Mostra a Pietralacroce

Mostra a Pietralacroce
Il numero della rivista riportala mostra organizzata dagli alunni delle scuole di Ancona a Pietralacroce in occasione del 150° anniversario dell'Unità d'Italia. Nella foto, l'assalto e la presa di Monte Pelago, 26 settembre 1860

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Onore ai Caduti

Onore ai Caduti
Sebastopoli. Vallata di Baraclava. Dopo la cerimonia a ricordo dei soldati sardi caduti nella Guerra di Crimea 1854-1855. Vedi spot in data 22 gennaio 2013

Il volume è stato presentato sabato 4 giugno 2011 alle ore 18 a Portorecanati, Sala Comunale

Il volume è stato presentato sabato 4 giugno 2011 alle ore 18 a Portorecanati, Sala Comunale
Per acquisto del volume:clicca sulla foto e segui il percorso: pubblicaconnoi-collanescientifiche/storiainlaboratorio/vai alla scheda/scheda pag.2

La sintesi del 1860

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Il combattimento di Loreto, detto di Castelfidardo 18 settembre 1860

Il Volume di Massimo Coltrinari, Il Combattimento di Loreto detto di Castelfidardo, 18 settembre 1860, Roma, Edizioni Nuova Cultura, 2009, pagine 332, euro 21, ISBN 978-88-6134-379-5, è disponibile in
II Edizione - Accademia di Oplologia e Militaria
- in tutte le librerie d'Italia
- on line, all'indirizzo ordini@nuova cultura.it,
- catalogo, in www.nuovacultura.it
- Roma Universita La Sapienza, "Chioschi Gialli"
- in Ancona, presso Fogola Corso Mazzini e press o Copyemme

Sai dire che cosa è successo il 18 settembre 1860 nella vallata del Musone?

venerdì 4 ottobre 2019

QUADERNI DEL NASTRO AZZURRO n. 4 del 2018 Copertine


ANNO LXXX, Supplemento IX, 2018, n. 4

In Copertina
Medaglia della Vittoria coniata e firmata da Luciano Zaniella
prodotta in tiratura limitata
67 mm di diametro e pesa 140 grammi
Disponibile in bronzo similoro
E' possibile richiederla alla Presidenza dell'Istituto del Nastro Azzurro
(segreteriagenerale@istitutonastroazzurro.org)

venerdì 27 settembre 2019

QUADERNI DEL NASTRO AZZURRO Sommario e Nota Redazionale

 SOMMARIO
 Anno LXXIX, Supplemento IX, 2018, n. 4, 10° della Rivista “Quaderni”  www.istitutodelnastroazzurro.it indirizzo:centrostudicesvam@istitutonastroaz zurro.org 

Editoriale del Presidente.  Carlo Maria Magnani: 


IL MONDO DA CUI VENIAMO: LA MEMORIA           

APPROFONDIMENTI 

AA.VV, La Battaglia di Vittorio Veneto. Ricostruzione ed Analisi.
Luigi Marsibilio, La Battaglia di Vittorio Veneto 
Osvaldo Biribicchi, Comando Supremo Regio Esercito. Le truppe italiane negli altri campi della Grande Guerra 
Massimo Coltrinari, Un elenco Glorioso. Le Armate Italiane a Vittorio Veneto nella versione del Comando Supremo.
 Alessia Biasiolo, L’Impero italiano in epoca fascista 

DIBATTITI 
Giovan Battista Birotti, Soldati e contadini. L’Esercito giapponese nel periodo Meiji (1868-1912)

ARCHIVIO 
Redazionale, Chiara Mastroantonio, Lo Statuto della Legione AzzurraPag.00 

MUSEI,ARCHIVI E BIBLIOTECHE 

Alessio Pecce, Giulio Moresi, aspirante ufficiale, bersagliere, caduto il 17 agosto  1917 sull’Hermada, sul Carso. Il Ricordo  

Posteditoriale: Antonio Daniele, Il Calendario azzurro per il 2019

IL MONDO IN CUI VIVIAMO: LA REALTA’ DI OGGI 

UNA FINESTRA SUL MONDO Sandra Milani, L’uso delle sostanze stupefacenti come strategia nella guerra e nel terrorismo islamico

GEOPOLITICA DELLE PROSSIME SFIDE Luca Bordini, Riflessioni sulla comunicazione digitale delle Forze Armate 

Autori. Hanno collaborato a questo numero.
Articoli di Prossima Pubblicazione
Segnalazioni Librarie. 

CESVAM NOTIZIE Centro Studi sul Valore Militare 

I “Quaderni on Line”, Supplemento on Line, Anno 5°, V, 2018,  Maggio 2018, n. 30 
I “Quaderni on Line”, Supplemento on Line, Anno 5°, VI, 2018  Giugno 2018, n.31.
I “Quaderni on Line”, Supplemento on Line, Anno 5°, VII, 2018, Luglio 2018, n. 32

“Quaderni” on line sono su: www.valoremilitare.blogspot.com 

PER FINIRE Massimo Coltrinari,  Il Valore Militare attraverso le Cartoline Militari ed oltre 

Nota redazionale: Il seguito di riflessioni in questo fine anno non può portare che ad aggiustamenti sulla attività del CESVAM. Si dovrà porre maggiore attenzione alle attività esterne del CESVAM stesso e porre delle pregiudiziali di collaborazione che siano allineate al livello di ambizione del CESVAM. Il dibattito che necessariamente deve esistere all’interno deve passare attraverso una distinzione. L’Istituto del Nastro Azzurro ha due componenti che lo distinguono dalle altre Associazioni 
Combattentistiche.  La prima. È quella dell’associazionismo combattentistico” in cui è necessario porre alla base la componente militare, quella di chi ha mostrato il proprio valore militare e gli è stato riconosciuto, quella associativa e in parte reducistica. Tutti elementi che fanno capo, almeno per i militari, alla legge dei Principi del 1977 che deve animare ogni militare della Repubblica se si vuole definire tale. In pratica è una funzione verso l’interno dell’Istituto, nelle sue componenti ed articolazioni.  La seconda. Quella di Ente Morale, che deve ispirare l’azione dell’Istituto del Nastro Azzurro al pari dei suoi similari (Istituto della Previdenza Sociale, Istituto per la Storia del Risorgimento, Croce Rossa, ecc.) in cui la componente militare è sempre presente, in cui emerge quella di chi ha mostrato il proprio valore militare, ma non gli è stato riconosciuto ufficialmente con le previste decorazioni e modalità, in cui emergono in oltre misura la disponibilità, l’altruismo, il senso di appartenenza, le tradizione militari dei Corpi e delle Unità, il senso del servizio, e soprattutto la volontà di portare i principi statutari anche verso l’esterno, verso le componenti della società civile, le nuove e le vecchie generazioni, nelle forme più efficaci. In pratica è una funzione verso l’esterno dell’Istituto.  Fra le due componenti vi deve essere sinergia, armonia, collaborazione. Occorre in tutti i modi che non emergano contrasti, invidie, contrapposizioni, prese di posizioni imposte, intolleranza. Qualora queste emergessero sarebbe un gravissimo errore quello di affrontarle di petto, con ”fieri ed animati accenti”; più opportuno ed intelligente sarebbe la soluzione che adotti pazienza, silenzio, comprensione e soprattutto mettere spazio e tempo per spegnere ogni fuoco o fuocarello. A questo proposito viene in aiuto Italo Calvino, il quale scrive in “Le città invisibili” 

L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se n’è uno, è quelle che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne: il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione ed apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e che cosa, in merito all’inferno, non è l’inferno, e farlo durare, e dargli spazio.” 


martedì 24 settembre 2019

lunedì 16 settembre 2019

giovedì 12 settembre 2019

giovedì 5 settembre 2019

Guerra di Crimea, Le Cause



Geopolitica di metà ottocento



“Le cause generali della guerra di Crimea risiedono nella antica ed ancora irrisolta questione d’Oriente. L’occasione nacque da un conflitto religioso tra latini e greci in Palestina. La Francia intervenne a favore dei latini, indirizzandosi alla Turchia perché facesse valere i loro diritti; la Russia intervenne a favore dei greci, indirizzandosi similmente alla Turchia. Così la questione tra due chiese cristiane in Palestina divenne questione di prevalenza tra la Francia e la Russia nei Consigli del Sultano. Ora una questione in cui erano impegnate la Francia e la Russia a Costantinopoli, non poteva essere indifferente all’Inghilterra. Questa intervenne prima come mediatrice poi come parte interessata. E siccome la Turchia mostrava di cedere piuttosto alle pressioni della Francia e dell’Inghilterra che a quelle ella Russia, così lo Zar fece sapere al governo turco che avrebbe fatto occupar i Principati Danubiani allora dipendenti dalla Turchia: ed infatti il 3 luglio 1853 le teste delle colonne russe passarono il Pruth ed entrarono in quel paese.
Ma già come risposta alla intimazione le flotte francese ed inglese, dalle stazioni di salamina e di malta, ove stavano raccolte, fin dal 13 giugno s’erano avvicinate allo stretto dei dardanelli, ancorandosi presso l’isola di Tenedo nella baia di Besika.

Non cessarono tra le grandi potenze europee le trattative per accordarsi sul contegno da tenere di fronte a questi avvenimenti. Ma finalmente non riuscendo la Turchia ad ottenere lo sgombro del suo territorio, nei Principati danubiani, in Armenia e sul mare, e nei primi tempi le truppe turche riportarono qualche vantaggio. La Francia e l’Inghilterra rimasero in attesa.

