mercoledì 22 marzo 2017
Edizione 2003 Nota IV Parte I
(centrostudicesvam@istitutonastroazzurro.org)
la
fase esecutiva
Alla sera del 10 Settembre il Comando Pontificio
dirama le disposizioni per la raccolta e 1'adunata delle forze mobili dislocate
in Umbria, sull'asse Terni - Spoleto - Foligno. L'incertezza nella quale il
Generale De La Moricière fu lasciato per tutta la giornata del 10 Settembre non
permise di inviare ordini precisi e tassativi alla Brigata Schmid che 1'll
Settembre, quando ormai era troppo tardi.
Quindi si
incolonnarono verso le Marche le Brigate Cropt e De Pimodan, in totale circa
8.500 uomini. La giornata dell'11 Settembre fu spesa per i preparativi e la
messa in campagna delle truppe. A sera la situazione era la seguente:
2a Brigata (De Pimodan): a Terni; 4 a
Brigata o di riserva (Cropt): a Spoleto; 1 a Brigata (Schmid): a
Città della Pieve; e 3 a Brigata (De Courten): nelle Marche.
Le notizie giunte nella giornata dell'11 Settembre al
Quartier Generale Pontificio a Spoleto ormai sono chiare: 1'insurrezione sarda
era cominciata e Pesaro e Fano, investite. De La Moricière conferma gli ordini
di radunata di tutte le forze a Spoleto, poi di marciare su Colfiorito e,
quindi, su Macerata. Nel diramare questi ordini, il Comandante in Capo
Pontificio valutava che 1'invasione sarda sarebbe stata di molto rallentata
dall'investimento e dalla resistenza delle piazzeforti di Pesaro e quella di Fano. L'ipotesi minima era
individuata in due, tre giorni per Pesaro ed uno-due giorni per Fano. Riteneva,
quindi, di avere tempo sufficiente, sull'ordine di quattro, cinque giorni, per radunare tutte le forze.
Confermava
1'ipotesi di non effettuare nessuna azione contro le truppe del V Corpo
d'Armata sardo che dalla Toscana scendevano in Umbria, incentrando tutta la
manovra sul prevenire quelle del IV Corpo che, era
evidente, puntavano su Ancona.
Alle ore 24 del
12 Settembre le truppe Pontificie iniziarono il movimento: la Brigata Cropt da
Foligno, via Colfiorito, per Serravalle; la Brigata De Pimodan da Spoleto
doveva serrare su Foligno. Iniziava alle ore 24 del 12 Settembre la manovra che
portò i Pontifici al combattimento di Castelfidardo.
I movimenti erano per lo più a forte connotazione
logistica: la Brigata De Pimodan non incontro difficoltà, mentre la Brigata
Cropt ebbe inconvenienti con 1'artiglieria nel tratto Foligno - Scopoli e Case
Nove - Cantoni, data la forte pendenza. Si dovette aggiogare un paio di buoi ad
ogni traino, non essendo sufficienti le due pariglie regolamentari. Alla sera
del 13 Settembre 1860 la Brigata Cropt era tutta a Serravalle e la Brigata De
Pimodan a Foligno.
La Brigata Cropt ricevuti ordini verbalmente dal
Generale De La Moricière inizio all'alba il movimento da Serravalle a
Tolentino. In testa marciava un battaglione di linea e due pezzi di artiglieria
al Comando del ten. col. Blumenstihl; a 400 metri marciava il resto della
colonna. Non vi era necessità di adottare misure di sicurezza accurate:
informazioni prese presso i contadini davano la strada per Macerata libera; a
sera la Brigata Cropt era a Tolentino. La Brigata De Pimodan lasciava Foligno e
giunse senza intralcio a Serravalle incontrando gli stessi inconvenienti per
1'artiglieria che ave va incontrato Cropt. L'apprezzamento di situazione a
Tolentino, la sera del 14 settembre, era il seguente: la manovra per
raggiungere Ancona era iniziata senza inconvenienti: affinché riuscisse si
doveva ulteriormente accentuare la celerità di ogni movimento, e contare ancora
sulla efficienza del servizio informazioni, al fine di evitare
sorprese.
De La Moricière da Tolentino emanava gli ordini
conseguenti a questo apprezzamento di situazione. Le truppe rimaste in Umbria
le pose alle dirette dipendenze del Ministero della Guerra, a Roma. Ordina al
Comandante di Ancona, Colonnello Gady, di presidiare Monte Polito, Monte Pelago
e la Lunetta Scrima e di comunicare a mezzo manifesti a tutta la popolazione di
Ancona che il Generale francese Goyon con 25.000 uomini, il 17 Settembre sarà a
Roma con tutta la sua truppa, ovvero i francesi stanno arrivando in aiuto ai
Pontifici.
Telegrafò anche al Colonnello Zambelli ad Ancona: “
Ho ricevuto le vostre lettere del 13 corrente. Inviate tutte le vostre spie in
giro e tenetemi informato esattamente e continuamente delle mosse e delle
posizioni del nemico: non risparmiate denaro.”
Evidente 1'esigenza di essere ben informato sulle
mosse del nemico. De La Moricière cura anche il morale delle sue truppe.
Insiste presso Mons. Gasparoli, Com. Apostolico del Santuario di Loreto per
avere la bandiera così detta di Lepanto:
avere questa insegna alla testa delle truppe è sicuramente un fattore positivo
per il morale. Infine non trascura il fattore celerità; impone una velocità
operativa di ritmo elevato. Ordina a Cropt di proseguire nella notte del 14 sul
15 verso Macerata e di raggiungerla, ed alla Brigata De Pimodan di raggiungere
Tolentino. Le truppe rispondono bene agli ordini.
Nei giorni 12, 13, 14 Settembre hanno percorso, quelle
di Cropt i 97 chilometri, che separano Spoleto da Tolentino e si stanno
avviando a raggiungere Macerata, distante 17 chilometri; quelle del De Pimodan
ne hanno percorsi 87, (Terni - Serravalle) e si stanno accingendo a per corre i
37 chilometri per poter raggiungere Tolentino. Una velocità operativa di tutto
rilievo, ancora più da sottolineare se si considera che le truppe Pontificie
non erano allenate e non avevano i necessari mezzi logistici completi.
Alla sera del 14 Settembre la situazione è la
seguente: la 1a Brigata ormai circondata a Perugia, la 2 a,
De Pimodan, in marcia su Tolentino, la 3
a , De Courten, interamente riunita ad Ancona, la 4 a, Cropt
in marcia su Macerata.
Durante la giornata del 15 Settembre 1860 la manovra
Pontificia si attua senza intoppi o difficoltà. Cropt arriva a Macerata alle 7
di mattina de1 15 settembre e a questa brigata si aggregano 120 gendarmi del
Capitano Zampieri.
