L'Ultima difesa pontificia di Ancona 1860

L'Ultima difesa pontificia di Ancona 1860
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Onore ai Caduti

Onore ai Caduti
Sebastopoli. Vallata di Baraclava. Dopo la cerimonia a ricordo dei soldati sardi caduti nella Guerra di Crimea 1854-1855. Vedi spot in data 22 gennaio 2013

Il combattimento di Loreto detto di Castelfidardo 18 settembre 1860

Il combattimento di Loreto detto di Castelfidardo 18 settembre 1860
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La sintesi del 1860

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Il combattimento di Loreto, detto di Castelfidardo 18 settembre 1860

Il Volume di Massimo Coltrinari, Il Combattimento di Loreto detto di Castelfidardo, 18 settembre 1860, Roma, Edizioni Nuova Cultura, 2009, pagine 332, euro 21, ISBN 978-88-6134-379-5, è disponibile in
II Edizione - Accademia di Oplologia e Militaria
- in tutte le librerie d'Italia
- on line, all'indirizzo ordini@nuova cultura.it,
- catalogo, in www.nuovacultura.it
- Roma Universita La Sapienza, "Chioschi Gialli"
- in Ancona, presso Fogola Corso Mazzini e press o Copyemme

Sai dire che cosa è successo il 18 settembre 1860 nella vallata del Musone?

domenica 30 agosto 2020

Raphael de Beaufranchet


Raphael de Beaufranchet

Nacque a Saint Martin d'Heuille, Niévre, Francia il 17 ottobre 1849; volontario negli Zuavi pontifici il 28 gennaio 1868, promosso caporale il 21 febbraio 1869, sergente il 31 dicembre dello stesso anno, partecipò alla difesa di Roma nel settembre 1870; se ne ignora la data di morte.
Era decorato della medaglia Benemerenti.

giovedì 30 luglio 2020

Rivista QUADERNI n. 1 del 2020


La rivista può essere richiesta a: segreteriagenerale#istitutonastroazzurro.org
www.istitutodelnastroazzurro.org

venerdì 10 luglio 2020

Il Valore Militare nel Risorgimento


 L'Istituto del Nastro Azzurro è
 prespto alla conservazione della memoria del Valore Militare

lunedì 15 giugno 2020

La Guerra del 1866. III di Indipendenza 8 Custoza 24 giugno 1866 Considerazioni Riepilogative


a.       Considerazioni riepilogative
Analizzare le cause del disastro della Battaglia di Custoza, ma più in generale della campagna contro l’Austria del 1866, è impresa assai ardua. Infatti, sull’argomento molto è stato scritto da parte di studiosi molto qualificati. Ci sono, però, alcuni elementi dell’analisi della sconfitta che sono comuni a tutti gli studiosi.
Condizioni politiche, strategiche e tecnico-militari favorevoli alla guerra, condizioni morali e motivazionali ottime, addestramento modesto, impreparazione dei quadri elevati e mancanza, ai massimi livelli, di capi degni di uno stato maggiore sono gli elementi chiave della battaglia di Custoza. La mancanza o quanto meno l’ambiguità dei piani operativi, l’assenza di un comandante in grado di condurre le operazioni completano la base di partenza della III Terza Guerra di Indipendenza.
In questa sezione verranno presentati quelli che a parere dello scrivente sembrano essere i motivi principali che hanno portato alla sconfitta e che più di altri sembrano essere di attuale interesse.
(1)       Unicità di comando
Il Re Vittorio Emanuele II avrebbe voluto assumere il comando effettivo delle operazioni, assistito dal capo di Stato Maggiore il Gen. Petitti, Il Gen. Cialdini, così come il Gen. Della Rocca, desiderosi di assumere il comando supremo, non gradivano la possibilità che il Gen. La Marmora potesse assumere l’incarico di Capo di Stato Maggiore. Ma La Marmora era il più anziano e pertanto si optò per una soluzione in cui egli stesso assumeva l’incarico di Comandante dell’Armata del Mincio, e conferiva il comando del IV Corpo d’Armata, su otto divisioni, detto infatti Armata del Po, al Gen. Cialdini. La soluzione adottata era simile a quella prussiana. Ma in Prussia il Capo di Stato Maggiore, Gen. Von Moltke, ricopriva quell’incarico da circa otto anni e pertanto era riuscito a preparare la guerra contro l’Austria in tutti i minimi particolari. La Marmora, invece, assume l’incarico due giorni prima dell’invio della dichiarazione di guerra, avvenuta il 20 giugno 1866.
L’organizzazione in cui due armate operano separatamente a più di cento chilometri è, però, forse la causa principale per la quale la campagna partì in maniera infelice soprattutto per la mancanza di  coordinazione.
Con questo antefatto, seguendo attentamente i fatti della campagna non si capisce chi avesse il comando delle operazioni: il Gen. Cialdini non obbedì al Re che gli aveva ordinato di passare il Po, dopo la sconfitta di Custoza, il Gen. La Marmora non intervenne quasi mai sul Mincio e quando lo fece sbagliò clamorosamente.
(2)       Pianificazione
Tutta la campagna italiana fu caratterizzata dalla mancanza di un piano operativo strutturato. Tutte le operazioni furono condotte senza una visione strategica, senza che fosse stato espresso un disegno di manovra. Le operazioni erano guidate da ordini scaturiti dalla  pura improvvisazione dei comandanti a tutti i livelli. Il piano prevedeva essenzialmente due fronti uno sul basso Po e uno sul Mincio dove avrebbero operato due diverse armate “secondo le occorrenze colla massima energia per modo di battere o paralizzare il nemico attraendolo ora da una parte, ora dall’altra[i]. Il Gen. La Marmora e il Gen. Cialdini erano convinto che l’altro avrebbe fatto un’azione diversiva per agevolare la propria operazione. Ma se l’Armata del Po avrebbe dovuto fare un’azione dimostrativa, tale operazione doveva precedere l’attraversamento del Mincio. Per contro se a fare l’azione dimostrativa era l’Armata del Mincio, non era necessario farlo con dieci divisioni. La soluzione adottata dunque non solo mancava dell’unità di direzione, ma costituiva solo il compromesso utile ad accontentare i due generali.
Per comprendere l’inettitudine dei quadri dirigenziali che operarono a Custoza, basterebbe osservare la disposizione dei due eserciti il 23 giugno 1866 per rendersi subito conto di come gli imperiali siano pronti a combattere, schierati secondo un concetto di manovra del comando supremo, mentre gli italiani erano ben lontani da credere ad  un imminente inizio delle operazioni. L’idea era quella di un nemico ancora sull’Adige
Più nel dettaglio furono riscontrate carenze nelle attività di esplorazione che furono completamente ignorate lasciando interi reparti di cavalleria nelle retrovie e comunque inattive.
Gli attacchi e i contrattacchi furono condotti senza unità di direzione e adeguato sostegno di fuoco, ma soprattutto non alimentabili a causa della mancanza di riserve o rincalzi, o se presenti schierati troppo lontani.
I movimenti furono troppo lenti a causa di inciampi e di sovrapposizioni di colonne su una stessa rotabile, ma soprattutto a causa del fatto che le colonne avevano quasi tutto il carreggio al seguito.
Molte unità non furono per nulla impegnate senza sapere cosa stesse succedendo a pochi metri dalla loro zona di schieramento.
(3)       Il personale
Non si può rifiutare all’avversario la testimonianza che si è battuto con pertinacia e con valore. I suoi primi attacchi, specialmente, erano vigorosi, e gli ufficiali, slanciandosi innanzi, davano l’esempio[ii]. Sono le parole con cui l’Arciduca Alberto esamina il comportamento dei soldati italiani  nel corso delle operazioni. Dall’esame oggettivo dei fatti è indiscutibile che gli italiani si batterono bene, con ardore e coraggio quando furono ben comandati e guidati. I soldati italiani dimostrarono ripetutamente in quella campagna sfortunata del 1866 preziose virtù militari.
Gli sbandamenti e gli sfasci, che ci furono sia tra gli italiani sia tra gli austriaci, furono sempre la conseguenza del cattivo impiego delle unità, impegnate in combattimenti con rapporti di forza improponibili e su posizioni tatticamente e tecnicamente sbagliate e non al grado di addestramento.



