L'Ultima difesa pontificia di Ancona . Gli avvenimenti 7 -29 settembre 1860

Investimento e Presa di Ancona

Investimento e Presa di Ancona
20 settembre - 3 ottbre 1860

L'Ultima difesa pontificia di Ancona 1860

L'Ultima difesa pontificia di Ancona 1860
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Onore ai Caduti

Onore ai Caduti
Sebastopoli. Vallata di Baraclava. Dopo la cerimonia a ricordo dei soldati sardi caduti nella Guerra di Crimea 1854-1855. Vedi spot in data 22 gennaio 2013

Il combattimento di Loreto detto di Castelfidardo 18 settembre 1860

Il combattimento di Loreto detto di Castelfidardo 18 settembre 1860
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La sintesi del 1860

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Il combattimento di Loreto, detto di Castelfidardo 18 settembre 1860

Il Volume di Massimo Coltrinari, Il Combattimento di Loreto detto di Castelfidardo, 18 settembre 1860, Roma, Edizioni Nuova Cultura, 2009, pagine 332, euro 21, ISBN 978-88-6134-379-5, è disponibile in
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sabato 1 agosto 2015

La Campagna nelle Marche. 11 -29 settembre. I Parte

1.     PREMESSA.
Si possono comprendere e narrare le fonti primarie e le altre testimonianze solo attraverso una rigido adempimento di un metodo stabilito, che consiste nell’osservazione, nell’accertamento e nell’interpretazione dei fenomeni storici. Il metodo storico quindi deve essere impiegato come metodo di ricerca e di approfondimento per capire, come nel caso in esame, l’unità della Nazione ed i fatti che la permisero.
a.     Avvenimento oggetto di studio.
Il tema della presente trattazione è la campagna d’invasione nelle Marche e nell’Umbria (Scontro di Castelfidardo e Battaglia di Ancona), svoltasi dall’11 settembre al 3 ottobre del 1860. Per comprendere questo, come ogni altro evento storico rilevante (si pensi alla battaglia di Canne, 216 a.C.), è necessario approfondire tutti gli avvenimenti del Risorgimento che vanno dal 1846-48, la Repubblica Romana del 1849, la II guerra d’Indipendenza del 1860, la battaglia del 1866 come III guerra d’Indipendenza, fino alla presa di Roma (20 settembre 1870), vale a dire la formazione del moderno Stato unitario italiano.
Tali avvenimenti sono alla base dell’identità nazionale e dell’attuale modo di concepire lo Stato.
b.    Limiti di tempo e di spazio.
Il 1860 è stato giustamente definito l’anno mirabilis del Risorgimento italiano: in gennaio Cavour torna a guidare il governo sabaudo, nell’Italia centrale le insurrezioni di matrice mazziniana cacciano i governi fedeli ai principi della Restaurazione, l’Emilia e la Toscana votano plebiscitariamente l’annessione al Piemonte, Garibaldi conquista la Sicilia e, risalendo in breve tempo le Calabrie, il 7 settembre fa il suo ingresso a Napoli. Tale è, altresì, considerato per i successi ottenuti dalle forze sarde nello svolgimento della campagna dell’Umbria e delle Marche.
L’area dove si svolgono gli avvenimenti in esame comprende le attuali province di Ancona e Macerata.
c.     Scopi e criteri.
L’assedio di Ancona del 1860 può essere considerato come la prima operazione interforze del costituendo Regno d’Italia. La presa della piazzaforte d’Ancona è forse uno dei pochi esempi nella storia delle Forze Armate italiane di tutto l’800 e di gran parte del ‘900, in cui si ritrova unità di comando, coordinazione delle intelligenze e cooperazione di tutte le componenti delle forze impegnate in campo, siano esse  terrestri (artiglieria, fanteria e cavalleria), che navali.
Tale campagna (1860) è fondamentale per comprendere e interpretare i successivi avvenimenti del 1866 che rappresentano, invece, l’esempio opposto. La mancanza di coordinazione e di unità di intenti, tra il generale Cialdini e il generale La Marmora, comporta la sconfitta del 24 giugno a Custoza, sebbene la tradizione unitaria italiana, non la ricordi come tale, in quanto l’Esercito Sardo aveva ottenuto la vittoria nelle fasi iniziali. Nella realtà dei fatti la tragedia di Custoza vede la colonna del generale Govone mettere in fuga l’Arciduca Alberto d’Asburgo e ridurre gli austriaci alla ritirata, ma il generale Morozzo della Rocca, non avendo ricevuto l’ordine superiore non consente all’Esercito Italiano di sfruttare il successo iniziale per inseguire gli austriaci e sconfiggerli. Gli stessi, vedendo un movimento retrogrado di alcuni carreggi piemontesi, pensano che gli italiani si stiano ritirando e perciò tornano indietro costringendo quest’ultimi ad arretrare oltre il Mincio.
È d’obbligo a questo punto fare alcune precisazioni poiché, spesso nelle fonti primarie,  vi è una differenza tra teoria e pratica. Senza voler fare revisionismi, né mettere in discussione ciò che è la realtà, è necessario considerare che, se si vuole studiare correttamente il Risorgimento d’Italia, è doveroso rivedere molte delle acquisizioni che la tradizione ci ha tramandato, ricordando che, all’indomani delle principali tappe del 1849, del 1859 e del 1860, vengono ottenuti solo dei successi parziali nella costituzione dello Stato unitario.
Cavour, soprattutto dopo il 1860, ha il prioritario obiettivo di rafforzare il costituendo Stato, piuttosto che procedere all’acquisizione di nuove terre. Per tale motivo, il Cancelliere non condivide la Spedizione dei Mille, considerando il Meridione quasi una terra estranea all’Italia. Cavour è preoccupato dall’acquisizione della Lombardia avvenuta nel 1859 e da quella dell’Italia centrale (Toscana, Emilia e Romagna) dovendo procedere all’integrazione di questi Stati nel ceppo Piemontese e nel Regno di Sardegna. Ciò rappresenta non solo la priorità, ma anche un difficile problema, che può minare l’Unità stessa della Penisola. È pertanto necessario dare delle disposizioni di carattere categorico: da qui è scaturita la storiografia rinascimentale italiana che doveva essere funzionale a costruire l’Italia unita sia come Stato, sia come Nazione. Oggi, a 150 anni di distanza, si potrà dire ciò che realmente è avvenuto e comprendere come i Pontifici abbiano conseguito il successo nel 1860 a Castelfidardo, guardando semplicemente al piano d’operazioni.
2.     I BELLIGERANTI E LE ORIGINI DEL CONFLITTO.
a.     I belligeranti.
I principali belligeranti della campagna nelle Marche e nell’Umbria sono il Regno di Sardegna e lo Stato Pontificio.
b.    Le origini del conflitto.
La II Guerra d’Indipendenza ha inizio nel 1859, prosegue con la campagna nelle Marche e nell’Umbria dell’anno successivo e si conclude con la proclamazione del Regno d’Italia nel 1861.
Tra gli avvenimenti più importanti si devono ricordare gli accordi segreti di Plombières con Napoleone III in funzione antiaustriaca, l’intervento della Francia e le Battaglie di Solferino e San Martino che segnarono, tra l’altro, la nascita della Croce Rossa ad opera dello svizzero Henry Dunant[1].
L’armistizio di Villafranca (11 luglio 1859), voluto da Napoleone III, timoroso di una reazione prussiana sul Reno, mentre l’esercito è interamente impegnato in Italia[2], provoca le dimissioni di Cavour che è poi richiamato dal Re già il successivo 20 gennaio 1860, dopo una breve parentesi di La Marmora.
Il 27 aprile 1859 il granduca Leopoldo II lascia Firenze e viene sostituito dal Governo Provvisorio Toscano; parallelamente, i Ducati di Parma e Modena, le Legazioni (Bologna e le città dell’Emilia e della Romagna) si staccano dallo Stato Pontificio e formano la Lega dell’Italia Centrale, che sarà annessa al Regno di Sardegna solo con i plebisciti dell’11 e del 12 marzo 1860.
Le Forze Armate dell’Italia centrale sono poste sotto il comando del generale Manfredo Fanti a Firenze e del suo vice, il generale Giuseppe Garibaldi, a Rimini. Questi concepisce, tra il dicembre 1859 ed il gennaio 1860, un’azione su Ancona con l’intento di dirigersi a Roma, immediatamente bloccata fermamente dal Fanti. L’obiettivo di Garibaldi sarà il fulcro intorno cui ruoteranno tutti gli avvenimenti del 1859-60: il Partito d’Azione Rivoluzionario vuole recarsi a Roma per abbattere il potere temporale dei papi, mentre il governo sabaudo è più prudente, se non addirittura contrario all’iniziativa e agisce per ritardarla. Il fermo veto di Fanti e il mancato appoggio di Cavour e delle Grandi potenze costringono Garibaldi a dimettersi.
Il piano sarà poi ricalcato, nelle sue linee d’azione, dal IV Corpo d’Armata del generale Cialdini quando da Cattolica muoverà su Ancona pochi mesi dopo.
Intanto a Torino si progetta come portare avanti l’unificazione della Penisola il cui  passo successivo è rappresentato dall’invasione dell’Italia centrale.
È importante ricordare che le decisioni del Risorgimento italiano vengono prese nelle logge massoniche che fanno capo alla Massoneria Universale, al cui vertice è posta, a quel tempo, la Regina d’Inghilterra.
È infatti la comune appartenenza alla Massoneria, il principale collegamento tra Vittorio Emanuele, Garibaldi e i grandi nemici Cavour e Mazzini, uno conservatore e l’altro progressista. Questi quattro uomini, sebbene siano massoni e accomunati dall’ideale della Dea Ragione, frutto della rivoluzione francese, hanno idee completamente diverse sul piano politico, per quanto concerne le linee d’azione per giungere all’Italia unita.
È necessario comprendere che tutti gli avvenimenti del 1860 potranno realizzarsi solo con il benestare dei Grandi del tempo (Austria, Francia e Inghilterra). Garibaldi e i principali esponenti del Partito d’Azione ottengono, infatti, dalla Cancelleria piementose, che auspica per loro la medesima fine del Pisacane, il consenso politico per lo svolgimento della Spedizione nel Meridione[3].
La spedizione dei Mille, autorizzata dal governo sabaudo, ha il principale obiettivo di allontanare Garibaldi ed impedirgli di portare avanti ulteriori azioni nel centro Italia. L’iniziativa garibaldina, contrariamente a quanto auspicato da Cavour, ha successo, ancorché il contingente parta, il 4 maggio da Quarto, armato solo di vecchi fucili e privi di munizioni e polvere da sparo. Dopo una breve sosta a Talamone, determinata dalla necessità di rifornirsi di munizioni, Garibaldi giunge l’11 maggio 1860, sotto la protezione della Flotta del Persano e di quella inglese, sulle coste siciliane e sbarca a Marsala. Il 15 maggio 1860, in località Pianto Romano, a poca distanza dall'abitato di Calatafimi, i Mille si trovano di fronte otto battaglioni Cacciatori ed altre truppe borboniche al comando del generale Landi[4]. Il primo attacco, dai piedi della collina, è portato dai trenta Carabinieri genovesi armati di carabina, per colpire gli ufficiali avversari e quindi scardinare l’azione di comando (azione che sarà ripetuta anche a Castelfidardo). Ma la sorte non sembra essere favorevole alle “camicie rosse”, lo stesso Bandi, segretario di Garibaldi, gravemente ferito, si aspettava il colpo di grazia da parte delle forze borboniche.
Verso le cinque di sera, dopo aver respinto ripetuti assalti da parte delle ben preparate e meglio armate truppe borboniche, i garibaldini, praticamente sconfitti, si preparano a ripiegare, quando il generale Landi dà ordine alle truppe borboniche di fare ritorno agli acquartieramenti. I contadini, che assistono dalle colline all’andamento della battaglia, vedendo i borbonici “ritirarsi” e quei pochi garibaldini superstiti avviarsi verso la cima della collina, decretano la vittoria di Garibaldi e si uniscono quindi alle sue truppe.
La campagna di Garibaldi nel Meridione procede favorevolmente al contrario delle aspettative della Cancelleria torinese. In quei primi giorni di operazioni Giuseppe Garibaldi assume la dittatura della Sicilia in nome di Vittorio Emanuele con l’Editto di Salemi, facendone la prima capitale del Regno d’Italia, anche se per un sol giorno. La presa di Palermo del 27 maggio, attraverso il Ponte dell’Ammiragliato, segna il primo vero successo militare della Spedizione dei Mille e pone le basi per la conquista di tutta l'Italia Meridionale. Nella battaglia di Palermo i trentamila Borbonici restano nelle Caserme e i 2200 Garibaldini non trovano praticamente resistenza, in quanto l’anziano generale Lanza credendoli attestati a Corleone non da l’ordine ai soldati di intervenire. Il Bandi descrive nelle sue pagine la campagna di Sicilia ed i rapporti esistenti tra il console inglese, la flotta inglese, la massoneria ed i proprietari inglesi che vogliono l’allontanamento dei Borboni ostili ai loro commerci (si pensi che il vino marsala, era  ricercatissimo sulle tavole di Londra).
La sconfitta delle truppe borboniche il 20 luglio a Milazzo e la neutralizzazione di Messina, pongono i presupposti per dare inizio ai preparativi di passaggio sul continente. La Sicilia è dunque conquistata, il 3 settembre 1860 l’esercito di Garibaldi attraversa lo Stretto ed il Generale giunge a Napoli il 7 settembre in carrozza e senza scorta.
Ai napoletani plaudenti su via Toledo Garibaldi comunica che non si fermerà a Napoli, ma vuole immediatamente proseguire per raggiungere il suo principale obiettivo, la presa di Roma.
Allo stato dei fatti, il reale pericolo per il progetto cavouriano è rappresentato dall’azione di Garibaldi.
3.     LA SITUAZIONE GENERALE.
  1. Le Istituzioni militari pontificie (1849-1860).
Fin qui è stato rappresentato il quadro generale, ma è tuttavia necessario comprendere anche chi siano gli antagonisti della Cancelleria sabauda. A Roma vi è naturalmente il papa Pio IX, le cui istituzioni militari pontificie dal 1849 al 1860 sono state profondamente ristrutturate. La Repubblica Romana è tramontata, sono ritornati i cardinali tra cui i della Gancia che restaurano il potere temporale dei papi e con 8000 uomini ricostituiscono l’Esercito pontificio. Esso si trasforma prima nel 1850 con i Veliti pontifici, diventati poi gendarmi e, ancora, nel 1852 con la riforma Kellerman, che mette a punto un esercito pienamente capace di svolgere l’incarico più importante: mantenere l’ordine pubblico e tenere testa ad ogni rivoluzione. Quindi, nel 1860 si costituisce il cosiddetto esercito di de La Moriciere[5], che combatterà a Castelfidardo, successivamente ristrutturato dal de Merode[6].
