Piero Pieri. Libro fondamentale per comprendere gli eventi militari del Risorgimento
giovedì 31 marzo 2022
domenica 20 marzo 2022
giovedì 10 marzo 2022
lunedì 28 febbraio 2022
domenica 20 febbraio 2022
Osimo. Il Mito dei Martiri di castelfidardo
Massimo Coltrinari
OSIMO E LE CONSEGUENZE DEI COMBATTIMENTI DEL 18 SETTEMBRE 1860
Osimo e l’assistenza ai feriti. Il mito dei Martiri.
Mentre Osimo vedeva il suo tessuto sociale cambiare radicalmente ed i potenti di un tempo non erano più tali, mentre la separazione tra Stato e Chiesa ancora non era palese, ma era iniziata, l’assistenza ai feriti pontifici continuava, ma con crescente difficoltà. Le notizie che abbiamo le dobbiamo in gran parte le ricerche del sempre compianto e caro Mons. Carlo Grillantini che negli anni ottanta del secolo scorso, all’inizio delle ricerche sugli eventi sul passaggio delle Marche dallo stato preunitario allo stato nazionale fu prodigo di consigli ed indicazioni oltre ad una presenza disinteressata alle nostre iniziative.
Giacinto Lanascol , francese, proveniente da Quimper, mori a vent’anni il 20 ottobre 1860 all’Ospedale di San Marco a seguito di tre ferite da pallottole di fucile. Era assistito dalla madre e da suo zio, il conte Russel. Le sue ultime parole furono “Muoio contento; ho fatto il mio dovere.”
Paolo Parceveaux, sottufficiale della fanteria di linea, francese, originario del Castello di Tronjoly, ferito al petto da palla di fucile, morì all’Ospedale Vecchio di Osimo il 14 ottobre, assistito al suo capezzale dal fratello Luigi. Le sue ultime parole furono “L’ultimo mio desiderio è di dare l’anima a Dio, il corpo a Nostra Signora di Loreto ed il cuore a mia madre.” Fu seppellito a Loreto, e secondo una usanza in voga nell’ottocento, nel solco delle reliquie di santi e uomini di chiesa, il suo cuore, chiuso in una teca di metallo fu portato a sua madre. Nel 1860 vigeva ancora la vecchia mentalità che considerava quasi una profanazione le necroscopie. Il presidente Sinibaldi con una lettera del 14 ottobre 1860 ne chiese il permesso al Cardinale Brunelli, che la concede.
Arturo Conte di Chalus, francese di Nantes, morto nel mese di ottobre all’Ospizio di San Leopardo, assistito dal suo compagno Giuseppe Guerin. Il De Segur scrisse così di lui “… combattè….cadde in mezzo alla mischia colpito da mitraglia in una coscia. Fu con altri ferito trasportato allo spedale di Osimo e stette calmo ed intrepido sopra l’insanguinato letto del suo dolore.”
Regoziano Picou, seminarista di Nantes, fu raccolto sul campo ferito ad una coscia e coperto dalla sola camicia e per il freddo quasi mezzo assiderato. Porato all’ospizio di San Leopardo ad Osimo per mancanza di letti, lo si dovette deporre in un confessionale rovesciato, dove stette vario tempo. La ferita sembrava rimargina ma si riaprì ed il poveretto morì dissanguato il 28 ottobre 1860.
Il De Segur dà una immagine così di parte che in tutte le descrizioni affiora il sospetto che i feriti pontifici non siano stati trattati con la dovuta cura. In realtà vi fu la massima dedizione ed assistenza, nei limiti e nella possibilità di Osimo che in pochi giorni dovette accogliere oltre 300 tra ammalati e feriti.
giovedì 10 febbraio 2022
Osimo. e le conseguenze dei combattimenti del 18 settembre 1860
Massimo Coltrinari
OSIMO E LE
CONSEGUENZE DEI COMBATTIMENTI DEL 18 SETTEMBRE 1860
Osimo al centro delle polemiche pontificie
Caduta Ancona il 29 settembre 1860, il 30 le truppe sarde
presero possesso della città il 30 settembre, issando il tricolore sulla fortezza
dell’Astagno. Il 3, via mare, giunse in Ancona e vi sostò fino al 7 ottobre,
quando, seguendo le truppe si mise in marcia verso sud. Lasciò come Commissario
per le Marche a svolgere il suo lavoro di rappresentante del Re l’on. Lorenzo
Valerio. Ancona e le Marche tutte
iniziavano la loro trasformazione, politica, amministrativa, sociale ed
economica da quella preunitaria in sostanza pontificia a quella nazionale. In
questo contesto anche in Osimo.si videro profondi cambiamenti. Ma prima che
questi si palesassero nella loro compitezza, Osimo dovette assolvere ad un
compito particolare: quello di assolvere al compito di assistere e curare i
feriti pontificio sia dello scontro del 18 settembre, sia quelle feriti o
ammalti nelle operazioni per la conquista di Ancona.