[i] Pollio A., Custoza (1866), Libreria dello Stato, Roma, 1935, p. 29
[ii] Pollio A., Custoza (1866), Libreria dello Stato, Roma, 1935, p. 1


lunedì 25 maggio 2020

l'Ultima Difesa Pontificia di Ancona - 7-29 settembre 1860 Volume I, II

 Il primo tricolore che sventolò in Ancona, subito dopo la resa pontificia, fu esposto al balcone di Casa Schelini a piazza Grande, oggi piazza del Plebiscito, che gli Anconetani amano chiamare, piazza del Papa. La casa Schelini era sempre stata il centro delle attività patriottiche e unitarie; nel 1832 vi era stata fondata la prima “congrega” della Giovine Italia. Nonostante ogni azione di repressione, gli Schelini, insieme ad altri Anconetani, tennero viva la fiamma unitaria e nazionale ed operarono affinché Ancona si inserisse nel processo unitario italiano, convinti che nell’Unità nazionale ci sarebbero stati vantaggi per tutti. Come poi la realtà dimostrò con i fatti.

Altri Anconetani erano di parte pontificia, come, ad esempio, la famiglia Buorbon del Monte ed altre famiglie che poi, nei decenni post unitari persero via via il loro potere fino a scomparire.

Il ruolo di queste famiglie e degli Anconetani di parte pontificia nella ultima difesa del potere temporale in Ancona fu minimo, estromesso ed emarginato dalla azione estremista dei legittimisti venuti da tutta Europa, che vedevano nell’elemento “indigeno” cioè romano, cioè italiano un potenziale avversario, se non un nemico. Questa volontà di difendere con ogni mezzo i diritti temporali della Chiesa, che a Roma aveva il suo capofila il Pro Ministro per le Armi de Merode e ad Ancona il de Quatrebarbes, e poi il de La Moricière, si tramutarono in azioni violente e di repressione, che fecero vivere ad Ancona, ulteriori giorni difficili, che si sommarono al decennio di occupazione austriaca e alle repressioni del Kalnermatten nel 1859.

Dopo aver dedicato il Tomo I alla descrizione di Ancona come piazzaforte, che è la fotografia della Dorica nella metà dell’ottocento, punto di partenza del suo sviluppo postunitario, questo Tomo II descrive gli avvenimenti finali e conclusivi della difesa pontificia di Ancona.

Gli avvenimenti come sono descritti fanno emergere un’azione, da parte dei responsabili pontifici, piena di errori politici, sociali, economici, diplomatici e, soprattutto militari, che agevolò non poco l’affermarsi della temuta quanto odiata “rivoluzione”, tanto che le vittorie dei Sardi, ovvero degli Italiani, ottenute in questo modo, per la facilità con cui sono state conseguite, oggi non vengono considerate importanti, come in realtà sono, ma sostanzialmente disconosciute.

Un oblio che coinvolge anche Ancona, nella Storia nazionale, che in questo passaggio, per lei fondamentale dallo stato preunitario allo stato nazionale perdette uno dei suoi monumenti più qualificanti e rappresentativi, la Lanterna, simbolo della essenzialità della sua vocazione commerciale e marittima. Un volume che vuole sottolineare che il nostro Risorgimento, in questa appena passata data anniversaria del 2011, più che celebrarlo va conosciuto e, possibilmente, studiato. E così la Storia di Ancona.
Il volume è disponibile presso tutte le librerie. Presso la OscietàEditrice utilizzazio: ordini@nuovacultura.it

mercoledì 20 maggio 2020

La Guerra del 1866. III di Indipendenza 8 Custoza 24 giugno 1866 7

(1)       25 giugno 1866
Mentre l’Armata del Mincio si riposa e lo staff, con a capo il Gen. La Marmora pensa sul da farsi, il Gen. Cialdini informato dei fatti accaduti il giorno precedente nella zona di Custoza, impartisce l’ordine di ritirata: il IV Corpo d’Armata non passerà più il Po, nonostante l’ordinde contrario del Re, e si ritira verso Modena a difesa di Bologna e delle linee di facilitazione per Firenze, cioè la capitale d’Italia.
Durante questa giornata di calma e di recupero delle capacità operative giunge al Quartier Generale dell’Armata una missiva proveniente dal Capo di Stato Maggiore dell’Arciduca Alberto con cui si riferiva di gravissime violazioni del Diritto Bellico: un atto di barbarie nei confronti di alcuni soldati austriaci che, dopo essere stati feriti, erano stati impiccati. La missiva chiudeva con l’avvertimento che altri casi come quelli accaduti il 24 giugno 1866 avrebbero comportato una serie di severe rappresaglie.
(2)       26 giugno 1866
Al momento, l’esercito si trovava schierato fronte nord, con l’ala destra in possesso del ponte di Goito, saldamente appoggiato al Mincio e con gli sbocchi da Mantova ben presidiati. L’ala sinistra si distendeva nella pianura verso Castiglione, il centro delle alture di Volta e Cavriana. Ma alle ore 08:00 il Gen. La Marmora decide la ritirata sul Chiese prima e sull’Oglio poi. L’Armata lascia le posizioni sul Mincio.. Il prossimo post sarà pubblicato il 15 giugno pv.

venerdì 15 maggio 2020

1860. Il Regno delle Due Sicilie

Fonte, LIMES Rivista Italiana di geopolitica.   Info:www.ilmioabbonamento.it                                      Organizzazione del Regno delle Due Sicilie dal punto di vista della amministrazioni locoli La terminologia in uso: le province al di qua e al di la del Faro, ovvero le province continentali della Italia Meridionali e le provincie siciliane. Le città pi importanti erano Napoli e Palermo.