Dopo gli eventi della campagna delle Marche e dell’Umbria è necessario ricordare la battaglia di Mentana (3 novembre 1867), dove le truppe pontificie al comando del generale Kanzler sconfiggono i garibaldini, assicurando altri tre anni di vita allo Stato pontificio. È in tale contesto che si colloca la vicenda, raccontata nelle pagine del Bandi, dei fucili Chassepot[7], utilizzata per nascondere invece la sconfitta dell’esercito garibaldino. Il Chassepot è un fucile a retrocarica ad ago di prima generazione, che tuttavia riusciva a sparare solo due salve, dopodiché l’ago si deformava, tanto che fu ritirato qualche mese dopo. Tali fucili, inoltre, non diedero bella prova nemmeno nel 1870 contro i tedeschi durante la campagna di Sedan.
L’esercito del Kanzler è infine sciolto il 21 settembre 1870 con la solenne benedizione papale in piazza San Pietro. Da allora restano solo i 147 elementi della Guardia Svizzera, risalenti a papa Giulio II, la Guardia Nobile e la gendarmeria. Ancor oggi, infatti, lo Stato pontificio ha le proprie forze armate che mantengono le tradizione dell’Esercito pontificio e di cui viene conservata memoria presso il museo di San Giovanni in Laterano.
(1)  L’esercito del de La Moriciere.
L’esercito di de La Moriciere[8] che va dall’8 aprile al 3 ottobre del 1860, termine della campagna in esame, è organizzato su tre brigate operative ed una brigata di riserva, ma soprattutto si incardina su di un dispositivo stanziale basato su gendarmerie e piazzeforti, le cui principali sono Roma ed Ancona. Roma è logicamente la sede, mentre Ancona garantisce i collegamenti con Trieste e l’Austria. Il dispositivo si compone anche di piazze di seconda classe, come quella di Castel Sant’Angelo a Roma, e quelle presso le principali città dell’Umbria e delle Marche, che garantiscono il punto di appoggio per la manovra ed il sostegno logistico delle brigate operative.
Il de La Moriciere l’8 aprile 1860, con il patrimonio del de Merode istituisce cinque battaglioni bersaglieri procedendo al reclutamento soprattutto di croati, sloveni e tedeschi perché animati da un forte sentimento anti-italiano. Queste unità reclutate al doppio del soldo, dal Nunzio a Vienna e dal co-nunzio a Trieste vengono imbarcate alla volta di Ancona e, quindi, instradate verso Foligno o Perugia. Il de La Moriciere riesce a costituire, nel giro di tre mesi, cinque battaglioni bersaglieri di cui uno prenderà poi parte allo scontro di Castelfidardo. Istituisce, altresì, il corpo dei tiragliatori franco-belgi che diventerà poi il battaglione degli zuavi pontifici. Questi sono dei legittimisti francesi e belgi (spesso nobili di nascita) che combattono per il Papa, ma non volendo entrare nel reggimento esteri si danno ordinamento in un distinto battaglione, che il 1° gennaio del 1861 adotta l’uniforme zuava, che ricorda poi quella francese e coloniale. Le truppe pontificie hanno tra le proprie file anche il battaglione San Patrizio, composto da volontari provenienti dall’Irlanda, spinti dall’estrema povertà che impone, quale alternativa all’emigrazione in America, la possibilità di arruolarsi nell’Esercito del Papa. La loro uniforme non ha zaino e buffetterie, ma dei larghi pantaloni dove si ripone l’occorrente.
Un’unità d’eccellenza dell’Esercito pontificio è il battaglione Carabinieri svizzeri, specializzato nel tiro di precisione con la carabina i cui componenti sono reclutati con gli stessi metodi della Guardia Svizzera. I Carabinieri pontifici sono elementi eccellenti, come dimostrato a Castelfidardo, che risultano fondamentali per il conseguimento del successo nella prima parte dei combattimenti. In ultimo, le Guide di de La Moriciere, cavalleria composta da nobili, costituita da  circa 80 elementi che si muove con tutto l’equipaggiamento al seguito.
L’esercito pontificio è strutturato per contenere la rivoluzione, come dimostra l’episodio delle stragi di Perugia[9], e quindi esercitare pienamente il controllo del territorio.
(2)  I Capi dell’esercito del de La Moriciere.
I protagonisti sono il de La Moriciere stesso ed il generale G. de Pimodan ex colonnello francese, sepolto a San Luigi dei Francesi. Morto a Castelfidardo nell’ottobre del 1860, è divenuto il simbolo e il martire della difesa dei diritti della Chiesa contro la rivoluzione, la massoneria e i nemici di Pio IX.
4.     LA SITUAZIONE PARTICOLARE.
  1. La battaglia delle Grotte di Castro (19 maggio 1860).
Ne corso della spedizione dei Mille, Garibaldi contravvenendo agli ordini di Mazzini e soprattutto del Controllore piemontese, sbarca a Talamone un contingente di 60 rivoluzionari che, al comando dello Zanbianchi, reduce della Repubblica Romana e animato da un forte sentimento anticlericale, tenta di portare la Rivoluzione nello Stato Pontificio e direttamente nel Lazio. I 60 garibaldini, grazie ad ottime informazioni, vengono individuati e attaccati dalla brigata del de Pimodan alle Grotte di Castro il 19 maggio 1860 e, nel giro di tre ore, vengono inseguiti e circondati. Durante gli scontri con le forze regolari pontificie vengono uccisi 19 uomini, mentre gli altri riguadagnano il confine, ma vengono poi arrestati e condotti in fortezza a Bardonecchia dalle truppe sarde su ordine del Governo piemontese. Tale episodio dimostra che l’Esercito pontificio è ben preparato e addestrato alla difesa dello Stato ed al controllo del territorio, ma soprattutto eccelle nella lotta contro rivoluzionaria.
  1. I protagonisti.
Pio IX[10], dei Mastai Ferretti (1792-1878), nato a Senigallia e legato alle famiglie marchigiane dei Castelferetti, già in giovane età è iscritto alla massoneria, ma per volere della famiglia viene mandato in seminario. Fu eletto Papa in quanto il vero candidato, il cardinale Tommaso Gizzi[11]non giunse in tempo per il conclave”.
Il Conclave decise allora per l’elezione del cardinale Mastai nella convinzione che fosse dotato di scarsa personalità e potesse essere facilmente condizionabile. Tale convinzione, invece, si rivelò ben presto errata. Il rapporto di Pio IX con il regno delle due Sicilie di Francesco II può dirsi formidabile e molto stretto, difatti, quando il Papa si rifugia a Gaeta dal 1848 al 1850 è lo stesso Francesco II che lo protegge.
Ma la vera “anima nera” del governo pontificio in quel tempo è il cardinale Giacomo Antonelli[12] che rappresenta la Chiesa del passato che si scontra con la realtà del presente. Il cardinale Antonelli è una figura estremamente significativa del tempo e degli avvenimenti che seguirono.
Sul fronte opposto c’è il generale Manfredo Fanti (1806-1865), fondatore dell’Esercito Italiano, che mise la firma sul decreto che trasformava l’Armata sarda in Esercito Italiano il 4 maggio 1861. Il Fanti si è formato sui campi di battaglia, dopo le sommosse del 1832 a Modena, con Cialdini, Durant ed altri prende parte alle guerre spagnole. Un’altra figura centrale del Risorgimento italiano è il generale Enrico Cialdini[13], già colonnello dell’esercito pontificio, ferito a Cornuda, nel 1849 entra a far parte dell’Esercito sardo, comandante del 23° Reggimento a la Cava[14] (20 marzo 1849) resiste allo stremo, ma alla fine è circondato e si arrende.
È interessante notare come la vita militare di questi personaggi del Risorgimento italiano sia caratterizzata dai medesimi problemi operativi (mancanza di informazioni sui movimenti e le posizioni del nemico), logistici (scarsità di risorse) e soprattutto di carenza di bilancio, che oggigiorno assillano le F.A. italiane. Le lettere di questi Ufficiali dimostrano come hanno affrontato i loro problemi e li hanno risolti, rappresentando un riferimento anche per le situazioni attuali.
I veri protagonisti di queste vicende, le figure di riferimento del Risorgimento italiano, che tengono le file sia politiche, che militari sono il re Vittorio Emanuele II, Cavour, Mazzini e Garibaldi che, nonostante l’iconografia popolare voglia veder agire per un unico scopo in qualità di “Padri della Patria”, sono in sostanza perennemente in lotta tra loro, animati sia da scopi ed intenti spesso contrastanti, sia da rivalità ed antipatie personali.
  1. Avvenimenti e provvedimenti in vista del conflitto.
È opportuno, tuttavia, comprendere quali siano i processi decisionali che portano all’Unità d’Italia e all’avvio della campagna delle Marche e dell’Umbria del 1860.
I protagonisti, a dispetto delle profonde rivalità e delle diverse prospettive politiche, sono accomunati dall’obiettivo politico-militare di ricondurre l’intera Penisola sotto un’unica Autorità governativa e, quindi, di eliminare il potere temporale del Papa che grava sulla collettività dell’Italia centrale.
Il Cavour, nella sua visione politica di costruzione dell’Unità nazionale, è restio ad intraprendere azioni nel centro Italia e nell’Umbria in particolare. Il suo timore è che un’ulteriore annessione dei territori dell’Italia centrale possa compromette l’equilibrio dell’intero progetto e farlo definitivamente naufragare. Di contro, Mazzini è dell’idea opposta, preme affinché la Rivoluzione venga portata ovunque dal Partito d’Azione, nella convinzione che la spinta destabilizzante agevoli i progetti di unificazione dello Stato. Garibaldi, da uomo d’azione quale è, preme per riprendere le operazioni, ma viene di fatto distratto dal centro Italia con la Spedizione dei Mille nel Mezzogiorno. Infine, il re Vittorio Emanuele II, quale elemento centrale di riferimento, si trova nella difficile condizione di dover gestire la situazione sia per dare coerenza alle molteplici azioni, sia perché tutti i personaggi agiscono per suo nome e conto.
Per Cavour e, quindi il Re, i progetti di Mazzini e Garibaldi possono mettere in discussione gli equilibri dell’intera Europa, soprattutto un’eventuale costituzione di una repubblica di stampo “mazziniano” al centro del Mediterraneo è uno scenario assolutamente non accettabile dalle principali Potenze (Inghilterra, Francia e Austria). Questo rappresenta il punto centrale della questione a quel tempo. Il progetto di Mazzini e Garibaldi, quest’ultimo già arrivato a Napoli con i Mille, prevede di entrare a Roma, rovesciare il papato e ricostituire una repubblica sul modello di quella Romana del 1849. È opportuno ricordare che la Repubblica Romana è stata caratterizzata da una costituzione assolutamente innovativa per l’epoca: consentiva, ad esempio, il diritto di voto alle donne, il divorzio e l’aborto.
Di fronte a questo pericolo reale, rappresentato dalle idee e dalle azioni del Mazzini e Garibaldi, le grandi Potenze devono intervenire per non vedere compromesso lo status quo. L’Austria, tuttavia, affronta pesanti problemi in Oriente ed in Romania, la Francia è scossa al suo interno per le lotte tra Conservatori, Cattolici e Progressisti e l’Inghilterra, da ultima, non è in una situazione migliore. La Guerra Civile Americana (1860-65) vede, altresì, impegnate fortemente sia la Francia, che l’Inghilterra nel tentativo di riguadagnare una certa influenza sul continente americano. In questo quadro generale alquanto instabile si inserisce, appunto, anche la situazione italiana che fino ad allora non ha posto particolari preoccupazioni ai principali Attori dell’epoca.
L’occasione comunque viene colta da Napoleone III che, a causa delle tensioni interne con i Cattolici, intravede un’opportunità per ridimensionarne il potere in Francia e indebolire il potere di Pio IX. La proposta di Cavour di agire nel centro Italia è l’occasione favorevole per ridurre lo stato della Chiesa al solo Patrimonio di San Pietro (Lazio), ma contemporaneamente di sfruttare la situazione per obbligare il Papa a intervenire in suo favore e contenere i Cattolici in Francia. La Cancelleria sabauda, parimenti, deve entrare nelle Marche e nell’Umbria per raggiungere il Meridione e porre un freno a Garibaldi che intanto sta risalendo vittorioso la Penisola. Le Grandi potenze hanno, infatti, necessità di ricondurre la Rivoluzione mazziniana in un alveo più moderato e conservatore per non destabilizzare l’intera Penisola e la situazione esistente.
L’unico in grado, al momento, di intervenire in Italia centrale è Cavour che può disporre dell’esercito di Vittorio Emanuele II. L’Austria da parte sua si trova in una situazione d’impasse: un intervento contro il Regno di Sardegna significherebbe riaprire il fronte sul Mincio (I Guerra d’Indipendenza), contrariamente lasciare mano libera a Cavour equivarrebbe ad offrirgli l’opportunità di conquistare l’Italia centrale.
L’Inghilterra, dal canto suo, non gradisce la costituzione di una repubblica  progressista nell’alveo europeo, ma potrebbe accogliere favorevolmente un ridimensionamento dell’influenza francese ed austriaca nella penisola italiana e la costituzione di uno Stato unitario guidato dal massone Cavour e da Vittorio Emanuele II più facilmente controllabile. Il principale e forse unico obiettivo dell’Inghilterra è rappresentato dalla necessità di mantenere la propria libertà sulle rotte commerciali del Mediterraneo e, con un’Italia unita e amica, di fatto potrebbe esercitare il controllo su tali rotte marittime.
Alla fine di agosto del 1860, una delegazione del Regno di Sardegna composta dal generale Cialdini e dal generale Farini si reca a Chambery, per incontrare Napoleone III e metterlo a conoscenza dell’intenzione di scendere in bassa Italia e ricondurre Garibaldi sotto il controllo della politica del Cavour, impedendogli di fatto di giungere a Roma. Con tale progetto il Cavour propone la creazione di un grande Stato italiano legato alla Francia, in considerazione della gratitudine per l’intervento a proprio favore. Napoleone III, a cui piace la proposta piemontese, tuttavia si vede costretto a non accettare a causa delle forti pressioni avanzate dal partito Cattolico rappresentato dalla moglie che interferisce con la politica dell’Imperatore. In tale occasione comunque Napoleone III, pur non potendosi esprimere a favore dell’iniziativa non la contrasta e, di fatto, autorizza tacitamente l’azione del Regno di Sardegna[15]. In tale frangente il Cavour, ricevendo le rassicurazioni di non intervento di Francia e Austria, ha di fatto mano libera nelle Marche e nell’Umbria, per andare incontro a Garibaldi e impedirgli di portare a termine la propria campagna nel Sud d’Italia.

