L'Ultima difesa pontificia di Ancona . Gli avvenimenti 7 -29 settembre 1860

Investimento e Presa di Ancona

Investimento e Presa di Ancona
20 settembre - 3 ottbre 1860

L'Ultima difesa pontificia di Ancona 1860

L'Ultima difesa pontificia di Ancona 1860
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Onore ai Caduti

Onore ai Caduti
Sebastopoli. Vallata di Baraclava. Dopo la cerimonia a ricordo dei soldati sardi caduti nella Guerra di Crimea 1854-1855. Vedi spot in data 22 gennaio 2013

Il combattimento di Loreto detto di Castelfidardo 18 settembre 1860

Il combattimento di Loreto detto di Castelfidardo 18 settembre 1860
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La sintesi del 1860

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Il combattimento di Loreto, detto di Castelfidardo 18 settembre 1860

Il Volume di Massimo Coltrinari, Il Combattimento di Loreto detto di Castelfidardo, 18 settembre 1860, Roma, Edizioni Nuova Cultura, 2009, pagine 332, euro 21, ISBN 978-88-6134-379-5, è disponibile in
II Edizione - Accademia di Oplologia e Militaria
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mercoledì 31 agosto 2022

La Campagna nelle Marche Ii Parte

 

 

Osimo incredula è sorpresa dagli avvenimenti

Dallo Stato d’assedio alla prima linea

Ai primi di settembre 1860 qualche cosa di anomalo e di grave fu avvertito ad Osimo. Vi era una frenesia insolita nei responsabili Pontifici; mons. Randi, delegato Apostolico ad Ancona, ma che nel giugno 1859, al momento dei tumulti seguiti alla partenza della guarnigione austriaca per il nord, si era rifugiato in Osimo, ritenendola più sicura, lasciando Ancona di notte e senza dare disposizione alcuna, lasciando una impressione pessima. In quei primi giorni del settembre 1860 aveva dato disposizioni di ripristinare in Osimo luoghi ed uffici “per ogni evenienza”. Le notizie da Roma erano praticamente le solite. Giungevano, invece, in Osimo notizie da Ancona molto inquietanti. La vicenda del cittadino inglese, ma in realtà italiano, Pasquale Tommasi divenne nota a tutti. Questi aveva apertamente violato ogni norma politica agendo e sostenendo le idee liberali e promettendo interventi, anche esterni, per avviare una opposizione che in realtà portava ad una rivolta vera e propria. La Gendarmeria pontificia aveva sequestrato carte compromettenti ed anche materiale di propaganda e politico. Le prove erano schiaccianti. Il Governatore di Ancona  De Quattrebarbes ne aveva fatto partecipe non solo il comandante della Piazza, col. O’Gady, ma anche il generale De La Moriciere al suo quartier generale a Spoleto. Il pericolo imminente di una sovversione era palese. L’intervento del console britannico in Ancona fu così pesante che ottenne la liberazione del Pasquali, che fu imbarcato su un piroscafo diretto a Trieste; tutti compresero, di fronte alle accuse evidenti di spionaggio e sovversione, che in tutta la vicenda c’era dietro l’Inghilterra. Che l’Inghilterra, anglicana e massonica, si interessasse così da vicino delle vicende di Ancona e delle Marche lasciava riflettere. In realtà è ampiamente dimostrato che dietro Cavour vi era la Francia, dietro il partito progressista, rivoluzionario e democratico, impersonato da Mazzini, Quadrio, Bertani, e lo stesso Garibaldi ed in Ancona da Alessandro Orsi, vi era l’Inghilterra. Questo non fu mai a fondo tenuto in considerazione dovuta dai responsabili pontifici e dai loro consiglieri austriaci.

Il governatore civile De Quattrebarbes aveva indizi che alimentavano sospetti di sovversione ogni giorno, mentre il comandante della Piazza di Ancona col. O’Gady ordinava ispezioni e ricognizioni in tutto il territorio compreso quello di Osimo. Ai primi di settembre si videro passare reparti pontifici che provenivano da Macerata ed andavano a rafforzare la guarnigione di Ancona. Erano i reparti operativi della III Brigata pontificia al comando del De Courthen: con il suo arrivo, la piazzaforte di Ancona da difensiva divenne offensiva. Oltre alle pattuglie di Gendarmeria nel territorio di Osimo si videro anche pattuglie di soldati a piedi e drappelli di cavalleria. I contadini, venendo in Osimo, oltre che ai loro signori e padroni non facevano mistero che i soldati parlavano apertamente di guerra. Ovvero ci si aspettava che Garibaldi portasse la rivoluzione nello Stato Pontificio, ovvero un attacco da sud.