domenica 10 maggio 2020

La Guerra del 1866. III di Indipendenza 8 Custoza 24 giugno 1866 6


(a)      Custoza (16:00-17:30)
Le truppe della 9^ Divisione hanno in mano Custoza e il Belvedere e riescono a respingere tre contrattacchi austriaci, ma sono allo sfinimento. Vengono richiesti rinforzi, ma sono rifiutati dal Gen. Della Rocca per tre volte nonostante nella zona di Villafranca non si combattesse dal mattino.
La battaglia sembra rallentata. Il Gen. Govone da ordine di portare i carri con le vettovaglie per ristorare la truppa che però tardano ad arrivare. Nonostante ciò è il momento del relax per tutti: un sorso d’acqua, una parola con i commilitoni, una battuta, un sigaro. La divisione è schierata tra Custoza-Belvedere, e Monte Torre, mentre sulla destra sono stati stabiliti i collegamenti con l’8^ Divisione, le cui unità si estendono sino alla piana di Villafranca. La situazione delle munizioni, sia per l’artiglieria sia per la fanteria, non è rassicurante in quanto i carri munizioni non erano riusciti a seguire il grosso della divisione sulle alture.
A rompere questo momento di stasi, arriva la notizia che da nord, nord-est, oltre Staffalo, ci sono movimenti di truppe: circa tre o quattro brigate che si preparano ad attaccare. Non basta: truppe austriache sono in avvicinamento anche dalla parte del Monte Mamaor, a significare che il fronte italiano ad ovest è stato travolto. La superiorità austriaca è palese, forse circa 5 a 1. La divisione si sfalda e i soldati di fronte a tanta potenza militare abbandonano le posizioni. La resistenza, molto spesso isolata, non riesce a reggere l’urto: gli austriaci irrompono da diverse parti, riprendono il Belvedere, puntano su Custoza, ma non tralasciano Monte Torre dove c’è il Quartier Generale. Il Gen. Govone, furioso con il comandante del Corpo perché gli ha negato per l’ennesima volta i rinforzi, impartisce gli ordini per la ritirata. Il prezzo che viene pagato, rimarrà nella storia: centinaia di morti in pochissimi minuti di combattimento dove perdono la vita anche molti Ufficiali. Lo stesso comandante di Divisione viene ferito da una scheggia di granata. Sono le truppe del Gen. Möring che entrano a Custoza.
Nel frattempo il Gen. Della Rocca impartisce l’ordine che tutto il III Corpo d’Armata si ritiri da Villafranca verso Goito[i]. Il movimento viene protetto dalla 7^ Divisione e dalla Cavalleria di linea
il prossimo post sarà pubblicato il 25 maggio 

[i] Gioannini M. e Massobrio G., Op. Cit., pp. 254 - 293

martedì 5 maggio 2020

Gli Zuavi di Pio IX.


 Raggi P., La Nona Crociata. I Volontari di Pio IX in difesa di Roma (1860-1870), Ravenna, Libreria Tonini, 1992

La storia ha reso giustizia a quanti difesero, anche a presso della loro vita, La Chiesa ed il Papa  nel lungo decennio che va dallo scontro di Castelfidardo e dalla perdita di Ancona alla breccia di Porta Pia, ma rimangono tuttavia echi di antiche polemiche alimentate dalla scarsa informazione sulla realtà dei fatti.
Una “certa “storia scritta dai “vincitori” non manca infatti di ingenerose affermazioni e di immotivati giudizi, spesso ripetuti negli stessi termini di un tempo. Era quindi necessaria una notizia ampia e documentata su episodi e motivazioni egli ultimi crociati unicamente mossi dalla loro fede e dai loro ideali. La introduzione storica di questa opera, le biografie dei protagonisti e la Galleria di immagini e documenti dell’esercito pontificio definiscono le dimensioni ed i termini della questione.
Le ottanta  e più biografie di personaggi e militari evidenziano il valore degli uomini ed il significato della loro opera nel contesto più ampio che comprende atti di valore al servizio della propria patria o missioni di carità e di giustizia nella vita civile. Di ognuno vengono date notizie essenziali e spesso anche immagini fotografiche reperite dall’Autore in lunghi anni di ricerca in Italia ed all’estero, acquisendo una originale documentazione alla propria raccolta di carte e cimeli. Si tratta spesso di materiale inedito e sconosciuto che, con la vasta bibliografia, arricchisce l’opera e la rende uno strumento di conoscenza e di consultazione perfetta.
 Da questo volume riprendioamo il progetto di riportare a completamento le schede raccolte per la ricostruzione dei componeti il Corpo degli Zuavi dal 1860 al 1870 a Roma (massimo Coltrinari: ricerca.cesvam@istitutonastroazzurro.org)

sabato 25 aprile 2020

La Guerra del 1866. III di Indipendenza 8 Custoza 24 giugno 1866 5


(a)      Santa Lucia/Pernisa e Monte Vento (15:00)
Mentre il Gen. Pianell, già comandante della II Divisione, viene nominato comandante del I Corpo d’Armata, le cui condizioni sono allarmanti, si combatte ancora alacremente:
-      Persa la Pernisa e subito l’attacco che ha causato la fuga di migliaia di soldati sulle rive del Tione, la 5^ Divisione, con le poche risorse rimaste, contrattacca con non poche difficoltà per scacciare gli austriaci dalle rive del fiume. L’operazione ha successo e galvanizza praticamente tutte le unità per inseguire il nemico verso la Pernisa. L’attacco è impetuoso, forse un pò disordinato, ma sicuramente efficace: gli austriaci abbandonano la Pernisa e si riparano dietro le alture. Purtroppo, l’ardore delle unità impegnate e la mancanza di coordinamento di una tale operazione nata spontaneamente, distesero il dispositivo su una schiera troppo lunga, peraltro allo stremo delle forze. Gli austriaci, intuita la difficoltà tattica degli italiani, iniziano a cannoneggiare e subito dopo a far intervenire i reparti di fanteria. Ma non si arrivò nemmeno allo scontro poiché gli italiani della 5^ Divisione, quasi tutti della Brigata Valtellina, si ritirano verso Santa Lucia. Ma la pressione austriaca e la stanchezza fanno vacilalre la coesione e il caos ha il sopravvento. Il Gen. Sirtori, Comandante della 5^ Divisione, da l’ordine di abbandonare ogni posizione e di ritirarsi a Valeggio. In quella occasione circa duecento prigionieri rimangono nelle mani del nemico.
-      Dopo circa due ore di fuoco e controfuoco tra le batterie italiane in forza alla riserva del I Corpo, stanziate sul Monte Vento, e le artiglierie austriache che tiravano dalla zona di Oliosi, senza grandi risultati, gli austriaci spingono verso sud molti reparti di fanteria che in breve tempo iniziarono a minacciare la base del monte. La situazione è delicata anche perché non c’erano collegamenti con le divisioni collaterali e arretrate. Le uniche informazioni che arrivavano era quelle dei fuggitivi e del caos che c’era a Valeggio. Il Gen. Aribaldi-Ghilini, Comandante della Riserva del I Corpo, ritenendo più remunerativo preservare Valeggio e non confidando dei suoi uomini che erano molto stanchi, impartisce l’ordine di abbandonare le posizioni di Monte Vento. La ritirata fu semplicemente da manuale.
il prossimo post sara pubblicato il 10 maggio p.v

lunedì 20 aprile 2020

Commeazione del Combattimento dei Volontari dell'Ovest a Yvré - l'Eveque - Auvours 1-2 giugno 2019