Senonchè il 30 novembre 1853, la flotta russa, forzato l’ingresso della rada di Sinope, vi batteva ed incendiava sette fregate turche due corvette ed alcuni legni minori. Dopo tal fatto, le squadre francese ed inglese, che già si erano avanzate a Beicos nel Bosforo, il 3 gennaio 1854 entrarono nel mar Nero per proteggere le coste ed i navigli ottomani dai nuovi attacchi della squadra russa. Le operazioni continuarono in terra con lentezza russa e con pazienza turca. Ma la Russia intendeva di darvi impulso più attivo coll’aprirsi della nuova stagione, come infatti avvenne. Sul finire dell’aprile le sue truppe, passato il Danubio, posero l’assedio a Silistria, dopo aver respinto tutte le pratiche fatte dall’Inghilterra e dalla Francia per indurla a ritirarsi dai principati Danubiani. Questo rifiuto coinvolse le due potenze nella guerra che già combattevasi tra la Turchia e la Russia.

Il 25 marzo 1854 l’Imperatore dei francesi, Napoleone III, comunicava al Senato ed al Corpo Legislativo la dichiarazione di guerra della Francia alla Russia, e lo stesso giorno un messaggio della regina Vittoria al parlamento inglese comunicava eguale dichiarazione per parte dell’Inghilterra. Il 10 parile fu segnata fra i due Stati una convenzione per la quale essi si univano in alleanza allo scopo di proteggere l’integrità dell’Impero Turco.
Le operazioni ebbero per cinque mesi un indirizzo oscillante, finchè fu deciso di dirigerle direttamente contro la penisola della Crimea ed in particolare contro Sebastopoli.

Come il Regno di Sardegna entrò in questa questione?

Il regno di sardegna non era interessato nelle questioni che si dibattevano ma l’ardita politica nazionale iniziata dal suo governo richiedeva che si cogliesse ogni occasione per acquistare al Regno di sardegna la simpatia delle potenze occidentali ed il diritto di far sentire la propria voce nei Consigli d’Europa. L’occasione era giunta e grande; né gli uomini che governavano il Regno di Sardegna erano tali da lascarsela sfuggire.
Sulla fine dell’anno 1854 i francesi e gli inglesi sotto Sebastopoli si trovavano stremati d’animo e di forze; dopo lunghi lavori d’assedio, micidiali battaglie e inutili tentativi d’assalto, avevano dovuto convincersi che l’impresa d’impadronirsi di quella città e fortezza era molto più ardua di quando si sarebbe potuto credere. Alla resistenza dei russi si aggiungevano la rigidezza del clima, gli scarsi approvigionamenti di tende, di vestiario, di legna, di viveri, ecc. I comandanti degli eserciti alleati reclamavano ai loro governi uomini e provvigioni d’ogni genere. Nel mese di novembre di quell’anno un terribile uragano aveva danneggiato le flotte alleate ed affondate molte navi cariche di viveri, foraggi, di oggetti di vestiario. Nei campi era tutto soottosopra: tende, baracche, uffici, ospedali, magazzini…..Poi venne il freddo che andò gradatamente crescendo. In principi di gennaio 1855 la neve copriva ogni cosa e le truppe mal riparate soffrivano molto.
…..
Il numero degli ammalati era considervole e gli inglesi poco assuefatti ai disagi soffrivano anche più dei francesi. Spesso mancava la legna; i soldati non solo non potevano riscaldarsi ma dovevano magiare alimenti freddi, quindi le malattie infierivano specialmente fra gli inglesi. L’Inghilterra aveva spedito in Crimea 54 mila uomini al 18 gennaio 18555 ne restavano appena 17 mila dei quali solo 12 mila in grado di prestare  servizio operativo.
Sulla fine di gennaio terminò un flagello e coimciò un altro: lo sgelo. Le comunicazioni furono interrotte, i parapetti franavamo i cannoni affondavano sulle piazzole. Per poco che in quelle condizioni ed i russi avessero ricevuto qualche rinforzo, gli alleati potevano essere rigettati in mare.

Le notizie di queste condizioni date dai corrispondenti dei giornali commossero l’opinione pubblica in Francia ed in Inghilterra e spinse questi governi ad affrettare quei provvedimenti che fin allora avevano proceduto troppo lentamente malgrado i rapporti dei comandanti di truppa. Con gravi sacrific pecuniari La Francia riuscì ad inviare con qualche sollecitudine in Crimea i rinforzi e le provvigioni necessarie; l’Inghilterra spendendo anche più della Francia, riuscì ad inviarvi provvigioni esuberanti, ma non una forza numerica sufficiente per assegnare al corpo di spedizione inglese, nelle operazioni militari, una parte proporzionata alla francese. La Francia si lamentava do dover sostenere il peso maggiore di una guerra in cui non aveva il maggiore interesse e l’Inghilterra se ne sentiva umiliata.
In questa condizione di cose, che per l’indole sua tendeva a farsi sempre più difficile, il governo d’Inghilterra e contemporaneamente quello di Francia si decisero ad inviare il regno di Sardegna perché entrasse nell’alleanza. Un corpo di 15 mila soldati mantenuto al completo sotto le mura di Sebastopoli, era un aiuto non disprezzabile anche per potenze come la Francia e l’Inghilterra. Ma era per il regno di Sardegna un sacrificio enorme e per farlo accettare ci volle parecchio impegno.”[1]

(massimo coltrinari)

[1] Manfredi C. 8° cura di), La Spedizione sarda in Crimea nel 1855-1856, Roma, Ministero della Difesa, Stato maggiore dell’esercito, Ufficio Storico, Tipografia regionale, 1956. Pag. 14 e segg.

giovedì 25 luglio 2019

sabato 1 giugno 2019

Mafredo Fanti,


 Il Fondatore dell'Esercito Italiano

venerdì 3 maggio 2019

Note sul simbolo nazionale


 Alle origini della Bandiera
Percorso Storico del Tricolore Italiano

Col. Antonio Cesari
Dall’identità del suo gruppo, dal desiderio dell’uomo di farsi riconoscere a distanza, è nata, fin dai tempi antichi, l’insegna prima oggetto semplice, fatto a mano, poi un punto di riferimento per i combattenti durante la guerra. Ritroviamo le insegne presso tutti i popoli, di natura pacifica o bellicosa, con evidenti riferimenti alla cultura di ciascuno: dalla testa dell’animale come illusione dell’uomo primitivo di poter acquisire le virtù dell’ucciso, alla statuetta del dio Horus come venerazione del popolo egizio verso la divinità e di conseguenza verso il sovrano che la incarna, fino all’aquila delle legioni romane, espressione visiva delle potenza. Anche nella Bibbia troviamo molti riferimenti ad insegne e vessilli del popolo di Israele. La stessa asta, sulla quale di solito è innalzata l’insegna, è interpretata come simbolo di potere e di anelito dell’uomo verso il cielo.
In particolare, i signa (raffigurazione di animali o di simboli sacri) ed i vexilla (pezzo di stoffa colorata) erano usati regolarmente dall’esercito romano. L’insegna romana con un’aquila, simbolo di Giove con le ali spiegate e con il fulmine tra gli artigli, adombra già la trasformazione dell’insegna in bandiera verificatesi dopo il Mille.
Era tradizione che l’uomo sul quale si posasse fosse predestinato da Zeus ad altri destini o alla regalità, ma era ugualmente tradizione classica e poi specificamente romana che l’aquila fosse segno di vittoria.
La cavalleria romana inoltre ebbe una propria insegna, la prima del generale in Occidente: un drappo quadrato, di solito rosso, con frange, attaccato ad una sbarra fissata orizzontalmente a forma di croce, in cima ad un’altra asta terminante a lancia: il classico stendardo di cavalleria, quindi, nato dalla necessità di non portare emblemi ingombranti o pesanti a cavallo. Era tradizione romana festeggiare una ricorrenza durante la quale……(fotocopia incompleta)……una nazione, pur sempre di un sistema, quello feudale.
Ed i contatti con i popoli orientali, quasi certamente con i Cinesi, fornirono il tessuto, la seta, che permise il passaggio da un’insegna in legno e metallo ad una in tessuto a più colori: dopo il Mille, alla ripresa dei commerci e durante le Crociate, fu un fiorire di bandiere che accompagnavano le imprese militari e navali. E soprattutto le navi, la cui comunicazione era affidata esclusivamente a mezzi ottici, innalzavano un vessillo per indicare da quale porto provenissero. Dai portoni dell’epoca, libri che contengono la descrizione delle coste e dei porti con tutte le relative notizie utili ai naviganti, apprendiamo che Genova usò l’insegna di san Giorgio, bianca con la croce rossa, pisa adottò una bandiera tutta rossa, Venezia il vessillo rosso con il leone di San marco, Amalfi, una bandiera azzurra con la croce biforcuta bianca.
L’epoca moderna vede i vessilli fregiarsi di stemmi. Infatti l’araldica, che conduce studi e ricerche in questo settore, ci conferma che la diffusione degli stemmi risale al XII secolo, prima presso la grande nobiltà feudale e successivamente si estese anche a semplici cittadini che ricoprivano cariche di un certo rilievo.
Quando l’età feudale lasciò il passo agli Stati unitari l’insegna non rappresentava il popolo ma la dinasti regnante perché lo Stato era considerato giuridicamente come proprietà personale del monarca. Possiamo quindi affermare che fino al settecento la bandiera rappresentava visivamente il potere e serviva come punto di riferimento per i soldati in battaglia.