Osimo, quindi, si sobbarcò tutto il peso delle conseguenze
dello scontro del 18 settembre, in quanto era l’unico centro che aveva le strutture e la capacità per .
Nella sua relazione conclusiva riassuntiva della attività
svolta, redatta il 7 gennaio 1861, il magg. medico, Angelo Zavattaro, al
momento della chiusura dell’ospedale di seconda linea sardo nel periodo
settembre – dicembre furono raccolti da 200 a 300 feriti, e poi parecchie
centinaia di ammalati. Questi dati si riferiscono al solo ospedale da campo non
agli altri sei ospedali operanti nello stesso periodo ad Osimo. Un notevole
aiuto fu dato da tutti i cittadini e Zavattaro mette in luce “ la non lenta compartecipazione di ogni
classe di cittadini” all’opera di assistenza sia verso i militari piemontesi
che i militari pontifici “ attesta alla vetusta Osimo meglio che le virtù
cittadine la generosità e non municipale carità di patria e parla in sua lode
meglio che non si saprebbe fare da chi scrive. Questa, - continua la
relazione -, non incontrarono negli
osimani odi o rancori ma solo, e non altrimenti che quelli, le più pietose e
premurose sollecitudini.”
I deceduti presso gli ospedali non furono sepolti nelle
chiese, ma si dispose che fossero inumati presso il Cimitero di San Giovanni. I
deceduti furono 25 Pontifici e 6 Sardi
Osimo si mostrò in quei primi mesi unitari degna delle sue
tradizioni di carità ed altruismo.[1]
Ma, come sempre succede per chi fa del bene e riceve in cambio l’esatto
contrario, si trovò in mezzo alle polemiche sorte in relazione al trattamento
dei feriti pontifici, susseguenti a quelle accesasi sul trattamento dei prigionieri
pontifici. Secondo la convenzione di resa, la guarigione pontificia di Ancona,
dopo aver deposto le armi e tutto l’equipaggiamento non individuale, si doveva
concentrare alla Torretta ( Oggi Torrette). Qui, una volta raccolti, a
scaglioni, per tappe, (cioè a piedi in quanto non vi erano altri mezzi) tutti i
prigionieri furono avvitati in Piemonte e, via Rimini Bologna, Alessandria.
Qui, una volta giunti i belgi, i francesi, gli austriaci e gli altri stranieri
messi in libertà per tornare alle loro patrie, i cosiddetti indigeni, cioè gli
italiani, furono trattenuti per qualche mese, e poi rilasciati anche loro.
Durante il tragitto da Ancona ad Alessandria furono fatti oggetti da parte
della popolazione dei paesi che attraversavano di manifestazioni ostili, di
scherno, insulti e quant’altro, soprattutto in Romagna in cui era molto vivo il
ricordo dei fatti del 1859 e delle repressioni poliziesche. Questi episodi
furono riportati dalla stampa di parte cattolica che, come detto, avviarono
polemiche accese e virulente. Accanto ciò si aggiunse il trattamento che i
feriti pontifici ebbero all’indomani dello scontro del 18 settembre nella piana
di Loreto, in cui in virtù di sciacalli e delinquenti comuni; molti di loro,
come abbiamo visto, furono depredati. Molte testimonianze si aggiunsero, date
dei feriti ricoverati negli ospedali di Osimo, Ed Osimo divenne il riferimento
territoriale di tutte queste polemiche, anche per le versioni e le
testimonianze dei parenti che da Osimo colloquiavano con le loro famiglie in
patria. Da tutto questo, vi fu un filone che fu raccolto da vari scrittori di
parte pontificia, primo fra tutti il De Segur, che scrissero pagine di fuoco di
come i feriti , dopo, e i prigionieri pontifici furono trattati, dopo. Nasce
con Osimo sullo sfondo, il mito dei “Martiri di Castelfidardo”, mito tanto
inventato quanto falso, che inquinò per oltre un trentennio i rapporti tra le
due sponde del Tevere.
[1] Una
dettagliata ricostruzione della cura dei feriti dopo lo scontro del 18
settembre 1860 comprese le risultanze contabili tra il Comune di Osimo e
l’Intendenza di Armata basata sulla documentazione esistente presso l’Archivio
di Osimo è stata riproposta da M. Serrani,
Osimo nel 1859 -1960, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Urbino,
“Carlo Bo”, Facoltà di Lettere e Filosofia, Corso di laurea in Lettere Moderne,
Anno Accademico 2006 - 2007
lunedì 31 gennaio 2022
Osimo nei primi mesi dell'Unita d'Italia
OSIMO E LE CONSEGUENZE DEI COMBATTIMENTI
DEL 18 SETTEMBRE 1860
Osimo visse la giornata del 18 settembre con apprensione,
immediata retrovia del campo di battaglia.
