano nazionale che ho curato, con i colleghi del settore Attività culturali – Turismo del Comune (tra i quali quello organizzato a Pietralacroce, frazione dorica ricca di storia risorgimentale, in occasione del 150° anniversario dell’Unità nazionale), si basano sul concetto del “fare parlare le pietre”, e su di un assunto allo stesso tempo “scientifico” e divulgativo della storia. Perché l’altro principio di cui sono convinto, pur espresso in maniera un po’ provocatoria, è il seguente: o la ricerca storica acquisisce (anche) un carattere divulgativo o non è.        

E’ sufficiente tutto ciò per parlare di rinascita oppure in periodo di crisi ci si ripiega sul proprio passato? Non ho una risposta a questa domanda però l’attenzione del pubblico (e non solo di quello anconetano) nei confronti della nostra storia è incoraggiante. Alla fine l’obiettivo è semplice: diffondere la conoscenza delle “pietre” per preservarle e conservare la memoria storica della nostra Città.  

 

Sergio Sparapani

domenica 30 maggio 2021

La Battaglia di Novara 23 marzo 1948

Fabio Volpe* 

1.     Premessa

L’aspetto più ostico nel comprendere un evento complesso come una campagna militare è, probabilmente, quello di riuscire a visualizzare sul terreno le unità coinvolte, le loro azioni e i loro rapporti di  forza. Paradossalmente, però,  la grande quantità di informazioni disponibili fino al livello di dettaglio sub-tattico può generare una grande confusione, che non permette al lettore di comprendere appieno le dinamiche generali e le motivazioni dietro determinate scelte e accadimenti.

Come regola generale, quando in campo militare si va ad analizzare  un’ intera campagna da un punto di vista operativo, si applica generalmente la regola “two level down”. Ovvero, se si analizzano le azioni di un esercito, si cercherà di mantenere un livello di dettaglio fino a livello divisione o al massimo brigata. Ovviamente, per alcune fasi della campagna sarà sufficiente fornire  una visione generale degli accadimenti mentre,  quando singoli reparti rivestiranno un ruolo cruciale nell’azione, essi dovranno essere senz’altro menzionati. I singoli aneddoti e accadimenti, le prove di coraggio di piccoli nuclei o singoli sono sicuramente utili per calarsi nel contesto ed avere una visione di ampio respiro. Tuttavia, in questo breve testo si cercherà con l’aiuto della moderna simbologia in uso nei paesi della NATO di dare un, quanto più chiaro possibile, quadro d’insieme della campagna.

Infine, si fa presente che tutti i commenti e analisi che differiscono dalla narrazione storica sono stati riportati in carattere italico.

 

2.     La situazione generale

La prima guerra di  Indipendenza, iniziò a seguito delle Cinque Giornate di Milano (18˗22 Marzo 1948). Il piccolo stato piemontese aveva cercato di farsi espressione dei movimenti rivoluzionari che si sollevarono, non solo nella regione Lombardo˗Veneta, ma in tutta l’area italiana. Il Re Carlo Alberto, che nel corso della sua vita aveva più volte oscillato tra sentimenti reazionari e liberali,  aveva in ultimo concesso lo Statuto Albertino il 7 febbraio di quell’anno. Il sovrano piemontese vedeva aprirsi l’occasione per un’ eventuale espansione nel lombardo-veneto e di una possibile federazione italiana a guida pontificia. Si rendeva conto, però che il regno di Sardegna non avrebbe potuto prevalere da solo contro un vasto impero di popolazione sette volte superiore al Piemonte. Al tempo stesso vedeva ancora con timore i moti rivoluzionari che si stavano propagando da Milano alla Sicilia temendo che questi potessero portare instabilità anche nel suo regno, nonostante le concessioni già date.

  Applicando questa chiave di lettura è possibile spiegare il mancato supporto agli insorti milanesi e, in generale, la tardiva presa di posizione contro l’impero asburgico. La prima fase della guerra durò circa 4 mesi ed fu coronata da alcuni successi iniziali. I Piemontesi si spinsero fino alle rive dell’ Adige con la vittoria a Pastrengo. A quel punto, persero però il supporto dello Stato Pontificio (le cui truppe rimasero a combattere come volontari) e del Regno delle Due Sicilie (il cui contingente venne ritirato ancora prima di combattere). L’idea di una federazione italiana a guida pontificia era fallita.

Col sopraggiungere dei rinforzi austriaci le truppe piemontesi furono respinte fino a Milano.