IL TRICOLORE ITALIANO
(Articolo n° 12 della Costituzione della Repubblica Italiana)
“ la bandiera della repubblica è il tricolore italiano: verde, bianco e rosso, a tre bande verticali di uguali dimensioni.”
(Carlo Azeglio Ciampi, presidente della repubblica Italiana, Intervento alla cerimonia ai Complessi Monumentali di san Martino della Battaglia e di solferino in occasione del giorno dell’Unità nazionale e festa delle Forze Armate, il 4 novembre 2001)
“Non è un caso che i padri Costituenti, come simbolo di questo insieme di valori fondamentali, all’articolo 12, indicavano il tricolore italiano.
Il tricolore non è semplice insegna di stato. E’ un  vessillo di libertà, di una libertà conquistata da un popolo che si riconosce unito, che trova la sua identità nei principi di fratellanza, di uguaglianza, di giustizia nei valori della propria storia e della propria civiltà.
Per questo, adoperiamoci perché in ogni cosa ci sia un tricolore a testimoniare i sentimenti che ci uniscono fin dai giorni del glorioso Risorgimento.”
La bandiera italiana è il Tricolore, composto da tre bande verticali di uguali dimensioni; partendo dall’asta i colori sono: verde, bianco, rosso.
Il 7 gennaio la stessa bandiera è protagonista della giornata Nazionale della bandiera, istituita dalla Legge n°. 671 del 31 dicembre 1996.
I toni cromatici dei colori della bandiera della repubblica Italiana, indicati dall’art. 12 della costituzione, sono definiti dalla circolare della Presidenza del Consiglio dei Ministri del 2 giugno 2004, UCE 3.3.1/14545/1, con i seguenti codici Pantone tessile, su tessuto stamina (fiocco) di poliesteri, e dal decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri 14 aprile 2006:
“Disposizioni generali in maniera di cerimoniale e di presenza tra le cariche pubbliche –Gazzetta Ufficiale n. 174 del 28 luglio 2006- il verde prato brillante (17-6153), il bianco latte (11-0601) e il rosso pomodoro (18-1662).”
Il termine “bandiera” deriva dalla voce teutonica Randa, banda o striscia di stoffa colorata che i soldati di una fazione calzavano sulla fronte per distinguersi dai miliziani di un altro gruppo. Questo accadeva negli antecedenti all’uso delle divise militari.
L’uso delle bandiere è comunque antichissimo, almeno 1500 anni prima di Cristo. Ci sono diverse testimonianze in merito: la Sacra Scrittura ci informa che le dodici tribù d’Israele avevano ogniuna un proprio vessilli, ed anche l’ ”Arca dell’Alleanza” procedeva il suo cammino ben segnalata da stendardi che riproducevano il contrassegno della nazione ed il sigillo religioso adottato dal popolo d’Israele.
Omero racconta poi che i Greci “portarono bandiere all’assedio di Troia e con questi medesimi simboli distinsero pure le loro navi” ancorate di fronte alla città di Priamo. La fanteria di Roma aveva come segno di riconoscimento il ben noto signum militare ben diverso dal vexillum che era proprio della cavalleria, il sigmun era dipinto sul pettorale. Oppure sbalzato nel cuoio del giustacuore, o sul pettorale dell’armatura. Il vexillum era un drappo appeso ad un’asta. Come spiega Cesare nel suo diario scritto durante l’invasione della Gallia (Francia) “De bello gallico”, ogni legione era preceduta da soldati che reggevano “l’aquila con le ali spiegate e coi fulmini” dorati.
Queste insegne distinguevano ogni coorte, ogni manipolo, ogni centuria, in modo che in qualsiasi momento “Cesare poteva controllare lo spiegamento delle sue forze e la loro ubicazione sul terreno di scontro”. Cesare ci informa inoltre delle diversità di questi simboli. Quello della coorte era di porpora con un drago dipinto o ricamato o con altro simile animale; le altre due, dello stesso colore, portavano nel mezzo lettere dell’alfabeto che servivano a distinguerle collocandole nella strategia dello spiegamento.
Il vessillo era formato da un drappo di stoffa pregiata all’estremità di una picca.



giovedì 18 aprile 2019

La spedizione dei Mille


Relazioni*


Osvaldo Biribicchi

Prima di inoltrarci nell'analisi della spedizione è forse opportuno chiarire alcuni aspetti della stessa.
I Mille, in realtà, erano 1.089. Erano uomini di tutte le età e di ogni ceto sociale, giovani ed anziani. C'era anche una donna, la moglie di Crispi, un avvocato siciliano destinato a diventare importante. Questi, nel corso della campagna siciliana, avrebbe rivestito il ruolo di consigliere politico di Garibaldi. In seguito, dopo l'unificazione dell'Italia, sarebbe diventato Presidente del Consiglio del Regno d'Italia.
Questo piccolo corpo di spedizione non era una forza organizzata ma un gruppo raccogliticcio di varia provenienza sociale, male armato e peggio equipaggiato, animato da grandi ideali di libertà. Le famose camicie rosse indossate da questi uomini erano state confezionate con la stoffa donata da un simpatizzante. La loro composizione sociale è significativa: per metà elementi della borghesia (professionisti, commercianti, artisti, capitani di mare, ecc.) per metà artigiani ed operai.
La spedizione dei Mille costituisce la maggiore delle campagne di Garibaldi. Per la prima volta, infatti, un'impresa garibaldina acquista un valore dichiaratamente nazionale, diventa la forza che consente all'Italia di fare un ulteriore, vigoroso passo in avanti sulla via dell'unità.
Siamo nel 1860, la Toscana e l'Emilia sono state annesse al Regno di Sardegna. Il 2 aprile, a Torino si inaugura il nuovo parlamento, che da quel giorno risulta formato dai rappresentanti di sei regioni: Piemonte, Liguria, Lombardia, Emilia-Romagna, Toscana e Sardegna. Nella primavera di quell'anno, in Sicilia entrano in agitazione i vari comitati rivoluzionari; scoppiano rivolte che vengono prontamente represse dalla gendarmeria borbonica. La prima e più nota è quella cosiddetta della “Gancia”, dal nome di un convento di Palermo dove, dopo le prime manifestazioni di piazza, si erano rifugiati alcuni popolani guidati da Francesco Riso. Assediato dai borbonici, il gruppo di rivoltosi attese invano gli aiuti dalle campagne. Alla fine, fu brutalmente sopraffatto. Intanto a Genova, Francesco Crispi, capo riconosciuto della numerosa colonia di esuli siciliani, si rivolge a Garibaldi per convincerlo ad organizzare una spedizione militare in Sicilia. Inizialmente, Garibaldi è indeciso. Quando, però, viene a sapere che nelle campagne siciliane numerose bande di picciotti in armi lo attendono rompe gli indugi e decide di intervenire. Siamo al 30 aprile 1860.
Un anno prima, nel 1859, Giuseppe Garibaldi, nominato per l'occasione Maggior Generale dell'esercito sardo, aveva guidato i Cacciatori delle Alpi contro gli austriaci nel corso della seconda Guerra di Indipendenza conclusasi l'11 luglio del 1859 con l'armistizio di Villafranca, che obbligava l'Austria a cedere la Lombardia, meno Mantova e Peschiera, alla Francia che a sua volta la cedette al Piemonte. Con la fine della seconda Guerra di Indipendenza, gli austriaci non erano stati annientati ed il Veneto, contrariamente alle aspettative, era rimasto nelle loro mani.
Nel 1860, Garibaldi ha due obiettivi: il primo, immediato, è quello di portare la rivoluzione, in nome di Vittorio Emanuele II, nell’Italia meridionale partendo dalla Sicilia, risalire la penisola ed entrare nello Stato Pontificio; il secondo, decisivo, è quello di ritornare a Roma per riprendersi la rivincita dopo la sfortunata vicenda della Repubblica Romana del 1849, caduta sotto il piombo di un'altra Repubblica, quella francese di Napoleone III, in difesa della quale aveva speso tutte le sue energie.
Il Re è favorevole all'impresa, mentre Cavour è contrario per due motivi: da una parte teme complicazioni diplomatiche con la Francia e l'Inghilterra le quali potrebbero opporsi a nuove conquiste dei piemontesi, dall'altra il timore che la Sicilia, una volta liberata da Garibaldi, diventasse una repubblica e fosse perduta per il Regno di Sardegna. Alla fine, Cavour accetta a patto che l'impresa abbia, per così dire, un carattere “spontaneo”.
Nella notte tra il 5 e il 6 maggio 1860, sotto la guida del genovese Nino Bixio, braccio destro di Garibaldi, 1.089 garibaldini si imbarcano presso lo scoglio di Quarto, vicino a Genova, su due navi della Società Rubattino, il Piemonte e il Lombardo. Il 7 maggio, i volontari fanno scalo a Talamone sulla costa toscana presso Grosseto. Alcuni di loro sbarcano e dirigono verso i confini dello Stato pontificio per far credere che l'impresa è diretta verso Roma. Garibaldi riprende la navigazione solo dopo essersi fatto consegnare dal comandante del vicino forte di Orbetello un certo numero di cannoni, armi e munizioni. L'11 maggio, le due navi dopo essere sfuggite alla flotta borbonica che incrocia nel Tirreno arrivano a Marsala dove iniziano le operazioni di sbarco sotto la protezione indiretta di alcuni piroscafi inglesi i quali, ormeggiati in porto vicino al Piemonte ed al Lombardo, impediscono alle navi borboniche di aprire il fuoco. È da Marsala che Garibaldi lancia il suo primo proclama al popolo siciliano, un appello all'unità ed alla lotta. Ed i picciotti, gli insorti siciliani, cominciano ad affluire già a Salemi, nei pressi di Trapani, dove, dopo tre giorni di marcia, il piccolo e risoluto corpo di spedizione si è portato. Qui, il 14 maggio, Garibaldi assume “nel nome di Vittorio Emanuele Re d'Italia la dittatura in Sicilia”.
A Salemi si offrono a Garibaldi due possibilità: inoltrarsi all'interno dell'isola, rafforzarsi con le bande ed affrontare in un secondo tempo i borbonici, oppure marciare verso Calatafimi, dove lo attende il nemico, ed aprirsi audacemente la via di Palermo. Garibaldi sceglie quest'ultima perché ha bisogno di un prestigioso successo iniziale, indispensabile per le sorti dell'impresa. Sulle alture davanti a Calatafimi si trovano schierate le forze di fanteria, le artiglierie e la cavalleria borboniche al comando del vecchio generale Landi. Al mattino del 15 maggio, Garibaldi fa schierare i suoi sulle alture di fronte a quelle occupate dalle forze borboniche. I due schieramenti sono divisi da una valle. Per ciascuna delle due parti sarebbe vantaggioso aspettare il nemico nelle proprie posizioni, tanto più per i garibaldini che sono inferiori di numero e di armamento. E questa sembra infatti l'intenzione di Garibaldi. Senonché alcune compagnie borboniche, nella presunzione di poter agevolmente aver ragione di quell'accozzaglia di filibustieri e contravvenendo agli ordini del Generale Landi, attaccano il settore tenuto dai carabinieri genovesi i quali fanno avvicinare gli avversari e, dopo una intensa e precisa scarica di fucileria, attaccano alla baionetta, specialità questa tipicamente garibaldina, i borbonici. Questi ultimi, che non si aspettavano un tale furioso contrattacco, ripiegano disordinatamente verso le posizioni di partenza. A questo punto la situazione sfugge di mano allo stesso Garibaldi che, soddisfatto di aver respinto le truppe del Landi, non vuole arrischiarsi ad attaccare le stesse frontalmente, attestate peraltro su un'altura dominante difficile da espugnare. Perciò egli fa suonare ripetutamente il segnale di alt per fermare i suoi, ma inutilmente.  I carabinieri genovesi, con il loro slancio ed entusiasmo, si trascinano dietro i garibaldini che stanno subito dietro, quelli della seconda linea.
Il combattimento si fa aspro, “caldissimo” come scrisse poi il Landi. Garibaldi comprende che ormai sono in gioco le sorti della giornata e per evitare scollamenti tra le proprie linee, abbandona ogni indugio ed ordina l'assalto. Si getta nel cuore della battaglia in mezzo ai suoi uomini. Bixio, a cui certo non difettano coraggio ed audacia, rappresenta con qualche imbarazzo al suo Capo che forse è meglio disimpegnarsi dal combattimento e ritirarsi. In risposta, Garibaldi impugna la sciabola e sprona i suoi garibaldini a compiere l'ultimo balzo verso le posizioni nemiche. Le truppe borboniche ormai a corto di munizioni, senza rinforzi, sconvolte dal furioso attacco e disorientate abbandonano le posizioni. Il 16 maggio Garibaldi entra a Calatafimi, la strada per Palermo è aperta. Il giorno successivo riprende la marcia, il 19 maggio supera Partinico portandosi a 15 chilometri dalla capitale siciliana. La vittoria di Calatafimi rappresenta una svolta importante che va ben oltre il fatto d'armi. L'insurrezione divampa in tutta l'isola. I borbonici, pur superiori in uomini, armi e mezzi, si mettono sulla difensiva. Nei comandi il sentimento prevalente è lo scoramento. I “filibustieri”, come li definisce il “Giornale del Regno delle Due Sicilie”, ora fanno paura. All'alba del 27 maggio le prime colonne di garibaldini, appoggiate dalla popolazione, entrano a Palermo presidiata da 21.000 soldati ben armati. Subito si accendono aspri combattimenti strada per strada. I borbonici bombardano la città dal forte di Castellammare e dalle navi, provocando gravi danni e molte vittime tra i civili. Il 30 maggio i borbonici, allo stremo delle forze, così come gli attaccanti, chiedono una tregua di ventiquattrore, che Garibaldi accetta subito respingendone però alcune clausole ritenute inaccettabili. Il giorno seguente, la tregua viene prolungata di tre giorni.
Intanto, il comando militare borbonico di Palermo, dopo essersi consultato febbrilmente con Napoli ed aver constatato che gli attaccanti hanno rafforzato le proprie posizioni, decide di lasciare la città ed ordina alle proprie truppe di ritirarsi.
Il 21 giugno Garibaldi si insedia saldamente nella capitale dell'isola. Con la perdita di Palermo, si avvicina per Francesco II, succeduto al padre Ferdinando II l'anno prima, anche la perdita della Sicilia.
Nel frattempo, a Napoli il giovane ed ultimo sovrano delle Due Sicilie, nell'intento di salvare almeno la parte continentale del regno, cerca l'alleanza delle Potenze europee, concede la Costituzione per conquistarsi le simpatie dei liberali e vara un nuovo governo. Ma è ormai troppo tardi. Politicamente, la situazione è compromessa. I liberali chiamati al governo e presenti nel Parlamento simpatizzano apertamente per i garibaldini che, rinforzati da migliaia di volontari, il 20 luglio sconfiggono nuovamente i borbonici a Milazzo.
Con questa battaglia, una delle più sanguinose (750 dei circa 4.000 garibaldini cadono morti o feriti) si conclude la prima fase dell'impresa dei Mille. Garibaldi, padrone ormai della Sicilia, inizia a progettare l'attraversamento dello stretto di Messina. Il 18 agosto, eludendo le navi da guerra napoletane, sbarca a Melito a sud di Reggio Calabria che conquistata il 21 dello stesso mese.
Il 7 settembre 1860 Garibaldi entra a Napoli accolto trionfalmente dalla popolazione, mentre Francesco II si rifugia nella fortezza di Gaeta.
Pochi giorni dopo, l'11 settembre, con il Regno delle Due Sicilie ormai crollato sotto la spinta, come abbiamo visto, della Spedizione dei Mille ed un esercito pontificio sbilanciato verso sud preoccupato a difendersi da possibili attacchi delle truppe di Garibaldi, i Sardi invadono le Marche e l'Umbria, territori da secoli appartenenti allo Stato della Chiesa. Il 18 di quello stesso mese, con la battaglia di Castelfidardo, viene di fatto sancita l'annessione delle due regioni al Regno di Sardegna.
Nell'anno successivo, nel 1861, si sarebbe realizzata l'Unità d'Italia.