Le dicerie e le voci si accavallavano sempre più, come quella di un Ufficiale dei Bersaglieri austriaci che era stato pesantemente insultato da alcuni viaggiatori nella carrozza che lo portava da Camerano in Ancona. Questi viaggiatori giunti in città si dileguarono, la polizia arrestò il postiglione ed iniziò varie perquisizioni sia in città che a Camerano. Altre voci riferivano che un soldato della Gendarmeria ausiliare pontificia aveva ferito con la sua spada, durante un alterco, un “rivoluzionario”. Per questo episodio il soldato fu elogiato e ricevette un premo in denaro, mentre una compagnia di soldati fu inviata a Camerano a rinforzo dei reparti di gendarmeria ivi presenti. Anche per questo il ten. Baldoni, comandante della Gendarmeria pontificia di Ancona, venne in Osimo e chiese al Comune di predisporre alloggi e vettovagliamento per circa 100 soldati. Continuavano a passare, soprattutto per la strada postale sotto Castelfidardo, continuamente drappelli di soldati sia a piedi che a cavallo. In Osimo l’inquietitudine aumentava di giornp in giorno: vi erano tanti indizi che qualcosa stava per succedere ma nessuna certezza. Inquietava il silenzio che proveniva da Roma: generalmente dalla Città Eterna arrivano notizie certe e sicure. Molte famiglie di Osimo avevano stretti legami familiari con famiglie romane anche altolocate e a loro si chiedevano notizie; anche loro brancolavano nel buio. Da Pesaro, peraltro, mons. Bellà, delegato apostolico di quella città, aveva informato le Autorità che in Toscana, quasi a ridosso del confine, era stato sequestrato un carico di armi e munizioni diretto prima a Pesaro poi via mare in Ancona.[1] Il 5 settembre mons. Bellà lanciò l’allarme. Notizie certe provenienti da Pergola e da Fossombrone parlavano apertamente di rivolta; per questo chiese l’invio a Pesaro di una compagnia di Gendarmeria come rinforzo al III battaglione di fanteria di linea al comando del ten. col Zappi. Era prevista, per informazioni raccolte oltre confine, una sollevazione di Urbino e delle città dell’alto pesarese. Le autorità militari pontificie presero molto sul serio queste notizie temendo l’inizio di una rivolta nelle Marche. Per questo il 6 settembre fu messa in allarme la III Brigata pontificia che da Ancona doveva essere pronta, su ordine, a marciare prima su Pesaro poi su Urbino. Le unità presenti nel pesarese passarono sotto il diretto controllo del ten. col. Zappi. Il 7 settembre giunse la notizia che Pergola e Fossombrone si erano sollevate e dato inizio alla rivolta, disarmando i posti della gendarmeria e costringendo i pochi soldati pontifici a ripiegare su Pesaro. Zappi immediatamente ordinò ad una compagnia di formazione di uscire da Pesaro e portarsi si Pergola e Fossombrone per ristabilire l’ordine. Intanto le prime compagnie della III Brigata uscirono da Ancona e si portarono a Senigallia. Alla sera del 6 settembre le notizie erano ancora più inquietanti tanto che il De Quattrebarbes e il O’Gady, di concerto con il De Courthen, chiesero per l’indomani a De La Moricière di proclamare lo Stato d’Assedio e la legge marziale, per avere più libertà di agire. De La Moricière, da Spoleto, convinto che il vero pericolo provenisse da sud portato da Garibaldi, voleva le sue retrovie tranquille e sotto il suo controllo. Diede l’autorizzazione alla proclamazione dello Stato d’assedio, che fu proclamato per la città di Perugia[2] e provincia e poi esteso a tutte le Marche[3] il 7 settembre 1860. Appena i manifesti di detta proclamazione furono affissi in Osimo, le preoccupazioni divennero ancora più forti. Alcune famiglie benestanti, memori di quanto era successo il giugno dell’anno precedente, iniziarono a fare preparativi per raggiungere Roma, ritenuta sicura ed al riparo da ogni sovversione. Altri, invece, invitavano alla calma in quanto le forze pontificie erano consistenti, che le autorità avevano la situazione sotto controllo e che prima che Garibaldi arrivasse in Osimo doveva passare del tempo, ricordando che a Roma vi era una guarnigione di 25.000 soldati francesi. Ogni giorno che passava la situazione diveniva, però sempre più grave.

Fa impressione l’edizione ultima del giornale il “Piceno” che si stampava ad Ancona con ampi spazi bianchi, dovuti alla censura esercitata direttamente dal De Quattrebarbes”. Finalmente giunse il Osimo l’edizione del “Giornale di Roma” del 10 settembre 1860 che riportava un’ampia panoramica di quanto stava accadendo nelle Marche. Colpisce che anche Macerata è coinvolta negli eventi sovversivi. Tra l’altro si apprende che un buon tratto dei pali del telegrafo verso Osimo sono stati abbattuti e che sono intervenuti i gendarmi e i cantonieri per ripristinarli.

De La Moricière, De Courthen, O’Gady, de Quatrebarbes, tutti sono determinati a reprimere la rivoluzione sul nascere, assistiti in ciò dai delegati Pontifici, soprattutto mons. Randi a Pesaro e mons. Randi in Ancona. Tutte le forze militari e di polizia vengono mobilitate, e vi è la certezza di poter avere facile successo sui rivoluzionari sia per il numero sia per la determinazione dei comandanti, che non esitano ad impiegare anche l’artiglieria pur di avere ragione di ogni rivolta.