De Pimodan raggiunge Tolentino. Da Macerata De La
Moricière manda un messaggio a Roma, ove fa il punto di situazione. La prima
parte della manovra Pontificia era riuscita: le truppe del V Corpo del Generale
Morozzo Della Rocca non sono riuscite ad agganciare quelle del De La Moricière,
pur distanti solo due giornate di marcia. E’, questo, un insuccesso dei Sardi,
dovuto in primo luogo alla carenza di informazioni, alla scarsa conoscenza dei
luoghi ed infine a ritardi dovuti al fatto di accettare combattimenti isolati,
contro forze Pontificie disperse, alla ricerca di successi facili e parziali.
Una risoluta azione su Foligno, prima che il De La Moricière avesse avuto modo
di iniziare il movimento verso Macerata, avrebbe di molto abbreviato la
campagna.
Macerata non distava che due giornate di marcia da
Ancona. Cropt vi era giunto nella prima mattina del 15: con azione risoluta
poteva esserci a metà della giornata del 17 Settembre. De Pimodan il giorno dopo,
il 18 Settembre: per De La Moricière la realizzazione del suo piano non pareva
proprio impossibile. Nel pomeriggio del 15 Settembre si tiene a Macerata un
Consiglio di Guerra a cui partecipò il Gen. De Pimodan che aveva lasciato
Tolentino a cavallo, scortato da pochi uomini.
Al consiglio partecipano, oltre a Cropt anche il
Colonnello Blunemstihl ed altri Ufficiali Superiori. Nella conferenza si
presero le seguenti decisioni:
proseguire il 16 Settembre su Ancona in due scaglioni, Cropt su Loreto,
De Pimodan su Macerata; seguire, con la
prima colonna la strada più sicura, la seconda avrebbe scelto la stessa strada;
riunire tutte le forze a Loreto; non impegnarsi assolutamente in combattimento; vagliare le decisioni alla luce delle
informazioni ricevute.
Ancona distava 56 chilometri ed occorreva scegliere
bene le successive mosse, in quanto i Sardi erano in veloce movimento verso
Sud. De Pimodan ritornò alla sua brigata, a Tolentino, non senza aver fatto una
ulteriore analisi della situazione con De La Moricière: conclusero che la
miglior cosa da fare era quella di riunire tutte le forze a Loreto. Alle 2
antimeridiane del 16 Settembre 1860 al Generale De La Moricière giunsero
ulteriori informazioni e notizie sui movimenti delle truppe sarde.
Si seppe che Cialdini puntava con il grosso delle
truppe su Filottrano. Era la manovra diversiva attuata fittiziamente dal
Cialdini, di cui si dirà quando analizzeremo la manovra del IV Corpo, volta a
confondere il nemico.
Su questa informazione, le truppe sarde su Filottrano,
il De La Moricière, alle 3 antimeridiane del 16 Settembre, decideva i seguenti
movimenti: la colonna Cropt prendesse la
strada sul dorso dei colli fra il Chienti e il Potenza e, per Monte Santo,
Santa Maria in Potenza, raggiungesse Porto Recanati; la colonna De Pimodan, seguisse la medesima
strada.
Le ragioni di questo ordine tattico, complesse.
Pressato dalla necessità di giungere a Loreto il più presto possibile, De La
Moricière prese la strada più lunga, mentre la via diretta era quella per
Recanati. Le ragioni di questo ordine tattico, non certo chiaro a prima vista,
sono da ricercarsi più che nella giustificazione della salvaguardia del tesoro,
nel fatto che De La Moricière era convinto che Cialdini puntasse su Filottrano.
Infatti, De La Moricière saputo che il grosso dell'Esercito Sardo sarebbe stato
presto a Filottrano, ritenne, passando per il Chienti e il Potenza, di
mantenersi il più lontano possibile dal nemico: inoltre aveva il dominio delle
quote, e, quindi, la possibilità di respingere eventuali attacchi di
cavalleria, combattendo su posizioni solide.
Oltre a queste ragioni sarebbe riuscito a porre in
salvo il tesoro dell’Armata.
La decisione di porre in salvo il tesoro, che poteva
essere inviato a Porto Recanati con buona scorta, e che De La Moricière pone,
nel la sua relazione, a fondamento della decisione di prendere la strada più
lunga, non può giustificare la decisione del Comandante in Capo di non prendere
la strada più corta per Loreto. La presenza presunta su Filottrano dei Sardi,
la salvezza del Tesoro, più ragioni di ordine puramente tattico sono alla base
della decisione delle ore 2 del 16 Settembre 1860 e che influenzo in modo
determinante i successivi avvenimenti.
Si arriva, così, all'antivigilia della battaglia di Castelfidardo
I movimenti sono posti in essere dalle 3
antimeridiane: la Brigata Cropt si pone in marcia ed alle ore 18 del 16
Settembre arriva a Porto Recanati, distante da Macerata 31 chilometri. Qui
imbarca il tesoro dell'Armata e, dopo ricognizione, provvede ad occupare
Loreto, distante 5 chilometri, alle ore 24. In totale nel al giornata del 16
Settembre la Brigata aveva percorso 36 chilometri: tale risultato permette una
considerazione.
Se il De La Moricière avesse preso la via di retta
Macerata-Loreto, (23 chilometri) nella giornata del 16 Settembre la colonna
Cropt, essendo la via non occupata dalle truppe sarde poteva giungere ad Ancona
o per lo meno a ridosso di essa. Ovvero la manovra del De La Moricière almeno
per la Brigata Cropt avrebbe potuto aver successo. Più difficile sarebbe stato
per la colonna De Pimodan giungere il 17 ad Ancona, in quanto sicuramente
intercettata dalle avanguardie del Cialdini. Ma in questo caso le opportunità
erano tutte intatte, potendo De La Moricière operare anche con 1e forze di
Ancona, con sortite dalla Piazzaforte.
La Brigata De Pimodan, lasciata all'alba Tolentino
alla sera del 15 Settembre era a Macerata. In testa marciavano solo due
compagnie; in retroguardia un battaglione con due pezzi: segno evidente che si
temeva un qualche attacco della Cavalleria sarda alle spalle proveniente da
Filottrano. E questo avvalora ancor più il fatto che la presunta occupazione di
Filottrano era alla base delle decisioni Pontificie.
La sera del 16 Settembre 1860 la Brigata Cropt era a Loreto e quella De Pimodan a
Macerata.
La giornata del 17 Settembre fu dedicata completamente
a rettificare le posizioni: ormai De La Moricière aveva deciso di aspettare De
Pimodan a Loreto e qui radunare tutte le sue forze. Dispose quindi che a Loreto
si creasse un semicerchio difensivo di avamposti, con punti di osservazione e
di presidio alcuni verso la strada per Recanati e altri verso quella per Porto
Recanati. Osservatori furono posti nei luoghi più alti della città. Nel primo
pomeriggio giunse a Loreto la colonna De Pimodan, stanca, affamata, ma con il
morale alto e ben saldo.
Uno degli interrogativi che a questo punto si possono
porre è quello relativo alla domanda se la manovra del De La Moricière riuscì?
Secondo i presupposti di base occorre rispondere
negativamente: non gli riuscì di giungere ad Ancona con tutte le forze
stanziate in Umbria. La sera del 17 Settembre era costretto a prendere in esame
1'ipotesi di impegnare un combattimento, cosa che voleva assolutamente evitare.