  1. I piani operativi.
Importante per comprendere lo svolgimento degli eventi è guardare agli atteggiamenti della diplomazia pontificia. PIO IX e il cardinale Antonelli non sembrano intuire la gravità della situazione, anzi sono convinti che la principale minaccia provenga dalla campagna di Garibaldi nel Sud d’Italia e che, in caso di una invasione da parte dell’esercito di Vittorio Emanuele II, la Francia intervenga a loro favore. A tal proposito, anche il de La Moriciere è convinto che il pericolo maggiore provenga dalla bassa Italia e lo dimostra il fatto che il grosso del dispositivo militare pontificio sia schierato ed orientato a Sud.
I francesi sono disposti all’interno del Patrimonio di San Pietro, il de La Moriciere con le tre Brigate operative sull’asse Terni–Spoleto–Foligno ed il de Courten su Ancona per mantenere i collegamenti marittimi con Trieste e l’Austria. Sul fronte Nord dello Stato pontificio invece non c’è praticamente nulla.
Nel gioco delle grandi Potenze il Regno di Sardegna ottiene il sostanziale via libera per invadere l’Italia centrale e scendere nel Meridione.
Cavour rimane comunque molto scettico, se non contrario, sull’opportunità di dare corso all’iniziativa nelle Marche e nell’Umbria, ma il Re si impone e affida il comando dell’Esercito al generale Fanti con l’ordine di preparare il piano di invasione che comprende anche l’obiettivo occulto di fermare Garibaldi.
Il 7 settembre 1860, per il tramite del Conte della Minerva, è inviato da Torino un ultimatum a Roma, che, a causa di una tempesta nell’alto Tirreno, giunge il giorno successivo e viene immediatamente respinto dal Antonelli.
Sono giorni estremamente difficili per il Cancelliere piemontese. Gli ambasciatori di Russia, Francia, Austria e Inghilterra vengono ritirati da Torino lasciando, almeno per alcuni giorni, il Regno di Sardegna formalmente isolato diplomaticamente. Ciò fa temere la Cancelleria piemontese che ci sia un cambiamento di fronte delle Potenze europee e, quindi, che venga a mancare il promesso appoggio politico all’iniziativa piemontese. Contestualmente al rifiuto dell’ultimatum da parte dell’Antonelli, due reggimenti francesi si imbarcano a Tolone l’8 settembre. Tale evento è differentemente interpretato dai due protagonisti. Per l’Antonelli, Napoleone III viene in soccorso, mentre per il Cavour significa che la Francia mantiene le promesse date, assicurandosi esclusivamente che il Lazio resti a Pio IX.
Il piano di invasione piemontese prevede lo schieramento di due Corpi d’Armata sardi nella Romagna esattamente nell’area ad Ovest di Rimini per muovere verso Ancona secondo due direttrici parallele. La prima esterna, con il IV Corpo d’Armata al comando del generale Cialdini, marcia lungo la costa adriatica; quella interna, del V Corpo d’Armata, al comando del generale Enrico Morozzo della Rocca, secondo l’ordine di Fanti, marcia verso Perugia lungo l’asse San Sepolcro, Foligno, Perugia, Spoleto, Terni, cioè lungo l’asse dove era schierato l’Esercito pontificio.
Il generale Fanti, comandante delle truppe piemontesi, si ripromette di muovere con il IV Corpo d'Armata (la sinistra) lungo l'Adriatico, per attirare il nemico verso Ancona. Il V Corpo (la destra) deve intanto avanzare verso la valle del Tevere e tagliare la ritirata su Roma all'esercito pontificio che, in tal modo, sarebbe costretto a dare battaglia in condizioni di netta inferiorità numerica. Per tale motivo, nella convinzione che l’Esercito pontificio rimanga schierato in Umbria per mantenersi alle spalle la base logistica della piazza di Roma, viene dato, nell’assegnazione delle forze, maggiore peso al V Corpo d’Armata. Questo rappresenta uno dei primi errori di valutazione strategica dell’Esercito piemontese, a cui purtroppo ne seguono altri di natura tattica, sebbene l’esito della campagna risulterà favorevole al Regno di Sardegna.
La Reale flotta Sarda, al comando dell’ammiraglio Carlo Pellion di Persano, si deve portare di fronte ad Ancona per imporre il blocco del porto e condurre cannoneggiamenti contro la piazzaforte. Il Persano sarà poi il protagonista della battaglia di Lissa (1866) che lo vedrà soccombere alla flotta austriaca, principalmente a causa della scarsa amalgama della neo costituita flotta del Regno d’Italia con quella ex-pontificia e quella ex-borbonica al comando dell’ammiraglio Artun.
  1. Le forze in campo.
Le forze Sarde, che in quel momento stanno marciando dalla Romagna verso il centro Italia, sono costituite da 35 mila uomini, 2500 cavalli e 77 pezzi d'artiglieria. La restante parte dell’Esercito Sardo, costituito da 82 mila unità, è già schierato lungo il Mincio in funzione di sicurezza. Le forze al comando del generale Fanti (IV Corpo d’Armata composto dalla 4a e dalla 7a Divisione) marciano al centro, quelle del generale Cialdini (V Corpo d’Armata composto dalla 1a Divisione e dalla Divisione di riserva), muove lungo la litoranea adriatica ed il collegamento tra i due corpi d’armata è costituito dalla 13a Divisione al comando del generale Raffaele Cadorna, che poi guiderà la presa di Roma. L’importanza della 13a Divisione risiede nel fatto che deve supportare le azioni rivoluzionarie diversive che i patrioti innescheranno il 9, 10 e l’11 di settembre nel Nord delle Marche presso Pergola e Fossombrone, con lo scopo di attirare le forze delle guarnigioni pontificie al di fuori delle piazzeforti.
Il piano operativo delle forze pontificie, al comando del generale de La Moriciere con il quartier generale a Spoleto, è composto dalla Brigata Schmidt a Foligno, una seconda Brigata a Terni sotto il de Pimodan e la Brigata riserva Cropt a Spoleto.
Su Ancona invece staziona la terza Brigata agli ordini di de Courten.
L’essenza del piano operativo risiede nel dislocamento delle truppe francesi a presidio di Roma, per garantire la sicurezza della piazza principale ed il grosso delle truppe schierate al centro, in maniera tale da poter muovere più agevolmente e poter difendere sia il Lazio, che le Marche. Il piano dispositivo prevede appunto le forze migliori (terza Brigata operativa) a Sud perché da lì, ritengono, possa concretizzarsi la minaccia. Tutto il dispositivo pontificio delle Forze Mobili è infatti orientato verso Sud.
Per ciò che riguarda le istallazioni fisse, risulta d’importanza strategica per l’Esercito pontificio mantenere aperti i porti ed i collegamenti con Ancona e Civitavecchia per consentire, in caso di attacco da parte del Regno Sardo, l’arrivo di forze delle potenze amiche di Austria e Francia che sarebbero certamente intervenute.
La piazzaforte di Ancona, collegata attraverso Colfiorito, lungo la strada postale Roma–Ancona, è in grado di mantenere e garantire le comunicazioni con l’Austria, mentre i collegamenti con la Francia sono assicurati tramite il porto di Civitavecchia. I numeri delle forze dell’Esercito pontificio consistono in circa 8500 uomini delle Forze Mobili e 7000-7500 nelle piazzeforti per un totale di circa 16 mila uomini, molto ben preparati anche grazie all’impegno del de La Moriciere che ha costituito un dispositivo estremamente efficace.