Questo porta un po' di sicurezza in Osimo, anche se la notizia che una colonna di oltre 600 rivoluzionari dalla bassa Romagna ha passato il confine ed invaso Urbino e poi Fossombrone, già in rivolta con Pergola non rassicura. Sono in marcia su queste città consistenti forze pontificie, ovvero tutta la III Brigata operativa uscita da Ancona. Corre voce che hanno ricevuto l’assicurazione che, una volta repressa la rivolta, avranno 12 ore di libertà di saccheggio in queste città per punire la popolazione che appoggia apertamente i rivoluzionari. Tale notizie viene smentita categoricamente da De La Moricière, ma inquieta ancor più gli abitanti di Osimo che ormai hanno la certezza che si andrà incontro a giorni veramente difficili. In questo clima surriscaldato, come un fulmine a ciel sereno che sorprende tutti, giunge la notizia da parte di mons. Bellà che l’11 settembre 1860, le truppe del Regno di Sardegna, gli intimano di sospendere ogni azione contro i rivoluzionari e che contemporaneamente stanno passando il confine e puntano a porre l’assedio a Pesaro. Nessuno in Osimo comprende che cosa stia succedendo, tantomeno immagina che nel giro di quattro giorni Osimo si troverà sulle linee di scontro la l’Esercito Sardo e l’Esercito Pontificio per il possesso di Ancona. E’ l’inizio della invasione delle Marche dell’Umbria di una forza di 35.000 uomini al comando del gen. Fanti. (continua)

 



[1] La notizie indirettamente fu confermata da un agente del servizio segreto pontifici, il Niccolini, che in una lettera al Mons, Randi il 6 settembre in cui scrive che “..dal confine toscano e precisamente  in località Luviano dove ai poderi la Sig,ra Buonaparte belle sequestrati e confiscati dalla Finanza Toscana 9 carri di fucili che erano 1500 e cio per essere stati senza regolari recapiti questi erano diretti alla abitazione della predetta Signora. Così siamo sicuri che le armi non sono state a noi introdotte, ma è certo che sono lì ai confini per l’occorrenza” Cfr. Scoccianti S, Appunti sul servizio informativo pontificio nelle Marche nel 1859-1960. Citato in Coltrinari M., L’Ultima difesa pontificia di Ancona 7-29 settembre 1860. La Fine del potere temporale dei Papi nelle Marche, Roma, Edizioni Nuova Cultura, 2014. Pag 255

[2] Sono noti i fatti del 1859 accaduti in questa città, che sono passati alla storia come “Le stragi di Perugia”, perpetuate dai soldati della II Brigata operativa al comando del gen Schmit.

[3] Tra le misure che suggerisce, anche quella di somministrare una multa di 10.000 scudi a quelle famiglie facoltose che mostrano segni di simpatia per la rivoluzione. Questa misura la ritiene molto più efficace di una scarica di fucileria. Aa Osimo questo provvedimento suggerisce ad alcune famiglie di professare lealtà e fiducia al Governo Pontificio

mercoledì 10 agosto 2022

Campagna nelle marche: 1860 I Parte

 

Osimo agosto 1860: la tranquillità prima della tempesta

Note di storia risorgimentale. La trasformazione dell’assetto economico-sociale

L’estate del 1860 si presentava ad Osimo come le altre estati. I responsabili pontifici si erano ripresi dagli avvenimenti dell’anno precedente, quando una situazione abbastanza tranquilla divenne improvvisamente difficile. La presenza ad Ancona di una guarnigione di 5000 soldati austriaci, presente dal 1849, garantiva la pace e la sicurezza. Nessuno aveva l’ardire di promuove rivolte o altro e tutto sembrava procedere per il meglio. Improvvisamente nel nord scoppia la guerra tra il Regno di Sardegna e l’Austria, e, in modo sorprendente, al fianco del Governo di Torino scende le Alpi una Armata francese. Parigi e Napoleone III si alleavano con la rivoluzione. Una contraddizione che in molti non riuscivano a comprendere. La Francia era una delle Potenze cosiddette cattoliche, insieme all’Austria, che garantiva la sopravvivenza dello Stato Pontificio e manteneva a Roma una Guarnigione di circa 25.000 soldati per prevenire ogni rivoluzione, come era successo nel 1848. Napoleone III alleato al Cavour era incomprensibile. I meglio informati assicuravano della lealtà dell’Imperatore Cattolico, che garantiva al Pontefice la sopravvivenza assicurando in ogni circostanza che gli spettava di diritto il cosiddetto Patrimonio di San Pietro, territorio corrispondente all’odierna regione del Lazio. Queste affermazioni di Napoleone III erano interpretate come una assicurazione per lo Stato Pontifico, inteso come territori che andavano si dal Lazio, ma comprendevano anche l’Umbria, le Marche e le Romagne. 