Questa fase della guerra  si concluse il 9 Agosto 1948 con  l’ armistizio “Salasco” che aveva sospeso le ostilità a patto di una ritirata piemontese dietro il Ticino.

Seguirono per il Regno Piemontese mesi concitati dove si cercò di riformare, con scarsi risultati, l’apparato militare e dove aumentò la  pressione dell’opinione pubblica per riprendere le ostilità.

Carlo Alberto riuscì, nonostante l’iniziale opinione contraria del governo e del paese,  a mantenere il  pieno controllo  dell’esercito scegliendo  il Generale Polacco Chrzanowski come Generale Maggiore in comando . Quest’ ultimo, scelto per non inasprire le rivalità tra gli alti ufficiali piemontesi, era però mancante del carisma, della conoscenza delle forze e del terreno.

Nel Marzo 1849  l’esercito piemontese non era certo  in condizioni ottimali. Sulla carta esso risultava di 110.000 uomini ma, tolte le riserve in congedo, reclute e ammogliati con prole a cui non  a cui non erano assegnati ruoli di prima linea, malati e disertori , le forze utili al combattimento erano circa 55.000.

Come se non bastasse, la riforma dei quadri e della selezione dei comandanti era miseramente fallita e le condizioni finanziare del Regno erano in dissesto.

 Ciò nonostante il 12 Marzo 1849 il regno di Sardegna, decise di riprendere le ostilità  per tentare la riscossa e uscire così da una situazione di politica interna che si era ormai fatta incandescente a causa delle forti pressioni della sinistra democratica per riprendere le ostilità.  

 

3.     Piani e  dislocazione iniziale

 Il Generale  Chrzanowski è fin da subito molto dubbioso sulle reali possibilità  dell’esercito sotto il suo comando. Sembra però persuadersi che il governo di Vienna impegnato contro la rivolta ungherese e con movimenti insurrezionali interni non si sarebbe arrischiato ad una guerra offensiva e si sarebbe ritirato alle prime avvisaglie di ostilità dietro il fiume Adda se non addirittura nel quadrilatero difensivo (Verona-Legnago-Peschiera-Mantova).

Le prime disposizioni del generale polacco lasciano l’esercito molto sparpagliato: 5 divisioni attorno a Novara, la brigata Solaroli a sinistra alla fine del Lago Maggiore, la divisione Lombarda tra Alessandria e Voghera ,nei pressi di Piacenza la brigata d’Avanguardia ed infine a Parma la   divisione.

Il grosso dell’ esercito austriaco (5 corpi d’armata) era invece riunito nel trapezio  Binasco-Corte Olona-Codogno-Melegnano con due brigate di copertura a Pavia e lungo il Ticino mentre una nel basso Varesotto. Questa disposizione sul terreno potevano precludere a tre distinte condotte nemiche: una ritirata verso il basso Adda, un forzamento del Ticino da Pavia grazie alla testa di ponte del Gravellone e un forzamento del Po tra Pavia e Piacenza (per puntare ad Alessandria.

Il Generale Armorino (comandante della Divisione Lombarda) sembra essere fermamente convinto di quest’ultima opzione  e contravviene agli ordini di Chrzanowski, che gli imponevano di prendere una forte posizione a Cava Manara sorvegliando l’ultimo tratto del Ticino.

Ramorino, quindi lascia alla Cava solo il 21° Reggimento di fanteria e un battaglione bersaglieri, mentre mantiene il grosso delle forze fra Casteggio, Barbianello ed il Po per fronteggiare un eventuale forzamento da Stradella.

4.     I primi scontri

Il 20 Marzo a mezzogiorno la 4ª divisione piemontese con la 3ª come rincalzo si spinge fino a Magenta senza incontrare nessuna traccia del nemico; cosi al calar della sera rientra su Trecate.

Intanto Radetzky è sboccato dal ponte di Pavia in Piemonte trovando solamente le  esigue forze lasciate dal generale Ramorino. La divisione Arciduca Alberto del II Corpo austriaco apre la strada appoggiata da 5 battaglioni del IV Corpo. Dopo una breve resistenza le forze austriache hanno aperta la strada per Mortara e Vigevano mentre il 21° reggimento ripiega oltre il Po. Ramorino, infatti, persiste nelle sue convinzioni: considera quella di Pavia un mero diversivo e aspetta lo sforzo principale nemico su Stradella.