 Reportage fotografico della Commemorazione

Da L'Avant-Garde n. 24 Dedemvre 2019.

mercoledì 15 aprile 2020

La Storia messa in scena

L'Avan-garde, n. 24. Dicembre 2019

venerdì 10 aprile 2020

La Guerra del 1866. III di Indipendenza 8 Custoza 24 giugno 1866 4


(a)      Custoza
-      Ore 11:30
Come detto, sin dalle 09:30, la riserva del III Corpo d’Armata,  la 9^ Divisione del Gen. Govone era stata tascata per sostenere la 3^ Divisione. La risalita verso Custoza con le truppe in linea pronte al combattimento era abbastanza difficile. Durante questo movimento, molti soldati in ritirata si accingevano a combattere di nuovo, rincuorati dall’arrivo di truppe amiche. Comunque, l’arrivo provvidenziale di una batteria a cavallo scortata dalla cavalleria italiana era l’aiuto insperato che serviva al Gen. Govone. Gli austriaci asserragliati a Custoza erano a questo punto minacciati da sud e da ovest. I fanti italiani, rinvigoriti da questa situazione favorevole, entrano di forza nel paese osservando la ritirata delle truppe imperiali appartenenti al VII Corpo d’Armata verso il Belvedere, che sovrasta Custoza, ma che riescono comunque a mantenere una parte del paese.
-      Ore 12:30
Il Gen. Govone, con un definitivo attacco, riesce a snidare gli ultimi austriaci a Custoza e a farli ritirare finanche oltre il Belvedere che a questo punto è in mani italiane. Da questo momento però inizia un cannoneggiamento da parte dell’artiglieria austriaca proveniente dalla zona di Staffalo che si protrae per parecchio tempo. Questo fuoco però non serve solo a coprire la ritirata, in realtà si tratta di fuoco di preparazione di un contrattacco proveniente da Monte Molimenti. Due colonne austriache puntano su Custoza, l’artiglieria italiana colpisce e ne fa vacillare una, ma l’altra riesce ad avvicinarsi sino ad impadronirsi del Belvedere. I combattimenti sono rapidi e confusi. Dopo due ore di combattimento la situazione è molto difficile: i soldati sfiniti sono sul punto di cedere. Dall’interrogatorio di alcuni prigionieri austriaci, il Gen. Govone capisce che l’Arciduca Alberto sta impegnando due Corpi d’Armata per Custoza che evidentemente è ritenuta una posizione chiave. E lo era perché se Custoza fosse caduta in mano austriaca l’Armata del Mincio veniva tagliata in due tronconi: uno nella zona di Villafranca e uno nella zona di Oliosi.
-      Ore 14:45
Esaurito il fuoco di preparazione, quattro colonne austriache avanzano parallelamente: una lungo la strada che proviene da Staffalo, una dal crinale che porta a Belvedere, le altre due a mezza costa tra Monte Molimenti e il Monte Arabica. Le batterie di artiglieria italiane, che si trovano sul Monte Torre, aprono il fuoco rompendo ampi vuoti tra i serratissimi ranghi austriaci. Non appena a tiro utile, la fanteria italiana apre il fuoco respingendo l’attacco. La 9^ Divisione accenna anche un timido contrattacco esauritosi quasi subito. Il Belvedere torna in mani italiane.


domenica 5 aprile 2020

Gli eredi dei Zuavi francesi in pellegrinaggio a Loreto Settembre 2020

E' nell'intendimento della Associazione degli Zuavi  di effettuare un pellegrinaggio-memoria nel settembre 1860 a Loreto e nelle Marche in occasione del 160° anniversario dello scontro detto di Castelfidardo

mercoledì 25 marzo 2020

La Guerra del 1866. III di Indipendenza 8 Custoza 24 giugno 1866 3


(a)      La Pernisa (10:30)
La 5^ Divisione del I Corpo d’Armata, ora al completo, con il ricongiungimento dell’avanguardia costituita dalla Brigata Brescia che nella zona di Oliosi aveva subito gravissime perdite, è schierata dinnanzi alla Pernisa con l’obiettivo di attaccare per conquistare la posizione. La mancanza di supporto delle artiglierie, la stanchezza, il caldo e la mancanza di impeto non favorirono il buon esito dell’operazione. Alle brevi avanzate di un fronte seguivano i ripiegamenti dell’altro, ma nessuno sembrava in grado di prevalere o disposto a cedere fino a quando gli austriaci decidono di impiegare forze fresche. Dopo un accurato fuoco di preparazione dell’artiglieria, viene lanciato l’attacco da parte del 28° Reggimento Benedek sotto il cui impeto la prima linea italiana vacilla ed inizia a ripiegare. Nell’eseguire questo movimento retrogrado gli italiani si imbottigliano in una conca che aveva alle spalle il fiume Tione, oltre il quale presentava il ciglio delle Muraglie e di Santa Lucia. Intanto, le batterie che avevano preparato l’attacco, ora dirigono il fuoco sul ciglione di Santa Lucia a pochi passi dalla conca dove c’erano le truppe in ritirata. Centinaia di soldati si accalcavano sul bordo del Tione che presentava un solo ponte di legno. Quindi gran parte degli uomini decise di guadare, sfruttando la esigua profondità. Purtroppo l’altra riva era ripida e scivolosa. Fucili ed equipaggiamento vengono abbandonati per favorire la risalita. Il problema era che dietro la prima linea non c’è nessuno. Al constatare ciò, quello che fino a quel momento era una ritirata disordinata si trasformò in una vera e propria fuga. La confusione era talmente tanta che molti soldati si trovano nel mezzo di cambi di schieramento di altre unità adiacenti che non erano state ancora ingaggiate, portando lo scompiglio e facendo perdere loro il controllo di se stessi che, ignorando i richiami dei propri ufficiali, si frammischiano ai fuggitivi della Brigata Brescia e si dirigono verso le retrovie.
Nel frattempo, il Gen. Durando, Comandante del I Corpo d’Armata, schiera la riserva di corpo intorno a Monte Vento anche grazie a tempestivo, ma limitato intervento della 2^ Divisione. Monte Vento era un’eccellente posizione dove i pezzi di artiglieria potevano battere verso Salionze, verso Oliosi e verso Santa Lucia.
il prossimo post il 20 aprile 2020

venerdì 20 marzo 2020

Tesi di Laurea LA vittoria pontificia di Mentana e l'entusiasmo garibaldino

Il Dott Manuel Balducci ha discusso nella sessione invernale dell'Anno Accademico 2018-2019 del Master di 1° Livello in Storia MIlitare Contemporanea 1796-1960 alla Università N. Cusano telematica Roma la tesi su "La vittoria pontificia di Mentana e l'entusiamo Garibaldino. L tesi è disponibile presso l'Emeroteca dell'Istituo del Nastro Azzurro, Roma, Piazza Galeno 1. E' consultabile, previa autorizzazione dell'Autore. (segreteriagenerale@istituonastroazzurro.org.)