Terminati i combattimenti, nel primo pomeriggio del 18
settembre questi “era nel più completo
abbandono per la fuga dei pontifici e per la scarsità dei servizi di cui poteva
disporre l’esercito piemontesi, molti concittadini si recarono con vetture sul
luogo e diedero a soccorrere i feriti, portandone in parte a Loreto e negli
istituti, non solo ed un po' nelle varie chiese ad eccezione della Cattedrale
(di Osimo) e di quelle troppo piccole, ed un po' nelle case private. Le signore
e le donne della autocrazia e del popolo fecero a gara nel preparare le bende e
nell’assistere i degenti. Quel giorno (18 settembre ) era la festa del nostro
patrono San Giuseppe da Copertino ma, come ci raccontano i nostri vecchi che ne
furono testimoni mentre sul presbiterio si salmodiava e si dava la benedizione
ai pochi fedeli, si udivano i lamenti dei feriti giacenti sui lettucci di
fortuna, sistemate nella parte della chiesa più prossimi all’ingresso
principale e separata dal resto a mezzo di un tendone”[1]
Dal 13 settembre, come detto, il Gonfaloniere Bonfigli aveva
assunto i poteri civili a seguito del ritiro dei gendarmi e degli ausiliari e
di ogni autorità pontificia su Ancona. Su sua iniziativa il 18 settembre fu
costituito un Comitato, di assistenza e soccorso composto da FR.E. Lor.
Fiorenti, B.Bellini, Aug. Sinibaldi, Ant. Landinelli e Fr. Mazzoleni conb Fr.
Petrini come segretario.
All’indomani del 18 settembre, passato il primo momento della
raccolta e della sistemazione dei feriti, la situazione fu presa in mano in
Osimo dal Cav. Alessandro Landinelli aiutato da suo fratello Antonio. I feriti
furono smistati tra l’ospedale Comunale, detto anche Ospedale Vecchio, un
ospedale allestito alla chiesa di San Marco, un terzo ospedale allestito a San
Niccolò, un quarto ospedale a San Silvestro, un quinto all’Orfanatrofio femminile, che aveva
un appendice nel vicino Palazzo Pini, ed il sesto a San Francesco.
La organizzazione sanitaria dell’esercito sardo seguiva le
connotazioni logistiche dell’epoca. Prevedeva una assistenza ai combattenti
dall’indietro in avanti. Un ospedale da campo era stato impiantato ad Osimo
diretto dal dott. Zavattaro, mentre un ospedale di prima linea , diretto dal
sottointendente Luino, era stato dispiegato a Castelfidardo.[2]
Alla Chiesa di Crocette erano dislocate le ambulanze della 4a Divisione (dott.
Lai) e della 7a Divisione (Dott. Loretti) ed altri elementi dei servizi
sanitari comprese le ambulanze reggimentali dei reparti ivi gravitanti. La
Chiesa delle Crocette divenne il centro ove affluivano i feriti e presto si
trasformò in un vero e proprio luogo di degenza. Nel suo cortile si provvide a
sotterrare i Caduti.
Secondo la ricostruzione di Don Carlo Grillantini il 15
ottobre ad Osimo erano ancora degenti 315 feriti. A San Francesco, anche se non
vi sono documenti scritti ma solo una testimonianza orale, Padre Cesanelli,
afferma che i frati dovettero per qualche tempo girare nel loro convento
camminando tra i letti dei feriti. Negli ospedali di Osimo prestavano servizio
una decina di medici, oltre agli infermieri ed a quattro cappellani cappuccini,
mentre le suore, Figlie della Carità, ed altro personale civile coadiuvavano il
personale medico.
Nelle prime ore dopo i combattimenti emerse un dato che trova
riporto nella relazione di Cialdini a Fanti. Vagavano sul campo di battaglia loschi
figuri tutti intenti a spogliare i cadaveri e a depredare i feriti. Questa
situazione può aver innescato un comportamento di reazione dei feriti verso chi
li voleva soccorrere, scambiati per predatori. . Nel rapporto di Cialdini a
Fanti la sera del 18 settembre viene evidenziato il comportamento dei soldati
pontifici feriti di origine tedesca o svizzera di lingua tedesca che
continuarono a combattere anche dopo essere stati feriti o essere fatti passare
per finti feriti. Il rancore che questi provavano verso l’elemento indigeno,
come lo chiamavano, ovvero italiano era al di sopra delle righe. Molto di
questo personale, peraltro, proveniva da un reclutamento verso individui che
volevano correre certe avventure, quindi moralmente deficitario. Aggiunto al
fatto che elementi locali si diedero allo sciacallaggio si ha un quadro
abbastanza esaustivo di questi tristi episodi.
Questo diede vita a una serie di polemiche sulla stampa
nazionale e internazionale, soprattutto In Francia e in Belgio, a tutto danno
della immagine delle nostra terra e dei suoi abitanti. Osimo, divenne la metà di tanti viaggio,
intrapresi dai parenti che volevano andare a visitare i proprii cari feriti o
ammalati. (continua)
[1][1]
Grillantini C., Storia di Osimo, Pinerolo, Scuola di Tipografia Cottolengo,
1969, Vol II dal 1860 ad oggi. Pag. 703.