A questo punto per il Generale Chrzanowski si delineano tre possibili linee d’azione :

a.     Avanzare su Milano e verso il quadrilatero quasi sguarnito;

b.     Tagliare la linea d’azione nemica passando da Magenta verso Pavia;

c.      Consolidarsi e difendere su Mortara e Vigevano.

Il generale polacco sceglie quest’ultima opzione e si prepara a difendere.

Questa scelta, a posteriori, appare delineata dall’  indecisione e mancanza di carisma dell’ufficiale polacco, ma vale la pena considerare che l’impossibilità per quel tempo di ricevere informazioni aggiornate sulla posizione e consistenza del nemico avrebbe esposto le truppe piemontesi, nel caso di scelta delle prime due opzioni, a un forte rischio di accerchiamento.

Ramorino viene sollevato dall’ incarico e la Divisione Lombarda viene affidata al Generale  Fanti. Ciò nonostante la divisione Lombarda viene lasciata sulle sue posizioni segno che anche per Chrzanowski la minaccia su Alessandria era fondata.

Nella notte tra il 20 e il 21 Marzo  la 2ª divisione piemontese viene spostata a Vigevano con la 3ª a suo sostegno, mentre la 1ª divisione e la divisione di riserva su Mortara. Viene inoltre richiamata dall’altra sponda del Ticino la 4ª divisione con l’ordine di muovere anch’essa su Vigevano.

Infine la brigata Solaroli e 4 battaglioni di reclute vengono posizionati a Gravellona Lomellina come retroguardia e col compito di bloccare sul ponte del Ticino.

Nella mattina del 21 Marzo l’esercito austriaco incomincia ad avanzare il II corpo sullo stradone per Mortara con il IV alla sinistra ed il I alla destra, ad un’ora di distanza seguono il III e il corpo di riserva.

 

5.     La battaglia della Sforzesca e di Mortara

I primi contatti col nemico avvengono a Borgo San Siro, dove un battaglione rinforzato  a guida Piemonte Reale di circa 1000 uomini, si imbatte nell’ avanguardia del 1° corpo austriaco.

Intanto il Re e Chrzanowski sono alla Sforzesca (Vigevano) e decidono di modificare il piano difensivo del generale Bes (comandante della 2ª divisione). Quest’ultimo aveva posizionato la brigata Casale  presso Garbana con il compito di ingaggiare  il fianco sinistro austriaco  durante l’avanzata nemica verso Vigevano. Chrzanowski invece decide di assegnare alla 2ª divisione esclusivamente compiti difensivi sulla strada di Borgo San Siro, mentre ordina al generale Perrone con la 3ª divisione di difendere sulla strada di Gambolò alla destra di questa.

Questi ordini vengono dati tardivamente e finiscono per essere controproducenti per l’intero schema difensivo.  Le strade diventano intasate  e le unità  si intralciano le une con le altre.

Infatti, quando l’avanguardia del I corpo arriva alla Sforzesca, trova solo il 17° Reggimento Fanteria con alcuni rinforzi. Gli Austriaci, superiori di numero tentano una manovra avvolgente, ma il 23° reggimento fanteria, comandato dal colonello Cialdini supportato da elementi del Piemonte Reale, riesce a contrattaccare con successo respingendo il nemico. Alle ore 1900 del 21 Marzo la brigata Casale e la 3ª divisione sono finalmente nelle postazioni difensive predefinite.

Sul piano tattico la battaglia della Sforzesca potrebbe essere considerata una vittoria per il Regno di Sardegna avendo protetto Vigevano e posizionato a difesa 3 divisioni. In realtà  le unità austriache potevano avanzare indisturbate verso Mortara senza unità piemontesi a minacciare il loro fianco destro. Mantenere un allineamento più avanzato sull’asse Gambolò-Borgo San Siro avrebbe favorito un contrattacco durante la battaglia di Mortara.

Sempre il 21 Marzo  il II corpo austriaco seguito dal III e  dal corpo di riserva stanno muovendo dalla direttrice Pavia-Mortara e alle 1600 la divisione di testa dell’Arciduca Alberto si trova presso i Casoni di Sant’Albino.

Il dispositivo difensivo piemontese su Mortara consiste in due divisioni (1ª e Riserva) coadiuvate dal capo di stato maggiore La Marmora. La zona ovest di Mortara è assegnata alla divisione del duca di Savoia (divisione di riserva). Di questa, la brigata Guardie è schierata nei pressi di Castello d’Agogna e la brigata Cuneo a Mortara ovest. La 1ª divisione del generale Durando copre la zona est della città. Di questa la brigata Aosta copre la zona sinistra e la  brigata Regina la zona destra.