Il Cardinale Antonelli, capo della politica vaticana, e la stessa Segreteria di Stato, vedevano con diffidenza Napoleone III, ma non riuscirono mai a capire i suoi disegni. Il suo intervento in Italia era motivato dal fatto che mirava a contrastare il predominio austriaco in funzione strategica. La Francia, dopo aver acquisito il controllo del mediterraneo occidentale ed aperte le vie per l’Algeria e la Tunisia, dove si era installata, ora puntava a portare la sua influenza nel mediterraneo orientale, verso l’Egitto, riprendendo i vecchi piani predisposti da Napoleone. La prova generale di questa espansione era stata fatta nel 1854-1855 con la cosiddetta guerra di Crimea, a cui si aggregò, come noto il Cavour, per portare all’attenzione il problema Italiano sulla scena europea. Alla Francia occorreva avere punti di appoggio concreti, ovvero basi che le permettessero di arrivare nel mediterraneo orientale. I progetti e le idee che, poi, nel 1867 portarono alla apertura del canale di Suez a Parigi erano materia di attento studio. In pratica alla Francia occorreva basi prima in Adriatico, per tentare il successivo balzo vero i mari greci. Chi impediva tutto ciò era l’Austria, che non accettava un suo ridimensionamento nella penisola italiana che dal 1815, avendo definito l’Italia “una semplice espressione geografica, assoggettava ai suoi interessi tutti gli stati italiani, Papa compreso.

Questo significava anche alterazione degli equilibri economici, che avrebbe inciso sulla vita di Osimo e degli osimani. Da una imprenditoria agricola, si doveva passare ad una imprenditoria commerciale e di trasporto, ovvero per Osimo entrare in concorrenza con Ancona, da sempre orientata ai commerci avendo il porto. In varie famiglie benestanti anconetane, come i Fazioli e in tutta la comunità ebraica, lo statu quo era un ostacolo e si vedevano limitare, essendo in contatto con famiglie imprenditoriali inglesi tramite la organizzazione massonica, i loro investimenti e le loro possibilità di profitti. Osimo con le sue famiglie, I Leopardi. I Bellini imprentati con i Brighenti e le altre avevano investimenti sulla terra, sull’agricoltura e in parte anche sul latifondo, come le altre famiglie possidenti di Loreto, Recanati e Jesi. Tutti costoro vedevano i cambiamenti come un salto nel buio. Sul campo politico, da qui il loro appoggio al Governo Pontificio, considerato un paladino della conservazione e dello status quo, appoggiato dall’Austria, sempre contraria ad ogni rinnovamento che avrebbe portato sicuramente alla sovversione ed alla rivoluzione. In Ancona l’orientamento era all’opposto: si era per Cavour ed il suo liberalismo, con venature anche progressiste, ma limitate per lo più all’ideale, non all’espetto economico.

La perdita delle Romagne sul finire del 1859, era stata compensata nelle Marche con l’arrivo di una forte guarnigione pontificia di oltre 4000 uomini al comando del Barone svizzero Kalbermatten, un rude soldato che riteneva suo dovere imporre lo status quo con la forza. Tale approccio non faceva buon gioco all’elemento conservatore, che cercava in ogni modo di ingraziarsi la popolazione con modi molto più intelligenti.

In quell’agosto 1860 in una situazione tutta in divenire, iniziò quella serie di episodi che a capo di circa trenta giorni cambiò radicalmente il profilo socio-economico di Osimo.

Garibaldi, nel 1859, aveva tentato di portare una azione rivoluzionaria ed impadronirsi di Ancona quando era vicecomandante dell’Esercito dell’Italia Centrale. Spalleggiato da una Comitato segreto rivoluzionario operante nella dorica guidato da Alessandro Orsi, tentò di impadronirsi del porto. L’azione fu sventata da un agente del servizio segreto pontificio che aveva una delle sua sedi in Osimo, operante sotto diversi nomi, tra cui Erra, Angeli, Micheli, ecc. che addirittura organizzò un incontro segreto amoroso in cui attirare Garibaldi per ucciderlo, tramite la complicità del suo aiutante di campo che faceva il doppio gioco, in una località a ridosso di Ancona (alcune fonti parlano in modo improprio anche di Osimo) che fallì all’ultimo momento. Contrario all’azione di Garibaldi era anche Manfredo Fanti, capo dell’esercito dell’Italia Centrale che agiva su ordini di Cavour. Lo sventato pericolo di un intervento negli Stati del Papa da parte del partito progressista, non fece abbassare la guardia ai moderati che, nel prosieguo, orientarono Garibaldi ad altre imprese, tra cui quella di portare la rivoluzione nel meridione d’Italia, sull’esempio di Pisacane. In molti speravano a Torino che Garibaldi facesse la stessa fine di Pisacane, ma questa volta le cose andarono diversamente. Era la spedizione dei Mille che portò Garibaldi, il 7 settembre 1860 ad entrare a Napoli. La sua intenzione era quella di marciare su Roma. Occorreva fermarlo. Cavour non trovò altra soluzione che proporre a Napoleone III di scendere nella bassa Italia con l’esercito sardo e bloccare le iniziative garibaldine Roma non si doveva toccare, ma le Marche e l’Umbria si. Questo era il grande equivoco in cui cadde la diplomazia pontificia.