[1] Le atrocità e gli orrori del campo di battaglia di Solferino e Castiglione delle Stiviere, cittadina presso la quale iniziò la grande battaglia del 24 giugno 1859, ispirarono i criteri umanitari per il recupero e la cura del ferito. In quei tempi erano infatti più numerose le perdite di uomini causate da setticemie e infezioni dopo gli scontri, che quelle durante la battaglia. Tuttavia, l’esigenza era anche militare, di natura tattica, essendo gli eserciti post-napoleonici caratterizzati per la volontarietà e professionalità dei componenti, per cui il recupero degli uomini feriti era indispensabile nel corso del conflitto per curarli ed evitare quindi la falcidia di caduti dopo la battaglia.
[2] Furono anche le grandi tragedie francesi a Solferino, con quattro comandanti di reggimento morti sul campo, a motivare il ritiro della Francia.
[3]  Carlo Pisacane nel 1857 con 300 uomini tenta di portare la Rivoluzione nel napoletano e nel Sud, ma muore sotto le forcole per mano dei contadini. Pisacane è stato uno dei massimi pensatori militari italiani dell’800, uno dei migliori prodotti dell’istituto militare La Nunziatella che era una fonte primaria di studi militari dell’epoca. Le sue idee  innovative hanno influenzato tutta la seconda metà del XIX secolo.
[4]  Le truppe borboniche erano ben piazzate sulle alture del colle, in posizione favorevole, ottimamente armate e supportate da due moderni pezzi di artiglieria da campagna ed un reparto di cavalleria. All'opposto, i garibaldini si trovavano nelle posizioni sottostanti, senza l'appoggio di cavalleria e dotati di armamenti superati e fatiscenti.
[5]  Christophe L.L.J. de La Moriciere è nominato nel 1830 capitano degli Zuavi e nello stesso anno partecipa alla spedizione d'Algeria. Diviene colonnello nel 1837. Nel 1843 viene nominato generale di divisione. Nel 1860 si mette a disposizione dell'esercito pontificio dove tenta invano di opporsi all'invasione delle Marche e dell'Umbria da parte dell'esercito sabaudo. A seguito della sconfitta di Castelfidardo, rientra quindi in Francia per finire i suoi giorni nel suo castello di Prouzel.
[6]  Saverio de Merode, (Pro-Ministro delle Armi dello Stato pontificio dal 1860 al 1865), è stato tenente belga ed ha combattuto in Africa inquadrato nella Legione straniera. Nel 1848 scelse però la carriera ecclesiastica: prese gli ordini e, caduta la breve Repubblica romana del 1849, partecipò attivamente alla restaurazione dello Stato pontificio. Divenuto cardinale, ha riformato l’Esercito pontificio con il proprio patrimonio personale, facendo costruire numerose caserme tra cui la Pio IX riadattando inoltre palazzo Salviati.
[7]  Chassepot è il nome di un'arma individuale in dotazione all'esercito francese nella seconda metà del XIX secolo. È uno dei primi fucili a retrocarica utilizzati in operazioni di larga scala.
Prese il nome da Antoine-Alphonse Chassepot (1833–1905), l'inventore del sistema d'otturazione gomma che lo equipaggiava. Il Chassepot consentiva una portata utile fino a 1300 metri poiché il proiettile usciva con un terzo della velocità in più, migliorando precisione e penetrazione.
L'esercito francese che sbarrò la strada alla spedizione garibaldina per annettere Roma all'Italia e la sconfisse nella battaglia di Mentana era equipaggiato con quest'arma. I francesi ebbero facilmente ragione dei garibaldini, equipaggiati invece con obsolete armi ad avancarica: il comandante francese, al termine dello scontro, commentò: "I nostri Chassepot hanno fatto meraviglie".
Il fucile fu rimpiazzato nel 1874 dal fucile Gras, che era capace di trattenere una cartuccia fatta di metallo e non di carta, come nel Chassepot. Tutti i Chassepot ancora in uso vennero convertiti per accettare la stessa cartuccia (fusil modèle 1866/74).
[8] De la Moriciere è ufficiale francese, forte oppositore di Napoleone III già dal 1848. È divenuto generale durante le campagne d’Africa ed è stato l’eroe di Costantina che per manovra e per assalti è riuscito ad espugnare. È ricordato, altresì, per aver istituito il corpo militare dei Tuareg, le truppe celeri, equivalente coloniale dei bersaglieri italiani.
[9] Perugia insorse al potere papale il 14 giugno 1859 quando instaurò un governo provvisorio. Il legato pontificio dovette fare ritorno a Roma e lo Stato della Chiesa reagì in maniera dura, ordinando la repressione dei moti ed inviando duemila guardie svizzere comandate dal colonnello Schmidt. Il segretario di stato di Pio IX, il cardinale Antonelli, autorizzò al saccheggio della città le truppe svizzere inviate per riportare entro i confini del dominio della Chiesa la città perugina: il 20 giugno 1859 questi entrarono in città e fecero strage dei rivoltosi, senza risparmiare donne e bambini. L'evento passò alla storia come le “stragi di Perugia”
[10] Pio IX, terziario francescano, è stato il 255° vescovo di Roma e papa della Chiesa cattolica (1846-1878): è stato proclamato beato nel 2000. Il suo pontificato, di 31 anni, 7 mesi e 23 giorni, rimane il più lungo della storia della Chiesa cattolica, dopo quello di san Pietro.
[11] Tommaso Pasquale Gizzi, appartenente all'ala riformista moderata della Curia romana, godeva di grande popolarità, tanto da essere considerato tra i papabili nel Conclave del 1846, nel quale raccolse inizialmente numerosi voti; nelle successive votazioni tuttavia le preferenze dei Cardinali si rivolsero al cardinal Giovanni Maria Mastai Ferretti che, eletto Papa col nome di Pio IX, lo nominò Segretario di Stato l'8 agosto 1846. Gizzi tuttavia si dimise l'estate successiva, il 17 luglio 1847. Gli successe il cardinal Gabriele Ferretti, cugino del Papa. Morì il 3 giugno 1849, a Lenola, all'età di 61 anni.
[12] Giacomo Antonelli di origine umilissime, appena ordinato diacono, fu voluto da Papa Gregorio XVI fra i propri collaboratori. Tale decisione segnò la vita di Antonelli. A 22 anni egli divenne assessore presso una delle sezioni di giudizio penale della provincia di Roma e, con rapidissima carriera, fu nominato delegato a Orvieto, poi a Viterbo e, infine, a Macerata. Nel 1841 fu nominato sottosegretario agli interni, quale vice del cardinale Mattei, nel 1845 fu Grande Tesoriere, ovvero Ministro delle Finanze. Dopo la restaurazione del potere papale, il 15 luglio 1849, grazie all’intervento francese, Antonelli tornò a Roma con il Papa Pio IX, fu posto alla guida del neocostituito Consiglio di Stato. Egli riorganizzò l’amministrazione, perseguitò i suoi avversari politici e introdusse, in modo deciso e astuto, un regime assolutistico di polizia.
[13] Enrico Cialdini, generale e politico italiano del Risorgimento, combatté contro i Carlisti in Spagna, come il conterraneo Manfredo Fanti, col grado di colonnello. Rientrato in Italia nel 1848, nel corso della Prima Guerra d'Indipendenza, prese parte sia alla Seconda, sia alla Terza. Fu eletto deputato al primo (1860) ed al secondo (1861) parlamento italiano; quindi, nel 1864 divenne senatore. Dal 1869 al 1881, anno in cui si ritirò definitivamente dalla vita politica, fu ambasciatore prima in Spagna, quindi in Francia.
[14] Il 20 marzo 1849 il Re Carlo Alberto riprende la Guerra per liberare la Lombardia dall'Austria e crede di liberare Milano muovendo da Trecate, varcando il Ticino al Ponte di Buffalora verso Magenta; invece è il Radetzky che prende l'iniziativa da Pavia, forzando il confine col Piemonte al Gravellone di S. Martino Siccomario e di qui irrompendo per tutta la Lomellina.
[15] Una frase mai detta è: “Fate e fate presto”.