Matino Lecce, 2012




venerdì 29 marzo 2019

Depositario del Valore MIlitare

ISTITUTO DEL NASTRO AZZURRO
FRA COMBATTENTI DECORATI AL VALOR MILITARE
________________
         
L'Istituto del Nastro Azzurro fra Combattenti Decorati al Valor Militare è un Associazione Combattentistica posta sotto la vigilanza del Ministero della Difesa.

Le sue Origini risalgono ai primi mesi del 1923 quando, un gruppo di eroici decorati al Valor Militare della "Grande Guerra" decisero che la testimonianza dell'eroismo sancito dalle Decorazioni al Valor Militare dovesse essere custodita e rappresentata in un Istituto i cui soci di diritto potevano essere esclusivamente i titolari di tali decorazioni.
Erano titoli di iscrizione: la Medaglia d'Oro, d'Argento, di Bronzo e la Croce al Valor Militare: le decorazioni dell'Ordine Militare d'Italia e le Promozioni per Merito di Guerra. Avevano facoltà di iscriversi anche i congiunti degli insigniti di ricompense al Valor Militare, Caduti o deceduti per causa di guerra, autorizzati a fregiarsi delle decorazioni del Caduto.
Potevano far parte dell'Istituto quei combattenti che, avendo ottenuto per atti di valore compiuti esclusivamente in presenza del nemico, una ricompensa al Valor Militare, non avessero successivamente compiuto azioni indegne o tenuto riprovevole comportamento venendo meno alle leggi dell'onore militare, della morale o ai doveri verso la Patria.
Numerosissimi reparti delle FF.AA., tutti i Comuni decorati al Valor Militare e l'Università di Padova il cui Gonfalone è decorato di Medaglia d'Oro al Valor Militare avvalendosi di tale facoltà, sono soci dell'Istituto.

L'Istituto è apolitico e si propone di:

nobilitare il segno azzurro del valore richiedendo ai propri soci la rigida osservanza dell'onore del dovere in ogni atto della loro vita pubblica e privata
affermare ed esaltare, con l'esempio e con le opere di propaganda, il valore e le virtù militari della stirpe per diffondere la coscienza dei doveri verso la Patria;
ravvivare il ricordo degli eroismi compiuti, anche mediante pellegrinaggi ai luoghi ove più rifulse il valore italiano;

assistere gli iscritti e tutelare gli interessi morali e materiali della categoria;

In un primo tempo l'Associazione fu denominata "Legione Azzurra".
Mussolini, nel febbraio 1924 propose invece il nome di "Istituto del Nastro Azzurro"

L'Istituto che raccoglie oggi circa 8.000 soci, si articola in 80 Federazioni Provinciali e varie Sezioni e Gruppi.
Nei suoi 95 anni di storia, l'Istituto, mantenendo fede ai principi statuari, ha svolto un'opera di altissimo valore spirituale e morale per riaffermare quei principi di amor di Patria che sono alla base della vita di ogni Popolo, e per diffondere, particolarmente fra i giovani, la coscienza dei doveri verso la Patria.
Dalla sua istituzione ad oggi hanno chiesto ed ottenuto l'iscrizione al Nastro Azzurro oltre 90.000 decorati al Valor Militare e loro familiari.
Tenendo conto che l'esiguo numero di decorazioni al Valor Militare concesse dopo la seconda guerra mondiale (pertanto in maggioranza alla memoria di Caduti) non
avrebbe più permesso il naturale rinnovamento generazionale dei membri dell'Istituto, si è allargato il concetto di "Valore" come obiettivo del Nastro Azzurro provvedendo la possibilità dell'iscrizione all'Istituto come Soci "Aderenti" anche per i titolari di "Croce d'Onore" e di "Medaglia al Valore di Forza Armata" e la possibilità di ricoprire le cariche sociali a livello di Federazione anche per i Soci "Simpatizzanti" (amici dell'Istituto non possessori di alcuna decorazione al Valor Militare che si iscrivono per "simpatia" e comunione d'intenti).

