L'Ultima difesa pontificia di Ancona 1860

L'Ultima difesa pontificia di Ancona 1860
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Onore ai Caduti

Onore ai Caduti
Sebastopoli. Vallata di Baraclava. Dopo la cerimonia a ricordo dei soldati sardi caduti nella Guerra di Crimea 1854-1855. Vedi spot in data 22 gennaio 2013

Il combattimento di Loreto detto di Castelfidardo 18 settembre 1860

Il combattimento di Loreto detto di Castelfidardo 18 settembre 1860
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La sintesi del 1860

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Il combattimento di Loreto, detto di Castelfidardo 18 settembre 1860

Il Volume di Massimo Coltrinari, Il Combattimento di Loreto detto di Castelfidardo, 18 settembre 1860, Roma, Edizioni Nuova Cultura, 2009, pagine 332, euro 21, ISBN 978-88-6134-379-5, è disponibile in
II Edizione - Accademia di Oplologia e Militaria
- in tutte le librerie d'Italia
- on line, all'indirizzo ordini@nuova cultura.it,
- catalogo, in www.nuovacultura.it
- Roma Universita La Sapienza, "Chioschi Gialli"
- in Ancona, presso Fogola Corso Mazzini e press o Copyemme

Sai dire che cosa è successo il 18 settembre 1860 nella vallata del Musone?

mercoledì 20 gennaio 2021

Proposta di stesura di tesi.

 

 

      Master

in

“Storia militare contemporanea”

 

 

Confronto  dell'azione di comando nell'assedio di ancona e nelle battaglie di Custoza e Lissa

 

 Assegnata questa tesi ad una Fequentatrice, che molto presumibilmente sarà discussa nella sessione invernale dell'anno Accademico 2020/2021

 

 

 

 

 

 

            Candidato                                                             Relatore

    Dott.ssa Carolina Gaggero                                       Gen. Dott. Massimo Coltrinari

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ANNO ACCADEMICO 2019/2020

 

 

domenica 10 gennaio 2021

1860. L'iniziativa del partito democratico

 

La Spedizione dei Mille: da Genova a Napoli

 

di

Osvaldo Biribicchi

 


 

Nei primi giorni di maggio 1860, a meno di un anno dall’unità d’Italia (17 marzo 1861), un piccolo corpo di spedizione di 1.089 uomini al comando di Giuseppe Garibaldi salpava dallo scoglio di Quarto, a Genova, diretto verso la Sicilia per prendere la guida dei primi moti insurrezionali che stavano scoppiando nell’isola, provocare una sollevazione popolare e la conseguente caduta del governo borbonico. Successivamente portare la rivoluzione nello Stato pontificio e nel Veneto.

La composizione di questo corpo di spedizione era alquanto variegata: «Sono professionisti, studenti, artigiani, operai: tra loro si contano all’incirca 250 avvocati, 100 medici, 20 farmacisti, 50 ingegneri e altrettanti capitani di mare, un centinaio di commercianti, una decina di artisti, pittori e scultori; c’è qualche prete; è presente una donna, Rosalia Montmasson, moglie di Crispi, in abito maschile. Sono quasi tutti italiani, e in gran maggioranza settentrionali: le più rappresentate la provincia di Bergamo (163) e la Liguria (154); i sudditi borbonici sono meno di un centinaio. Ci sono veterani e reclute, patrioti sfuggiti alle forche e alle prigioni, idealisti che inseguono sogni di gloria, letterati in cerca di emozioni, infelici che desiderano la morte, miseri che sperano in una sistemazione. Il più anziano, Tommaso Parodi, genovese, ha quasi settant’anni; il più giovane, Giuseppe Marchetti, di Chioggia, partito col padre, di anni ne ha undici»[1], tutti male armati e peggio equipaggiati. «La spedizione dei Mille costituisce la maggiore delle campagne di Garibaldi. Per la prima volta, infatti, un'impresa garibaldina acquista un valore dichiaratamente nazionale, diventa la forza che consente all'Italia di fare un ulteriore, vigoroso passo in avanti sulla via dell'unità»[2]. Solamente un mese prima, il 2 aprile a Torino, era stato inaugurato il nuovo parlamento con i rappresentanti di sei regioni: Piemonte, Liguria, Lombardia, Emilia-Romagna, Toscana e Sardegna.                                                                                                                                                In Sicilia, la prima rivolta fu quella cosiddetta della “Gancia”[3], dal nome del convento di Palermo dove si erano rifugiati alcuni rivoluzionari. Garibaldi, inizialmente scettico sull’opportunità della spedizione, di fronte all’intensificarsi dei moti insurrezionali in Sicilia decise di passare all’azione. Vittorio Emanuele II era favorevole all'impresa mentre Cavour era contrario in quanto temeva complicazioni diplomatiche con la Francia e l’Inghilterra unitamente al timore che la Sicilia, una volta liberata da Garibaldi, diventasse una repubblica indipendente. Alla fine Cavour accettò a condizione che il Regno di Sardegna mantenesse un basso profilo, l’impresa avrebbe dovuto avere un carattere “spontaneo”. Bixio fu incaricato da Garibaldi di recuperare le navi necessarie per trasportare i volontari in Sicilia. «Due vapori: il Lombardo ed il Piemonte, comandati il primo da Bixio ed il secondo da Castiglia, furono fissati; e nella notte del 5 al 6 maggio uscirono dal porto di Genova per imbarcare la gente che aspettava, divisa tra la Foce e Villa Spinola. Alcune difficoltà inevitabili in tale genere di imprese non mancarono di contrariarci. Giungere a bordo di due vapori nel porto di Genova, ormeggiati sotto la darsena, impadronirsi degli equipaggi, e costringerli ad ajutare i predoni; accendere i fuochi, prendere il Lombardo a rimorchio del Piemonte, che si trovò pronto, mentre non lo era l’altro, e tutto ciò con uno splendido chiaro di luna, son tutti fatti più facili a descriversi, che ad eseguire, e vi fa mestieri molto sangue freddo, capacità, e fortuna»[4].