[2] Il
Personale sanitario dell’esercito era considerato civile assimilato alla
organizzazione militare. Prevdeva medici divisonali di 1° e 2° classe. Medici
reggimentali di 1° e 2° classie, medici di battaglie di 1° e 2° classe e medici aggiunti. CFr. Ales S., Dall’Armata sarda all’Esercito Pontificio
1843 -1861, Roma, Ministero della Difesa, Stato Maggiore dell’Esercito,
Ufficio Storico, 1990 pp. 157 e segg.
giovedì 20 gennaio 2022
lunedì 10 gennaio 2022
Da una storia a La Storia. La Cattura del gen. De La Moriciere II parte
Massimo Coltrinari
La cattura del generale De La Moriciére non fu voluta?
18 settembre 1860 (II
Parte)
A sostegno della tesi che il generale De La Moricière non fu
volutamente catturato dalle truppe sarde su ordine superiore del Comando Sardo,
ovvero di Cialdini o uno dei suoi sottordinati per evitare complicazioni
internazionali o altro l’Autore di questo scritto[1]
porta testimoni oculari. Riportiamo le loro testimonianze:
“Doga Celeste fu
Antonio, pensionato garibaldino, ora ( 1910 n.d.a) residente al Poggio (frazione del Comune di Ancona) ascrisse di essere
stato guida di una compagnia di soldati partiti da Camerano per troncare la
ritirata del Lamoricère[2] . Al
capitano gli disse che la strada breve e sicura per riuscire, era la strada di
terra, tuttora esistente, detta dei Molini (lungo il torrente Boranico) che
mena a quella del Trave, precisamente per dove più tardi avrebbe dovuto transitare
il generale nemico. Da notarsi che il Doga per il suo mestiere di calderaio
specialmente della campagna di Camerano e dintorni era molto pratico. Ma il
capitano rispose che aveva l’ordine di andare a Massignano[3] e vi
si fece guidare. Ivi giunto seppe che il Lamoriciere s’era fermato al convento
dei Camaldolesi[4]
sulla vetta del Conero da dove dopo una breve refezione era partito seguendo i
sentieri del monte e costeggiando la frazione di Poggio fino al Trave.
Esclamò allora quel
capitano “Che sbaglio abbiamo fatto.” come testimonia Giovanni Tangherlini fu
Angelo ottantenne (siamo
sempre nel 1910) ora residente al Poggio,
e in quei tempi a Massignano.[5]
Questi lo guidò al
Poggio stesso, ma troppo tardi che già il Lamoriciere s’era avvicinato ad
Ancona, senza che si potesse più sperare di raggiungerlo.
Del tragitto percorso
da Lamoriciere, come ho indicato più sopra, ho raccolto numerose testimonianze
le quali tutte confermano che assolutamente si è cercato di inseguirlo, senza
volerlo mai raggiungere, col troncagli la strada.[6]
Ora resta a domandarsi.
Proprio vero che quel capitano di cui nessuno ha saputo dirmi il nome[7],
s’era sbagliato, o è vero invece ch’egli avesse avuto ordini tassativi dai suoi
superiori di lasciare liberamente entrare il Lamoriciere in Ancona per tutto
predisporre alla difesa? [8]
Se fosse vera questa seconda ipotesi, quali ragioni devono aver influito su
tale decisione? [9]
Nella ricostruzione già fatta[10]
emerge nella sua oggettività tutta la cronologia degli eventi, che permette già
di rispondere a questa ricostruzione: l’intera vicenda si svolse dalle 13,30-14
alle 17,30 del 18 settembre 1860. Dal momento in cui il De La Moriciére, rendendosi
conto della situazione tattica, ormai compromessa, da l’ordine di raggiungere
Ancona o di mettersi in salvo a Loreto a tutte le sue truppe, fino a che non
giunse in Ancona, alla Piazza del Teatro delle Muse alle 17,30. Le vie di
scampo per i soldati pontifici erano tre: verso nord, verso Ancona che era
l’obbiettivo per cui si erano messi in marcia il 13 settembre dall’Umbria, la
via verso sud, lungo la litoranea, detta della “marina”, oppure ritornare a
Loreto, da dove erano scesi quella mattina del 18 settembre.
De La Moriciére scelse delle tre vie, quella nord, verso
Ancona; passato per i poggi di Umana (Numana) raggiunse il convento dei Camaldolesi
introno alle 15, si fermò quindici minuti e intorno alle 15,45-16 era al Poggio
per poi proseguire su Ancona, dove arrivo alle 17,30, raccolto dai comandanti
pontifici sulla piazza davanti al Teatro delle Muse.
Un dato viene dato per scontato. Nelle prime ore del
pomeriggio come faceva il Doga a sapere che De La Moriciére sarebbe transitato
per quella strada? Come faceva a sapere gli esiti degli scontri della mattinata
a ridosso del Musone e la decisione del De La Moricière di prendere la via nord
per raggiungere Ancona? Così pure, il generale Cugia di Sant’Orsola da Camerano
mandava elementi della sua brigata in avanti dando l’ordine di catturare tutti
i soldati pontifici incontrati impedendo loro di raggiungere Ancona. Nel
contempo, verbalmente, perché per iscritto non risulta, dare l’ordine che se si
fosse incontrato il gen De La Moriciére (ma lui come faceva a sapere che era
per la via di Ancona?) lo si doveva tassativamente lasciarlo passare?