IL 31 agosto fu una giornata particolare. Ad Osimo in una riunione di possidenti, presente il Delegato Apostolico Randi, si cercava di valutare la situazione, con le preoccupazioni di un futuro incerto, con una vendemmia da fare; nessuno immaginava quelle che in pochi giorni sarebbe successo. Nello stesso giorno Farini e Cialdini, furono mandati a Chambery da Cavour per illustrare la situazione a Napoleone III, e a chiedere il tacito assenso di invadere le Marche e l’Umbria per scendere a fermare Garibaldi. L’assenso fu concesso. Per Osimo iniziava un conto alla rovescia che l’avrebbe portata a cambiare radicalmente il suo assetto economico-sociale, ad iniziare, con l’applicazione delle leggi Siccardi sugli Ordini religiosi, e per molte famiglie, fino ad allora floride e potenti, un inizio di decadenza e oblio che è ben rappresentato oggi dallo stato di abbandono dei due principali palazzi signorili che si affacciano sulla Piazza principale di fronte al Municipio. Un montacarichi in ferro arruginito troneggia da oltre 25 anni, che si potrebbe ormai catalogare come esempio del secolo scorso di archeologia industriale, rammenta come quei giorni del settembre 1860 cambiarono ogni cosa. (continua)    

La Meridiana Agosto 2021

domenica 31 luglio 2022

giovedì 30 giugno 2022

Periodico del Nastro Azzurro 2/22 3/22


 Il periodico può essere chiesto a: segreteriagenerale@istitutonastroazzurro.org



domenica 19 giugno 2022

Gadget Istituto del Nastro Azzurro


Si possono richiedere : segreteriagenerale@istitutonastroazzurro.org

 

venerdì 10 giugno 2022

Periodico del Nastro Azzurro N. 6/21 1/22, 2/22


info:www.valoremilitare.blogspot.com


Il Periodico può essere chiesto a: segretriagenerale@istitutonastroazzurro.org

 

martedì 31 maggio 2022

Garibaldi e la II Guerra di Intipendenza

 

1859, i Cacciatori delle Alpi nella II guerra d’indipendenza

 

di

Osvaldo Biribicchi

 

 

Il termine Cacciatori, nel secolo XIX, indicava la fanteria cosiddetta leggera in quanto dotata di armamento ed equipaggiamento leggeri. In particolare, almeno nella fase iniziale, si chiamavano cosi le milizie che sorgevano spontaneamente per combattere l'oppressore ed affermare i principi di nazionalità. I componenti di questi reparti irregolari erano caratterizzati, a tutti i livelli, da audacia e spregiudicatezza, doti queste che ne esaltavano l'impiego nell'esplorazione, nei colpi di mano e nelle azioni offensive. In Italia è rimasto particolarmente famoso il Corpo dei Cacciatori delle Alpi, fondato nel 1859.

Per meglio comprendere la nascita di questo particolare Corpo, è necessario conoscere sommariamente la situazione politica, in quel periodo, nel regno sabaudo.

Solo pochi mesi prima, a luglio del 1858, si era svolto a Plombières, una cittadina termale della Francia orientale, un convegno segreto tra il Presidente del Consiglio dei Ministri piemontesi, Camillo Benso Conte di Cavour, e l'imperatore francese Napoleone III.

Nel corso di quell'incontro, Napoleone III si impegnò ad intervenire contro l'Austria, a fianco del Piemonte, nel caso in cui quest'ultimo fosse stato aggredito dagli austriaci. In caso di vittoria, sarebbe stato creato sotto Casa Savoia un Regno dell’Alta Italia comprendente il Lombardo-Veneto, i Ducati di Modena, di Parma e le Legazioni pontificie; mentre la Francia, in cambio dell'aiu­to prestato, si sarebbe annessa la Sa­voia e la città di Nizza appartenenti al Regno di Sardegna. Cavour, ottenuto dalla Francia l'impegno a scendere in campo militarmente, si adoperò in tutti i modi per provocare l'Austria affinché facesse il primo passo verso la guerra.

Gli inizi del 1859 furono caratterizzati da segnali che preannunciavano l'imminenza di un conflitto. Il re Vittorio Emanuele II, in un discorso al parlamento, pronunciò la celebre frase: ”...non siamo insensibili al grido di dolore che da tanti parti d'Italia si leva verso di noi” che aveva tutto il sapore di una aperta sfida all'Austria. Cavour, da parte sua, sull'onda delle emozioni che il discorso del re aveva suscitato, permise e favorì l'arruolamento di volontari provenienti da tutta l'Italia, in particolare dal Lombardo–Veneto, da affiancare all’esercito regolare. Il 17 marzo 1859 con decreto reale veniva istituito il Corpo dei Cacciatori delle Alpi, al comando di Giuseppe Garibaldi, nominato per l'occasione Maggior Generale dell'esercito sardo, ed alle dipendenze del Ministero degli Interni.

Al neocostituito Corpo, però, non vennero assegnati i volontari migliori; questi ultimi furono inseriti nei ranghi dell'esercito regolare. A Garibaldi vennero dati i più giovani, con scarsa o nulla esperienza militare, i più anziani e quelli scartati per difetti fisici. Di contro, gli ufficiali furono quelli voluti da lui, tutti valorosi combattenti che si erano distinti nel 1849 nella difesa della Repubblica Romana e di Venezia.