Il 7 maggio, Garibaldi fece scalo in Toscana a Talamone vicino ad Orbetello e sbarcò alcuni volontari per far credere che l'impresa fosse diretta verso lo Stato Pontificio. Dopo aver fatto rifornimento di carbone e ricevuto dal locale comandante militare armi e munizioni riprese la navigazione. «La fortuna e la negligenza dei borbonici consentono ai garibaldini di raggiungere l’11 maggio Marsala e di sbarcarvi, malgrado il sopraggiungere di alcuni legni nemici»[5].                       Il 12 maggio Garibaldi si mise in marcia per Salemi «dove, il 14 maggio, venne accolto con grande entusiasmo dalla popolazione. Grazie all'aiuto del barone Giuseppe Triolo di Sant'Anna di Alcamo, che si era a lui unito con una banda di picciotti assunse il dominio in nome di Vittorio Emanuele II re d'Italia»[6].                                                                                                                                All’alba del 15 maggio i Mille iniziarono il movimento in direzione di Palermo, la strada però fu loro sbarrata sulle alture di Calatafimi dalle truppe borboniche al comando del generale Landi. Garibaldi fece schierare i suoi sulle alture di fronte. I due schieramenti, divisi da una valle, aspettavano nelle rispettive posizioni l’attacco nemico; ad un certo momento però alcune compagnie borboniche, contravvenendo agli ordini del generale Landi, attaccarono le posizioni tenute dai carabinieri genovesi[7] i quali fecero avvicinare gli avversari e, dopo una intensa e precisa scarica di fucileria, attaccarono alla baionetta. I borbonici, che non si aspettavano un tale furioso contrattacco, ripiegarono disordinatamente verso le posizioni di partenza. A questo punto la situazione sfuggì di mano allo stesso Garibaldi che, soddisfatto di aver respinto le truppe del Landi, non voleva arrischiarsi ad attaccare le stesse frontalmente, attestate peraltro su una collina difficile da espugnare. Egli fece suonare ripetutamente il segnale di alt per fermare i suoi, ma inutilmente. I carabinieri genovesi, con il loro slancio ed entusiasmo, si trascinarono dietro gli altri garibaldini.