L'Istituto svolge anche un'opera di alto valore sociale assistendo i soci ed i loro familiari che versano in particolari condizioni di bisogno fornendo, soprattutto, valido appoggio per il riconoscimento dei loro diritti e delle benemerenze acquisite (decorazioni, pensioni, promozioni, assegni di medaglia)
L'Istituto pubblica inoltre il periodico bimestrale "Il Nastro Azzurro" che, oltre ad essere un mezzo di collegamento fra tutti gli associati, ha il precipuo scopo di diffondere, con la rievocazione delle glorie militari nazionali e l'eroismo del soldato italiano, il culto della Patria.
L'Istituto vive con i proventi delle quote sociali e con il modesto contributo governativo. 

mercoledì 30 gennaio 2019

Gli Stati preunitari italiani


Fonte LIMES Rivista di geopolitica 
info:www.ilmioabbonamento

venerdì 18 gennaio 2019

martedì 8 gennaio 2019

Indici Statistici alla data del 31 dicembre 2018


Aperto nel 2008 ha un totale di 24043 visitatori,

con una media mensile di 200/250 contatti mensili.

Sono stati pubblicati 271 post, 

 mentre
I paesi di origine dei visitatori vede

la Russia con 119 contatti, L’Italia con 3, gli Stati Uniti con 1
 e poi altri sull’ordine delle unità

(info: centrostudicesvam@istitutonastroazzurro.org)


venerdì 4 gennaio 2019

1860. L'innesco degli avvenimenti


Garibaldi a Napoli: 

prossimo obbiettivo Roma

 Massimo Coltrinari

L'entrata a Napoli di Garibaldi il 7 Settembre 1860 fece precipitare la situazione. Partito da Quarto nel maggio precedente, alla testa di 1089 volontari, per portare la Rivoluzione nel Regno delle Due Sicilie, con l'appoggio tacito ed indiretto del Governo di Torino, Garibaldi, sbarcato a Marsala, aveva conquistato la Sicilia nell'estate. Passato sul continente, non trovò validi ostacoli alla sua azione e ai primi di settembre era padrone della situazione. Re Francesco aveva lasciato Napoli e si era ritirato a Gaeta, con un forte nerbo d'esercito. Per Cavour il problema essenziale era quello di portare le conquiste garibaldine nell'alveo della volontà moderata, evitando che Garibaldi prendesse iniziative ulteriori. La presenza a Napoli di Giuseppe Mazzini, di numerosi repubblicani di Francia e d'Italia, degli elementi più accesi e decisi del partito d'azione, la dichiarata volontà di Garibaldi di voler proseguire per Roma, per abbattere il potere temporale dei Papi e dare Roma all'Italia, determinava una situazione inquietante, che avrebbero certamente provocato l'intervento o dell'Austria o della Francia, alterando i difficili equilibri europei.

La situazione politica, quindi , in quella estate del 1860 era pericolosa ed occorreva prendere iniziative concrete.
Se a Napoli il partito dei rivoluzionari, dei repubblicani, dei progressisti era fermamente intenzionato ad agire, a Roma le cose non erano più tranquille. Pio IX era ormai sotto l'influenza  del partito conservatore, chiamato in quel tempo, ultramontano, nonostante gli sforzi del Cardinale Antonelli, esponente del partito moderato,  di ricondurre tutto nell'alveo di un civile equilibrio, attraverso gli accordi con le potenze amiche, soprattutto Austria e Francia. Dopo la perdita delle Romagne, il partito ultramontano aveva acquisito ulteriore influenza ed aveva imposto a Pio IX la nomina di Monsignor Xavier De Merode[1]. Questi era sempre più convinto che le corti europee, soprattutto dopo il Congresso di Parigi del 1856, andavano adottando principi e metodi che si discostavano sempre più dalla alleanza trono-altare. Lo Stato Pontificio doveva, quindi, in questa ottica, pensare direttamente a se stesso. E' una linea politica che si scontra con l'elemento moderato ed italiano del Quirinale[2] impersonificata dal Cardinale Antonelli., convinto assertore che contro gli eventi che si stavano maturando in Italia era stolto opporsi con la forza.
Gli esponenti del  partito ultramontano, e De Merode in particolare, non perdevano occasione  per scagliarsi contro la rivoluzione e di bandire, nel contempo, ogni elemento italiano, chiamato al tempo indigeno, dalla corte e dal governo pontificio, elemento ritenuto infido, corrotto e traditore. In questo fervore non poteva evidenziarsi la scarsa fiducia, se non il malanimo verso la Francia di Napoleone III. Non si aveva più nessuna fiducia in Parigi ed a Roma si andò oltre le linee. L’ira contro Napoleone III era divenuta  così stranamente esagerata, che le dame del Sacro Cuore, nel convento di  Santa Rufina, gli avevano dato il nome di " primogenito del demonio" ed il Margotti lo aveva definito " l'uomo dalle tredici coscienze", per giungere alla "Civiltà Cattolica ", la rivista dei gesuiti, che ad ogni numero non risparmiava i più ingiuriosi epiteti.
In questo clima dichiaratamente ostile alla Francia, in cui sia il Comandante in Capo delle truppe francesi, gen. Goyon, sia l'Ambasciatore Gramont, mostravano di non capir nulla, l'ambasciatore austriaco Hubner, recentemente nominato, lasciava credere a tutti che la guerra era imminente; e una vittoria dell'Austria sicuramente sarebbe basta a cancellare tutto quello che i Sardi e i loro amici rivoluzionari avevano conquistato negli ultimi mesi, umiliando l'influenza francese in Italia e dando una lezione al Regno di Sardegna dieci volte più significativa di quella del 1848-1849.  Questo era il grande desiderio e la grande speranza non solo di Pio IX ma di tutto i partito ultramontano. Nonostante le dichiarate asserzioni di Napoleone che la Francia non avrebbe mai abbandonato Roma, e la presenza stessa delle truppe francesi, De Merode ed il suo partito confidava nell'Austria e, subordinatamente, nelle  proprie forze  armate.
Del resto la nomina di De La Moricière a Comandante in Capo dell'Esercito Pontificio  era stato un gesto  estremamente significativo in chiave antinapoleonica.
Napoleone III, peraltro, era mal servito dalla sua diplomazia a Roma non aveva chiara la situazione che si era maturata: comprendeva solo che il partito legittimista, a lui ostile  aveva una grande influenza su Pio IX, generando ulteriore confusione e dubbi.

Nei contrasti fra Napoleone III ed i suoi protetti, si inserisce abilmente Cavour.  Nessuno meglio del Treitschke condensò, subito dopo gli avvenimenti, in poche parole l'opera audace e spregiudicata  del ministro sardo:
"Cavour concepì il disegno di annullare con un colpo improvviso l'esercito della ristorazione di Lamoricièere, poi di effettuare l'unione del Mezzogiorno e così salvare coll'unità d'Italia, anche l'autorità della corona. Egli stesso considerò più tardi questo ardito pensiero come il migliore titolo della sua gloria: 'La monarchia era perduta se noi non eravamo presto al Volturno!'. Il 28 agosto Farini e Cialdini furono ricevuti dall'imperatore a Chambéry; essi rappresentavano che l'esercito legittimista della Curia minacciava il suo trono stesso; che Garibaldi voleva chiamare a sé Charras, l'antico avversario di Napoleone; che la spedizione del Veneto diventava una necessità, appena Garibaldi movesse sopra Roma. E allora che cosa  accadrebbe di ogni ordine civile, se la monarchia non istrappava il pugnale dalle mani del partito d'azione? Così stretto e messo al muro Napoleone non osò opporsi; ma il famoso  faites, mais faites vite, che gli fu posto in bocca, non lo ha mai detto."[3]
Napoleone non ha mai pronunciato tali parole, ma ormai è chiaro che l'Imperatore si lasciò penetrare anche troppo dalla politica del Cavour, che intuì di poter osare. Napoleone III non voleva l'unità d'Italia, che significava una perdita di influenza nella penisola. Il suo atteggiamento nel 1859 era apparso quanto mai  chiaro. Mirava a sostituire l'influenza austriaca con quella francese per controbattere e di equilibrare quella inglese., in un contesto generale. Per questo era risoluto a non voler abbandonare Roma, che cadrà in mani italiane solo quando lui cadrà a Sedan. Quando le truppe sarde passeranno il confine pontificio, l'11 settembre 1860, Napoleone III, estremamente turbato,  richiamo il suo ambasciatore da Torino.[4] Nel  contempo ordinò di rafforzare la guarnigione francese a Roma. Questo ordine  fu interpretato  in modo equivoco dall'ambasciatore francese a Roma, Gramont, tanto che lo stesso Gramont telegrafò al conte de Courcy, vice console francese ad Ancona, l'11 settembre,  lasciando  prevedere un intervento francese.[5] Come vedremo copia di questo dispaccio fu inviata dal De Merode  a De La Moricière che lo ricevette il 16 settembre .