Nel momento in cui alle 14 - 14,30 Cialdini giunse sul campo
degli scontri, che erano praticamente terminati, giungendo da Osimo, i suoi
subordinati avevano già dato gli ordini per sfruttare il successo. Su ordine
del generale comandante la Brigata Regina, Colonnello Brigatiere Avenati, il 9°
Reggimento fanteria[11]
mosse verso l’Aspio e passatelo, puntò decisamente su Numana che a quel tempo
si chiamava Umana. Raggiuntela, riuscì a intercettare e disarmare 19 ufficiali
e 223 soldati pontifici.[12]
Il Generale Cugia di Sant’Orsola, alle prime luci dell’alba
del 18 settembre, come visto nella precedente nota, aveva occupato Camerano, ma
aveva assunto un atteggiamento prettamente difensivo, dovendo garantire le
spalle ai reparti che combattevano fronte sud. L’evolversi della situazione
fece sì che non prima delle ore 14 il Cugia cambiasse atteggiamento, passando a
quello offensivo. Da Camerano era facile bloccare ogni litoranea per Ancona.
Infatti, come detto, fu dato ordine ad elementi della brigata di procedere per
colonna ad occupare Massignano. Occupatela intorno alle 15,30-16, un drappello
di 25 uomini al comando del cap. di Stato Maggiore Mazzoleni si spinse oltre ed
occupava i poggi sopra Sirolo. Il cerchio era chiuso. Se si considera che i
combattimenti cessarono intorno alle 14 e due ore dopo tutte le vie litoranee
verso Ancona erano chiuse, si può dire che i comandanti Sardi agirono di
iniziativa in modo veramente encomiabile.
Nei quindici rapporti esaminati dei Comandanti presenti sul campo non vi
è traccia di ordini o altro relativi alla disposizione di non catturare il De
La Moricière.[13]
Soprattutto quello del generale Cugia di Sant’Orsola, che inviò elementi della
sua Brigata a Massignano, né in quello del cap. Mazzoleni. Gli ordini erano
chiari per tutti: catturare il maggior numero possibile di soldati pontifici impendo
che questi raggiunsero Ancona.
Una grande operazione di omertà tacere questo ordine? Favorire
l’arrivo in Ancona del Comandante in Capo, affinchè organizzasse al meglio la
difesa. Certamente Fanti avrebbe chiesto precise spiegazioni a Cialdini di
questo ordine che contraddiceva tutti quelli emanati in precedenza. Nel
rapporto delle ore 21 del 18 settembre 1860 a Fanti, Il Cialdini, nel
descrivere la giornata appena trascorsa, scrive…
“IV Gran Comando
Militare. Osimo[14]
18 settembre 1860 ore 9 sera.……ho battuto De La Moricière che è tornato a
Loreto……
Le mando direttamente
questo rapporto onde l’E.V. manovri per tagliare la ritirata al corpo di La
Moriciére che non ha altra via fuorché quella che da Loreto per Porto Recanati
lungo il mare conduce a Fermo. Le sue truppe devono essere in uno stato di
completa demoralizzazione. Per conto mio farò quello che posso per inseguirlo.”[15]
Cialdini mostra tutta la volontà di catturare il maggior
numero di soldati pontifici compreso il loro Comandante in Capo. Inoltre è
convinto che De La Moriciére sia a Loreto e l’unica via aperta è quella per
Fermo. Non sa che il De la Moriciére ha preso la via di Ancona, ove è arrivato
alle 17,30.
Il De La Moricière riuscì a raggiungere[16]
Ancona perché si muoveva a cavallo, mentre le truppe sarde che furono impiegate
per chiudere le strade per Ancona si muovevano a piedi. Nonostante la celerità
degli ordini e la loro esecuzione immediata, il De La Moriciére riuscì a non
farsi intercettare solo per poche decine di minuti, al massimo una mezz’ora. In
guerra avere un po' di fortuna non gusta mai.
Sul campo da parte pontificia vi erano solo due generali, il
De La Moriciére e il de Pimodan. Come facevano i testimoni oculari a sapere chi
dei due generali era il De La Moriciére? Come facevano a sapere che il de Pimodan
era stato ferito solo quattro ore prima ed ora era all’ambulanza delle
Crocette? Il fatto che tutti parlano decisamente
del De la Moricière é veramente sospetto. L’Autore conclude il suo articolo con
due bei paragrafi
“Non a me, umile
raccoglitore di notizie storiche è dato significare una risposta esauriente. Ad
altri quindi conoscitori profondi delle condizioni politiche nazionali ed
internazionali di quei tempi lascio la parola. A me basta aver trovato conforto
di testimonianze le quali ancora una volta assodino che se il generale
Lamoriciere nella sua ritirata si trova fuori della portata dei cannoni, non fu
abilità la sua, e che fu imperizia o altro da parte dell’esercito piemontese
l’essere riuscito senza moleste a scappare da Castelfidardo ad Ancona.”