martedì 10 marzo 2020

La Guerra del 1866. III di Indipendenza 8 Custoza 24 giugno 1866 2


(a)      I primi scontri (06:30 – 07:30)
-      I Corpo d’Armata: dopo che a Valeggio furono coordinate le priorità di sfilamento tra la 1^ e la 5^ Divisione lungo la strada che porta a Castelnovo, l’avanguardia della 5^ Divisione, che nel frattempo ha sbagliato itinerario e deciso di marciare da sola verso Castelnovo, ha raggiunto Oliosi. Da Monte Vento, il principale punto di osservazione, scorge movimenti di truppe nemiche verso nord-est a dimostrazione che l’esercito imperiale aveva già passato l’Adige.
Non appena, il grosso della 5^ Divisione giunge nei pressi della Pernisa viene fatta oggetto di fuoco da parte del nemico. L’attacco prende di sorpresa tutti e solo dopo un’attenta ricognizione il Gen. Sirtori, convinto sino a quel momento che si trattasse di fuoco amico, diede ordine per assumere le formazioni per la battaglia, ma le truppe austriache erano ormai giunte alle alture intorno alla Pernisa. Le condizioni erano sfavorevoli: l’esercito italiano aveva investito in quell’area circa due divisioni, mentre gli austriaci cinque brigate. Il rapporto numerico era di circa 1 contro 2.
-      III Corpo d’Armata: la 7^ Divisione marciava sin dalle prime ore del mattino lungo la strada per Massimbona con l’obiettivo di sfilare sulla sinistra di Villafranca ed andare a schierarsi presso Ganfardine. L’ordine impartito era quello di muovere con il massimo delle precauzioni dal momento in cui l’unità non disponeva di un adeguato schermo della cavalleria e soprattutto di squadroni preposti all’esplorazione. Il Gen. Bixio, comandante la divisione, era consapevole che alla sua destra poco più avanti stava marciando la 16^ Divisione, che alla sua sinistra si stava muovendo l’8^ Divisione e che in posizione leggermente più arretrata procedeva la 9^ Divisione di riserva.
I distaccamenti avanzati riportavano che Villafranca era completamente sgombera, ma che poco più avanti era presente uno squadrone di ussari austriaci della Brigata Bujanovics seguito da numerose colonne di cavalleria dalla direzione di Sommacampagna e Ganfardine.
Verso le ore 07:00, questi reparti entrano in contatto con le avanguardie della 16^ Divisione con una carica portata all’altezza di Ganfardine. Le avanguardie della divisione a stento riescono a disporsi a quadrato per la difesa, ma una volta completati questi movimenti sono in grado di stemperare l’ardore della carica infliggendo numerose perdite. Stanche e disordinate dopo il primo attacco, le unità austriache subiscono persino un contrattacco da parte dei Cavalleggeri di Alessandria, inviati dal Comando di Corpo d’Armata. Le unità austriache si ritirarono quasi subito dietro Ganfardine, inseguiti senza particolare vigore da alcuni squadroni a cavallo.
Non era trascorsa neanche un’ora da quell’abboccamento quando da Sommacampagna alcuni (tre o quattro) squadroni di Ussari dell’Esercito Imperiale si apprestano a caricare le avanguardie italiane, ma soprattutto la prima linea della 7^ Divisione: il buon addestramento del personale impartito dal Gen. Bixio permise di disperdere la carica con la pronta risposta della fanteria e qualche salva di artiglieria, favorendo così il contrattacco dei Lanceri di Foggia. Il Colonnello Pulz, nell’informare il suo comando superiore, scrive: “un’ora e mezza di combattimento con forte cavalleria nemica […] presso Villafranca […][i].
Numerosi cavalleggeri austriaci nell’evitare il contrattacco italiano sia da parte della 7^, ma soprattutto della 16^ divisione, aggirarono Villafranca in direzione di Massimbona trovandosi, casualmente, nel cuore delle retrovie del III Corpo d’Armata. Con poche scorribande portano il completo scompiglio. Il panico era dilagato, contagiando anche alcuni “reparti di fanteria che insieme al supporto logistico formavano una lunga colonna sino al Mincio[ii]. In quel marasma, infatti, confluivano i carriaggi della 7^ Divisione, le colonne della 9^ Divisione e la Divisione di
( il prossimo post sarà pubblicato in data 25 marzo 2020)


[i] Pollio A., Op. Cit., p. 109.
[ii] Gioannini M. e Massobrio G., Op. Cit., p. 202.

giovedì 5 marzo 2020

Tesi di Laurea: La campagna dell'agro Romano del 1870

La tesi di Laurea discussa nell'ambito del Master di 1° Livello in Storia Militare Contemporanea 1796 -1960 è disponibile presso l'Emeroteca dell'Istituto del Nastro Azzurro ROma Piazza galeno 1 (segretriagenerale@istitutonastroazzurro.org.) previa autorizzazione dell'Autore.

martedì 25 febbraio 2020

Pio IX nella medaglistica

Medaglie Commemorative di Pio 
Fonte: Raggi P., La Nona Crociata. I Volontari di Pio IX in difesa di Roma (1860-1870), Ravenna, Libreria Tonini, 1992  pag. 128