I Cacciatori delle Alpi erano poco più di tremila uomini ordinati in una brigata su tre reggimenti, senza artiglieria, con una cinquantina di cavalleggeri per l'esplorazione ed un efficiente ospedale da campo diretto dal medico milanese Agostino Bertani, esule a Genova, che avrà poi una funzione importante nella spedizione dei Mille. Il corpo sanitario dei “Cacciatori” fu insignito di medaglia di bronzo al valor militare per la alacre opera svolta.

Garibaldi ed i suoi uomini, dunque, indossarono l'uniforme dell'esercito sardo. Per l'addestramento, furono inviati nei depositi di Cuneo e Savigliano nonché a Rivoli presso Susa. Dei tre reggimenti, i primi due, i migliori, furono posti al comando del tenente colonnello Enrico Cosenz e del colonnello Giacomo Medici.

Mentre gli ufficiali di Garibaldi inquadravano i volontari, Cavour faceva, provocatoriamente, ammassare truppe sul confine con il Lombardo­-Veneto per compiere delle esercitazioni. L'Austria, allarmata, il 23 aprile 1859 ordinò al Pie­monte il disarmo immediato. Era l'aggressione tanto cercata da Cavour che, naturalmente, rifiutò e lasciò che la parola passasse alle armi.

Il 26 aprile 1859 l’Austria dichiarò guerra al Piemonte: iniziava la seconda guerra d'indipendenza. Il giorno seguente, l'esercito austriaco al comando del Generale Giulay varcò la frontiera piemontese. L'avanzata fu subito rallentata dall'allagamento delle risaie nel vercellese.

La Francia, da parte sua, come stabilito, inviò in aiuto dell'esercito sabaudo un forte contingente di cui Napoleone III ne assunse il comando supremo; alla metà di maggio circa 120.000 francesi erano concentrati nella zona di Alessandria.

I franco–piemontesi, con alcune puntate offensive verso Pavia, diedero agli austriaci l'impressione di voler penetrare in Lombardia da sud mentre, in realtà, si trattava di uno stratagemma per mascherare i veri piani che prevedevano di entrare in Lombardia da nord.

Il primo grosso combattimento avvenne a Montebello[1], il 20 maggio 1859, dove gli austriaci furono battuti dall'azione congiunta della cavalleria sarda e della fanteria francese; dieci giorni dopo a Palestro[2] gli austriaci subirono una ulteriore sconfitta, a seguito della quale decisero di riattraversare il Ticino per attestarsi a difesa della frontiera lombardo-veneta.

Garibaldi, intanto, con i suoi Cacciatori delle Alpi, il 23 maggio aveva attraversato risolutamente il Ticino e sorpreso nella notte il presidio austriaco di Sesto Calende. La notte successiva, dopo aver vinto le resistenze austriache, entrò a Varese accolto da una folla di cittadini in delirio. Gli austriaci, a questo punto, gli inviarono incontro una Divisione di tremila uomini, potentemente armata, al comando del Generale Urban. I Cacciatori furono sottoposti ad un incessante fuoco di artiglieria ma non indietreggiarono, resistettero fino a quando la fanteria austriaca non fu che “a 50 passi di distanza”, come aveva loro ordinato Garibaldi, e poi gli riversarono addosso una micidiale scarica di pallottole. Subito dopo, in pieno stile garibaldino, si avventarono alla baionetta sul nemico.

Gli austriaci, sotto l'incalzare dei Cacciatori delle Alpi, si ritirarono disordinatamente. Garibaldi non poteva fermarsi, sarebbe diventato un facile bersaglio per il nemico, la sua doveva essere una guerra di movimento. Si avviò, pertanto, verso Como facendo credere al nemico di passare per Camerlata invece passò per San Fermo dove superò, dopo uno scontro sanguinoso, la forte resistenza austriaca.

Di notte entrò a Como, anche qui accolto festosamente dalla popolazione. Garibaldi era riuscito ad ottenere l'allontanamento degli austriaci da tutta la zona lombarda del lago Maggiore e, dopo una serie di spostamenti tattici, puntò su Lecco e da lì a Bergamo dove vi entrò l'8 giugno alla testa dei suoi Cacciatori. Qui, l'11 giugno, con una solenne cerimonia, consegnò ai suoi uomini le onorificenze ricevute dal governo e lesse un ordine del giorno, emanato in nome del re, in cui erano esaltate le imprese del piccolo Corpo. La sera stessa si mise in marcia per Brescia ove vi entrò il 13 giugno.

I franco-sardi, nel frattempo, il 4 giugno avevano sconfitto gli austriaci a Magenta[3] aprendosi così la strada verso Milano ove, l'8 giugno, vi entravano fianco a fianco Napoleone III e Vittorio Emanuele II.

Gli austriaci ripiegarono verso il Quadrilatero (Mantova, Verona, Peschiera e Legnago) per una difesa ad oltranza ma il giovane imperatore Francesco Giuseppe assunse il comando diretto delle operazioni e riprese subito l'offensiva.