Conclusione che non può essere accettata, per evitare che si
crei una nuova versione dei fatti basata su quello che si vuole che sia stato e
non quello che è stato: gli ingredienti ci sono tutti: i testimoni oculari
prima di tutto. Sono testimonianze da prendere con le molle. Dopo cinquant’anni
dagli avvenimenti si può raccontare di tutto ed il contrario di tutto. Il De La
Moriciére riuscì a sfuggire alla cattura perché aveva il vantaggio
dell’iniziativa e si muoveva a cavallo. Infatti in quel tardo pomeriggio del 18
settembre ad Ancona giunsero solo e solamente dei cavalieri; i soldati a piedi
giunsero nella nottata. Accusare di “imperizia l’esercito piemontese” è
offensivo; è vero il contrario: i comandanti furono intelligenti, attivi e
decisi. Per “o altro” (questa è dietrologia che è sempre un buon ingrediente
per storie accattivanti) non è necessario spendere parole. Accusare i
Comandanti sardi, non sapendo nemmeno dove fossero (Si cita il generale Morozzo
Della Rocca che il 18 settembre era a Perugia in quanto il 23 settembre prende
alloggio a Camerano) e quale era il loro ruolo, di aver dato l’ordine di non
catturare il De La Moriciére per ragioni oscure ed inconfessabili, si aggiunge
a tutto quel affastellamento di “fake news” che avvolge ancor oggi questi
eventi. Ed ancora in molti ci vanno dietro.
De La Moriciére poi
non mise mai piede a Castelfidardo. Lui raggiunse Loreto dall’Umbria ed operò
da Loreto e nella piana di Loreto; nelle sue memorie cita questa località poche
volte, e sempre in modo indiretto e subordinato.
E’ sempre un buon esercizio l’esegesi di testi e confrontarli
con le fonti, di tentare di scrivere la Storia, in generale, e la Storia
Militare in particolare.[17]
Ovviamente si è a disposizione per ogni eventuale approfondimenti.
[1] La Cattura
del generale Lamoriciere non fu voluta? In “Per il primo centenario della
liberazione delle marche, numero unico pubblicato dall’Associazione Marchigiana
per la Storia del Risorgimento italiano, Roma, 1910.
[2] Vedi
oltre. Erano i reparti della Brigata Como in azione su ordine del gen. Cugia di
Sant’Orsola
[3] Ordine
dato dal generale comandante la Brigata, volto a sbarrare la strada ai soldati
pontifici che avevano preso la via di nord est verso Ancona.
[4] Il De La
Moricière raggiunge il Convento dei Camaldolesi alle 15 circa e vi sosto 15
minuti. Come faceva il testimone a sapere quanto successo quarantacinque minuti
prima?
[5]
Certamente sarebbe stato un bel colpo aver catturato il Comandante in Capo
nemico. Forse il rammarico sta tutto qui.
[6] Sarebbe
interessante sapere le testimonianze raccolte, che certamente sono dei civili.
Nei rapporti dei comandanti sardi, come si dirà oltre, non vi è traccia di
questo argomento.
[7] Era il
cap. di Stato Maggiore Mazzoleni, che a Massignano ebbe il compito di
proseguire verso ovest e raggiungere i poggi di Sirolo con il compito di
fermare tutti i soldati pontifici che incontrava e farli prigionieri.
[8] Furono
impiegate diverse compagnie a comando dei loro capitani. Dare ordini tassativi
a livello di compagnia, cioè ai capitani, avrebbe significato, come si dirà,
che nei rapporti successivi dei predetti capitani questo sarebbe stato
rilevato. In nessun rapporto emerge questo dato.
[9] Il
fascino delle storie raccontate e non documentate è tutto qui: lanciare
interrogativi, mettere i dubbi, creare situazioni, sperando che il sassolino inizia
a rotolare e trasformarsi in valanga.
[10]
Coltrinari M., La Giornata di Castelfidardo 18 settembre 1860. Il passaggio
delle Marche dallo Stato preunitario allo Stato nazionale, Castelfidardo,
Fondazione Duca Roberto Ferretti di Castelferretto Italia Nostra Onlus Sezione
di Castelfidardo Lions Club Recanati Osimo, 2008, pag. 177 e segg.
[11][11]
Due battaglioni e se compagnie al comando del ten. col. Duranti.
[12]
Rapporto al Sig. Comandante generale la 4° Divisione attiva (al campo Quadrivio
di San Biagio, 22 settembre 1860. Il Comandante la Brigata Regina Colonello
Brigatiere Avenati, in Ministero della Guerra Corpo di Stato Maggiore Ufficio
Storico, La Battaglia di Castelfidardo, Roma Tipografia del Genio, 1903.
[13] Se
l’ordine era stato effettivamente dato, anche verbale, una traccia nel rapporto
del subordinato ci doveva essere a giustificazione che sì era stato
eseguito.