Aveva, però, il Generale De La Moricière colto successi parziali: era sfuggito
alle truppe del V Corpo che, indecise, non riuscirono ad agganciarlo; aveva
dimostrato che in pochi mesi era riuscito a forgiare un esercito degno di
questo nome con 1'aver percorso, dal 12 al 16 Settembre, una notevole distanza,
senza che le truppe si sfaldassero.
Infatti tutte quelle partite dall'Umbria raggiunsero Loreto e potevano ancora
raggiungere Ancona, combattendo. Il Generale De La Moricière aveva giocato le
sue carte abbastanza bene, anche se, occorre rilevare che abbia abboccato con
troppa facilità al tranello tesogli dal Cialdini con la notizia che Filottrano
era occupato. Cristoforo De La Moricière
aveva accettato il comando delle truppe papali 1'8 Aprile 1860, dopo insistenze
da parte del Pro Ministro per 1e Armi Xavier de Merode, suo parente.
mercoledì 8 marzo 2017
Edizione 2003 Nota III Parte II
PARTE II
La carriera militare del De La Moricière fu brillante ed ebbe il suo massimo splendore nelle campagne in Algeria e Tunisia condotte dall'Esercito Francese tra il 1830 e il 1840. Meno brillante fu la carriera politica: oppositore di Napoleone nel 1848-1852 fu emarginato progressivamente dalla scena politica francese. Nell'assumere il Comando delle truppe Pontificie era conscio di non avere appoggi diretti da Parigi; contava però sull'appoggio del partito cattolico molto influente in Francia, anche tramite 1'imperatrice Eugenia e sull'aiuto fattivo del1'Austria. La sua attività come Comandante fu frenetica: modellò progressivamente le truppe di campagna Pontificie sulle istituzioni francesi: riordinò la Fanteria, istituì il Corpo dei Bersaglieri Pontifici, in cui fece affluire i volontari austriaci, rimise ordine nell'Artiglieria e nell'Arsenale del Belvedere, e diede una configurazione operativa alla Cavalleria ed alle altre Armi.
contatti:
massimo coltrinari
(centrostudicesvam@istitutonastroazzurro.org
La carriera militare del De La Moricière fu brillante ed ebbe il suo massimo splendore nelle campagne in Algeria e Tunisia condotte dall'Esercito Francese tra il 1830 e il 1840. Meno brillante fu la carriera politica: oppositore di Napoleone nel 1848-1852 fu emarginato progressivamente dalla scena politica francese. Nell'assumere il Comando delle truppe Pontificie era conscio di non avere appoggi diretti da Parigi; contava però sull'appoggio del partito cattolico molto influente in Francia, anche tramite 1'imperatrice Eugenia e sull'aiuto fattivo del1'Austria. La sua attività come Comandante fu frenetica: modellò progressivamente le truppe di campagna Pontificie sulle istituzioni francesi: riordinò la Fanteria, istituì il Corpo dei Bersaglieri Pontifici, in cui fece affluire i volontari austriaci, rimise ordine nell'Artiglieria e nell'Arsenale del Belvedere, e diede una configurazione operativa alla Cavalleria ed alle altre Armi.
La sua opera fu coronata da successo: infatti al
momento della dichiarazione di guerra riuscì a radunare e portare le truppe
mobili Pontificie dall'Umbria alle Marche con una marcia degna dei migliori
eserciti del tempo. Quindi a livello professionale si può dire che il de La
Moricière non aveva deluso le aspettative di chi lo aveva scelto, anche
relazione a quello che era il livello operativo dell’Esercito Pontificio prima
della sua assunzione del comando.
Certamente poteva anche riuscire, senza sparare un colpo,
arrivare ad Ancona ed evitare lo scontro aperto.
Uno dei motivi per cui il Generale De La Moricière
prese la strada che da Macerata porta a Porto Recanati per le alture del
Chienti e del Potenza, e che nella sostanza gli fece perdere quella mezza giornata
di vantaggio che aveva su Cialdini, è
senza dubbio quello di porre in salvo il Tesoro dell'Armata papale.
De La Moricière aveva mandato nella primavera del 1860
una somma di 500.000 mila franchi ad Ancona; questa somma, custodita nella
Cittadella dell'Astagno, doveva servire solo per casi estremi. Il Comando
Piazza di Ancona, invece, per superare le momentanee deficienze di cassa,
attinse a questa somma, non riconoscendone l'intangibilità. Di modo che, al
momento della invasione sarda, l'11 Settembre 1860, il Comandante civile di
Ancona, Conte di Quattrebarbes, fece presente al Generale De La Moricière che
Ancona aveva urgentemente bisogno di denaro.
Il Comandante in Capo si vide costretto a chiedere a
Roma, al Pro Ministro per le Armi De Merode, il denaro necessario per Ancona.
Al momento di mettersi in marcia da Spoleto, avendo immediatamente ricevuto
varie casse di monete d'argento, il Generale De La Moricière si trovò
appesantito da un considerevole “treno
di cassa”, come allora si definiva l’amministrazione militare.
Al Generale De La Moricière stava molto a cuore
preservare questo tesoro; aveva chiesto ad Ancona delle cannoniere;
all'appuntamento a Porto Recanati si presentò il postale San Paolo, con a bordo
il Sig. De La Perraudiere, volontario di cavalleria. Il tesoro fu imbarcato in gran fretta:
infatti notizie ultime davano i Sardi a Loreto; inoltre il mare ingrossava;
furono imbarcate tutte le casse, compreso il denaro che serviva all'Armata per
i servizi ordinari.
Con il Tesoro si imbarcava anche il Sottointendente
Ferri. La fretta fu all'origine di un grave inconveniente: a Loreto De La
Moricière aveva bisogno di farina, ma non aveva soldi per pagarla, essendo
tutti i molini caduti in mano nemica. “Gli abitanti” , riferisce nella
sua relazione , “nonché a noi bene affetti, vedendo 1'inferiorità delle
nostre forze, volevano essere pagati in contanti, ed abbiamo già detto come la
cassa di servizio era stata trasportata ad Ancona. Eravamo quasi senza denaro.”[1]
Ovvero 1'Armata Pontificia, dopo aver allungato la via per imbarcare il Tesoro
e salvarlo, perdendo ore preziose, si trovava quasi a digiunare, il 17
Settembre a Loreto, per mancanza di denaro. La vicenda del Tesoro è
sintomatica: scarsa previdenza amministrativo - logistica da parte dei
sottordini incidono fortemente nelle scelte operative del Comando Pontificio.
De La Moricière, forse, però giustifica 1'aver scelto
la strada più lunga per andare da Macerata a Loreto con la scusa di porre in
salvo il Tesoro, per non ammettere di essere stato tratto in inganno dal
Cialdini con la diversione, fittizia, su Filottrano.
La manovra del Cialdini rappresenta una delle migliori
esecuzioni sul terreno del generale nativo di Castelvetro e che varrà
l’imperitura memoria nelle nostre terre.