In realtà Napoleone III sarebbe intervenuto solo se i Sardi avessero attaccato Roma ed il Patrimonio di San Pietro, l'odierno Lazio;[6] e non si sarebbero mossi qualora le Marche e l'Umbria sarebbero state invase.  Napoleone III da Chambéry  non rientrò a Parigi, ma si recò in Algeria, dove si fermò fino al termine delle operazioni nell'Italia Centrale, nella convinzione che in Africa sarebbe stato ben più lontano dalle pressioni e dalle agitazione che sicuramente si sarebbe provocata  stando a  Parigi.
 Questo gli attirò l'accusa di tradimento da parte del partito cattolico e l'odio viscerale di tutto il partito ultramontano, che vide in questo atteggiamento la conferma di quanto si pensasse a Roma dell'Imperatore.
Ma se  da parte francese il non intervento francese poteva anche essere ipotizzato, tutti gli eventi del settembre 1860  da parte pontificia furono condizionati dalla convinzione che l'Austria si sarebbe sicuramente mossa, e con una guerra decisiva, si sarebbe ripresa non solo la Lombardia ma avrebbe ripristinato il suo predominio e l'autorità dello Stato della Chiesa sulle Romagne e restituito i Lorena a Firenze. Ma a Vienna si era iniziato a pensare che in Italia la migliore politica era quella della difensiva. Non era possibile  tenere  tutto l'Impero unito lanciando guerre  successive. L'Ungheria era il vero problema e tutte le forze dovevano essere concentrate  affinché i magiari rimanessero nell'Impero.  Vienna  aveva timore che rivolte ed insurrezioni scoppiassero in Ungheria, dando inizio al processo di sfaldamento dell'Impero. Non ci si nascondeva che Kossuth era in Italia e con lui il Thurr e il Klapka e soprattutto non si ignorava i loro accordi e le loro intese con Cavour, la formazione della legione ungherese[7], e i progetti di portare la rivoluzione  a Budapest. Non per altro, dopo quanto successo nel meridione, Vienna sottolineava che i tre principali indipendisti ungheresi fraterni amici sia di Garibaldi che di Mazzini erano a Napoli. Paralizzata dal non intervento, in considerazione anche dei difficili rapporti con lo Zar, preoccupata dalla situazione interna soprattutto ungherese,  l'Austria  non si mosse. L Stato Pontificio doveva fare assegnamento solo sulle proprie forze, secondo quanto sosteneva il De Merode, oppure seguire gli avvenimenti, senza opporvisi, cercando di sfruttare le occasioni che si presentavano, in un abile politica di contenimento, secondo quanto sosteneva  il Cardinale Antonelli.
 Ottenuto il tacito accordo del non intervento francese, Cavour ordinò di provocare una sollevazione antipapale ad Urbino e nel Montefeltro, mentre il Masi doveva sconfinare dalla Toscana  al fine di ottenere un pretesto per invadere le Marche e l'Umbria.
Tale insurrezione  aveva anche lo scopo di giustificare, agli occhi degli Italiani, l'intervento nel sud, affinché non fosse palese che tutta l'operazione aveva lo scopo di eliminare dalla scena politica italiana il partito d'azione e Garibaldi.  I rapporti tra Cavour e Garibaldi furono sempre pessimi. Durante tutta la spedizione dei Mille, Cavour  era impaziente di prendere azioni contro Garibaldi, non facendone mistero con i suoi diretti collaboratori e con i suoi amici. Del resto in quei giorni Garibaldi , con frasi anche banali additava Cavour  all'odio pubblico. Esempi significativi sono il proclama ai palermitani, il colloquio di Caserta con Silvio Spaventa[8], il non voler accettare il plebiscito, la grande intesa con Bertani e con Crispi, dichiaratamente anticavourriani,. Esempi chiari, sottolineati dall’ordine dato a settembre da Garibaldi al colonnello Tripoti a Teramo "Ricevete i piemontesi a fucilate". L'insurrezione, quindi serve anche a giustificare l'azione verso Garibaldi. Cavour aveva anche valutato che Re Francesco era abbastanza forte nel nord del suo reame, ovvero a Napoli e negli Abruzzi.  E che cominciava a manifestarsi una reazione a suo favore. I 40.000 soldati borbonici schierati sul Volturno erano una reale minaccia, che una calata da nord  delle regie truppe sarde, avrebbe di molto annullato. Cavour aveva le idee molto chiare, ed il piano che via  via stava elaborando, alla fine di agosto presentava le condizioni per essere attuato.  Cavour,  ai primi di settembre, scriveva al colonnello Efisio Cugia, capo di stato maggiore del IV corpo d'Armata,  la seguente lettera , che rileva la sua impazienza, le sue ansie e il suo animo verso Garibaldi:
"Carissimo amico,
ti ringrazio delle buone notizie, che mi trasmetti col tuo foglio del 31 andante. Se le Marche sono in condizione di fare un moto serie, lo aiuteremo, e la faremo finita con Lamoricière. Non possiamo aspettare Garibaldi alla Cattolica; ma lo incontreremo al confine del regno di Napoli; credo che potremo lottare con lui. Il moto delle truppe verso il confine è cominciato. Tu sei all'avanguardia, ma ne consolo ché così avrai campo di farti onore e di passare presto dal comando di una brigata a quella di una divisione.
Si cerca di tenere coperto il nostro progetto, col dire che gli apparecchi si fanno per Napoli. Addio, mi scriverai il giorno in cui sarai entrato in Ancona Tuo affezionatissimo C. Cavour" [9]

 Il 7 Settembre 1'azione di quelle che successivamente saranno chiamate le forze insurrezionali ha inizio, coordinata dal Comitato di Rimini. Insorgono oltre Pergola, Santa Agata Feltria, Fossombrone, Pesaro, Fano, avendo successo ovunque meno che a Pesaro e Fano ove la presenza di guarnigioni pontificie bloccò sul nascere ogni azione.  La notizia delle sollevazioni pro - nazionali nell'urbinate provoca 1'immediata reazione pontificia: già il 9 Settembre 1860 due colonne mobili, della Brigata De Courten, muovono da Macerata verso il nord delle Marche, con il dichiarato scopo di soffocare ogni tentativo di ribellione al potere dei Papi. Questa iniziativa militare avrà delle ripercussioni nel corso delle operazioni iniziali della campagna delle Marche e dell'Umbria[10]
 Mentre le Marche settentrionali iniziano ad insorgere il Cavour  attua il suo piano: i giornali di Torino annunziano a  grossi caratteri la notizia che nelle Marche è in corso una insurrezione contro il papato e questa notizia viene diffusa, per telegrafo in tutta Europa.. Nel contempo  prende l'iniziativa diplomatica inviando un ultimatum politico - diplomatico al Governo Pontificio. Ordinò al conte Della Minerva, che era stato l'ultimo ambasciatore a Roma, di partire per Roma. Della Minerva, partito il 7 settembre da Genova,  sbarcò a Civitavecchia con un giorno di ritardo, il 9 anziché l'8 settembre, a causa di una burrasca nell'alto Tirreno. Il delegato pontificio non gli permise di proseguire, benché egli affermasse di essere latore di una lettera pressante di Cavour per il Cardinale Antonelli. Il delegato ritirò lui la lettera e la fece recapitare al segretario di Stato.
 
  Tale ultimatum[11]concepito proprio per  non essere accettato, prevedeva che se le forze nazionali operanti nelle Marche verranno affrontate e disperse dall'Esercito Pontificio, questo provocherà 1'intervento dell'Esercito Sardo[12], intervento resosi necessario per tutelare gli interessi nazionali e le aspirazioni all'italianità dei marchigiani. Era un ultimatum non corretto nella forma, come si può notare,  soprattutto  in quei passi in cui chiedeva lo scioglimento dell'Esercito Pontificio. Questo fu fatto notare anche dalla stampa  e dai partiti liberali inglesi, notoriamente vicini alle posizioni del Cavour. Ma Cavour  aveva fretta ed agi di conseguenza. In attesa della risposta  pontificia, che Cavour si aspettava per il 9, al più tardi, per il 10 settembre, il 9 settembre comunicò a tutti i rappresentanti diplomatici del Regno di Sardegna presso le Corti d'Europa, che il governo pontificio si era rifiutato di soddisfare  " le giuste richieste del suo sovrano e che perciò era costretto a far ricorso ad una azione di guerra "[13] Nel contempo aveva ordinato  a Fanti  di avviare i preliminari per passare la frontiera
La risposta pontificia,[14] l'11 Settembre 1860, non si fece attendere: 1'ultimatum è respinto con ferme parole, non prive di argomentazioni valide e con una certa dignità.
Ma oramai la parola era passata alle armi, essendosi già messa in moto la macchina dell'invasione. .
 Alle ore 12 del 10 Settembre 1860 il Capitano di Stato Maggiore dell'Esercito Sardo, Farini, si presentò al Quartier Generale dell'Esercito Pontificio a Spoleto, recante un ultimatum militare, che fu presentato al Generale De La Moricière, Comandante in Capo dell'Armata Papale. Questo ultimatum era a firma del Generale Fanti, posto dal Cavour a capo delle forze d'invasione sarde[15], ove "si dichiarava che, per ordine di Vittorio Emanuele , Re di Sardegna, il territorio pontificio sarebbe stato subito invaso dalle truppe sarde, se da parte dell'Esercito Pontificio vi fosse stata una qualsiasi repressione di manifestazioni di sentimenti popolari, e se manifestazioni del genere fossero assecondate , ritirando immediatamente l'Esercito dai luoghi dove esse avvenivano"[16] ovvero la richiesta prevedeva la richiesta di sgombero delle Marche e dell'Umbria da parte dell'Esercito Pontificio.
De La Moricière nella sua relazione così scrive:
"Fui indignato dalla lettera consegnatami e, poiché il capitano Farini, al quale avevo fatta cortese accoglienza, mi disse di essere a conoscenza del contenuto della lettera di cui era latore, gli feci osservare che mi si proponeva di evacuare senza conflitto provincie di cui mi era stata affidata la difesa: che per me e il mio esercito ciò sarebbe stata una vergogna e un disonore; che il re del Piemonte ed il suo generale avrebbero potuto fare a meno di inviarmi tale diffida , dichiarandoci più lealmente  la guerra; infine , che, nonostante la superiorità numerica del Piemonte, noi non avremmo dimenticato che per difendere l'onore oltraggiato del governo di cui sono al servizio, ufficiali e soldati non devono tener conto né del numero dei nemici, né della salvezza della loro vita"[17]
 Anche questo ultimatum venne naturalmente respinto determinando l'inizio delle ostilità, a decorrere dalla mezzanotte del 10 Settembre.
Alle truppe sarde furono indirizzati  ordine del giorno da parte di Vittorio Emanuele, Fanti, Morozzo della Rocca e Cialdini. Vittorio Emanuele  nel suo ordine del giorno sottolinea che le truppe entrano nelle Marche e nell'Umbria " per liberare le infelici provincie  dell'Italia  dalla presenza di avventurieri stranieri"[18] Un proclama che rileva gli accordi con la Francia e la parte del progetto cavourriano di intervento, ove si nasconde abilmente l'obbiettivo di giungere al Sud, a neutralizzare Garibaldi. Né il Governo né la diplomazia  pontificia riescono a cogliere questo messaggio, e per tutta la durata della campagna sperano in un intervento francese ed austriaco. Ci si attarda sulle recriminazioni ed invettive come quella del vescovo di Orlèans, che commentando l'invasione  scrive:
"Così, senza una dichiarazione di guerra . senza nessuna delle decorose forme convenzionali che sono l'ultima salvaguardia dell'onore fra i popoli civili, come se vivessimo ancora nella più oscura barbarie, masse armate invasero gli stati pontifici"[19]  Ma lo Stato Pontificio fu abbandonato da tutte le corti d'Europa. Le cattoliche Austria e Spagna, la scismatica Russia e la Prussia protestante, furono unanimi nel protestare e ritirare i loro  ambasciatori accreditati presso il Regno di Sardegna, come del resto fece la Francia. Solo la Gran Bretagna  lasciò il suo ambasciatore a Torino. Questa protesta, però, rimase solo tale e non fu seguita da alcun atto concreto. Nessuno in Europa voleva salvare gli ultramontani di Roma.