[14] Notare
che questo rapporto porta la data del 18 settembre 1860 ed indica come sede del
Quartier Generale del IV Corpo Osimo.
[15]
Coltrinari M., La Giornata di
Castelfidardo 18 settembre 1860. Il passaggio delle Marche dallo Stato
preunitario allo Stato nazionale, cit. pag. 190
[16]
Il totale dei soldati pontifici che raggiunsero Ancona furono 127 Cavalieri, 29
fanti, alla spicciolata favoriti anche dalla loro esiguità, e 17 via mare nei
giorni successivi. Questo risultato è la vera sconfitta per il De La Moricière:
degli 8500 uomini partiti dall’Umbria che dovevano rinchiudersi in Ancona e
dare vita ad una resistenza ad oltranza, giunsero solo 173 uomini pari a poco
più del 2%.
[17]
L’oggetto di queste due note sarà parte integrante dell’aggiornamento del
Modulo di Storia del Risorgimento al Master di 1° Livello in Storia Militare
Contemporanea dal 1796 al 1960. IV Edizione attivato presso la Università degli
Studi N. Cusano Telematica Roma (www.unicusano.it/master)
di cui l’Autore vi è il Direttore Scientifico e Docente.
venerdì 31 dicembre 2021
Da Una Storia a La Storia. La Cattura del generale De La Moriciere.
Da una storia a La
Storia
La cattura del generale De La Moriciére non fu voluta?
18 settembre 1860 (I Parte)
Massimo Morroni dovrà mettere in campo tutta la sua cortesia
ed il suo autocontrollo se, dopo dieci anni dalla richiesta, provvedo a dargli
una risposta. Correva l’anno 2011 ed eravamo nel pieno delle celebrazioni del
150° anniversario degli avvenimenti del 1860. In questo contesto, mi arrivò la
richiesta di Massimo Morroni: chiedeva di dare una risposta parere ad un articolo dell’agosto 1910, scritto in
occasione del 50° anniversario, dal
titolo “La cattura del generale
Lamoricière non fu voluta?”[1] Ora
per allora provvedo, riportando il testo dell’articolo in corsivo ed i commento
relativo al contenuto.
La conclusione dell’articolo così recita. “… a me basta aver trovato conforto di
testimonianze le quali ancora una volta assodino, che se il generale
Lamoriciere nella sua ritirata, si trovò fuori dal tiro dei cannoni, non fu
abilità la sua, e che imperizia o altro da parte dell’esercito piemontese,
l’essere riuscito senza molestie a scappare da Castelfidardo ad Ancona”[2]
Senza por tempo in mezzo, si può dire che in questa
conclusione non vi è niente di vero.
Il tema, in ogni caso, è quanto mai intrigrante. Un vero
giallo. In pratica si sostiene che dopo gli eventi dello scontro del 18
settembre 1860 il Comando sardo diede disposizioni per non catturare il Capo
dell’armata pontificia. A sostegno di ciò si portano testimonianze (raccolte
nel 1910) di testimoni oculari che asserivano questa tesi. Per giungere alla
conclusione di cui sopra, dalla quale discendete il pesante giudizio di
“imperizia “ di un Esercito.
Capoverso per capoverso, come detto scritto in corsivo, riporto il testo inviatomi dell’articolo inviatomi
per dare al cortese lettore riscontro oggettivo affinché si formi la sua
opinione. L’articolo così inizia
“E’ noto come, non
appena decisa la battaglia di Castelfidardo. Il generale Lamoriciere, con parte
del suo Stato Maggiore tentasse la ritirata in Ancona, prendendo la via della
marina, cioè Numana, Sirolo, Monte Conero strada Trave, Ancona”
Il comandante in capo dell’Esercito pontifico gen. Cristoforo
De la Moricière[3], che quel 18 settembre 1860 aveva come obbiettivo
di portare in Ancona il maggior numero dei 8500 soldati partiti con lui
dall’Umbria il 13 settembre, verso le 12-12,30 (lo scontro era iniziato alle
9,20) dopo il ferimento a morte del gen. De Pimodan alle 11,30, finalmente,
vista la situazione, diede l’ordine a tutti i combattenti, di cercare di
svincolarsi dai combattimenti e puntare verso nord, cioè verso Ancona. Non vi è
qui lo spazio per la descrizione del bel piano tattico che ideò e che verso le
11.00 era riuscito ad attuare. Un ordine arrivato troppo tardi che costò caro ai
pontifici. In Ancona degli 8500 uomini ne arrivarono solo 127 il quel 18
settembre più una decina nei giorni successivi. Non si tratto quindi di una
“ritirata”, ma di una “avanzata” per raggiungere Ancona, che è alla base del
piano strategico messo in atto il 12 settembre. Dato l’ordine, il De La Morciére
ed i suoi ufficiali e le truppe a lui vicine lo misero in atto. L’articolo così
prosegue:
“Ebbene, più volte mi
sono chiesto come da Camerano, dove erano 8 pezzi di artiglieria, ed un
generale, Il Della Rocca che risiedeva nella casa del marchese Giulio
Manciforte, non si fosse fermato il fuggiasco e catturato. Non sapevo spiegare
questo fatto se non con l’ammettere che nessuno s’era accorto della ritirata
del Lamoriciere o che assolutamente, forse per evitare complicazioni
internazionali, non fi fosse voluto arrestare. Sempre piùm però mi venivo
confermando in questa seconda ipotesi perché contenporanei della battaglia,
tuttora viventi, tra il quali il segretario del comune di Camerano, signor
Leonardo Zoppo, ricordano di aver veduto benissimo a occhio nudo, il
Lamoriciere e gli altri a cavallo e di aver scorto col cannocchiale perfino i
filetti delle monture. Dunque?