Il Generale Cialdini, agli ordini del Comandante in
Capo Manfredo Fanti era al Comando del IV Corpo sardo. Tale grande unità era
ordinata su tre Divisioni: la 4a, la 7 a e la 13 a.
Secondo il piano generale doveva operare nelle Marche e conquistare al più presto
Ancona e battere in campo aperto le eventuali forze Pontificie. Poi, passare ad
operare verso il Sud. Fin dal 9 Settembre il IV Corpo era pronto ad operare. La
7 a e la 4 a Divisione dovevano investire Fano e Pesaro;
la 13 a operare in soccorso e sostegno dei rivoluzionari operanti
nel Montefeltro. Le operazioni iniziarono all'alba dell'11 Settembre e presto
il ritmo delle operazioni fu sostenuto. Nella giornata dell'11 e del 12
Settembre le truppe sarde investirono e conquistarono sia Pesaro che Fano. Nella
giornata del 13 Settembre, la 4 a e 7 a Divisione
marciarono lungo la strada adriatica verso Senigallia, mentre la 13 a
Divisione, dopo aver portato soccorso ai patrioti raggiunse ed oltrepassò
Cagli.
Questo ritmo elevato delle operazioni aveva di molto
allungato le linee di rifornimento dei Sardi. I vari parchi erano rimasti
indietro, mentre quello d'assedio addirittura era per mare, nel Tirreno, ed il
carreggio ancora in Emilia. Il Comando sardo valutò che occorreva una sosta al
fine di riorganizzare le truppe. Con tale decisione, dettata del resto dalla
necessità, si concessero altre 24 ore di vantaggio, nella corsa verso Ancona,
al Generale De La Moricière, che in quel 14 Settembre aveva la Brigata Cropt in
marcia verso Macerata e la Brigata De Pimodan verso Tolentino. La sosta del 14
Settembre fu conveniente mente utilizzata, però, dal Cialdini, per mettere a
punto le operazioni dei giorni successivi, alla luce delle informazioni
acquisite sui movimenti Pontifici. Nella sua relazione a Fanti, il Cialdini
così spiega le ragioni che lo convinsero ad adottare il suo piano, dando inizio
a quella manovra che lo portò successivamente a Castelfidardo:
“Tali notizie mi turbarono assai, giacché m'era
ormai difficilissimo, se non impossibile, di precludergli la strada di Ancona.
Avrei potuto da Sinigallia portarmi addirittura su Torretta e di là andarmi a
collocare a Castro, onde tener così le due strade da Macerata per Osimo e le
Crocette di Castelfidardo mettono ad Ancona. Ma oltreché un tal movimento in tanta
prossimità della piazza, che pur doveva contenere settemila uomini di truppe
buone e fresche, era in se stesso pericoloso per il mio grave attiraglio di
carri; era poi impossibile d'altronde trasportare rapidamente da Torretta in
Val Baracola questo stesso attiraglio, dovendo sormontare 1'elevato
contrafforte che da Sappenico [Sappanico] discende a Posatore sottu Ancona,
traversato da strade senza fondo di ghiaie, rotte in molti luoghi e con
frequenti pendenze maggiori del 15 per cento. Oltreciò io non aveva sufficienti
forze per disporre di una divisione a tutela delle mie comunicazioni che
sarebbero state prontamente tagliate, qualora mi fossi collocato la dove
accennai.
Per ultimo era evidente che, volendo io collocarmi fra
la piazza e il Generale De La Moricière, non dovevo mai farlo in tanta
vicinanza di Ancona, che la guarnigione udendo il cannone, potesse in men di
due ore venirmi alle spalle, ed unirsi con facile concerto all'attacco di
fronte del Generale De La Moricière. Riflettei poi che le marce forzate
avrebbero stancato le truppe da lui condotte, e che in numero di tre o quattro
mila non oserebbero esporsi ad incontrarmi, ne vorrebbero abbandonare il
Generale Pimodan, che le seguiva di un giorno con altre cinque o sei mila. Era
naturale che il generale nemico non amasse perdere gran parte delle sue truppe
senza combattere, ed ammettendo che nella notte del 14 egli dormisse a Macerata
potendo così la sera seguente trovarsi in Val Musone, ei doveva assolutamente
scegliere uno dei due partiti: o passare oltre e condursi in Ancona, Castro dista da Ancona poco più di sette
chilometri coi 4.000 uomini che aveva sotto la mano, od attendere in Loreto o
Recanati, la riunione del generale Pimodan che non poteva sfuggirmi; nel
secondo caso, io passando per Jesi sarei arrivato a tempo a pormi fra Ancona e
lui.
La somma di queste riflessioni mi decise a dirigermi
su Jesi, città che poteva mettersi brevemente in istato di difesa, che aveva
alle spalle una strada per le mie sussistenze, troppo lontana dalla piazza
perché la guarnigione fosse in grado di spingere una sortita sino ai miei
magazzini”. [2]
I concetti espressi si attuarono in una manovra che è
all’origine della
Battaglia di Castelfidardo
All'alba del 15 Settembre le forze sarde erano in movimento:
la 7a Divisione procedette per la via Flaminia, fino alle foci
dell'Esino, poi si diresse verso 1'interno nella direzione di Chiaravalle. La 4
a Divisione procedeva nella stessa direzione percorrendo le alture tra il
Misa e 1'Esino. Fu disposto che un battaglione del 23 Reggimento percorrendo le
strade a mezza costa tra Torre Albani, Montignano in direzione di Jesi,
assicurasse la necessaria protezione. I “Lancieri di Milano”, con due
battaglioni del 23° Reggimento Fanteria presero posizione al ponte di Rocca
Priora per fronteggiare una eventuale sortita Pontificia da Ancona.
La Brigata “Bergamo” ebbe 1'ordine di presidiare Monte
Marciano. Un dispositivo di sicurezza degno di nota, nel segno del rispetto che
Cialdini nutriva per i Pontifici e per mettersi al riparo da ogni sorpresa. In
ogni caso gli ordini che il Comandante del IV Corpo emanava erano perentori. Ad
esempio, al Comandante della Riserva, il 14 Settembre da Senigallia concludeva
un ordine con queste parole, che certamente non erano tenere: “Raccomando
che non succedano sbagli ne male intelligenze che io assolutamente non saprei
tollerare una seconda volta. Se vi sono dubbi la S.V. Ill.ma mandi a chiedere
spiegazioni, ma si guardi seriamente dal fare passi falsi che finirebbero per
riuscirle funesti.”[3]
[3] Relazione
Cialdinicontatti:
massimo coltrinari
(centrostudicesvam@istitutonastroazzurro.org
martedì 21 febbraio 2017
Edizione 2003 Nota II Parte III
massimo coltrinari
(centrostuidcesvam@istitutonastroazzurro.org)
III Parte
Ne1 corso della giornata le truppe sarde occuparono
Chiaravalle; qui si riunirono e immediatamente si rimisero in marcia verso
Jesi.