Questo dispositivo difensivo si estende per 14 km, le comunicazioni tra le unità sono scarse e i movimenti sono sfavoriti dal terreno e dalle vie di arroccamento poco conosciute ai comandanti piemontesi.

Dopo un intenso fuoco d’ artiglieria l’attacco si concentra sulla strada che da Casoni di Sant’ Albino va  a Mortora nell’area di operazioni della brigata Regina. La brigata Aosta, infatti é solo debolmente e tardivamente interessata e il suo movimento è ostacolato dal Cavo Passerini che divide le aree delle due brigate. Col favore della crescente oscurità gli Austriaci riescono a sfondare ed a penetrare in Mortara. La brigata Aosta riceve l’ordine di ripiegare e difendere la città ma, dopo una scontro iniziale alla rotonda di Sant’Albino, viene fatta ritirare su Vespolate e poi su Novara. Dopo una strenua resistenza al convento di Sant’Albino alla testa di due battaglioni della Brigata Cuneo il Generale La Marmora decide di ritirarsi. Nel frattempo la Divisione di riserva si sta già ritirando verso Robbio e Vercelli.

Dopo un incontro tra  La Marmora, Durando e il Duca D’Aosta a Castel d’Agogna si decide per riconsolidare le forze su Novara.

La rotta di Mortara era stata quasi fulminea e aveva completamente vanificato il piano difensivo di Chrzanowski separando in due grossi tronconi l’esercito piemontese. La confusione generata dalle tenebre, la mancanza di un fattivo coordinamento tra le unità e la scarsa conoscenza del terreno sono i principali fattori della disfatta. Diverse unità piemontesi non sono state impiegate nello scontro, che aveva quasi esclusivamente investito la brigata Regina ed elementi della brigata Cuneo.

 

6.     La battaglia di Novara (fasi iniziali dello scontro)

La mattina del 23 marzo il maresciallo Radetzky si convince che il grosso delle forze piemontesi si siano ritirate a Vercelli; così dà disposizioni per un movimento in questa direzione: in prima schiera il IV ed il I corpo mentre in seconda schiera il III corpo e quello di riserva. Solo il II corpo avrà il compito di muovere su Novara dove il Radetzky crede ci siano solo truppe di copertura e disturbo.

Questa formazione permetteva, in caso di necessità, di riorientare i due corpi più a nord (4° e 3°) su Novara a supporto del 2° corpo, ma non  in tempi brevissimi. Gli altri due corpi (1° e riserva) sarebbero stati troppo lontani per intervenire nell’immediato. Indubbiamente dividendo le forze in questo modo,  il maresciallo austriaco espose  il suo esercito a un potenziale rischio, ma non bisogna dimenticare che  i tre corpi austriaci più vicini a Novara erano da soli numericamente superiori all’intero esercito piemontese.

In  realtà sappiamo che l’esercito piemontese si era riconsolidato nella parte sud di Novara fra l’Agogna ed il Terdoppio. Tre divisioni sono in prima schiera: la 3ª divisione del generale Perrone a sinistra, la 2ª divisione del generale Bes al centro e la 1ª divisione del generale Durando a destra. In seconda schiera, dietro la 3ª divisione, è schierata la 4ª divisione del Duca di Genova, mentre dietro la 1ª divisione si trova la divisione di riserva del duca di Savoia. All’estrema sinistra la brigata Solaroli a guardia delle vie d’accesso da Trecate e Galliate. Nel complesso 71 battaglioni, 39 squadroni e 14 batterie per una forza complessiva di 45000 soldati, 2500 cavalli e 109 cannoni. Restavano inutilizzate  2 divisioni e mezzo dislocate oltre il Po per un totale di altri 17000 soldati, 650 cavalli e 40 cannoni.

Dalla parte austriaca i 5 corpi d’armata erano costituiti da 66 battaglioni (da mille uomini contro i 600 piemontesi), 42 squadroni e 205 cannoni ossia 70000 soldati, 5000 cavalli e 205 cannoni.

 

La prima fase dello scontro a Novara si accende verso le 11 del 23 marzo: la divisione Arciduca Alberto (avanguardia del 2° corpo) si avvicina alla  cascina Bicocca sulla direttrice Mortara-Novara. A sbarragli il passo c’è il 15° reggimento fanteria della brigata Savona, supportato da reparti bersaglieri ed elementi di artiglieria, che avanza 1 km oltre la Bicocca. Lo scontro si fa sempre più intenso ma, quando  i reparti piemontesi stanno per essere avvolti sulle ali dello schieramento, vengono supportati anche dal 16° reggimento fanteria e dal 2° reggimento fanteria della brigata Savoia. Infine una carica del Genova cavalleria fa ritirare i due battaglioni ungheresi che costituivano lo sforzo principale dell’attacco.