La Campagna nelle Marche: 11- 29 settembre 1860. II Parte Gli Avvenimenti.

(seguito post precedente in data 1 agosto 2015)
1.     GLI AVVENIMENTI.
Seguendo la cronologia degli avvenimenti il 7 settembre 1860, l’ultimatum del Regno di Sardegna al papato, l’8 settembre il rifiuto del cardinale Antonelli e, quindi, l’11 settembre si dichiarano aperte le operazioni, secondo la prassi stabilita dalla consuetudine bellica dell’epoca.
All’alba dell’11 settembre le truppe Sarde passano la frontiera pontificia con l’Armata d’invasione.
a.     Le operazioni belliche.
L’11 settembre viene inviato dallo Stato maggiore dell’Esercito piemontese un ultimatum tecnico che viene consegnato dal capitano Farini direttamente al de La Moriciere, presso il quartier generale di Spoleto, con l’imposizione di licenziare con immediatezza tutti i componenti stranieri incorporati nelle forze pontificie, considerati alla stregua di truppe mercenarie. Qualora l’imposizione non fosse accolta, l’Esercito Sardo avrebbe dato il via all’attacco. Il de La Moriciere respinge l’ultimatum e ciò comporta l’avvio delle manovre tra l’11 ed il 18 di settembre che poi culminano in quello che viene ricordato come lo Scontro di Castelfidardo, cui seguirà poi la vera battaglia finale per la conquista di Ancona.
Lo scontro di Castelfidardo è, invece, dovuto ad un movimento d’incontro delle due formazioni che manovravano tatticamente inconsapevoli della posizione e della direzione dell’avversario.
(1)  Le operazioni terrestri.
La 1a Brigata operativa pontificia di Spoleto, direttamente sotto il comando del de La Moriciere, la 2a Brigata del de Pimodan (composta di quattro battaglioni e 300 cavalli) e la Brigata Riserva si mettono in linea e, contrariamente alle previsioni del Comando sardo, invece di predisporsi per attendere l’attacco proveniente dal V Corpo d’Armata, si mettono in marcia verso Ancona.
Il giorno 12 settembre, il de La Moriciere parte da Spoleto con alcuni battaglioni per accorrere ad Ancona con il maggior numero di forze e resistere all’assedio sardo, in attesa di un intervento degli austriaci o dei francesi. Con l’ingresso in guerra delle Potenze amiche il fronte non sarebbe più su Ancona e sulle Marche, ma verrebbe spostato sul Mincio, risolvendo quindi il problema di garantire la sicurezza e la difesa dello Stato pontificio. In definitiva, il de La Moriciere intende ricreare i tempi ed i modi della guerra del 1848-49, con una iniziativa del tutto autonoma, senza tenere conto delle indicazioni della diplomazia e del potere politico di Roma ed in contrasto con la volontà del cardinale Antonelli e del De Merode. Il disegno del de La Moriciere prevede l’appoggio militare, nel Lazio ed in Umbria, da parte dell’esercito francese che partito da Tolone sarebbe sbarcato a Civitavecchia. Egli è, infatti, convinto che l’Austria avrebbe attaccato l’Esercito Sardo sul Mincio e la Francia di Napoleone III, dimostrandosi leale verso il Papa, avrebbe mosso guerra dalle Alpi verso il Piemonte. Con questa consapevolezza il de La Moriciere ordina a tutte le sue forze di muovere lungo la strada di Colfiorito e Macerata verso Ancona.
Per quanto concerne invece le manovre dell’Esercito Sardo, al comando di Manfredo Fanti, il IV Corpo d’Armata è in marcia su Ancona, il V Corpo d’Armata verso Perugia e la Reale Flotta Sarda lascia Napoli alla volta dell’Adriatico.
Un elemento molto importante per le operazioni navali è che l’Adriatico è un mare nemico, in quanto la Flotta Sarda non possiede basi logistiche sulle sue coste. L’ammiraglio Persano ed i suoi comandanti devono infatti fare attenzione ai consumi di carbone delle proprie pirofregate, avendo scorte limitate. Inoltre, in caso di avaria di un vascello sardo, questo deve essere affondato per impedirne la cattura da parte nemica.
La 13a Divisione è a supporto delle forze insurrezionali che devono dare vita a moti rivoluzionari per il 10 settembre. L’importanza di questo elemento risiede nell’effettiva capacità di attirare fuori dalle piazzeforti di San Leo, Pesaro e Fano le guarnigioni pontificie per accorrere a sedare i moti rivoluzionari occultando così la reale minaccia. L’espediente riesce e l’Esercito regolare Sardo, trovando le piazzeforti sguarnite, conquista Pesaro in 12 ore, Fano in sole quattro ore.