Occupata tale città nel primo pomeriggio, fu dato
ordine alla Brigata “Como”, al VII ed al XII Battaglione Bersaglieri e alla 4
a Batteria del 5° Reggimento di occupare Torre di Jesi. Il 23 Reggimento Fanteria e il VII
Battaglione Bersaglieri e una Sezione di artiglieria furono mandati in
osservazione sulla strada di Macerata. Il 24° Reggimento Fanteria, il XII
Battaglione Bersaglieri ed i rimanenti pezzi della 4 a Batteria
furono mandati sulle alture di Santa Maria Nuova, in osservazione verso Osimo.
In serata le truppe della 7 a Divisione furono raggiunte da quelle
della 4 a Divisione. La marcia fu molto pesante e tutte le truppe
arrivarono sfinite a destinazione per il caldo soffocante.
Molti si fermarono per strada: più di due terzi delle
truppe erano rimasti indietro, tanto che tre ore dopo 1'arrivo a Jesi della
testa della colonna i ritardatari erano di più della metà.
Alla sera del 15 Settembre, secondo giorno della
attuazione della manovra, la situazione delle truppe sarde del IV Corpo era la
seguente: la 4 a Divisione a
Jesi; 1a 7 a Divisione a Jesi;
Brigata “Como” , VII, XII Battaglione Bersaglieri e 4 a
Batteria a Torre di Jesi; Riserva
d'Armata a Jesi.
Il Generale Cialdini ricevette le notizie circa i
movimenti del De La Moricière: il Comandante Pontificio per raggiungere Ancona
poteva, secondo apprezzamento del suo comando, percorrere le seguenti
strade: Macerata-Monte Cassiano-Monte
Fano- Osimo, di chilometri 31, che era
la più diretta; Macerata-Val
Potenza-Recanati- Castelfidardo, di
chilometri 30, che era la mediana;
Macerata-Monte Lupone-Monte Santo- Santa Maria di Potenza-Porto Recanati
e Loreto, di chilometri 38, che era la più lunga. Al fine di poter intercettare
le truppe Pontificie, Cialdini doveva assolutamente occupare le alture prima di
Osimo, poi tra Osimo e Castelfidardo, e tra Castelfidardo ed il mare.
Quindi nonostante la stanchezza, la difettosa
distribuzione dei viveri ed altri inconvenienti ed impedimenti logistici,
occorreva andare avanti. Oltre a questo era necessario intervenire con azioni
diversive sulle decisioni del Comando Pontificio, costringendolo a prendere decisioni
contrarie ai suoi interessi. Tenendo presente questa ultima esigenza, il
Cialdini ideò quella che poi fu chiamata la “Diversione di Filottrano”.
“Persuaso che le poche forze del Generale De La
Moricière lo costringerebbero per qualche giorno ad essere cauto, volli tentare
di spingerlo a scegliere la strada più lunga, con uno di quegli stratagemmi
volgari, che però riescono quasi sempre in guerra. Feci partir subito uno
Squadrone di Lancieri per Filottrano, che arrivò nel cuore della notte. Secondo
gli ordini avuti il capitano dello squadrone fece gran chiasso, risvegliò e
spaventò tutto il paese, trattò arrogantemente il Municipio ed ordinò 24.000
razioni di pane, che io intendevo di prendere 1'indornani nel mio passaggio da
Filottrano per Macerata. La cosa fu certamente creduta, poiché una gran parte
delle chieste razioni fu preparata ed il municipio non avrà mancato di mandarne
avviso al generale nemico”. [1]
L'azione fu efficace. Infatti il De La Moricière prese
la strada più lunga, sia per salvare il Tesoro dell'Armata Pontificia sia per
mettersi al riparo dell'azione delle truppe sarde. Alle ore 23 del 15 Settembre
le truppe sarde si rimisero in marcia verso Osimo: in testa il VII Battaglione
Bersaglieri seguito da una Sezione della 4 a Batteria, poi di tutta
la Brigata “Como” e dal resto della 4 a Batteria. Le truppe si
misero in marcia quasi digiune, non essendo potuto arrivare a Torre di Jesi,
per la pendenza della strada, il carreggio dei viveri. La marcia durò fino alle
5 del mattino del 16 Settembre. Via via che arrivavano ad Osimo le truppe
prendevano posizione, ove vi arrivarono stremate. Appena giunte si stendevano a
terra, allentandosi le buffetterie e slacciandosi la divisa. La popolazione di
Osimo offrì pane, formaggio e vino. Osimo fu presidiata nel seguente modo: il
24° Reggimento della Brigata “Como”, si pose in riserva al centro della città,
pronto ad intervenire; due battaglioni del 23° Reggimento sempre della Brigata
“Como” furono posti a presidio della porta che guarda verso Ancona; gli altri
due battaglioni del 23° Reggimento si posero a presidio della strada di
Filottrano. Il resto del IV Corpo, si mise in cammino verso Osimo durante la
notte tra il 15 ed il 16 Settembre, tanto che alle cinque del mattino del 16
non vi erano più truppe, tranne quelle di presidio, a Jesi.
Prima si avviarono quelle della 7 a
Divisione, poi quelle della Riserva del Corpo d'Armata e poi quelle della 4
a Divisione. Anche durante la marcia verso Osimo si ebbero momenti di
scollamento nelle colonne sarde: per strada si fermavano, stanchi e provati
molto soldati, che poi raggiungevano con ritardo i propri reparti.
In mattinata (del 16 Settembre) giunse a Cialdini la
notizia che la colonna del De Pimodan da Macerata mostrava 1'intenzione di
puntare su Jesi, via Filottrano. Questa notizia, non certo ritenuta molto
fondata, fu però alla base della decisione di Cialdini di presidiare Torre di
Jesi con il 16° Reggimento Fanteria. Il Comando sardo voleva difendere Jesi, e
quindi la propria retroguardia, nonché la propria base logistica in quanto a
Jesi vi era il parco viveri e vi doveva arrivare il grande parco di riserva.