Dopo circa un’ora di questo intenso combattimento, il generale D’Aspre comandante del II corpo comprende che quelle che ha di fronte sono forze consistenti, allerta così il generale Appel(comandante del III corpo), il generale Thurn (comandante del IV corpo) ed il comando del maresciallo Radetzky affinché lo supportino il prima possibile.

La 2ª brigata della divisione arciduca Alberto viene mandata contro il lato destro della difesa piemontese alla cascina Cavalotta, dove trova il 1° reggimento fanteria Savoia supportato dai rimanenti battaglioni del 2°. Le unità piemontesi sono costrette a indietreggiare e tutta la linea difensiva si sposta sulla Bicocca dove però riesce a consolidarsi.

Intanto, alla sinistra austriaca un distaccamento composto da 8 compagnie si è spinto fino al Cavo Dassi dove fissa l’intera 1ª divisione piemontese senza che il generale Durando decida di contrattaccare. A Novara est un altro piccolo distaccamento austriaco di due compagnie viene mandato a fissare la brigata Solaroli che però contrattacca ed insegue gli Austriaci  fino in vista di Trecate.

A questo punto i Piemontesi lanciano un contrattacco con la 4ª divisione: in prima schiera la brigata Piemonte, in seconda sulla sinistra la brigata Pinerolo. Lo stesso duca di Genova è in prima linea alla testa del 4° reggimento fanteria sulla sinistra mentre il generale Passalacqua e alla testa del 3° sulla destra (cadrà mortalmente ferito in quest’azione).Il contrattacco viene sostenuto dal 13° reggimento fanteria della brigata Pinerolo e dal 11° reggimento Casale della divisione di Bes. L’intero II corpo viene ricacciato verso Olengo, ma a questo punto il generale Chrzanowski ordina al duca di Genova di ripiegare sulla linea difensiva.

Questo forse è il momento più emblematico di tutta la campagna. Chrzanowski decide di non lanciare un contrattacco generale che avrebbe portato almeno alla disfatta del II corpo austriaco e avrebbe creato le premesse per isolare e combattere separatamente il III e IV corpo. Forse l’unica e sicuramente l’ultima possibilità di respingere il nemico dal Piemonte. Decide invece di arroccarsi nelle sue posizioni difensive nella vana speranza che il maresciallo Radetzky, di fronte a una prolungata resistenza, rinunci a rinnovare l’attacco e retroceda in Lombardia.


7.     La battaglia di Novara (fase finale dello scontro)

Dopo circa un’ora di tregua lo scontro riprende in tutta la su violenza verso le 1600. Il III corpo é ormai giunto a Olengo. La divisione di testa attacca con tutti i sette battaglioni supportato dai resti del II corpo. Solo all’arrivo dei rinforzi del 6°reggimento Cacciatori della brigata Guardie e del 7°reggimento della brigata Cuneo (entrambi appartenenti alla divisione di riserva)anche questo ennesimo attacco è arginato.

Anche se il distacco degli elementi della divisione di riserva si rivela  provvidenziale, il generale maggiore polacco si era così privato dell’ultima significativa massa di manovra che gli restava per un’eventuale controffensiva.

Alle 1700 il maresciallo Radetzky lancia un nuovo decisivo attacco coordinando la rimanente divisione del II corpo e il IV corpo che ora giunto al ponte dell’Agogna.

A questo punto il generale Chrzanowski lancia un’ultima disperata quanto tardiva controffensiva ordinando alla 2ª divisione, supportata dalla prima di convergere sulla Bicocca.

Il  generale Bes guida questa manovra in prima schiera alla testa delle brigata Composta e del reggimento Piemonte Cavalleria. Le forze piemontesi varcano il cavo Dassi e prendono Torrione Quartara già in mano austriaca, ma devono retrocedere a causa della pressione del sopraggiunto IV corpo austriaco sulla 1ª divisione piemontese.