(a) La manovra nelle Marche.
Il Cialdini che marcia lungo la litoranea adriatica, informato del movimento dell’Esercito pontificio verso Ancona, arriva a Senigallia il 14 settembre ma, a causa del tiro dei cannoni della guarnigione, non può spingersi troppo vicino ad Ancona, dove insistono ben due Brigate con oltre 7000 uomini con circa 150 pezzi di artiglieria. Il Cialdini effettua pertanto una manovra di interposizione tra la guarnigione di Ancona e le Forze Mobili del de La Moriciere che stanno giungendo da Macerata, con l’obiettivo di batterle separatamente. Giunto all’altezza del fiume Esino, predisponendo dei posti di osservazione, manovra verso Jesi e Torre di Jesi lungo la dorsale delle colline antistanti la litoranea, dirigendosi verso Osimo, per spingersi fino alle Crocette. Il Generale, passando per Filtorano, invia un giovane capitano con 100-150 Lanceri con l’ordine di approvvigionare 8500 razioni di pane, segno che di lì a qualche giorno sarebbe arrivato il grosso delle forze. La notizia viene riportata dal podestà di Filotrano al de La Moriciere che, invece di proseguire lungo la strada Macerata-Osimo, la più breve per Ancona, decide di procedere ad Est per evitare di entrare in contatto con le forze dell’Esercito Sardo che pensa essere già a Filotrano. Questa decisione gli fa perdere due giorni, originando oltremodo i presupposti per lo scontro accidentale di Castelfidardo.
Il 15 settembre il de La Moricière è a Macerata. Attraverso la pianura del fiume Potenza giunge a Porto Recanati dove imbarca il tesoro da guerra destinato alla piazza di Ancona. Da Porto Recanati il de La Moricière si porta a Loreto. Le comunicazioni del Comitato segreto di Rimini ed Ancona permettono all’Esercito sardo di avere ogni tre ore l’aggiornamento dei movimenti delle forze del de La Moriciere, che invece resta all’oscuro di ogni azione ed iniziativa avversaria.
Il 17 settembre 1860, alla vigilia dello Scontro di Castelfidardo, la Flotta Reale Sarda arriva di fronte Ancona e prosegue su Senigallia per tenersi fuori dal tiro dell’artiglierie della piazza di Ancona.
L’ammiraglio Persano, venuto a conoscenza della presenza del generale Cialdini nei pressi di Castelfidardo, decide di scendere a terra. Il Persano sbarca a Marotta dove con una carrozza raggiunge il comando sardo per incontrasi con il generale Cialdini al quartier generale a Sant’Agostino e definire, con lui, il piano operativo per il giorno successivo. Mentre il Generale lo ragguaglia sulla sua manovra di interposizione, arriva la notizia di Serristori (che è il responsabile delle Informazioni del comando sardo) che gli comunica che la guarnigione pontificia di Ancona il 17 settembre è uscita alla ricerca delle Forze Mobili del de La Moriciere, ma che non avendole trovate è rientrata. Il Cialdini quindi chiede al Persano di avviare, dal giorno successivo (18 settembre), i cannoneggiamenti su Ancona per impedire alla guarnigione pontificia di ricongiungersi con le forze del de La Moriciere che proviene dall’Umbria.
Ecco l’interforze, c’è la Flotta che aiuta e concorre all’azione delle forze di terra.
Il Persano, quindi, si rimbarca e la mattina dopo alle sette e mezza inizia il bombardamento della città dal mare. Il cannoneggiamento è molto pesante e provoca anche molte vittime civili, però l’iniziativa ha successo e inchioda la guarnigione su Ancona. Il de La Moriciere, che sperava in questo aiuto, è consapevole che se le forze sarde avessero posto in atto una manovra di interposizione si sarebbe trovato circondato dalle forze avversarie.
Lo scontro si svolge in prossimità delle rive del fiume dove c’è il ponte di legno di Loreto, già in mano delle forze Sarde, che nell’area della Cascina, subito alle spalle del ponte, hanno predisposto dei trinceramenti e posizionati due cannoni a mitraglia. La stessa notte durante una ricognizione nei pressi del ponte, a circa un chilometro da Loreto, una Guida del de La Moriciere, il Sig. de Pas, viene fatto oggetto di colpi e rimane ucciso (la famiglia ha acquistato un edificio a Loreto adibendolo ad istituto per gli studi della guerra, denominato de Pas a ricordo di questo episodio). Tale sventurato avvenimento consente però al de La Moriciere di venire a conoscenza della posizione delle forze avversarie e di porre in atto le possibili contromisure per la giornata successiva.
La situazione alle prime ore del 18 settembre vede le forze pontificie concentrate a Loreto con lo scopo di arrivare ad Ancona, ma la strada postale che corre da Loreto ad Ancona e rappresenta la via più veloce è, tuttavia, impegnata dalle forze sarde.
Il 18 settembre, la prima colonna pontificia comincia a marciare da Loreto alle ore 8 e un quarto, la comanda il generale de Pimodan. La seconda alle 9 in punto. La terza segue immediatamente. Il de La Moriciere e i suoi comandanti decidono di attaccare ai fianchi dell’Esercito sardo, adottando le medesime tecniche già utilizzate in Algeria, per aprirsi la strada e permettere alle Forze Mobili pontificie di arrivare ad Ancona per poter poi resistere all’assedio. La disposizione della manovra di interposizione sarda vede il 26° Battaglione bersaglieri, sotto il comando del capitano cav. Ottavio Barbavara di Gravellona, dislocato ad Est della strada postale in posizione terminale alla confluenza del Musone con l’Aspio. I Bersaglieri del 26° non fanno parte del vecchio Esercito sardo, ma sono tutti romagnoli e ravennati (il 26° Btl. che, combatterà poi sul Po durante la Grande Guerra, è oggi inserito nell’Esercito Italiano con il nome di Castelfidardo). Le forze schierate nelle Marche sono una commistione tra vecchio e nuovo Esercito sardo come il 9° ed il 10° Reggimento della Brigata Regina.
Lo sviluppo del piano operativo negli intendimenti del de La Moriciere prevede la disposizione delle forze secondo tre colonne: quella di sinistra deve attaccare le posizioni sarde, con una manovra di 180° si deve trasformare da avanguardia in retroguardia mentre le altre due colonne, la propria e quella dell’artiglieria e dei carriaggi, sfruttando la protezione della prima colonna devono arrivare velocemente ad Ancona. Questa è la situazione sul campo intorno a Castelfidardo tra le 9 e mezza e le 10 e trenta del 18 settembre 1860. L’elemento di punta dell’attacco del de La Moriciere sono ancora una volta i Carabinieri svizzeri del 1° Battaglione.
Il generale Cialdini, già sveglio dalle tre, riceve la notizia della conquista di Camerano da parte del brigadiere Cugia con il 23° Reggimento fanteria e quattro pezzi della 4a batteria del 5° Reggimento. La presa di Camerano è fondamentale per impedire un eventuale arrivo della guarnigione pontificia da Ancona. Alla 4 e mezza si reca quindi sulla parte destra del proprio schieramento, dove si aspetta l’arrivo delle forze pontificie. Quindi alle 6 e mezza nell’area delle Crocette viene informato ed aggiornato dal generale Conte Bernardino Pes di Villamarina, comandante della 4a Divisione. Non essendovi ulteriori sviluppi, il Cialdini ritorna a Castelfidardo, dove incontra il commissario regio per le Marche Lorenzo Valerio[1] che gli da disposizioni su come controllare quello che sarà l’indomani, dopo la conquista di Ancona. Alle 8.30, finita la colazione, non avendo alcuna notizia, si reca ancora più ad Ovest, a Osimo (8 km) in quanto è la strada più breve per giungere da Recanati ad Ancona. Alle 9.30 arriva ad Osimo ed essendo sveglio dalle 3, alle 10 si mette a pranzo. Il fatto risulta di particolare rilevanza perché la tradizione narra che il generale Cialdini durante la battaglia stesse mangiando.
L’attacco pontificio a Castelfidardo è di sorpresa, la colonna d’attacco del de Pimodan, sorprende la 46a e la 44a Compagnia Bersaglieri, travolgendole. Quindi viene portato un successivo attacco alle altre quattro compagnie del 26° Battaglione bersaglieri. Sono ben 3500 uomini contro 450. I Bersaglieri vengono sbaragliati e i comandanti di compagnia uccisi, così come la metà degli Ufficiali subalterni. L’attacco viene lanciato alle 9.30 e, alle 10.30, le Forze Pontificie riescono a creare una linea e ad aprire la via per Ancona. Verso le 9.45 il generale Pes di Villamarina riceve la comunicazione da una staffetta che sono in atto dei combattimenti sulla destra dello schieramento. Il generale Pes di Villamarina tuttavia ritiene che si tratti di un attacco diversivo e, solo per sicurezza, invia due Battaglioni del 10° Reggimento, confermando di non aver dato alla notizia particolare rilevanza. Dopo un quarto d’ora arrivano ulteriori notizie in merito alla consistenza dell’attacco, si parla di 5-6 mila uomini. Questa è la fase in cui i Pontifici hanno vinto e i Sardi sono stati sorpresi.
Vengono dunque inviati altri due Battaglioni del 10° Reggimento Fanteria, comandato dal Colonnello Bossolo, e impiegato anche il 9° Reggimento, Sono inviate, inoltre, due sezioni di artiglieria, una normale ed una rigata.
La seconda batteria del Capitano Sterpone, avrà un ruolo importantissimo perché il fuoco della batteria colpisce le seconde linee pontificie gettandole nello scompiglio e impedendogli così di rafforzare la prima linea. È l’inizio della sconfitta pontificia.
Alle ore 11, il momento dell’equilibrio, le forze pontificie hanno la via aperta verso Ancona, nonostante le gravi perdite e dopo durissimi scontri corpo a corpo, riescono a raggiungere casa Serenella del Mirà a poche centinaia di passi dalla sommità del colle, dominata dal Casino Sciava, ma il de La Moriciere commette un errore: non sfrutta il vantaggio tattico e indugia sul proseguire verso Ancona con il grosso delle forze. Il generale pontificio decide invece di sostenere il de Pimodan e da l’ordine di portarsi a ridosso della prima linea, dove viene agganciato dalle forze  sarde.
L’Esercito pontificio non ha sfruttato questo elemento di successo, perché il Comandante non ha dato l’ordine di abbandonare una parte delle sue forze, per portare il resto ad Ancona, come era nel piano originario.
Il passare del tempo avvantaggia le truppe Sarde che, contando su rinforzi e rincalzi, ottengono la superiorità in uomini, facendo accorrere altre forze alle Crocette, respingendo così le truppe pontificie che si difendono con accanimento nelle cascine di Campanari e di Aquaviva, ma vengono travolte oltre la destra del Musone e costrette a riguadagnare disordinatamente Loreto, lasciando sul campo di battaglia l'artiglieria, le armi, i carriaggi e tutti i propri caduti e feriti, tra i quali Io stesso generale de Pimodan morente.
Alle 17 e mezza il generale de La Moricière, sconfitto a Colle Oro e vista la rotta delle sue forze, abbandona il campo di battaglia e con una trentina di cavalieri riesce, con rapida corsa, a guadagnare Ancona lungo la marina per Numana e Sirolo, dove è accolto dalle autorità pontificie sulla piazza di fronte alle Muse.
Degli 8500 uomini partiti dall’Umbria ne giungono ad Ancona poco più di un centinaio, quasi 5000 si portano su Loreto, mentre i restanti sbandano nella campagne marchigiane.
Approfittando della notte il generale Cialdini occupa intanto Recanati e le zone circostanti, sbarrando in tal modo ogni possibile ritirata al nemico. Il mattino dopo i pontifici, circondati, capitolano. Più di 4000 uomini con le rimanenti Guide del Lamoricière depongono le armi a Recanati.
Il 19 settembre le  truppe pontificie stanziate a Loreto si arrendono al IV Corpo d’Armata dell’Esercito Sardo che, quindi, può muovere alla volta di Ancona dove sarà la battaglia finale.
Hanno preso parte al combattimento:
-       Piemontesi, il 9° e il 10° Reggimento fanteria della Brigata Regina, l'11°,12° e 26° Battaglione bersaglieri, i Lancieri del Novara e la Brigata Dho di artiglieria, in tutto 4880 uomini, 45 cavalli e 14 cannoni;
-       Pontifici:
.   Colonna de Pimodan – il 1° Battaglione carabinieri svizzeri, 1° Battaglione cacciatori indigeni (magg. Ubaldini), il 1° Battaglione tiragliatori zuavi (Becdelievre), il 2° Battaglione austriaco e mezza batteria dell'11° (capitano Uhde con due cannoni e un obice) e l'altra mezza batteria (tenente Daudier);
.   Colonna de La Moricière – il 1° Reggimento stranieri e la cavalleria;
in tutto 6800 uomini, 45 cavalli e 16 pezzi di artiglieria.
Riepilogando: i pontifici riescono a vincere a Castelfidardo perché sorprendono il generale Cialdini lontano ad Osimo, Pes di Villamarina non comprende come sta evolvendo la situazione, i Bersaglieri del 26° battaglione vengono in breve sbaragliati ma, sebbene la strada fosse libera, i pontifici indugiano, perdendo quasi 20 minuti. Alle 11.30 viene ferito il generale de Pimodan, entra in azione l’artiglieria rigata sarda, le truppe pontificie vengono agganciate da quelle sarde in superiorità numerica e inizia lo sbandamento: qui è l’origine della sconfitta dei pontifici.
Il de La Moriciere, ancora convinto che i Francesi stiano imbarcando a Tolone, vuole portarsi ad Ancona e resistere in attesa dell’imminente aiuto delle Potenze amiche. Questo è il combattimento di Loreto per i pontifici.
Nella versione dell’Esercito sardo lo scontro di Castelfidardo è una lezione al nemico. Nel pomeriggio del 18 settembre, la carica dei Lanceri di Novara nella pianura, i Pontifici si ritirano su Loreto, i dati dicono che su 8500 uomini che dovevano arrivare ad Ancona, 5000 rifugiano a Loreto, gli altri si sbandano, ad Ancona giungono solo 127 uomini. Questa è la sostanza della vittoria sarda a Castelfidardo.
Il generale Cialdini impedisce l’arrivo ad Ancona delle Forze Mobili del de La Moriciere per la battaglia conclusiva. Se fossero giunti tutti gli 8500 uomini partiti dall’Umbria, uniti ai già presenti 7000 sarebbero stati quasi 15 mila uomini ed Ancona sarebbe stata inespugnabile e l’assedio si sarebbe protratto per mesi.
Tuttavia, la sera del 18 settembre il generale Cialdini comunica la situazione e predispone tutte le sue truppe per l’assalto a Loreto, non avendo la minima percezione di ciò che realmente è accaduto nella giornata e di quello che significa la vittoria di Castelfidardo. Infatti, la tradizione riporta che il generale Cialdini nei momenti dello scontro è alla Trattoria del Moro ad Osimo, fuori porta Vaccaro come riporta il Giacomo Gallo, testimone dell’epoca. Quando il generale Cialdini giunge alle Crocette, intorno alle 12 e mezza, tutto è finito. Quindi la tradizione riferisce che il generale Cialdini non è sul campo di battaglia, anche se, come comandante in capo del Corpo d’Armata, non deve svolgere i compiti dei propri subalterni. In definitiva, secondo le sue direttive, il generale Pes di Villamarina esegue l’ordine di non far passare nessuno dei pontifici sulla strada per Ancona mentre l’ammiraglio Persano nel frattempo bombarda Ancona.
Il giorno successivo le truppe pontificie si arrendono ed il generale Cialdini comprende, non solo di aver veramente vinto, ma anche l’effettiva entità di ciò che era accaduto il 18.
Ancona rappresenta la battaglia finale della campagna delle Marche e dell’Umbria. L’ordine per il IV Corpo d’Armata è quindi di dirigere verso Ancona. Il V Corpo d’Armata, al comando del generale Morozzo della Rocca, non ha quindi più ostacoli lungo la propria direttrice Sud e, passando da Perugia attraverso gli Appennini, via Foligno, Colfiorito e Macerata, giunge in prossimità delle linee di difesa della piazzaforte di Ancona per partecipare all’assedio.
Il 23 settembre la Reale Flotta pone in atto il blocco del porto e della città di Ancona, il giorno successivo giungono sia il IV che il V Corpo d’Armata, Manfredo Fanti assume, quindi, il comando di tutte le forze d’invasione e dirige le operazioni di assedio alla piazzaforte di Ancona, stabilendo il proprio Stato maggiore a Villa Favorita, sotto Candia.
La città è protetta da due linee di difesa: una esterna che si appoggia sui forti Scrima, Monte Pulito, Monte Pelago e Pietralacroce; una interna che corre dal Cardeto, ai Cappuccini, lungo le mura ove si aprono le porte Farina e Calamo, alla valle degli Orti, all’Astagno con la Cittadella, che fornisce sostegno al cosiddetto campo trincerato, che include la Lunetta Santo Stefano e verso nord Porta di Capodimonte e Porta Pia, fino a mare con il Lazzaretto.
Lungo il porto ci sono i bastioni di Santa Lucia e d’Agostino fino al molo, in cui si erige la Lanterna che regge la catena collegata al molo a Sud.
La prima linea, difesa da appena 450 pontifici, viene investita dal V Corpo d’Armata ed è in breve abbandonata per l’insufficienza numerica degli uomini a disposizione del De Courten (4000 uomini), che conta appena la metà di quelli necessari. Le truppe di Morozzo della Rocca con i fanti del 40° Reggimento conquistano il Forte di Pietralacroce e, quindi, proseguono verso Monte Pelago, ma a Monte Pulito sono fermati.
Il Fanti bombarda con accanimento la Cittadella ed il campo trincerato dal Forte Monte Pelago per costringere la piazza d’Ancona ad arrendersi, mentre l’Esercito pontificio tenta di resistere il più a lungo possibile, nella speranza che le Potenze amiche raggiungano Ancona, rovesciando così gli esiti della battaglia e riportare la guerra in campo aperto.
Il rapporto di forze tra i due eserciti è di 30-40 a uno a favore dei Sardi. Nel giro di due tre giorni le difese esterne di Ancona vengono prese, il IV Corpo d’Armata muove lungo la strada per Portonovo e il V Corpo d’Armata verso la strada per Bologna.
(2)  Le operazioni navali.
Il 17 settembre, l’ammiraglio Persano, concordate le linee d’azione con il generale Cialdini per le operazioni del giorno successivo su Ancona, rientra presso la propria flotta.
Il compito della Flotta Reale Sarda è di trattenere la guarnigione pontificia di Ancona, 4000 uomini al comando del de Courten, e impedirgli di ricongiungersi alle forze pontificie provenienti dall’Umbria al comando di de La Moriciere. L’ammiraglio Persano deve, quindi, presentarsi il 18 settembre davanti al porto di Ancona e bombardare i forti e minacciare sbarchi, costringendo così il de Courten a non tentare sortite fuori della piazzaforte. L’azione della flotta Sarda permette al Cialdini di contenere, prima, e poi disperdere le forze di de La Moriciere a Castelfidardo.
Il Persano, secondo il volere di Cavour, tenta di prendere Ancona dal mare con dei colpi di mano e perciò cala in acqua delle lance la sera del 25 settembre per tentare la presa delle posizioni sul Lazzaretto. Tali azioni, sebbene infruttuose, facilitano l’assalto dei Bersaglieri del IV Corpo d’Armata che il 27 settembre riescono a conquistarlo, privando la difesa del porto del proprio pilastro Sud.
È l’azione della Flotta Reale, al comando dell’ammiraglio Persano, che permette la rapida capitolazione di Ancona in soli quattro giorni (dal 25 al 29 settembre), contrariamente a ciò che poi avverrà a Gaeta.
Le principali unità navali della Flotta sarda (il Maria Adelaide, il Governalo, il Costituzione e il Vittorio Emanuele) avviano il bombardamento contro costa in maniera coordinata e contemporanea al cannoneggiamento da terra. Tutto il perimetro di difesa della piazza di Ancona è oggetto di attacco interforze.
La mattina del 28 settembre, infatti, l’ammiraglio Persano, sul Maria Adelaide, ordina una azione per saggiare le difese della piazzaforte di Ancona e consentire di mettere a punto l’attacco di terra, in quanto sia il IV che il V Corpo d’Armata sono ormai a ridosso della città. Il Persano invia la nave Altavilla a bombardare il forte Pietralacroce, il Capo di Monte la Cittadella e lo Scrima quello dalla Posatora. Le navi iniziano a manovrare e, in breve, danno inizio ad un tiro preciso e mirato. Al tempo, Il tiro controcosta è effettuato ancorando la nave per dare agli artiglieri la massima stabilità per non condizionare la precisione del tiro. Tuttavia, quel pomeriggio, un vento teso di scirocco rende difficoltoso stabilizzare le navi e il Vittorio Emanuele II del Capitano Albini viene portato fuori dalla linea del tiro. Il generale Fanti, notando che il Vittorio Emanuele è fuori dalla linea di tiro e non prende parte al bombardamento, esprime il proprio disappunto all’Ammiraglio della Flotta tramite segnalazione ottica dal posto comando. L’Albini a questo punto, in un moto d’orgoglio chiede libertà di manovra. Il Vittorio Emanale II ottenuta la libertà richiesta, alza le vele e manovra per rientrare nella formazione della Flotta. La manovra del Vittorio Emanuele II è all’origine della capitolazione di Ancona. L’Albini punta diritto sulla Lanterna e, passando a solo cinquanta metri dall’istallazione, fa fuoco ad alzo zero in sequenza con tutti i suoi cannoni che provocano l’esplosione della Santa Barbara, distruggendo la struttura che regge la catena. La manovra di “tiro controcosta con nave in movimento” è diventata una delle manovre principali della Marina Italiana, studiata in seguito anche dalla Flotta Reale inglese.
Alle 16 pomeridiane del 18 settembre il porto è aperto e libero per l’azione delle compagnie da sbarco della Flotta.
Il de La Moriciere che ha atteso invano durante i 10 giorni di assedio l’arrivo dei rinforzi[2], comprende che non arriverà più nessuno e quindi ordina la resa.
Al momento dell’ordine di resa, una regia nave sbarca una compagnia di bersaglieri sul pontile del porto di Ancona che, poi, entrano in città e ne determinano di fatto la resa.
2.     CONSIDERAZIONI FINALI.
Dopo dieci giorni di combattimenti le truppe pontificie si resero conto che dall’Austria e dalla Francia non sarebbero giunti aiuti e si arresero. Alle 16 e mezza da tutti i forti di Ancona si alzò la bandiera bianca. La resa fu firmata il 29 settembre a Villa Favorita, sede del comando di Fanti.
Ancona, in sostanza, venne presa dal mare, ma la coordinazione dimostrata sia dalle forze di terra condotte dal generale Fanti, sia da quelle navali dell’ammiraglio Persano che condusse anche sbarchi di forze dal mare, ha consentito la rapida capitolazione della piazzaforte comunque ben difesa. Come già accennato, la Battaglia di Ancona è una delle poche occasioni del XIX secolo in cui si ritrova una consistente unità di comando e tutte le componenti coinvolte nelle operazioni sono riuscite a coordinarsi. Può definirsi come il primo esempio di operazione interforze a due dimensioni.
Fondamentale per l’operazione interforze è il fatto che il generale Fanti pone sotto il suo comando il generale Cialdini (IV C.A.), il generale Morozzo della Rocca (V C.A.) e l’ammiraglio Persano (Flotta Reale) e porta un comando tattico alla Posatora da dove si domina tutta Ancona. L’azione del generale Fanti realizza la cosiddetta unità di comando che, come già detto, non si realizzerà nel 1866 (III Guerra d’Indipendenza).
L'esercito mobile dei pontifici era distrutto. La via del Sud era aperta alle truppe di Cavour e di Vittorio Emanuele. Lo scontro di Castelfidardo costituì un’importante tappa liberatrice: come Solferino lo era stato per le province lombarde. Grazie a quel avvenimento le Marche e l’Umbria entravano a far parte di una comunità più grande, quella dell’Italia che si stava unificando.
Senza Castelfidardo non sarebbe stato pensabile, esattamente dieci anni dopo, Porta Pia.