Le truppe sarde non erano allenate a marce
faticosissime, attuate in pochi giorni. Alle ore 10 del 16 Settembre Cialdini
riteneva che le posizioni raggiunte fossero sufficienti per intercettare il De
La Moricière. Dispose quindi di mandare avanti verso il mare, uno scaglione
così composto, agli ordini del Comandante della Brigata Bergamo: II e XXVI
Battaglione Bersaglieri, Reggimento “Lancieri di Novara” e la 4 a
Batteria. Gli ordini per questo scaglione erano chiari: occupare Castelfidardo
ed il quadrivio delle Crocette, scendere poi nella vallata del Musone e
spiegarsi lungo la riva del fiume e tagliare tutti i ponti verso Loreto e
Recanati. Nel rapporto al Comandante in Capo delle truppe sarde, Manfredo
Fanti, Cialdini ancora una volta sottolineava come le truppe operavano in
condizioni non certo ottimali tanto che giunsero sulle posizioni stremate. Le
truppe erano esauste. Dice il diario del IV Corpo: “Non fu mai vista stanchezza che
uguagliasse quella delle truppe in questa giornata; gettandosi nei fossi e
nelle campagne vicine, erano sorde alla voce dello stesso generale. Si aggiunga
che i carri e i viveri, i parchi e le riserve viveri tutto rimase indietro per
la natura del terreno e la rapidità della marcia. Ond'è che le divisioni
passarono letteralmente 24 ore senza mangiare .”[2]
E il Generale Cialdini nel suo rapporto: “Le salite
e le discese di Torre di Jesi quindi 1'erta di Osimo allontanarono di nuovo i
viveri dai battaglioni; il calore del giorno fu
eccessivo; le truppe arrivarono rassegnate fino ad Osimo, ma quelle che
dovettero avanzare a Castelfidardo ed alle Crocette, oppresse dalla fatica, dalla
sete, dalla sferza del sole e dalla mancanza di sufficiente alimento, giunsero
in uno stato di prostrazione che le faceva assolutamente incapaci di sostenere
il benché minimo combattimento.”[3]
Nella serata del 16 Settembre le truppe mandate avanti a Castelfidardo e a11e
Crocette furono raggiunte dalla Brigata Bergamo, dal XII Battaglione
Bersaglieri e da due pezzi del la 5 a Batteria. La 4 a
Divisione seguiva queste truppe e via via presidiava San Sabino, tra Osimo e
Castelfidardo, 1'Abbadia ed i punti dominanti de11a dorsale. La cavalleria occupò
la vallata dell'Aspio. In pratica le truppe del Cialdini si disposero sia verso
le alture di Loreto che verso Ancona, cioè presero posizioni atte a difendersi
da attacchi provenienti sia dalle truppe mobili Pontificie sia da quelle della
guarnigione di Ancona. Avevano compiuto un notevole sforzo fisico ed alla sera
del 16 Settembre 1860 non erano assolutamente in grado di combattere, anche se
presidiavano posizioni dominanti.
venerdì 10 febbraio 2017
Edizione 2003. Nota I
Lo Scontro di Loreto 18 settembre 1860
massimo coltrinari
(centrostudicesvam@istitutonastroazzurro.org)
Una battaglia d’incontro:
la fase concettuale
Nella giornata di Castelfidardo si ebbe lo scontro di
due volontà contrapposte: quella sarda e quella Pontificia. Concettualmente la
giornata nasce dalla individuazione
degli obbiettivi politico-militari che le due parti vogliono perseguire.
Tali obbiettivi si possono così identificare:
- i Sardi, in accordo con i disegni del primo ministro
Cavour, devono al più presto portare soccorso alle forze insurrezionali già operanti
nell'urbinate e minacciate dalla reazione Pontificia; in un quadro più
ampio, marciare velocemente verso il meridione d'Italia cercando di avere
ragione speditamente della possibile opposizione militare Pontificia, al fine
ultimo di portare nell'alveo moderato e monarchico la riuscita impresa
garibaldina nel Regno delle due Sicilie.
Obiettivo di primo tempo della campagna era la
conquista di Perugia, ovvero dell'Umbria, e di Ancona , ovvero delle Marche.
Obiettivo di secondo tempo, riunite le forze, marciare su Napoli;
- i Pontifici dovevano cercare di garantire, in ogni
modo e con qualsiasi mezzo, 1'integrità dello Stato e l'inviolabilità delle sue
frontiere, impedendo e, se possibile respingendo, 1'invasione sarda. Per
ottenere questo, data la manifesta inferiorità militare delle Forze Armate
Pontificie, considerando che il Lazio era presidiato dalle forze francesi, e
nella convinzione che la Francia di Napoleone III sarebbe intervenuta nella
guerra, il Comando Pontificio aveva 1'estrema necessità di garantire i
collegamenti con 1'Austria, l'altra potenza alleata ed amica dello Stato
Pontificio. Di conseguenza, era necessario portare tutte le forze mobili
disponibili nelle Marche, racchiudersi nella piazzaforte di Ancona, per
dare tempo agli Austriaci di intervenire. Questo intervento, dato per
scontato dai circoli e dalla corte pontificia, si sarebbe manifestato con
l'arrivo della flotta austriaca davanti ad Ancona e con l'inizio delle
operazioni lungo il confine orientale dell'Esercito Austriaco, che avrebbe
costretto le forze sarde operanti nelle Marche e nell'Umbria a ritirarsi.
In attesa di questo intervento, occorreva affidare la
difesa dell'Umbria alle sole forze presidiarie e di guarnigione, nella
convinzione che presto sarebbero state soccorse
ed aiutate dalle forze francesi di stanza nel Lazio.
In questo
quadro generale, era evidente che l'Esercito Pontificio doveva resistere il
tempo necessario alle grandi potenze, Francia e Austria, per intervenire.
L’obiettivo di
primo tempo era, quindi, radunare tutte le forze e portare tutte le forze
mobili, stanziate lungo 1'asse Terni - Spoleto - Foligno nelle Marche e
rinchiudersi ad Ancona. Le forze presidiare dovevano nel contempo, rinchiudersi nelle piazzeforti e resistere
fino all'arrivo delle forze francesi; obiettivo di secondo tempo, resistere
fino all'intervento franco – austriaco e/o eventualmente tentare delle sortite
di disturbo o per recuperare parte del territorio.
I due schieramenti iniziarono ad operare con velocità
operative diverse: mentre quello sardo aveva un dispositivo, già pronto all'azione, quello Pontificio ne
aveva uno che prevedeva l'attacco da Sud, a seguito di un attacco da parte
delle forze garibaldine; non prevedeva, che come eventualità remota, una
invasione da Nord; quindi il Comando Pontificio dovette impiegare il 10, 1'll,
il 12 Settembre, per cambiare il dispositivo ed avviare nelle Marche le brigate
stanziate in Umbria.
Il dispositivo sardo era il seguente:
Approntato un Corpo di Invasione e posto al Comando
del Generale Fanti, tale Corpo fu ordinato su due Corpi d’Armata, il IV ed il V
Corpo, il primo al comando del gen. Enrico Cialdini, il secondo al comando del
gen. Morozzo della Rocca. Nella sua relazione il gen. Fanti così delinea il
dispositivo Sardo
“In
seguito agli Ordini di S.M., il 10 settembre, concentrai le tre Divisioni del IV Corpo
d’Armata, comandato dal gen. Cialdini, alle frontiere delle Marche sulla linea
del Tavullo, ed una Divisione, più una brigata mista del V Corpo, la quale
venne poi denominata Divisione di Riserva, agli ordini del gen. Della Rocca
alle frontiere dell’Umbria in Arezzo e Borgo San Sepolcro. Preventivamente il
giorno 5 settembre feci imbarcare a Genova un piccolo parco d’assedio di 24
pezzi, che di conserva con la Reale Squadra, agli ordini dell’Contr’Ammiraglio
Persano, doveva recarsi d’innanzi Ancona. Le forze del nemico a combattere
sommavano approssimativamente a 25000 uomini, i quali appoggiavano alle Piazze
di Ancona, Perugia, Pesaro, Urbino, Spoleto, San Leo. Le forze di S.M.
destinate ad operare ammontavano ad un terzo di più.