Di questi giorni,[4] In
questa rinnovata primavera della patria, ho voluto procedere ad una inchiesta
sul fatto, e benché nulla ( mi è stato assicurato) risulti negli archivi del Comune
di Camerano, ne alcuna memoria scritta risulti in proposito in casa del
marchese Manciforte, da testimonianze di vecchi che conservano piena lucidità di
mente, m’è stato confermato che non si è voluto assolutamente arrestare il capo
delle orde papaline.”
La tesi oggetto dell’articolo è che il Comando Sardo diede
ordini di non catturare De La Moricière e di lasciarlo libero per raggiungere
Ancona.
Vedremo in una prossima nota le testimonianze oculari portate
a sostegno di questa tesi. Adesso si può inizialmente dire che dare ordine di
non catturare il Comandante in Capo nemico sul campo e lasciarlo libero di
entrare in Ancona, dove avrebbe assunto il comando della difesa, sarebbe stato
un grave errore. Si permetteva al nemico di avere un generale, il Comandante in
Capo per giunta, al comando della piazzaforte che si doveva investire, non è
certo una scelta intelligente, contrario agli interessi propri. Cialdini pochi
giorni prima aveva fatto arrestare a Pesaro mons. Bella, delegato apostolico, e
trattato in modo insultante ed indecoroso. Si sostiene che potevano esserci
delle complicazioni internazionali. L’estensore dell’articolo sapeva che De La
Moricière fu fatto prigioniero il 29 settembre successivo ed imbarcato su una
nave il 3 ottobre ed inviato a Genova per essere messo in libertà.
Ma l’errore grave dell’estensore è di carenza di conoscenza
dell’evolversi dei fatti. Il responsabile di tale ordine dovrebbe essere,
secondo lui, il gen. Morozzo della Rocca, che aveva preso alloggi a Camerano
nella villa dei marchesi di Manciforte.
Ebbene quel 18 settembre 1860 il gen. Morozzo della Rocca,
comandante il V Corpo d’Armata era al suo Q.G. a Perugia. Il giorno dopo 19
settembre, lo raggiunse l’ordine, dopo gli esiti dello scontro di
Castelfidardo, di dirigere il suo Corpo d’Arma nelle Marche. Cosa che fece
ripercorrendo la strada che il De La Moriciére con i suoi uomini aveva percorso
dieci giorni prima. IL 23 settembre si incontrò a Loreto, con Cialdini, Persano
e Fanti, e ricevette l’ordine di portare lungo la marina le sue truppe, per
dare l’assalto finale ad Ancona. Raggiunse Camerano il 24 settembre e prese
alloggi presso la villa del marchese Manciforte.
Quindi un errore macroscopico asserire che Morozzo della
Rocca diede l’ordine di non catturare il De La Moricière. Morozzo della Rocca
il 18 settembre 1860 non era presente, era a Perugia.
Camerano, il 18 settembre 1860 era stata occupata alle prime
ore del 18 settembre dal 23° Reggimento fanteria della Brigata “Como” con la
sua batteria (qui il dato è esatto, 8 pezzi) su ordine del Generale Cugia di
Sant’Orsola, che ricevette gli elogi del Cialdini per questa iniziativa. Ma era
una mossa preventiva per contrastare eventuali uscite pontificie da Ancona come
era successo il giorno innanzi. Cugia occupò Camerano nella prima mattina del
18 settembre, ma basta guardare la carta, non era assolutamente in grado di
sbarrare il cammino di De La Moriciére, ammesso che Cugia alle 16 del 18
settembre avesse avuto le notizie che De La Moriciére si stava dirigendo su
Ancona.
Tirando le somme di questa prima parte al commento
dell’articolo si può dire che l’impianto di ricerca dell’Autore è completamente
errato, e quindi, le relative conclusioni errate. Vedremo nella prossima nota
come questa narrazione sia stata suffragata da testimoni oculari.
[1]
Pubblicata su “Per il primo cinquantenario della liberazione delle Marche”,
numero unico pubblicato dall’Associazione Mrchigiana per la Storia del
Risorgimento Italiano, Roma, 1910”
[2] Ibidem
[3] La
scritta “Lamoriciere” è una storpiatura del vero nome, De La Moricièere.
[4] Siamo
nel 1910 nei giorni che si celebravano il cinquatenario degli avvenimenti.