Il combattimento si fece aspro, “caldissimo” come scrisse poi il Landi. Garibaldi comprese che ormai erano in gioco le sorti della giornata ed ordinò l'assalto gettandosi nel cuore della battaglia in mezzo ai suoi uomini. Le truppe borboniche, disorientate dal furioso attacco dei garibaldini, abbandonarono le posizioni. Il 16 maggio Garibaldi entrò a Calatafimi, il giorno successivo riprese la marcia e, superato Partinico, si portò a 15 chilometri da Palermo. La vittoria di Calatafimi impresse una svolta importante agli avvenimenti, l'insurrezione divampò in tutta l'isola. I borbonici si misero sulla difensiva, nei comandi il sentimento prevalente era lo scoramento. I «filibustieri», come li definì il Giornale del Regno delle Due Sicilie, «ora fanno paura». All'alba del 27 maggio le prime colonne garibaldine, appoggiate dalla popolazione, entrarono a Palermo presidiata da 21.000 uomini ben armati. Subito si accesero furiosi combattimenti strada per strada. I borbonici bombardarono la città dal forte di Castellammare e dalle navi, provocando gravi danni e molte vittime tra i civili. Il 30 maggio, il comando militare borbonico di Palermo chiese una tregua di ventiquattro ore che Garibaldi accettò respingendone però alcune clausole ritenute inaccettabili. Il giorno seguente, la tregua fu prolungata di tre giorni ma non risolse la situazione delle forze borboniche le quali alla fine si ritirarono lasciando la città nelle mani di Garibaldi che vi si insediò il 21 giugno.  

Nel frattempo, Francesco II a Napoli, nell'intento di salvare almeno la parte continentale del regno, concesse la Costituzione per conquistarsi le simpatie dei liberali e varò un nuovo governo. Ma era ormai troppo tardi, i liberali chiamati al governo e presenti nel parlamento simpatizzarono apertamente per i garibaldini che, rinforzati da migliaia di volontari, il 20 luglio sconfissero nuovamente i borbonici a Milazzo. Con questa battaglia, una delle più sanguinose (750 dei circa 4.000 garibaldini caddero morti o feriti) si concluse la prima fase dell'impresa dei Mille. Garibaldi, padrone ormai della Sicilia, iniziò a progettare l'attraversamento dello stretto di Messina. Il 18 agosto, eludendo le navi da guerra napoletane, sbarcò a Melito a sud di Reggio Calabria che conquistò il 21 dello stesso mese. Il 7 settembre 1860 entrò a Napoli accolto trionfalmente dalla popolazione mentre Francesco II si rifugiava nella fortezza di Gaeta. «Il nido monarchico, ancor caldo, venne occupato dagli emancipatori popolani, ed i ricchi tappeti delle reggie, furon calpestati dal rozzo calzare del proletario»[8].

Pochi giorni dopo, l'11 settembre, con il Regno delle Due Sicilie ormai caduto sotto la spinta dei Mille e l’esercito pontificio schierato a difendere i confini meridionali, i Sardi invadevano le Marche e l'Umbria, territori da secoli appartenenti allo Stato della Chiesa. Il 18 di quello stesso mese, con il combattimento di Loreto, detto di Castelfidardo, venne di fatto sancita l'annessione delle due regioni al Regno di Sardegna.

Nell'anno successivo, 1861, si sarebbe realizzata l'Unità d'Italia.

 

Bibliografia sommaria

Coltrinari Massimo, Il combattimento di Loreto, detto di Castelfidardo 18 settembre 1860, Edizioni Nuova Cultura, Roma, 2009.

Di Tondo Franco, Campagne Garibaldine, Loesher Editore, Torino, 1977.

Garibaldi Giuseppe, Memorie con una Appendice di Scritti Politici, Biblioteca Universale Rizzoli, Milano, 1998.

Scirocco Alfonso, Giuseppe Garibaldi, Corriere della Sera, Milano, 2005.

 

Sitografia sommaria

https://www.saassipa.beniculturali.it/istituto/la-sede-gancia/

https://www.salemi.gov.it/comune/vivere/storia/Capitale.html

https://www.storiaememoriadibologna.it/la-spedizione-dei-mille-e-le-campagne-del-1860-2210-evento



[1] Scirocco Alfonso, Giuseppe Garibaldi, Corriere della Sera, Milano, 2005, p. 213.

[2]  Di Tondo Franco, Campagne garibaldine, Loesher Editore, Torino, 1977, p. 30.

[3] Convento fondato dai Frati Minori Francescani tra il 1484 e il 1489 in contrada S. Maria di Gesù non lontano dal porto. Attualmente vi si trova una delle due sedi dell’Archivio di Stato di Palermo.

[4] Garibaldi Giuseppe, Memorie con una Appendice di Scritti Politici, Biblioteca Universale Rizzoli, Milano, 1998, p. 248.

[5] Di Tondo Franco, Campagne garibaldine, Loesher Editore, Torino, 1977, p. 31.