Sulle
operazioni che il nemico potrebbe eseguire pensai che, concentrando ilo nerbo
delle sue forze, avrebbe cercato:
o di
prendere posizione nelle vicinanze di Ancona;
o di
ritirarsi nella Com’arca e nel Patrimonio di San Pietro;
o
finalmente di prendere posizione a cavaliere dell’Appennino, per esempio in
Gubbio, dove più volte aveva egli eseguito manovre di concentrazione facendo
aprire una strada militare su Fratta in Val Tiberina e stabilire una linea
telegrafica a Fano e a Perugia.
A
prevenire il nemico in queste diverse ipotesi, prescrissi al IV Corpo d’Armata
di marciare su Pesaro, di far rendere prontamente il forte, mandare una Divisione
per Urbino, Cagli, Gubbio, e progredire colle altre due Divisioni, per Fano
Senigallia verso Ancona, e prendere posizione in modo da interporsi fra Ancona
e Macerata. Tale mossa mi era suggerita dalla supposizione che il Generale De
La Moricière avrebbe eseguito su Macerata, il movimento di concentrazione per
ripiegarsi su Ancona, siccome più volte aveva operato a modo di esercitazione.
La 1° Divisione e la Divisione di Riserva del V Corpo, evitando la stretta del
Lago Trasimeno, dovevano operare in Val di Tevere per Città di Castello, Fratta
e Perugia, e prendendo di viva forza nel loro passaggio il forte che domina
quest’ultima, marciare su Foligno, oggettivo di questa operazione. La Divisione
del IV Corpo che riceveva ordine di agire sulla cresta dell’Appennino,
impadronendosi di Urbino, aveva per obbiettivo Gubbio, affine di tenere legati
i due Corpi che operavano separati dall’Appenino. Dalle prese disposizioni
emerge che le varie colonne marciavano scaglionatela sinistra in avanti. E tale
concetto era basato sull’idea che io aveva, che La Moricière essendo uomo più
militare che politico, sarebbe corso là dove il pericolo era più imminente.
Premesso il concetto strategico, le operazioni successive vennero subordinate a
quelle del nemico.”[1]
Il dispositivo Pontificio aveva come presupposto il
concetto che la difesa dello Stato si poteva solo imperniare sulle due
piazzaforti principali: Roma, con Civitavecchia collegata, ed Ancona. Fermo
restando che la guarnigione francese avrebbe in ogni caso presidiato e difeso
Roma, le Forze Pontificie di campagna avrebbero dovuto garantire il controllo
dell’Umbria e tenere ad ogni costo Ancona. Le minacce che si dovevano
affrontare era la rivoluzione interna, e questo avrebbe richiesto un
dispiegamento del disposto quasi a macchia di leopardo; l’altra la difesa, da
Sud dello Stato contro una invasione delle forze di Garibaldi. In questo caso,
con alle spalle Ancona, che avrebbe
garantito i collegamenti con l’Austria tramite Trieste, si dove presidiare la frontiera meridionale
dello Stato, appoggiandosi alle fortezze di Spoleto e Perugia, con punte difensive a Terni. Una minaccia rappresentata
da una invasione dal Nord da parte del Regno di Sardegna era considerata poco
credibile in quanto avrebbe sicuramente, secondo i Pontifici, provocato un
intervento austriaco. Su questo concetto le tre Brigate mobili pontificie arano
schierate a Terni ( 1° Brigata) a Spoleto (2° Brigata) e a Foligno- Perugia (3°
Brigata). Forse di collegamento e copertura garantivo i collegamenti con
Macerata e Ancona ( Brigata De Courthen)
Il conseguimento degli obiettivi delle parti
contrapposte, dopo che i reperivi dispositivi furono armonizzati con gli
obbiettivi, diedero vita a manovre che, nelle linee generali, possono così delinearsi:
Sardi: azione del V Corpo lungo la valle del Trasimeno
con il compito di intercettare le forze Pontificie stanziate in Umbria ed
annientarle; azione del IV Corpo, che
lungo la direttrice marittima, puntare su
Ancona, al fine ultimo di impadronirsene; una divisione (la 13a) doveva
assolvere il compito di raccordo tra i
due corpi agendo lungo la dorsale appenninica; Raggiunti questi obbiettivi, i
due Corpi si sarebbero riuniti e quindi avviarsi verso il meridione.
Pontifici: adunata di tutte le forze mobili a Spoleto
– Foligno; attuata questa, marciare il più celermente possibile verso
Macerata e quindi su Ancona; contemporaneamente le forze operanti nelle
Marche ripiegare lentamente, con movimenti di arresto temporaneo e raccogliersi
a Ancona, senza impegnare seri combattimenti con i Sardi. In questo contesto
prenderanno vita le due manovre principali che porteranno allo scontro di
Castelfidardo.
Nella
pianificazione Sarda vi è la volontà di intercettare le forze mobili Pontificie
ed ingaggiare battaglia al fine di distruggerle: tale compito era affidato al V
Corpo, nella accezioni che tali forze rimanessero in Umbria; pur vera e
considerata era anche l'ipotesi che le forze Pontificie si sarebbero ritirate
su Roma, preferendo una difesa del Lazio ad ogni altra iniziativa. Qualora tale
ipotesi si fosse verificata, non si
sarebbe ottenuto l'annientamento delle forze mobili Pontificie, ma si sarebbe
guadagnato ulteriore tempo per raggiungere il meridione.
Nella pianificazione Pontificia, invece, si prevedeva
in modo accurato l'ipotesi di evitare con ogni mezzo uno scontro in campo
aperto con le forze avversarie. Tutto doveva concorrere a raggiungere Ancona,
nell'accezione che la piazzaforte dorica, forte delle sue tre cinte di difesa,
sarebbe stata inespugnabile in tempi brevi. Fu subito scartata l'ipotesi di una
ritirata delle forze mobili nel Lazio, sia perché il Lazio era presidiato da
truppe francesi sia perché era ormai evidente che Garibaldi non avrebbe potuto raggiungere Roma senza
l'accordo del Governo di Torino.
sabato 28 gennaio 2017
II Edizione 2017
L'INVESTIMENTO E LA PRESA DI ANCONA
n. 8 Collana Storia in laboratorio
II Edizione
Naturale seguito del vol. n. 5 Il Combattimento di Loreto detto di Castelfidardo il presente volume descrive la conclusione della campagna del 1860 nelle Marche
L’Accademia di Oplologia e Militaria di Ancona
promuove l’edizione del presente volume.
Questo volume conferma la tesi,
esposta nel terzo volume che l’Accademia ha sponsorizzato in seconda edizione,
quello dal titolo “Il Combattimento di Loreto detto di Castelfidardo
che la giornata del 18 settembre 1860 non fu
decisiva per la chiusura della campagna d’invasione sarda, che fu combattuta
nella vallata del Musone, sotto Loreto, che i Pontifici sorpresero tatticamente
i Sardi, ma che, per errori dei Comandanti sul campo, non riuscirono a
sfruttare, e quindi permisero la reazione sarda che li costrinse a ripiegare su
Loreto e, quindi, prima a rinunciare a raggiungere Ancona, che era l’obiettivo
fondamentale da conseguire.