Alle 1800 circa anche i primi elementi del corpo di riserva sono giunti a Olengo. Il comando supremo austriaco lancia quindi l’ultimo decisivo attacco  sulla Bicocca dopo una massiccio fuoco d’artiglieria, con una forza di ben 25 battaglioni! La linea piemontese vacilla e infine arretra: la Bicocca è persa. Grazie al frenaggio del 3° reggimento fanteria con alla testa il duca di Genova, la sinistra piemontese può sfilare su Novara. Sulla destra piemontese, seriamente minacciata dal IV corpo, la ritirata è coperta dal 1° reggimento granatieri della brigata Guardie, che si attesta sul cavo Dassi.

 


8.     Il significato storico di Novara

La  seconda campagna della prima guerra d’indipendenza era durata solamente 4 giorni a fronte di 8 mesi di preparazione e si era rivelata una sonora disfatta per il regno di Sardegna.

La sera stessa del 23 marzo Carlo Alberto, convoca il consiglio di guerra e dichiara di abdicare in favore di suo figlio Vittorio Emanuele II (suo figlio primogenito, fino a quel momento Duca di Savoia e comandante della divisione di riserva). Dopo tante oscillazioni ed incertezze Carlo Alberto aveva trovato la sua realizzazione nel movimento nazionale italiano pur senza comprenderlo appieno e di conseguenza saperlo guidare.

Il generale maggiore Chrzanowski passò alla storia come uno dei principali responsabili della sconfitta. Effettivamente durante tutta la compagna non ebbe mai chiara la situazione del nemico e la sua completa sfiducia nelle forze a sue disposizione si tradussero in una condotta titubante e passiva.

 Ciò nonostante, la prima guerra d’indipendenza era stata una formidabile fucina dove si erano consacrati eroi che entrarono nell’immaginario collettivo e furono fonte di ispirazione per le future generazioni. Si pensi al generale Perrone (comandante della 3ª divisione Piemontese) e al generale Passalacqua (comandante della brigata Piemonte) che  combatterono strenuamente e diedero la vita durante la battaglia di Novara. Oppure agli stessi duca di Savoia e duca di Genova (secondogenito del re) che ben figurarono in guerra e accrebbero di molto la loro popolarità. Si formarono inoltre i futuri comandanti e si crearono le basi per un moderno esercito nazionale. Per esempio vale la pena citare il Generale Manfredo Fanti (che prese da Ramorino il comando della divisione Lombarda) ed dell’allora colonello Enrico Cialdini (comandante del 23° reggimento fanteria durante la prima guerra d’indipendenza). Entrambi accumunati da una formazione militare estera (franco-spagnola il primo e portoghese-spagnola il secondo). Il  Fanti darà un contributo fondamentale nella riorganizzazione dell’esercito sabaudo e avrà una brillante carriera come militare e politico. Lo stesso vale per Cialdini, noto come il generale di ferro, che avrà poi un ruolo fondamentale, anche molto contestato per l’eccessiva violenza, nella repressione del fenomeno del brigantaggio.

 Nell’ immaginario collettivo italico si stava cominciando a formare una coscienza nazionale, la quale vedeva nel piccolo stato piemontese, che aveva condotto un’ impari lotta contro           l’impero austro-ungarico, il suo paladino.  La sconfitta di Novara gettava quindi  i presupposti per i decisivi trionfi di dieci anni dopo.

 

*Dottore, Frequentatore del Master di 1° Livello in STORIA MILITARE CONTEMPORANEA 1796 – 1960, Anno Accademico 2018-2019

 

Bibliografia

·       Piero Pieri, Storia militare del Risorgimento, Toriuno,  Giulio Einaudi editore, 1962.

·       Paolo Cirri, La battaglia di Novara del 23 marzo 1849(la storia e i luoghi),  Interlinea edizioni, 1999

·       Stefano Apostolo, “Novara resterà indimenticabile per ciascuno di noi”. La battaglia del 23 marzo 1849 vissuta tra le linee austriache, , Interlinea Edizioni 2016

·       Paolo Cirri, Luigi Polo Frz, La battaglia di Novara del 1849 nei giornali dell’epoca, Interlinea Edizioni, 2010

·       APP-6(C)Nato joint military symbology, 2011

 

 

 

 

 

giovedì 20 maggio 2021

La battaglia di Novara Iconografia Seconda Parte

 


4 Movimento austriaco verso Novara 


5 Fase iniziale scontro di Novara


6 Fase finale dello Scontro di Novara

lunedì 10 maggio 2021

La battaglia di Novara Iconografia Prima Parte


1 dislocazione iniziale e forzamento del fiume Ticino


2 Fase Iniziale della avanzata austriaca



 3 La battaglia della Sforzesca e di Mortara