giovedì 20 febbraio 2020

La Guerra del 1866. III di Indipendenza 7 Custoza 24 giugno 1866

a.       Le operazioni di guerra
(1)       24 giugno 1866
(a)      Disposizioni preliminari
-      Esercito Italiano
Guidato dalla convinzione di un improbabile ingaggio con il nemico:
·       I Corpo d’Armata: deve mantenere il collegamento con il III Corpo d’Armata sulla propria destra, lasciare una divisione sulla destra del Mincio, prevedere che due divisioni si dispongano fra Sona e Santa Giustina e un’altra a controllare Peschiera e Pastrengo, dopo aver occupato Sandrà, Coà e Pacengo. Ubicazione del Quartier Generale presso Castelnovo. In particolare:
o   La 1^ Divisione, destinata al controllo di Peschiera e Pastrengo, inizia a muovere nel cuore della notte con il grosso. Avrebbe dovuto puntare a nord attraverso strade alternative, ma, nella convinzione di anticipare i tempi, si porta dapprima a sud per poi utilizzare la rotabile Valeggio-Castelnuovo con tutto il carico logistico. Purtroppo a Valeggio incrocia le colonne della 5^ Divisione perdendo del tempo prezioso. 
o   La 2^ Divisione  rimane tra Pozzolengo e Monzambano ad osservare Peschiera.
o   La 3^ Divisione riceve l’ordine di muovere verso ovest per andare ad occupare Sona passando per Valeggio, Custoza e Sommacampagna. 
o   La 5^ Divisione, la cui avanguardia puntando a nord verso Santa Giustina, ingannata dalle indicazioni ricevute dalla popolazione locale, sbaglia itinerario proseguendo lungo la strada che da Valeggio porta a Castelnovo. Il grosso rimane a Valeggio con i carri della 1^ Divisione.
o   La riserva, partendo da Volta, e gravitando sulla sinistra del dispositivo, riceve l’ordine di muovere dopo circa 4 ore. 
·       II Corpo d’Armata: con due divisioni deve occupare Curtatone e Montanara, successivamente proseguire e minacciare la strada Mantova-Borgoforte. Le altre due (10^ e 19^ Divisione) devono essere pronte a raggiungere Marmirolo e Roverbella con non poche difficoltà di movimento (circa 25/30 km).
·       III Corpo d’Armata: ha l’ordine di schierare le quattro divisioni a disposizione tra Villafranca e Sommacampagna. Più nel dettaglio:
o   La 7^ Divisione deve marciare sulla strada di Massimbona verso Villafranca con l’obiettivo di schierarsi nei pressi di Ganfardine.
o   L’8^ Divisione deve mantenere la strada Pozzolo-Quaderni-Rosegaferro verso Sommacampagna seguendo l’andamento delle colline a sud di Custoza e mantenendo il collegamento con le unità del I Corpo d’Armata.
o   La 9^ Divisione, seguendo l’itinerario Massimbona-Quaderni-Le Sei Vie-Rosegaferro deve raggiungere i pressi del Monte Torre.
o   La 16^ Divisione deve muovere lungo la strada per Mozzecane per schierarsi davanti a Villafranca, mantenendo il collegamento a sinistra con la Divisione del Generale Bixio. 
·       Divisione di Cavalleria, che deve schierarsi tra Mozzecane e Quaderni ove posizionare anche il proprio Quartier Generale, segue la 7^ Divisione sino a Rosegaferro.
-      Esercito Imperiale
Mentre la Divisione di riserva deve muovere da Sandrà verso Castelnovo per poi dirigersi su Oliosi, il V Corpo ha il compito di spostarsi su San Giorgio in Salici per poi puntare su San Rocco di Palazzolo. Il IX Corpo, sfruttando tutte le coperture che il terreno offre, deve marciare verso Sommacampagna per schierarsi ad est intorno a Berrettara. Il VII Corpo, seguendo il IX Corpo, deve schierarsi a Sona e rimanere in riserva. Le Brigate di cavalleria che precedono il IX Corpo devono schierarsi davanti a Sommacampagna per coprire il fianco sinistro del dispositivo. In caso di contatto con il nemico, l’ordine è perentorio: “attaccare vigorosamente”
il prossimo post sarà pubblicato in data 10 marzo 2020

sabato 15 febbraio 2020

Tesi di Laurea 1806 -1807 Da Maida a Mileto

La Tesi è disponibile, previa autorizzazione dell'Autore, presso la Emeroteca dell'Istituo del Nastro Azzurro, Roma Piazza Galeno 1 (segreteriagenerale@istitutonastroazzurro.org)