[1]  Lorenzo Valerio era un deputato, era l’agente di Cavour (il politico che controlla il militare). Uomo politico, giornalista e scrittore, Valerio fu tra i capi del movimento liberale piemontese durante il Risorgimento. Costretto all'esilio per le sue idee innovatrici, ritornò in patria nel 1836 e si interessò della cultura popolare e delle relazioni sociali nel mondo del lavoro. Nel 1837 fondò il quotidiano «La Concordia» (1848), che con la sua direzione apparve come giornale di ispirazione democratica, aperto ai tempi che stavano maturando. Fra i collaboratori, Federico Menabrea e Roberto d'Azeglio.
Nel 1836 aprì il settimanale «Letture Popolari» con rubriche di arti e mestieri, poi soppresso dalla censura nel 1842, che risuscitò con la nuova testata «Letture di famiglia». Deputato, senatore (1862) Valerio è prefetto a Messina e a Como.
[2]  Il 7 settembre la flotta austriaca aveva infatti effettuato una ricognizione davanti ad Ancona, inducendo pertanto il de La Moriciere a sperare in un aiuto dell’Austria che ha atteso invano. 

venerdì 31 luglio 2015

Ancona: 29 settembre 1860

LA CONQUISTA DI ANCONA
CONCLUSIONE DELLA CAMPAGNA NELLE MARCHE
29 SETTEMBRE 1860



Il 29 settembre 1860 è l’ultimo giorno di Ancona sotto la dominazione del Potere temporale dei Papi, iniziato con l’azione dell’Albornoz sei secoli prima. La resa della guarnigione pontificia alle truppe sarde del generale Fanti, che la stringevano d’assedio dal 23 settembre, fu pagata dalla dorica con danni noteVoli tra cui la distruzione di un suo monumento: la Lanterna.

Ancona era assediata dal sud dal V Corpo d’Armata al comando del generale Morozzo della Rocca, da nord, da quelle del IV Corpo al comando del generale Cialdini. Questi era reduce dalla battaglia di Castelfidardo, combattuta il 18 settembre sulle pendici di Colle Oro,davanti a Loreto,  che da un punto puramente tattico, si può definire la prima battaglia per la conquista di Ancona, nel quadro della campagna nelle Marche da parte dell’Esercito Sardo. Un notevole contributo a questa giornata vittoriosa fu dato dalla flotta al comando dell’ammiraglio Persano. Infatti la squadra sarda si era presentata davanti alle acque di Ancona il 17 settembre e si era ancorata, la sera, davanti a Senigallia. Qui il Persano scese a terra e raggiunse il Cialdini al auo quartier generale a Sant’Agostino, sotto Castelfidardo, e concertò con lui il piano per il giorno successivo.

Compito suo era quello di trattenere la guarnigione pontificia di Ancona, al comando del De Courthen che proprio quel 17 settembre di buon mattino era uscita con una colonna di 4000 uomini  per incontrare le forze pontificie, circa 8500 uomini, provenienti dall’Umbria al comando del De La  Moricère. Cialdini voleva evitare che il 18 settembre le forze pontificie avessero la possibilità di riunirsi . Persano doveva presentarsi davanti il porto di Ancona e bombardare i forti e minacciare sbarchi, costringendo così De Courthen a non tentare sortite.
Permettendo a Cialdini  di contenere prima e poi a disperdere le forze di De La Moriciere, Persano bombardò tutta la giornata Ancona, bloccando la guarnigione anche con la minaccia di sbarchi,  e molti colpi raggiunsero case della dorica, provocando molti danni. Uno di questi è particolarmente interessante da raccontare.