Solo il Comandante in Capo, generale De La Moricière
vi riuscì, seguito da 125 cavalieri e da pochi soldati; gli altri, circa 5000,
si dovettero arrendere.
Per riuscire ad avere ragione
della opposizione pontificia, i due Corpi d’Armata sardi, il V al comando del
gen. Morozzo della Rocca, operante in Umbria scavalcò gli Appennini, via
Colfiorito Macerata, per affiancarsi il IV, al comando del gen. Enrico
Cialdini, e, unitesi, investire la piazzaforte pontificia di Ancona. Come se
tutto questo non fosse sufficiente, fu chiamata ad intervenire la Flotta sarda,
al comando dell’amm. Carlo Pellion di Persano, che si presentò nella acque
davanti Ancona 23 settembre 1860. Tutto questo, secondo l’Autore, sta a
significare che la campagna nelle Marche e nell’Umbria poteva dirsi conclusa
solo con la conquista della piazzaforte dorica. Il volume qui presente descrive
tutto questo
L’Accademia di Oplologia e Militaria di Ancona prosegue nella sua
azione di approfondire e valorizzare la Storia di Ancona e delle Marche, nella
speranza che ciò sia utile anche come fonte di aggregazione culturale e sociale
Il Presidente della Accademia di
Oplologia e Militaria
Massimo Ossidi
ACCADEMIA DI OPLOLOGIA E MILITARIA
PALAZZO BOTTONI – VIA CIALDINI 26 – 60122 ANCONA
Sito: http://oplon.jimdo.com/
sabato 31 dicembre 2016
venerdì 23 dicembre 2016
II Edizione. 2017
IL COMBATTIMENTO DI LORETO DETTO DI CASTELFIDARDO
N. 5 Collana storia in laboratori
II Edizione 2017
L'Accademia di Oplologia promuove l'a II Edizione del presente volume, dopo aver promosso l'edizione n. 11 e 12 dei volumi della Collana dedicati alla Difesa pontificia di Ancona
Questo nell'intendo di proporre la Storia scritta dai vinti e quella scritta dai Vincitori
Il volume è acquistabile in tutte le librerie oppure presso la casa editrice:
ordini@nuova cultura.it
Dopo aver pubblicato la visione
dei Pontifici degli avvenimenti che si sono succeduti nelle Marche nel
settembre 1860, presentando la Storia dei Vinti, con questo volume mette a
disposizione dei Soci e dei lettori, in seconda edizione, la versione dei
Vincitori, ovvero quella che comunemente viene intesa come Storia Patria.
E’ la ricostruzione della
Giornata del 18 settembre 1860, durante la quale le forze operative pontificie
furono intercettate nella loro marcia su Ancona provenienti dall’Umbria, dalle
forze del IV Corpo d’Armata al Comando del gen. Enrico Cialdini.
L’Autore sostiene la tesi,
ampiamente esposta e documentata, che la giornata del 18 settembre 1860 non fu
decisiva per la chiusura della campagna d’invasione sarda, che fu combattuta
nella vallata del Musone, sotto Loreto, che i Pontifici sorpresero tatticamente
i Sardi, ma che, per errori dei Comandanti sul campo, non riuscirono a
sfruttare, e quindi permisero la reazione sarda che li costrinse a ripiegare su
Loreto e, quindi, prima a rinunciare a raggiungere Ancona, che era l’obiettivo
fondamentale da conseguire.
Solo il Comandante in Capo, generale De La Moricière
vi riuscì, seguito da 125 cavalieri e da pochi soldati; gli altri, circa 5000,
si dovettero arrendere.
L’Accademia di Oplologia e Militaria di Ancona prosegue nella sua
azione di approfondire e valorizzare la Storia di Ancona e delle Marche, nella
speranza che ciò sia utile anche come fonte di aggregazione culturale e sociale
Il Presidente della Accademia di
Oplologia e Militaria
Massimo Ossidi
ACCADEMIA DI OPLOLOGIA E MILITARIA
PALAZZO BOTTONI – VIA CIALDINI 26 – 60122 ANCONA
Sito: http://oplon.jimdo.com/
domenica 18 dicembre 2016
Al di là dell'Atlantico
Gent.mi,
vi ricordiamo che stasera a Portland, presso la Central Library,
alle ore 18.00, la prof.ssa Silvia Boero, nostra socia, presenta i volumi:
- La Repubblica romana del 1849, di M. Severini (2011);
- Le pietre della nazione, di AA. VV. (2016).
L'iniziativa sarà inserita nella Newsletter del mese.
Cordiali saluti.
Staff ASC
venerdì 9 dicembre 2016
Club Ufficiali Marchigiani
Carissimi Sodali ed Amici tutti del Club Ufficiali Marchigiani (CUM)
il nostro Presidente, Gen. C.A. Filiberto CECCHI, mi ha chiesto come tradizione (in quanto facente parte del Consiglio Direttivo del Club) di inoltrarvi il Suo Messaggio Augurale per le prossime Festività Natalizie e per il Nuovo Anno.
Veramente lieto di tale compito ho già provveduto a ringraziarlo per le Sue bellissime parole che ci ha voluto indirizzare, le quali costituiscono stimolo e sprono per tutti a mantenere sempre vivo il senso di appartenenza al Club ed alla nostra bellissima ed amata Terra di Origine: le Marche!
Con l’occasione anche da parte mia i più sentiti Auguri a tutti Voi ed ai Vostri Cari tutti per un Santo Natale vissuto nella gioia dei suoi valori più profondi e per un 2016 portatore di salute, serenità, prosperità e tanta fortuna!
Un fraterno abbraccio a tutti Maurizio Leoni
DI SEGUITO IL MESSAGGIO DEL NOSTRO PRESIDENTE
CARISSIMI AMICI ED AMICHE DEL CLUB UFFICIALI MARCHIGIANI ,
NELL'IMMINENZA DELLE PROSSIME FESTIVITA' DI FINE ANNO , E' CON GRANDE PIACERE CHE RIVOLGO A TUTTI VOI ED ALLE VOSTRE FAMIGLIE I PIU' FERVIDI ED AFFETTUOSI AUGURI DI BUON NATALE E , SOPRATTUTTO , DI UN NUOVO ANNO PORTATORE DI ARMONIA , SERENITA' , PROSPERITA' E BENESSERE E CHE VEDA RAFFORZATO IL NOSTRO PREZIOSO LEGAME DI SOLIDARIETA' E DI CAMERATISMO.
NELLA CERTEZZA DI INCONTRARVI TUTTI AL PROSSIMO GRANDE RADUNO, A CAMERANO (AN) IL 24 GIUGNO 2017,
VI SALUTO CALOROSAMENTE ,
VOSTRO FILIBERTO CECCHI .
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