I proclami dei comandanti in capo delle truppe furono più rudi e militareschi, del resto indirizzati a truppe in procinto di entrare in azione.
Fanti  sottolineava che i  soldati sardi  avevano dovuto abbandonare le proprie case ed il loro paese per combattere  quelli che venivano indicati come " uomini senza patria né tetto, che avevano piantato sul  suolo dell'Umbria la falsa bandiera di una assurda religione"
Cialdini, dimenticando che nel 1848 aveva rivestito il grado di colonnello nell'Esercito Pontificio e sotto le sue bandiere aveva combattuto nel Veneto e vi era stato ferito, dal Quartier Generale di Rimini, l'11 settembre invia questo proclama:
"Soldati del IV Corpo, vi conduco contro una masnada di briachi stranieri, che sete d'oro e vaghezza di saccheggio trasse nei nostri paesi. Combattete, disperdete inesorabilmente quei compri sicari, e per mano vostra sentano l'ira di un popolo, che vuole la sua nazionalità e indipendenza. Soldati!l'inulta Perugia domanda vendetta  e, benché tarda, l'avrà. Enrico Cialdini"
All’alba dell11 settembre le truppe Sarde passano il confine, dando inizio alle operazioni di invasione. Ogni azione, ogni gesto da parte sarda è indirizzato ad agganciare in campo aperto le forze mobili pontificie e disperderle; da parte pontificia tutto è indirizzato a resistere possibilmente in qualche piazzaforte, in attesa dei già annunciati aiuti delle Potenze amiche, sopratutto l’Austria.
Si delinea così le volontà delle parti, che si esplicano in una fase concettuale, teorica per la focalizzazione degli obbiettivi, ed una fase esecutiva, ovvero la realizzazione di quelle azioni necessarie per la realizzazione ed il conseguimento dei medesimi.
Nessuno delle due parti aveva progettato la battaglia che si accese il 18 settembre nella piana del Musone: una la ricercava, l’altra la voleva assolutamente evitare. Pertanto la battaglia di Castelfidardo fu una battaglia d’incontro, combattuta al seguito ed al susseguirsi degli eventi.