[6] https://www.salemi.gov.it/comune/vivere/storia/Capitale.html

[7] I carabinieri genovesi, complessivamente 59, erano degli iscritti alla Società di Tiro Nazionale armati di carabine proprie..

[8] Garibaldi Giuseppe, Memorie con una Appendice di Scritti Politici, Biblioteca Universale Rizzoli, Milano, 1998, p. 283.

 

giovedì 31 dicembre 2020

Bilancio 2020 accesso al Blog

 


 

Il presente blog in questo 2020 ha avuto dalla sua apertura n.   29535     accessi

La media degli accessi al blog è stata:

I Trimestre  pari a 427

II Trimestre pari a 378

III Trimestre pari a 291

IV Trimestre pari a 178

La media degli accessi annua è di   319   elementi

I Post totali dalla apertura del blog  è pari a 365

I Trimestre  pari a 5

II Trimestre pari a 4,5

III Trimestre pari a 2,56

IV Trimestre pari a 4,17

La media dei post per l’anno 2020 è di    4,17  ogni mese

martedì 15 dicembre 2020

domenica 6 dicembre 2020

Tesi di Laurea


 Master 1° di liv. in Storia Militare Contremporanea dal 1796 al 1960. Università degli Studi N. Cusano Telematica Roma, 

venerdì 27 novembre 2020

Rivista QUADERNI n. 2 del 2020

info: quaderni.cesvam@istitutonastroazzurro.org
approfondimenti www.istitutodelnastroazzurro.org
 

QUADERNI ON LINE IN:

www.valoremilitare.blogspot.com

giovedì 12 novembre 2020

18 settembre 1860. La ricostruzione III

 

settembre 1860. Lo scontro di Castelfidardo

Cialdini era in Osimo.

La presenza, o meno del generale Cialdini sul campo di battaglia

Massimo Coltrinari*




Nella millenaria storia dei conflitti le informazioni hanno sempre condizionato la scelta dei comandanti. Durante la Seconda Guerra Mondiale, Eisenhower grazie a alla decriptazione dei messaggi tedeschi tramite la macchina “Ultra” era a conoscenza delle decisioni tedesche, quindi potè sbarcare in Normandia convinto che i tedeschi lo considerassero solo uno sbarco secondario, per loro quello principale doveva essere a Calais. Quindi non impegnarono le loro riserve corazzate e in Normandia Eisenhower ebbe la vittoria. Cialdini era in Osimo in quanto durante la giornata del 18 settembre 1860, le informazioni sui Pontifici incisero nei suoi comportamenti in modo radicale. La chiave di tutto per comprendere questi suoi comportamenti sta nella azione del Capo di Stato Maggiore Piola Caselli che alla sera e durante la notte tra il 17 e il 18 settembre svolse una ricognizione lungo la riva sinistra del Musone. Il fiume a quel tempo aveva una portata d'acqua superiore all’ attuale e rappresentava un serio ostacolo. Accompagnato dai suoi ufficiali fidati e da 200 bersaglieri di scorta Piola Caselli constata che il fiume dai ponti di Loreto al mare è inguardabile non solo gli uomini ma soprattutto ai carriaggi e dall'artiglieria. Alle 3,30 del 18 settembre rientra da questa ricognizione al quartier generale di Sant'Agostino e ne riferisce a Cialdini. Agli occhi del Comandante sardo si presenta un dato preciso a valle dei ponti di Loreto i Pontifici non possono passare; la conseguenza logica, quindi, è che possono attaccare solo e solamente o al centro dello schieramento sardo sull’asse dato dalla strada postale Loreto-Ancona oppure possono attaccare sulla destra dello schieramento sardo passando per Osimo –Offagna, essendo il loro obiettivo raggiungere Ancona. Cialdini non è certo della presenza dei Pontifici Loreto; sa solo che sono in marcia verso Ancona Ma la loro posizione esatta gli è ignota