lunedì 10 febbraio 2020

La Guerra del 1866. III di Indipendenza 6 Custoza 3


a.       Le forze in campo
(1) Entità e qualità: funzionalità e costituzione, capacità interforze, caratteristiche tattico-operative, armamento e mobilità
(a)       Esercito Italiano
Il contingente destinato alla campagna contro l’Austria fu organizzato come di seguito riportato:
-      Armata del Mincio, organizzato in tre Corpi d’Armata, da quattro divisioni ciascuno:
·       I Corpo d’Armata comandato dal Generale Giovanni Durando;
·       II Corpo d’Armata comandato dal Generale Domenico Cucchiari;
·       III Corpo d’Armata comandato dal Generale Enrico Morozzo Della Rocca.
-      Armata del Po comandata dal Generale Cialdini organizzata invece su otto divisioni.
Tanto nella prima quanto nella seconda armata, c’erano in organico divisioni e brigate di cavalleria alle dirette dipendenze del Comando di Armata, gruppi di artiglieria, unità del genio pontieri e servizi occorrenti.
In particolare, il Gen. Cialdini alla vigilia della guerra con l’Austria si trovava al comando di un Corpo d’Armata che costava di otto divisioni, moltissimi comandi subordinati, un immenso traino di materiali di ogni specie. In altre parole, un vero e proprio esercito, molto difficile da muovere e manovrare soprattutto in un terreno che era notoriamente complicatissimo e intricatissimo. L’Esercito messo a disposizione per le operazioni consta, dunque, di ben 20 divisioni, i cui comandanti furono scelti direttamente dal Ministro della Guerra, Ignazio de Genova di Pettinengo, e dal Generale La Marmora. Completava il dispositivo italiano, il Corpo di Volontari Italiani, istituito con un Regio Decreto quale strumento militare che, in caso di guerra, avrebbe contribuito alla difesa del paese. Il Comando di tale Corpo venne affidato a Garibaldi. Il 22 giugno 1866 la forza complessiva del Corpo dei Volontari Italiani avrebbe dovuto contare 38.041 uomini, 873 cavalli, 24 cannoni e due cannoniere a vapore.
L’unità tattica era la brigata che operava all’interno delle divisioni. Ciò permetteva di disporre di unità più piccole e più manovrabili. Per contro le compagnie di fanteria, così come gli squadroni di cavalleria, erano sottodimensionate, a causa dei tagli di bilancio che c’erano stati da poco e non avevano permesso di adeguare gli organici.
Tutto il personale era equipaggiato con fucile mod. 1860, cal. 17,4 mm, ad anima rigata, con una gittata utile di circa 400 m, disponibile in versione per fanteria e per il personale a cavallo. La cavalleria leggera, inoltre, era equipaggiata anche con sciabola. L’artiglieria era del tipo da campagna da 90 mm.
Il Regno di Italia era nato nel 1861 e da allora l’esercito aveva subito successivi interventi di ristrutturazione a partire da quello fondamentale dal Generale Manfredo Fanti che permise di integrare perfettamente nell’armata piemontese gli eserciti della Toscana e dell’Emilia a cui si aggiunse, non senza dibattiti e dissidi, anche quello borbonico. Il significato di parole come patria, unità e libertà era vago e incerto. Inoltre, l’imposizione della leva obbligatoria aveva creato forti dissensi che si manifestavano attraverso fenomeni di renitenza di massa, coperti e sostenuti dalle comunità di origine. Comunque, sia, alla vigilia della guerra con l’Austria, l’Italia possedeva un esercito numeroso, ben equipaggiato, addirittura superiore a quello del nemico. L’impianto dello strumento militare italiano era stata un’idea di La Marmora che era riuscito ad imporre la sua visione di dotarsi di un esercito moderno, al passo con le minacce e i rischi del tempo e in grado di salvaguardare la monarchia e la pace in tutto il regno[i]. In merito, è bene ricordare che all’epoca esistevano due teorie dominanti in Europa: quella dell’esercito di quantità, sul modello prussiano, e quella dell’esercito di qualità, modello francese. La prima prevedeva la costituzione di un piccolo core di ufficiali e sottufficiali di professione, in servizio permanente, che veniva integrato dalla leva richiamata in caso di mobilitazione. Tutti erano obbligati ad un periodo di addestramento, distribuito in due/tre anni, al termine del quale venivano posti in congedo. Il modello francese, o di qualità, prevedeva, invece, un esercito a lunga ferma, cinque/otto anni. In caso di guerra i suoi organici venivano integrati con poche unità provenienti dalla coscrizione obbligatoria. La differenza tra i due modelli risiedeva nel fatto che mentre il modello prussiano si basava sul principio del cittadino-soldato, quello francese faceva gravare l’onere del sistema sulle classi più povere. La Marmora aveva optato per il modello francese che aveva introdotto nell’esercito piemontese sin dal 1854.[ii]
Dopo l'armistizio di Villafranca (11 luglio 1859), Manfredo Fanti venne incaricato della riorganizzazione delle nuove divisioni formate dalle Lega dell'Italia Centrale (comprendente Granducato di Toscana, Ducato di Parma, Ducato di Modena, Legazioni) e, nel giro di pochi mesi, seppe trasformarle in un funzionante corpo di 45.000 uomini. Per dare manifestazione visibile al nuovo stato di cose, diede avvio alla nuova Scuola Militare di Fanteria di Modena, ospitata nel palazzo del deposto duca.
Certo è che, dopo cinque anni, l’Esercito Italiano non aveva ancora la coesione necessaria per sostenere una guerra contro un solido esercito come era quello austriaco: la leadership era costituita da ufficiali che si erano ottimamente distinti come generali nel piccolo esercito piemontese, nell’esercito garibaldino e nell’esercito napoletano, ma che erano ben lontani dall’essere ottimi generali. In quell’epoca “pochi generali sapevano e i grandissimi insegnamenti delle guerre napoleoniche erano stati lasciati nel più completo oblio, tranne che da alcuni generali prussiani della scuola di Clausewitz[iii]. Più in particolare, i generali italiani avevano una competenza tecnica ed un’esperienza decisamente inferiore rispetto a quella degli ufficiali austriaci e prussiani.  
(b)       Esercito Imperiale
L’Armata del Sud era formata da tre Corpi d’Armata, il V, il VII e il IX, da una Divisione di fanteria di “riserva”, dai presidi delle fortezze e dalle milizie territoriali in Tirolo. A comandare i tre Corpi destinati alla fronte meridionale furono chiamati, rispettivamente, il principe Federico di Liechtenstein (V), sostituito poi, per motivi di salute, dal maggior generale Rodich, il Generale Möring (VII), il tenente maresciallo Hartung (IX). Il Comandante della Divisione di Riserva, dapprima assegnata al Maggior Generale Rodich, fu il Maggior Generale Rupprecht.
In totale l'Armata Imperiale del Sud disponeva di  143000 uomini, 15000 cavalli e 192 pezzi d'artiglieria. Escludendo le forze impegnate nei servizi di fortezza e nel controllo delle vie di comunicazioni, per le operazioni vere e proprie rimanevano circa 94500 uomini, 12500 cavali e 168 pezzi di artiglieria, di cui 19000 uomini e 24 cannoni impegnati nel Tirolo. Il Comandante in capo dell’Armata, Arciduca Alberto, adattò il piano di battaglia, solo dopo essere venuto a conoscenza della disposizione delle truppe italiane in due masse distinte. Sfruttando, infatti, la posizione centrale delle proprie truppe, l’Arciduca Alberto aveva la possibilità di operare per linee interne ed affrontare separatamente le due armate italiane.
L'unità tattica dell'Esercito imperiale era la Brigata. Ogni Corpo d'Armata, infatti, era composto di tre brigate di fanteria, da quattro squadroni di cavalleria, da tre batterie d’artiglieria. La brigata austriaca, così come era concepita, era molto pesante e in quanto tale molto difficile da manovrare, ma allo stesso tempo troppo piccola per operare con la stessa autonomia di una divisione (7000 unità). Non a caso, dopo la Guerra austro-prussiana del 1866, l’Austria decise di tornare alle divisioni.
Infine, l’Armata austriaca del sud, come del resto tutto l’Esercito Imperiale, era dotato di gavette-marmitta che permetteva di cucinare il rancio senza aspettare tutto l’apparato logistico di supporto.