Il 24 giugno sulle alture di San Martino e Solferino, a sud del lago di Garda, su un fronte di una quindicina di chilometri si affrontarono circa 300.000 uomini, fra austriaci e franco– piemontesi, con oltre 26.000 cavalli e 1.500 pezzi di artiglieria.

In questo fatto d'arme, i Cacciatori delle Alpi ebbero un ruolo molto importante sul piano strategico in quanto dalle Prealpi lombarde minacciavano – puntando verso la valle dell'Adige – le spalle dell'Armata austriaca dislocata nel Quadrilatero.

La battaglia di San Martino e Solferino, l'ultima della II guerra di indipendenza, si risolse con la vittoria dei franco–piemontesi ma ad un prezzo altissimo di vite umane. Essa non fu solo la più sanguinosa tra quelle combattute nelle guerre d'indipendenza, ma una delle più sanguinose combattute fino ad allora in Europa. Alla sera del 24 giugno, sul campo di battaglia giacevano 40.000 uomini, di cui 11.000 morti e 29.000 feriti. Di questi ultimi, 5.000 morirono nei giorni successivi per i postumi delle ferite riportate. Napoleone III, condizionato dai cattolici francesi per i possibili danni che il prolungarsi della guerra di indipendenza italiana avrebbe finito per arrecare oltre che alla Francia stessa anche allo Stato pontificio, propose a Francesco Giuseppe, all'insaputa di Cavour, un armistizio poi firmato a Villafranca l'11 luglio 1859. Il 10 novembre a Zurigo veniva siglata la pace che poneva fine alla guerra ed imponeva all’Austria la cessione, per il tramite della Francia, della sola Lombardia al Regno Sardo ed il ritorno dei sovrani spodestati nei ducati di Modena, Parma e nel Granducato di Toscana.

Vittorio Emanuele II accettò suo malgrado, mentre Cavour sentendosi ingannato da Napoleone III si dimise da primo ministro.

I Cacciatori delle Alpi all’atto dell’armistizio superavano i 12.000 uomini, articolati su cinque reggimenti, «ed occupavano le quattro vallate: Valtellina, Camonica, Sabbia e Trompia, sino alla frontiera col Tirolo»[4].

Con la fine della seconda guerra di indipendenza gli austriaci non erano stati annientati ed il Veneto, contrariamente alle aspettative, era rimasto nelle loro mani.

«La brusca interruzione della guerra costituiva una palese violazione dei patti di alleanza tra i due paesi (Il Piemonte e la Francia), e così la promessa dell’indipendenza dell’Italia settentrionale, dal Ticino all’Adriatico, svaniva completamente. L’interruzione della seconda guerra d’Indipendenza, portò come conseguenza un malcontento fra gli appartenenti al Corpo Garibaldino dei Cacciatori delle Alpi, molti dei quali diedero le dimissioni per protesta, in seguito alla fusione del Corpo Garibaldino con l’Esercito nazionale [] Anche Garibaldi lasciava, allora, con comprensibile cruccio il Comando dei Cacciatori delle Alpi ed indirizzava a Vittorio Emanuele II una lettera, datata da Lovere, 1 agosto 1859, che però non giunse mai a destinazione»[5].

Gli anni immediatamente successivi furono, comunque, importanti. Il 1860 fu l'anno dei plebisciti per l'annessione al Piemonte dell'Italia centrale e dell'ex regno borbonico; sempre in quell'anno Nizza e la Savoia furono cedute alla Francia e Garibaldi, alla testa dei Mille, sbarcò in Sicilia.

 

 

 

 

Bibliografia sommaria

Bertini Enrico, TIMOTEO RIBOLI Medico di Garibaldi, 1986.

Garibaldi Giuseppe, Memorie con una Appendice di Scritti Politici, Biblioteca Universale Rizzoli, Milano.

 

Sitografia sommaria

https://www.battagliadimagenta.it/pubblicazioni/opere_pubbliche/Opere_Pubbliche_Dettaglio.asp?ID_M=10&ID=43

http://www.carabinieri.it/arma/ieri/storia/vista-da-2015/fascicolo-9/il-ruolo-dell-arma-nella-guerra-del-1859/i-cacciatori-delle-alpi

http://www.150anni-lanostrastoria.it/index.php/ii-guerra-indipendenza

https://www.centrodellamemoriasavigliano.it/giacomomedici/

http://www.combattentiliberazione.it/seconda-guerra-dindipendenza-1859

https://comune.magenta.mi.it/aree-tematiche/cultura/

https://www.comune.montebellodellabattaglia.pv.it/m-vivere/m-infoutili/storia

http://www.comune.palestro.pv.it/it-it/vivere-il-comune/cosa-vedere/ossario-1893-22321-1-44d9415912f732cd2a5df066f0ffa96f

https://www.difesa.it/Content/150anniversario/Pagine/LeBattaglieSolferinoeSanMartino.aspx

http://notes9.senato.it/Web/senregno.nsf/96ec2bcd072560f1c125785d0059806a/80cfa982dfdabe7e4125646f005a8000?OpenDocument

 

 



[1] In ricordo della battaglia combattuta nel 1859, il comune di Montebello, in provincia di Pavia, nel 1958 ha ricevuto il nome di Montebello della Battaglia.