Date le disposizioni finali, Cialdini all’alba del 18 settembre si mette in marcia verso le Crocette, punto nodale della strada postale Loreto Ancona dello schieramento sardo. Occorre dire che Cialdini non potevo andare a se non al passo quando si muoveva a cavallo; questo perché subisce ancora i postumi di una ferita contratta nel 1848 a Vicenza quando era colonnello dell'esercito pontificio. I movimenti di Cialdini, quindi sono molto legati a questi postumi e sono lenti, muovendosi al passo. Intorno alle 7 circa arriva alle Crocette. Qui la situazione è calma la nebbia si spande per tutta la vallata e non vi è ombra di attacco attende per circa mezz'ora. Lasciate disposizioni al gen. Pes di Villamarina, rientra al suo quartier generale  ed alle 830-9 è Castelfidardo ritenendo che l'attacco, almeno al centro, ormai era inviato. Non ha avuto informazioni precise sull'atteggiamento dei pontifici ne ha pensato a loro modo di comportarsi. Infatti all'alba l'Esercito Pontificio a Loreto, in modo inusuale nella imminenza di una battaglia ritiene opportuno ascoltare la Santa Messa, con una comunione finale per tutta la truppa, e poi mettersi in marcia. I primi reparti muovono da Loreto non all'alba ma intorno alle ore 8, quando Cialdini era alle Crocette.

La ulteriore possibilità di attacco era sul fianco destro, cioè nella zona di Osimo, sull’asse stradale Recanati-Osimo Offagna. Quindi Cialdini reputa utile sposarsi prima a San Sabino, poi ad Osimo. Qui arriva alle ore 11. In piedi dalle 3 antimeridiane, è tempo di mangiare. Quindi Cialdini con i suoi sono alla Trattoria del Moro, fuori Porta Vaccaro (San Marco), ormai tutti convinti che i pontifici attaccheranno l’indomani.  Vengono servite le cosiddette “tagliatelle in bianco con i piselli”, a quel tempo il pomodoro non era ancora raggiunto nelle terre nostre.

Gli eventi incalzano. Alle 9, i soldati Sardi, non essendoci allarmi, ricevono l’ordine di consumare il rancio. Questo è importante in quanto i soldati sardi combatteranno a stomaco pieno, mentre i pontifici, per via delle funzioni religiose e della comunione che a quel tempo prescrive il digiuno dalla mezzanotte, combattono a stomaco vuoto.

Alle 9:20 i pontifici attaccano e con la loro colonna di sinistra o di attacco sorprendono i saldi e via via conquistano posizioni risalgono le alture fine a Colle oro e sospingono la linea Sarda verso le Crocette. Hanno due ore di ritardo. Se avessero attaccato all’alba, Cialdini sarebbe stato presente nel momento culminate del loro attacco. Il generale Pes di Villamarina prima invia due battaglioni del 10° fanteria e poi altri due ovvero tutte reggimento; intanto si rende conto, alle 10,15 che l'attacco non è un diversivo ma è un attacco molto più consistente Manda ad avvertire, al quartier generale di Sant'Agostino il tenente Giulio Ricordi. Il Tenente ricordi ricordi arriva a Sant'Agostino e deve proseguire per Osimo ove arriva verso le ore 11, 11:30 e riferisce a Cialdini. Questi naturalmente accoglie la notizia che i combattimenti sono in corso nella parte sinistra dello schieramento, li dove i pontifici si sapeva che non potevano arrivare. Cialdini ha una di quelle intemerate di cui è andato famoso, si rimette a cavallo e con a fianco a piedi il tenente Ricordi che lo riporta nel suo diario, come questo momento è riportato nei diari di Serristori e Mosto, aiutanti di Cialdini, ritorna sui suoi passi raggiungere San Sabino, poi Castelfidardo arriva alle Crocette e via via scende e arriva nel luogo degli scontri alle ore 14, quando ormai ogni combattimento è terminato Se non quelli residui.

Cialdini prese subito in mano la situazione e nel pomeriggio predispose i movimenti per dare l’assalto a Loreto il giorno dopo. Come comandante del Corpo d’Armata, nella giornata del 18 settembre aveva dato tutte le disposizioni necessarie sulla base delle informazioni disponibili. Il suo comportamento fu ineccepibile, ma come spesso succede in guerra, la sorpresa facilita il nemico.  I pontifici poterono attuarla in virtù delle migliori informazioni (infatti sentiti i contadini attraverso gli ecclesiastici, seppero che il Musone era guadabile dai Ponti di Loreto al mare; su questa informazione basarono il loro piano, che come abbiamo visto la volta scorsa, riuscì perfettamente.  Cialdini la mattina del 18 settembre era ad Osimo, e lì doveva stare se era coerente con le informazioni disponibili ed i dettami e la logica del suo piano.[1]

 

·         centrostudicesvam

 

 

 

 

 

 



[1]Fig. 1 Coltrinari M., LO scontro di Castelfidardo del 18 settembre 1860. La presenza o meno del generale Cialdini sul campo di battaglia. Estratto dalla Rassegna storica del Risorgimento, Anno XCIV, Fascicolo III, Luglio –Settembre 2007.  La tesi che Cialdini era in Osimo ormai è accettata. La ricostruzione presentata in questo articolo non ha trovato che consensi ed ulteriore documentazione a suo sostegno.