L’Esercito Imperiale era tradizionalmente composto da soldati diversi per etnia, estrazione sociale, lingua e religione. Pur tuttavia, appariva come una delle istituzioni più solide e civili dell’epoca soprattutto per l’attenzione che veniva posta nell’amalgamare “tanti individui di diversa nazionalità, per il sistema di stanziamento e di trasferimento delle truppe [iv] che contribuivano a sedare gli eccessi di persone che, comunque, erano docili e umili per natura. La forza di questo esercito era nella disciplina, nella fedeltà alla corona, nella devozione, nello spirito di sacrificio. Pur avendo conosciuto sonore sconfitte, soprattutto ad opera delle forze napoleoniche, l’Esercito Austriaco non si era mai sfaldato soprattutto all’orgoglio dei propri soldati, allo spirito di corpo e al cameratismo[v].
Da un punto di vista tattico, la fanteria austriaca era ben equipaggiata (Lorenz, cal. 13,9 mm) e ben addestrata, soprattutto nell’arte della difesa; la cavalleria era tradizionalmente buona, ben montata e addestrata. La cavalleria leggera, costituita da ussari e ulani[vi], era molto efficiente e tradizionalmente temuta da tutti gli eserciti europei. Tutta la cavalleria era equipaggiata con fucile Lorenz, cal. 13,9 mm, modificata per personale a cavallo.
L’artiglieria non era conosciuta per le sue gesta, pur essendo ben equipaggiata con pezzi da 8 e 4 libbre, nonché dotata di artiglierie di tipo shrapnel, cioè in grado di lanciare granate a frammentazione.
Anche il genio era ben addestrato e ben equipaggiato. Particolarmente conosciuto all’epoca dei fatti era il genio pontieri.
Il personale e l’organizzazione dello Stato Maggiore era il fiore all’occhiello dell’Esercito Imperiale che, comunque, presentava dei grossi difetti soprattutto per quanto riguardava la qualità dei comandanti e la scarsezza degli ufficiali, in proporzione alla truppa[vii].  
(2) Dislocazione iniziale. La posizione sul terreno delle forze; 1° o 2° schiera. Dislocazione dell’organizzazione logistica
(a)       Esercito Italiano
Secondo quanto stabilito nella dichiarazione di guerra consegnata il 20 giugno 1866, le ostilità avrebbero dovuto iniziare tre giorni dopo la consegna della missiva avvenuta in pari data. A parte qualche isolato episodio, nulla aveva messo in discussione la calma con la quale il 23 giugno 1866 si stavano svolgendo le operazioni di attraverso del Mincio da parte dell’Armata sotto il comando del Re Vittorio Emanuele II e del Generale Alfonso La Marmora.
Sin dalla mattina del 23 giugno 1866, il comando supremo diede disposizioni affinché l’Armata del Mincio si assicurasse nel più breve tempo possibile i passaggi sul fiume a Mozambano, Borghetto e Goito. Il I e il III Corpo d’Armata dovevano passare il Mincio e spingere l’avanguardia sino all’Adige. Il II Corpo d’Armata, operando più a sud, avrebbe dovuto manovrare davanti a Mantova e Borgoforte. In particolare:
-      I Corpo d’Armata: passa il Mincio a Mozambano, Borghetto, Molini di Volta e Pozzolo e stanzia il Quartier Generale a Volta:
·       La 1^ Divisione (Gen. Cerale) passa il Mincio a Monzambano e occupa la riva sinistra del fiume, mentre l’avanguardia si trova in marcia tra Monte Sabbione, Monte Magrino e il Torrione.
·       La 2^ Divisione (Gen. Pianell) rimane sulla destra del Mincio a difesa di eventuali incursioni austriache provenienti dalla fortezza di Peschiera e a copertura di Pozzolengo.
·       La 3^ Divisione (Gen. Brignone) passa il Mincio, su ponte gettato dal genio militare, nei pressi di Volta e prende posizione a Pozzolo.
·       La 5^ Divisione (Gen. Sirtori) passa il Mincio a Borghetto e si rafforza su Valeggio, lasciando una Brigata sulla destra del Mincio.
-      II Corpo: stanzia il Quartier Generale a Castelluccio, marcia per occupare Curtatone e Montanara per poi essere pronto a muovere verso Goito e Villafranca:
·       La 4^ Divisione (Gen. Nunziante) marcia su Borgoforte con un’aliquota sulla sinistra e un’aliquota sulla destra del Po.
·       La 6^ Divisione (Gen. Cosenz) marcia per l’occupazione di Curtatone e Montanara e il controllo della strada Mantova-Borgoforte.
·       La 10^ Divisione (Gen. Angioletti) si muove a cavallo della strada Gazzuolo-Mantova per il controllo della stessa, attestata all’altezza di Gabbiana.
·       La 19^ Divisione (Gen. Longoni) stanzia tra Ospitaletto e Carobbio.
-      III Corpo d’Armata: l’intera unità passa il Mincio a Goito, sotto la protezione della Divisione di Cavalleria, stanzia il proprio Quartier Generale a Goito e si dirige verso Belvedere, Roverbella e Villabona. In particolare:
·       La 7^ Divisione (Gen. Bixio) passa il fiume Mincio a Goito, seguita dalla Divisione di Cavalleria di linea (Gen. De Sonnaz), ricerca il collegamento a sinistra con la 3^ Divisione del I Corpo e si dirige verso Villafranca lungo le rotabili Massimbona-Villafranca e Roverbella-Villafranca.
·       La 8^ Divisione (Gen. Cugia) passa il Mincio, su un ponte gettato dal genio militare, a nord di Goito e prende posizione nei pressi di Pozzolo nei pressi di località Case alla Pace.
·       La 9^ Divisione (Gen. Govone) passa il Mincio a Goito e si mette in marcia lungo la strada Goito-Mantova.
·       La 16^ Divisione (Principe Umberto) passa il Mincio a Goito e, procedendo verso Villafranca, si schiera a destra della 7^ Divisione.
·       La Brigata di Cavalleria Leggera (Gen. Pralormo) in esplorazione fra Marengo e Massimbona, si attesta nell’area intorno a Casa Aldegatti.
-      IV Corpo d’Armata (detto Armata del Po), rimanendo sulla destra del Po, la sera del 23 giugno 1866 non era ancora in grado di passare il fiume, nonostante tutte le misure fossero state adottate. Il piano adottato dal Gen. Cialdini, d’altronde, prevedeva alcune attività dimostrative e diversive per il giorno 24 giugno per richiamare l’attenzione del nemico a sud e sud-est di Rovigo, a premessa delle vere operazioni di attraversamento del Po, tra Roversello e Ravalle, del grosso del Corpo d’Armata previste per il giorno 25 giugno dopo che il genio avrà gettato tre ponti sul fiume. L’obiettivo era quello di raggiungere la sponda dell’Adige a circa venti chilometri dal Po, entro il giorno 26 giugno. Il piano poteva andare a buon fine se l’Armata del Gen. La Marmora avesse condotto adeguatamente le operazioni dimostrative sul Mincio in modo da attirare il grosso delle forze austriache da quella parte.
In sintesi, il giorno 23 giugno, data di inizio delle ostilità, l’Armata del Mincio  era disseminata su una fronte di circa 35 chilometri (Mozambano-San. Silvestro) con un forte sbilanciamento verso sud-ovest tale per cui sulla linea del Mincio l’esercito italiano veniva a perdere la superiorità numerica che tanto era stata lodata all’inizio della guerra.
Inoltre, tutte le unità che si trovano sulla sinistra del Mincio, ad eccezione di quella del Gen. Brignone (3^ Divisione), hanno al seguito tutti i carriaggi necessari al sostegno logistico delle unità.
(b)       Esercito Imperiale
Alla data di inizio delle ostilità il dispositivo militare imperiale ha eseguito perfettamente gli ordini impartiti dall’Arciduca Alberto tesi ad ammassare le forze sulla destra dell’Adige, occupare il terreno ad est di Peschiera, pronte ad attaccare il nemico sul fianco sinistro. In particolare:
-      la Divisione di Riserva, dopo essersi ammassata attorno a Pastrengo, avanza con una brigata al fine di occupare Castelnovo.
-      Il V Corpo d’Armata, dopo essersi organizzata nella zona di Chievo, muove per raggiungere Santa Giustina.
-      Il VII Corpo d’Armata è disposto vicino a San Massimo.
-      Il IX Corpo d’Armata, dopo aver passato l’Adige, è ubicata nei pressi di Santa Lucia.
-      le Brigate di cavalleria Pulz e Bujanovics in attività di esplorazione verso Sommacampagna e Villafranca.
Ad eccezione di un battaglione e quattro squadroni di cavalleria, lasciati a guardia del Po, tutte le forze austriache sono concentrate in un fazzoletto di terreno ad ovest di Verona pronti a muovere contro l’esercito italiano.
Inoltre, tutti i bagagli di tutte le unità e i carriaggi vengono lasciati sulla sinistra dell’Adige, mentre il Quartier Generale dell’Armata del sud veniva ubicato a San Massimo.
( il prossimo post sarà pubblicato il 25 febbraio 2020)


[i]  Gioannini M. e Massobrio G., Op. Cit., p. 29
[ii] Gioannini M. e Massobrio G., Op. Cit., p. 35
[iii] Pollio A., Op. Cit., p. 4.
[iv] Gioannini M. e Massobrio G., Op. Cit., p. 144.
[v] Idem
[vi] I primi, di origine ungherese, e i secondi, di origine tartara e polacca, vantavano una secolare tradizione nella cavalleria leggera con compiti di esplorazione e di offensiva.
[vii] Gioannini M. e Massobrio G., Op. Cit., pp. 145-147.