[2] Nel comune di Palestro, in provincia di Pavia, il 28 maggio 1893 fu inaugurato un Ossario per conservare le reliquie dei Caduti piemontesi, francesi ed austriaci nelle battaglie del 30 e 31 maggio 1859.

[3] A Magenta, in provincia di Milano, il 4 giugno 1872 fu inaugurato un Ossario per conservare le reliquie dei Caduti piemontesi, francesi ed austriaci nella battaglia del 4 giugno 1859.

[4] Garibaldi Giuseppe, Memorie con una Appendice di Scritti Politici, Biblioteca Universale Rizzoli, Milano, 1998, p. 232.

 

[5] Bertini Enrico, TIMOTEO RIBOLI Medico di Garibaldi, 1986, p. 178.

giovedì 19 maggio 2022

Rivista QUADERNI, Anno LXXXII, Supplemento XX, 2021, n. 3 20° della Rivista. CESVAM REPORT Settembre 2019 - Agosto 2021

 


SOMMARIO

Anno LXXXII, Supplemento XX, 2021, n. 3,

20° della Rivista “Quaderni”

www.istitutodelnastroazzurro.it

centrostudicesvam@istitutonastroazzurro.org

www.cesvam.org

 

CESVAM REPORT.  SETTEMBRE 2019 – AGOSTO 2021

 

1.      INTRODUZIONE

La necessità di un Report.

 

2.      STRUTTURA DEL CESVAM

a.       Istituto del Nastro Azzurro Ente Morale

Statuto; Regolamento

b.      Lo Statuto del CESVAM

c.       Il Regolamento del CESVAM

d.      Il Verbale  costitutivo del CESVAM del Consiglio Nazionale dell’Istituto del Nastro Azzurro

 

3.      ATTIVITA’ DEL CESVAM

Editoria

a.       La Emeroteca del CESVAM

b.      L’Archivio-Biblioteca del CESVAM

c.       I Progetti di Ricerca. La realizzazione e la finalizzazione

Ricerca

d.      Le attività in essere.

e.       La Rivista “Quaderni del Nastro Azzurro”

f.        I “Quaderni On Line”

g.      I Blog di carattere storico, estensione di ricerca

h.      I Blog di carattere geografico, estensione di ricerca

i.        I Blog di carattere associativo e divulgativo

j.        I CESVAM Papers, collana “occasional” di pubblicazioni

k.      I Libri della Collana del Nastro Azzurro”

Didattica

l.        L’Attività didattica per Master di 1° e 2° Livello

m.    L’Attività didattica per Corsi di Formazione

Divulgazione

n.      Il Sito dell’Istituto del Nastro Azzurro. Concorso alla Gestione

o.      La Piattaforma del CESVAM. Lo strumento di divulgazione al passo con i tempi

p.      I Convegni e le Conferenze

q.      Gli “Incontri con l’Autore”

r.       Collaborazione con Enti, Istituti, Accademie, Università. Il Confronto

 

4.      CONCLUSIONE

. Lineamenti per il futuro

5.      IL PERIODICO “NOTIZIARIO DEL NASTRO AZZURRO

 

Nota redazionale:

Questo numero della Rivista “QUADERNI” come si può notare, pur mantenendo la struttura base, non porta la tradizionale suddivisione “Il mondo da cui veniamo: la memoria” e “Il mondo in cui viviamo: la realtà d’oggi” e le relative rubriche. Questo per lasciare lo spazio al Report del CESVAM, Questo Report, come ampiamente si è riportato nel Report stesso, vuole essere una documentazione fattiva della risposta che la Presidenza Nazionale ha voluto dare, con il Report pubblicato nel 2019 (N. 3° della Rivista, Supplemento XIII, Luglio-agosto 2019) alla lenta crisi che aveva attanagliato l’Istituto culminata, in chiave di retrospettiva storica, con l’anno 2014, considerando il 2015 l’anno della svolta a cui tutti hanno dato un ampio contributo. Questo numero della Rivista vuole essere la continuazione del Report per il quinquennio settembre 2014 – agosto 2019, mantenendo la stessa articolazione ed aggiornandone i contenuti per il periodo di riferimento. Si vogliono fornire elementi di riflessione sulle scelte fatte, sui successi ottenuti, sugli scostamenti da correggere, per proseguire, in vista degli anni futuri, verso una affermazione dell’Istituto sempre più ferma e decisa.

(massimo coltrinari)

 

I di Copertina: Lo stemma del CESVAM

 


Info:segreteriagenerale@istitutonastroazzurro.org

Il presente numero può essere richiesto gratuitamente in formato digitale. Su carta (fino ad esaurimento  copie ed addebito spese postali)   previo versamento di euro 5 a copia in bianco e nero e euro  10 a copia a colori da versare su conto corrente postale n. 25938002 intestato ad Istituto del Nastro Azzurro  oppure su C.C. Bancario BPER Banca Piazza Madonna di Loreto 24 C.C.703202000000002122 IBAM IT 85P0 5387 0320 200000000 2122.