1  Federic Francois  Xavier de Merode nacque a Bruxelles nel 1820. Dopo aver ricevuto una educazione tipica della medio borghesia agiata, nel 1839 entra nella Scuola Militare, ove ne esce due anni dopo con il grado di sottotenente, al 10 Reggimento di Linea.. L'impatto  con la vita militare non è positivo e chiede al Re Leopoldo I di accordargli il permesso di servire nell'esercito francese. Raggiunta l'Algeria, è aggregato allo Stato Maggiore personale del Maresciallo Bugeand.. Nelle operazioni che seguirono alla battaglia d'Isly (1844) mette in luce coraggio e spirito d'iniziativa, meritando la croce della Legion d'Onore. Nel 1845 rientra in Francia. Dopo un viaggio a Roma, chiede di dimettersi dall'esercito per seguire  la vocazione religiosa. Dimesso con il grado di Capitano, il 22 dicembre 1847 è esonerato da tutti i servizi nell'esercito. Dopo un noviziato intenso, il  23 dicembre 1848 riceve la tonsura ed inizia la carriera religiosa. IL biennio 1848-1849 per l'Europa e per lo Stato Pontificio. De Merode in questi frangenti compie numerose azioni rischiose, tra cui quella di attaccare per i portoni della Roma rivoluzionaria ed anticlericale, la lettera di scomunica che Pio IX ha mandato al Governo Provvisorio. . In una di queste è arrestato e tradotto in carcere. Evade, aiutato dalla figlia del suo carceriere: il giovane ex-capitano, anche se prete, sapeva usare ogni mezzo per uscire da difficili situazioni. Dopo il rientro in Roma del Papa, De Merode è ordinato sacerdote il 22 settembre 1849. Il 12 aprile 1850 Pio IX lo nomina cameriere segreto partecipante. Con il passare degli anni De Merode acquista sempre più influenza, divenendo uno degli esponenti di spicco del partito ultramontano . Con l'intervento della Francia in Italia, la perdita delle Romagne e l'annessione degli Stati dell'Italia Centrale al Regno di Sardegna, Pio IX si convince che lo Stato va difeso anche con il proprio esercito. E' il momento di maggior fulgore per De Merode: chiama al comando dell'Esercito Pontificio il gen. De La Moricière, bandisce una crociata legittimista in tutta Europa, chiama i cattolici a difendere la cattedra di San Pietro, svolge una azione diretta a rafforzare le difese. Dopo la caduta di Ancona continua a potenziare l'Esercito Pontificio.
Ma l'evolversi della situazione internazionale e la convenzione di settembre 81864) lo pongono in contrasto con Pio IX e si accentua il suo disaccordo con l'Antonelli.. Il 6 ottobre 1865 è sostituito come Pro Ministro per le Armi dal gen. Kanzler, accettando di divenire il Cappellano Militare di Pio IX., perdendo via via ogni influenza politica. Con il 1870
Si ritira a vita priva, conduce numerose speculazioni finanziare, tutte molto fortunate, con le quali da vita a numerose istituzioni di beneficenza. Si spegne nel 1874.
[2] Il Papa e la sua corte fino al 1870 risiedeva  al  Palazzo del Quirinale; con l'entrata delle truppe Italiane nel settembre 1870 si ritirò nella cosiddetta città Leonina, sul colle del Vaticano, che poi, nel 1929 divenne  la Città del Vaticano.
[3] De Treitschke ,E., Il Conte di Cavour, trad. di A. Guerrieri Gonzaga, Firenze, Barbera, 1873
[4] L'ambasciatore sardo a Parigi, Costantino Nigra, nella visita di congedo testimonia che Napoleone III, stringendogli la mano bonariamente, disse " au revoir, mon cher Nigra"., significando che una lezione ai legittimisti di Roma non gli sarebbe dispiaciuta.
[5]  Il dispaccio così era concepito. "L'Imperatore ha scritto da Marsiglia al Re di Sardegna che se truppe piemontesi penetreranno nei territori pontifici, sarà costretto ad opporvisi; Ordini sono già stati impartiti per l'imbarco di truppe a Tolone e questi rinforzi giungeranno immediatamente. Il governo dell'Imperatore non tollererà la colpevole aggressione del governo Sardo. In qualità di viceconsole di Francia voi dovete regolare la vostra condotta in conformità. Firmato Gramont."
[6] Il 1 settembre 1860 il generale de Nouè, che comandava la guarnigione ausiliaria francese di Roma, pubblicò un significativo proclama, annunziando di avere avuto dall'Imperatore l'ordine di difendere da tutti gli attacchi la città di Roma, la Comarca e le provincie di Civitavecchia e di Viterbo; in altre parole, la massima parte del territorio lasciato alla Santa Sede dal 1860 al 1870.. Il proclama aveva come significato che l'esercito francese non avrebbe esteso le sue operazioni oltre i limiti predetti; a conferma delle intese di Chambéry.
[7] Tale legione si formo, e nel 1867 ebbe di stanza ad Ancona
[8]  Riportato dal De Cesari " il dittatore , battendo con la punta della sciabola il pavimento, diceva: - Cavour ha il cuore più duro di questo marmo e Napoleone III ha la coda di paglia, alla quale darò fuoco"
[9] De Cesare, R., Roma e lo Stato del Papa, cit., pag. 397
De Casari R., Roma e Lo Stato del Papa, Longanesi e C, Milano, 1971, pag. 399
[10] Ad Urbino alle ore 7 dell'8 settembre 1860, l'avanguardia delle forze insurrezionali, dopo un  breve scambio di fucilate con una pattuglia pontificia, occupa porta Santa Lucia e giunse a Piazza San Francesco. I pontifici, due compagnie di ausiliari ed una quarantina di gendarmi al comando del cap. Gennari, furono sorpresi ed opposero una resistenza che durò meno di un'ora. Si ebbero un morto ed una decina di feriti fra i pontifici, nessuno tra gli insorti. Abbattuti gli stemmi pontifici, fu subito creato un governo provvisorio  con a capo il marchese Luigi Tanari, che svolse anche le funzioni di regio Commissario Sardo. Alla sera del 9 settembre, due giorni prima dell'inizio dell'invasione vi erano concentrati circa 2000 delle forze insurrezionali. Moti insurrezionali in questi giorni scoppiarono anche ad Ancona e a Camerano, ma la situazione fu subito posta sottocontrollo dal Comando della Piazza di Ancona.
[11] Il testo dell'ultimatum è il seguente:
Torino, lì 7 settembre 1860
Eminenza,
il governo di S.M. il Re di Sardegna non poté vedere senza grave rammarico la formazione e l'esistenza dei corpi di truppe mercenarie straniere al servizio del Governo Pontificio. L'ordinamento di siffatti corpi non formati, ad esempio di tutti i Governi civili, di cittadini del paese, ma di gente di ogni lingua, nazione, e religione, offende  profondamente la coscienza pubblica dell'Italia e dell'Europa. L'indisciplina inerente a tale genere di truppe, l'improvvida condotta dei loro capi, le minacce provocatrici di cui fanno pompa nei loro proclami, suscitano e mantengono un fenomeno oltremodo pericoloso. Vive pur sempre, negli abitanti delle Marche e dell'Umbria, la memoria dolorosa delle stragi e del saccheggio di Perugia. Questa condizione di cose, già da per se stessa funesta, lo divenne di più dopo i fatti che accaddero nella Sicilia e nel reame di Napoli. La presenza dei corpi stranieri, che ingiuria il sentimento nazionale, ed impedisce la manifestazione dei voti dei popoli, produrrà immancabilmente la estensione dei rivolgimenti nelle provincie vicine. Gl'intimi rapporti  che uniscono gli abitanti delle Marche e dell'Umbria con quelli delle Provincie annesse agli Stati del Re e le ragioni dell'ordine e della sicurezza dei propri Stati impongono al Governo di S. Maestà di porre per quanto sta in lui immediato riparo a questi mali. La coscienza del re Vittorio Emanuele non gli permette di rimanersi testimonio impassibile delle sanguinose repressioni, con cui le armi dei mercenari stranieri soffocherebbero nel sangue italiano ogni manifestazione di sentimento nazionale. Niun governo ha diritto di abbandonare all'arbitrio di una schiera di soldati di ventura gli averi, l'onore, la vita degli abitanti di un paese civile.
Per questi motivi, dopo aver chiesti gli Ordini di Sua Maestà il Re mio augusto  sovrano, ho l'onore di significare a Vostra Eminenze, che le truppe del Re hanno incarico d'impedire, in nome dei diritti dell'umanità, che i corpi mercenari Pontifici reprimano colla violenza l'espressione dei sentimenti delle popolazioni delle Marche e dell'Umbria.
Ho inoltre l'onore d'invitare Vostra Eminenza per i motivi sovraespressi a dar l'ordine immediato di disarmare e disciogliere quei corpi, la cui esistenza è una minaccia continua alla tranquillità d'Italia. Nella fiducia che Vostra Eminenza vorrà comunicarmi tosto le disposizioni date dal Governo di Sua Santità in proposito, ho l'onore di rinnovarle gli atti dall'altra mia considerazione.
Di Vostra Eminenza
Firmato C. Cavour. i
[12] La dizione Esercito Italiano è usata in più testi. L'Esercito Sardo assume la dizione di esercito Italiano nel 1861, ovvero l'anno dopo gli avvenimenti di Castelfidardo. Si userà quindi sempre in questo volume, la dizione di Esercito Sardo. Del pari, si userà anche la dizione "piemontese" per indicare il Regno di Sardegna e le sue Forze Armate, adottando l'uso comune di identificare il Regno di Sardegna con la regione del Piemonte, anche se tale Regno, nel 1860, comprendeva oltre la Sardegna e il Piemonte, anche la Valle d'Aosta, la Liguria, la Lombardia,  e per i plebisciti del 1959, la Toscana e l'Emilia Romagna.
[13] O'Clery K.P., Risorgimento Controluce, - La Questione italiana vista da uno zuavo di Pio IX, , a cura di De Cesare G, Scognamiglio G., Editore Colombo,  Roma, 1965, pag, 169
[14] IL testo della risposta è il seguente:
Eccellenza
Astraendo dal mezzo di cui Vostra Eccellenza stimò valersi per farmi giungere il suo foglio del 7 corrente, ho voluto con tutta calma portare la mia attenzione a quanto Ella mi esponeva in nome del suo Sovrano, e non posso dissimularle che ebbi in ciò a farmi una ben forte violenza. I nuovi princìpi di diritto  pubblico, che Ella pone in campo nella sua rappresentanza, mi dispenserebbero per verità da qualsivoglia risposta, essendo essi troppo in opposizione con quelli sempre riconosciuti dall'universalità dei Governi e delle Nazioni. Ma tocco al vivo dalle incolpazioni, che si fanno al Governo di Sua Santità, non posso ritenermi dal rilevare dapprima essere quanto odiosa, altrettanto priva di ogni fondamento ed affatto ingiusta, la taccia che si porta contro le truppe recentemente formatesi dal Governo Pontificio; ad essere poi inqualificabile l'affronto che ad esso vien fatto nel disconoscere in lui un diritto a tutti gli altri comune., ignorandosi fino ad oggi che sia impedito ad alcun governo di avere al suo servigio truppe estere, siccome in fatto molti le hanno in Europa sotto i loro stipendi. Ed a questo proposito sembra qui opportuno notare che, stante il carattere che riveste il Sommo Pontefice di comune padre di tutti i fedeli, molto meno potrebbe a Lui impedirsi di accogliere nelle sue milizie quanti gli si offrono dalle varie parti dell'orbe cattolico, in sostegno della S. Sede degli Stato della Chiesa.
Niente poi potrebbe essere più falso ed ingiuroso, che l'attribuirsi alle truppe pontificie i disordini deplorevolmente avvenuti negli Stati della Santa Sede, né qui occorre il dimostrarlo. Doppoichè la storia ha già registrato quali e donde provenienti siano state le truppe, che violentemente imposero alla volontà delle popolazioni, e quali le arti messe in opera per gettare nello scompiglio la più gran parte dell'Italia, e manomettere quanto v'ha di più inviolabile e di più sacro per diritto e per giustizia.
E rispetto alle conseguenze, di cui si vorrebbe accagionare la legittima azione delle truppe della S. Sede, per reprimere la ribellione di Perugia, sarebbe invero stato più logico l'attribuirle a chi promosse la rivolta all'estero: ed Ella, signor Conte, troppo ben conosce donde quella venne suscitata, donde furono somministrati danaro, armi e mezzi di ogni genere, e donde partirono le istruzioni e gli ordini di insorgere.
Tutto pertanto dà luogo a conchiudere, non avere che il carattere della calunnia quanto declamasi da un partito ostile al Governo della Santa Sede a carico delle milizie, ed essere non meno calunniose le imputazioni che si fanno ai loro capi, dando a crederli come autori di minacce provocatrici, e di proclami propri a suscitare un pericolo fermento.
Dava poi termine alla sua disgustosa comunicazione l'Eccellenza Vostra, coll'invitarmi in nome del suo Sovrano ad ordinare immediatamente il disarmo e lo scioglimento delle suddette milizie, e tal invito non andava disgiunto da una specie di minaccia di volersi altrimenti dal Piemonte impedire l'azione di esse, per mezzo delle regie truppe. In ciò si manifesta una quasi intimazione, che io ben volentieri qui mi astengo di qualificare. La Santa Sede non potrebbe che respingerla con indignazione, conoscendosi forte del suo legittimo diritto, ed appellando al gius delle genti, sotto la cui egida ha fin qui vissuto l'Europa; qualunque siano del resto le violenze, alle quali potesse trovarsi esposta senza averle punto provocare, e contro le quali fin da ora mi corre il debito di protestare altamente in nome di Sua Santità
Di Vostra Eccellenza,
Firmato: G.Card Antonelli.     Roma 11 settembre 1860  
[15] Per il quadro di battaglia del Corpo di Invasione delle Marche e dell’Umbria, Corpo posto, sotto il comando del gen. Manfredo Fanti, e comprendente il IV e il V Corpo d’Armata, si invia al volume I, L’anno di Castelfidardo.
[16] O' Clery. K., Risorgimento controluce, cit., pag. 168
[17] Relazione De La Moriciére
[18] Il testo è il seguente.
"Ordine del giorno del Re Vittorio Emanuele all'Esercito che entra nelle Marche e nell'Umbria.
Soldati!
Voi entrate nelle Marche e nell'Umbria per restaurare l'ordine civile nelle desolate città , e per dare ai popoli la libertà di esprimere i propri voti. Non avete a combattere potenti eserciti , ma liberare infelici provincie Italiane dalle straniere compagnie di ventura. Non andate a vendicare le ingiurie fatte a me e all'Italia, ma ad impedire che gli  odii popolari irrompono a vendetta della mala signoria. Voi insegnerete coll'esempio il perdono dell'offese e le tolleranze cristiane a chi stoltamente paragonò all'Islamismo lo amore alla patria Italiana. In pace con tutte le potenze, ed alieno da ogni provocazione, io intendo togliere dal centro dell'Italia una cagione perenne di turbamento e di dissensione. Io voglio rispettare la Sede del Capo della Chiesa al quale son sempre pronto a dare, d'accordo colle potenze alleate ed amiche, tutte quelle guarentigie d'indipendenza e sicurezza che i suoi ciechi consiglieri si sono indarno ripromessi dal fanatismo delle sette malvagie cospiranti contro la  mia autorità e la libertà della Nazione.
Soldati!
Mi accusano d'ambizione. Si, ho un'ambizione, ed è quella di rafforzare i principii dell'ordine morale in Italia, di preservare l'Europa dai continui pericoli della rivoluzione e della guerra.
[19] 0'Clery K., Risorgimento controluce,  cit., pag. 169