Gli Amici dell’ Albergo “ Roma”, un programma non confermato

I Sardi avevano organizzato un servizio di informazioni, riuniti in un Comitato, all’interno della dorica, che tenne correntemente informato il Comando Sardo dall’andamento delle operazioni pontificie. Alcuni componenti di questo Comitato lavoravano all’ Albergo “Roma”, quello che oggi è l’Albergo Roma e Pace , in via Leopardi, e convinsero il proprietario, vedendo le manovre della Flotta e la chiara intenzione di minacciare sbarchi a preparare per la sera del 18 un ricco menu: i comandanti Sardi sarebbero stati ben accolti da Ancona liberale.
I cuochi e tutto il personale fu eccitato da questa inIziativa e tutto l’albergo partecipava ai preparativi. Purtroppo l’uomo propone e  dio  dispone; nella fattispece le disposizioni degli dei furono tutte in uno dei ultimi colpi nelle prime ore del pomeriggio sparati dalle navi sarde: questo proietto concluse la sua parabola sul tetto dell’Albergo “Roma” che penetrò all’interno ed arrivò, di piano in piano, fino alle cucine; non fece vittime, ma procurò danni molti calcinacci e molta polvere, che come si può comprendere cadde sui preparativi e sui cibi per la grande cena della liberazione.Oltre al danno  per i nostri patrioti non poteva non esserci che la beffa.
Il De La Moricière, sconfitto a Colle Oro, verso del due del pomeriggio del 18 settembre raggiunse Umana e per un soffio non fu fatto prigioniero, raggiunse il convento dei Camaldolesi sulla cima di Monte Conero, scese poi al Poggio  e raggiunse, attraverso la valle degli Orti, quello che oggi è il quartiere Adriatico, Porta Calamo ( Piazza Roma) e fu accolto dalle autorità pontificie di Ancona sulla piazza davanti alle Muse. Qui comunicò le tristi notizie della giornata ( erano le 17,30 del 18 settembre) e un’ora dopo fu accompagnato all’albergo “Roma”, per riprendersi dalle fatiche e strada facendo fu informato, perché ieri come oggi, ad Ancona si sa tutto, dei progetti del patrioti dell’Albergo “Roma”.

Messo di buon umore, ben accetto di mettersi a tavola e, insieme ai suoi comandanti, De La Moricière consumò la cena, tra risate e un po’ di scherno, non preparata per lui, sotto gli occhi di chi avrebbe preferito vedere altri generali al suo posto.

Una flotta all’attacco

Ma la cena con i desiderati protagonisti era solo rinviata. Dopo Castelfidardo tutte le forze sarde ebbero l’ordine da Fanti di confluire su Ancona. IL 23 settembre, proprio Persano dichiaro il blocco dal mare della città. Questa,intanto, si preparava all’assedio. Vi erano due linee di difesa: una esterna, che si appoggiava ai forti Scrima, di Monte Pulito, Monte Pelago e Pietralacroce; una interna che andava dal Cardeto, ai Capuccini, lungo le mura ove si aprivano le porte Farina e Calamo, in fondo come detto alla valle degli Orti, l’Astagno con la Cittadella, che dava sostegno al cosidetto campo trincerato, che includeva la Lunetta Santo Stefano con la relativa porta (qui arrivava la strada postale per Roma), e verso nord la Porta di Capodimonte terminando  a Porta Pia, cerniera tra terra e mare con il Lazzaretto.

Lungo il Porto vi erano i bastioni di Santa Lucia e d’Agostino fino al molo nord in cui si eregeva La Lanterna. Il De La Moriciere in queste mura, ad Aprile del 1860 quando ispezionò Ancona per la prima volta fece aprire un varco quello che oggi è tra la Banca d’Italia e il Palazzo della RAI, a piazza delle Muse, per dare più respiro al Porto. I vecchi anconetani lo chiamavano  il “delamoriciere”. Il porto era chiuso da una catena collegata dal molo, a sud, e a nord alla base della Lanterna.
Purtoppo la difesa non aveva abbastanza forze per occupare tutte queste posizioni. Sarebbero occorse oltre 8/9000 uomini; ve ne erano solo 4000 disponibile. Quindi ai primi attacchi la difesa esterna doveva essere abbandonata e tutti i difensori dovevano raggiungere le posizioni della difesa interna. Il 26 settembre, quando le truppe di Morozzo della Rocca raggiunsero Pietralacroce, il forte era presidiato da due compagnie pontificie. Senza che ci fosse ordini precisi i fanti del 40° Reggimento iniziarono un cenno di attacco; questo ebbe successo e, coinvolte altre truppe conquistarono il forte, poi arrivarono nell’abitato e proseguirono verso il forte di Monte Pelago e Monte Pulito investendolo. Qui furono fermati. A ricordo di questi combattimento è stato eretto un Monumento, oggi circondato dagli alberi, da una catena, e  nascosto alla vista di tutti.

Cavour, anche ministro della Marina,  voleva per la Marina Sarda un momento di gloria, e incitava il Persano ad azioni ardite. L’Ammiraglio tentò di prendere Ancona con dei colpi di mano; messe in mare la sera del 25, e poi la sera del 26, delle lance, e l’ultima spedizione la guidò personalmente, tentò di conquistare le posizioni del Lazzaretto. I colpi di mano non riuscirono, ma indebolì le difese del Lazzaretto e il giorno successivo, 27 settembre, i Bersaglieri del IV Corpo, ebbero modo di assaltare la Mole Vanvitelliana e conquistarla.

Questo privò la difesa del porto del suo pilastro sud, cosa che sarà determinante il giorno successivo. La mattina del 28 Persano ebbe l’ordine da Fanti di una azione generale della flotta per saggiare le difese della piazzaforte e mettere a punto l’attacco di terra, essendo ormai tutte le truppe giunte a ridosso di Ancona.
Persano ordinò alle sue navi, (la squadra era composta dalla Maria Adelaide, dal Governolo, dal San Michele, il Cavour, dal Costituzione, dal Vittorio Emanuele II ed altre minori a sostegno.

Le navi manovrarono per iniziare il tiro contro le difese. La Maria Adelaide era in riserva, tutte le altre iniziarono in breve un tiro preciso e mirato. Il mare non era calmo,  e soffiava un vento teso di scirocco. Il tiro controcosta da parte di navi era eseguito ancorando le navi il più possibile, per dare agli artiglieri  la massima stabilità, da cui dipendeva la precisione del tiro stesso.  Il Vittorio Emanuele II, al comando del capitano Albini, vice di Persano, dopo un ora di fuoco, per via del vento che andava rinforzandosi e del fatto che si era ancorato non sufficentemente, veniva dal vento portato fuori dalla linea di tiro.
Il gen Fanti e gli altri comandanti Sardi stavano vedendo l’azione della Marina da Posatora, con i binocoli; Fanti vedendo il tiro efficace della flotta, fece trasmettere alla Maria Adelaide i propri complimenti. Persano, sulla Maria Adelaide li ristramise alle navi in linea di tiro. I saluti non giunsero al Vittorio Emaniele II che nel frattempo era stato portato al largo, arando il fondo. L’Albini, piccato da tutto questo, e irritato che la sua nave non riusciva a mantenere la posizione, chiese libertà di manovra, che gli fu accordata.
La manovra del Vittorio Emanuele II, è all’origine della caduta di Ancona. Ripresa la linea di navigazione con un ampio cerchio con andamento nord-est si mise in modo tale da puntare diritto sulla Lanterna. Alla debita distanza virò verso destra, puntando a nord ovest, e mise tutti i suoi cinquanta cannoni della fiancata di sinistra pronti al tiro. Il Vittorio Emanuele II passo a soli cinquanta metri dalla Lanterna; gli artiglieri sulla nave spararono ad alzo zero, in sequenza. L’effetto fu devastante. I colpi finirono di distruggere la batteria “in barbetta”, già colpita, della Lanterna; uno degli ultimi ( le fonti pontificie dicono che rimbalzò varie volte all’interno della casamatta alla base della Lanterna stessa) entrò nella Santa Barbara, che poco dopo esplose. In quel momento uno dei monumenti di Ancona andava in frantumi, seppellendo oltre 125 artiglieri pontifici. Il tremendo boato scosse tutta la città e la  nuvola di polvere avvolse ogni cosa; crollava il sostegno della catena, che affondava. Il porto era aperto e libero per le compagnie di sbarco. L’azione dell’Albini ebbe vasta eco nelle marinerie del tempo, in cui si iniziò a pensare che era possibile il tiro contro costa in movimento. Perfino la Royal Nevy mandò ad Ancona, nei mesi successivi, una commissione a studiare come erano andate le cose.
Erano le 16 pomeridiane del 28 settembre 1860. Dopo mezz’ora da tutti i forti di Ancona si alzò la bandiera bianca.
Una nota triste. Comandava la batteria della Lanterna il ten. Wiesenthal. Questi era di ricca famiglia austriaca, ed amava il mestiere delle armi. Un bel giovane, fine, di buone maniere, che la primavera prima aveva conosciuto una ragazza altrettanto bella e di buona famiglia; si innamorarono e progettavano di sposarsi alla fine dell’estate. Poi lui era dovuto partire e la destinazione fu Ancona. Avevano deciso, prima che la guerra scoppiasse, di sposarsi proprio nella Dorica e viverci, data la bellezza della città, a fine settembre. Lei sarebbe giunta appena possibile ad Ancona per sposarsi e Wiesenthal non faceva che chiedere notizie per sapere se la guerra poteva incidere sui suoi progetti.
 Faceva vedere la foto a tutti, ed era veramente innamorato. Wiesenthal rimase sotto le macerie della Lanterna. Lei raggiunse Ancona appena libera. Il Quattrebarbes, governatore di Ancona pontifica, che ci racconta questa vicenda, nel suo “Souvenirs d’Ancone” non ci dice quello che accade nei particolari, ma dice che fu “tutto molto triste”. Altre fonti dicono che Lei riportò in Austria il suo Wiesenthal ed Ancona gli rimase sempre nel cuore.

Ma di vicende, non solo tristi, che qui non vi è spazio per narrarle  è ricco questo Assedio di Ancona, il terzo, in cinquant’anni, dopo quello del 1799, e del 1849, Un assedio di cui pontifici e Sardi protagonisti di quegli eventi serbarono sempre in gran bel ricordo di Ancona.

De La Moricière mandò i parlamentari di resa a bordo della Maria Adelaide; Persano li rimandò indietro comunicando che solo il gen. Fanti poteva accettare la resa. In questo andirivieni di parlamentari, nonostante che le bandiere bianche fossero esposte, il Fanti alle 22,30 di sera ordinò di riprendere il fuoco con le batterie di campagna. Questo mancanza di rispetto della bandiera bianca fu oggetto in seguito di violente polemiche soprattutto in Francia. La mattina del 29 settembre l’attacco generale era pronto, ma finalmente i parlamentari giunsero davanti alla persona giusta. La resa fu firmata a Villa Favorita, sotto Castro, sede del Comando di Fanti.

Ancorchè caduta il 28 settembre, la resa fu firmata ufficialmente il 29 settembre. Finalmente i nostri amici dell’albergo “Roma” potevano festeggiare come si deve. Ancona era italiana, e come è di regola, pagò la sua libertà ad un prezzo non certo basso. Della Lanterna è rimasto solo il basamento dove fu successivamente costruita l’infermeria della Marina Militare. La via che ancora oggi ricorda quegli eventi, Via 29 settembre 1860,  corre lungo la difesa a mare tra Porta Pia e il bastione di Santa Lucia fino al “delamoriciere”.


Ed è un piacere passeggiarci, guardando il porto, la base della Lanterna, porta Pia, spesso pensando anche alla  vicenda del tenente Wiesenthal ed alle altre vicende di quei giorni che ti rendono non certo indifferente ed apparire  insignificante quel “29 settembre 1860”.M.C.)

giovedì 30 luglio 2015

Ordine del Giorno del Gen Charette per la morte de Cappellano militare Padre Doussot


Verso della fotografia che ritrare Padre Doussot pubblicata con post in data 8 giugno 2015. Riporta l'Ordine del Giorno stilato dal generale de Charette in occasione della morte del Cappellano militare il 19 marzo 1904.
Padre Doussot celebrò la messa per gli Zuavi alla mattina della battaglia di Mentana