 

mercoledì 28 ottobre 2020

18 settembre 1860: la ricostruzione

 

Lo scontro del 18 settembre 1860

Il Combattimento di Loreto, detto di Castelfidardo

Massimo Coltrinari*

 


Dichiarata la guerra l’11 settembre 1860, l’obbiettivo delle forze sarde era la conquista di Ancona e di Perugia, risultato questo ottenuto il 14 settembre; occorreva portare tutte le forze sulla seconda.

I Pontefici, stanziati in Umbria con il grosso dell’esercito, dovevano assolutamente difendere la piazzaforte dorica, essendo Roma presidiata dalle forze francesi. Inizia il 14 settembre una sorta di gara tra le truppe del Cialdini, che marciavano lungo la litoranea (Fig. 1) che volevano impedire che le truppe pontificie raggiungessero Ancona e quelle Pontificie provenienti dall' Umbria che volevano raggiungerla.

Con marce forzate la sera del 17 settembre i Pontifici, al comando del gen. De La Moriciere hanno raggiunto Loreto; i Sardi presidiano la linea di cresta Osimo-Castelfidardo-Crocette-Colle Oro fino al mare: e la genesi dello scontro del 18 settembre.

I Pontifici adottano un piano che prevede di portare ad Ancona in maggior numero di soldati degli 8500 presenti a Loreto: scesi in pianura, nella valle del Musone poco prima che questi raggiunga il mare, si devono ordinare in tre colonne parallele. La colonna di sinistra, o di attacco, forte di 3500 uomini al Comando del gen. De Pimodan, con il compito di attaccare le forze sarde e aprirsi la via verso Ancona. La colonna centrale, o dei grossi con 5000 uomini al comando del generale De La Moriciere, è quella di destra, 200 uomini, con i carriaggi ed i bagagli. Le colonne devono avanzare parallelamente. La colonna di sinistra, aperta la via da avanguardia, si deve trasformare in retroguardia dando sicurezza alla colonna centrale che deve marciare in avanti in modo spedito; la colonna di destra anch'essa deve marciare in avanti verso Ancona. Se il piano riesce almeno il 90% delle truppe pontificie dovrebbe raggiungere Ancona. (Fig. 2. Posizione delle truppe contrapposte prima della apertura del fuoco – ore 09,00 del 18 settembre 1860)

I Sardi presidiano la strada postale Loreto-Crocette Ancona e sanno che a valle dei Ponti di Loreto il fiume Musone è inguadabile. Pertanto non si aspettano dalla loro sinistra nessun attacco in forze, al più attacchi diversivi. Sarà proprio qui che i pontifici porteranno l’attacco principale.

Scesi da Loreto in pianura, alle 9,20 i Pontifici che avevano guadato il Musone anche con l'artiglieria (qui è il punto centrale del loro successo: la sorpresa) attaccano con la colonna di sinistra con 3500 uomini al comando del Generale De Pimodan le posizioni sarde consistenti in tre compagnie di Bersaglieri, 450 uomini, distruggendole e facendo in gran parte prigioniere. La progressione pontificia è costante ed alle 11 la colonna di attacco respinge i sardi verso le alture di Colle Oro e verso le Crocette.  La via di Ancona è aperta. La colonna centrale avanza in pianura di pari passo della avanzata di quella di attacco: sono i momenti cruciali dello scontro. Secondo il piano il De La Moriciére doveva dare ora l'ordine di procedere in avanti mentre la colonna sinistra si doveva trasformare in retroguardia. Questo ordine non fu dato. Alle 11,30 viene ferito a morte il Generale De Pimodan e subito dopo alcuni reparti della colonna centrale sono agganciati nei combattimenti mentre si manifestano i primi segni di confusione. Alle 12 la reazione sarda mentre nei file pontificie la confusione aumenta. Alle 12,30 il De La Moricière da l'ordine che doveva dare un'ora prima: marciare verso nord, verso Ancona: lui lo esegue ed è seguito da solo un manipolo di cavalieri, 127 uomini, che saranno gli unici soldati che raggiungeranno Ancona. Gli altri si sbandano e cercano la salvezza, verso est, verso la litoranea, circa 1000 uomini, il resto retrocede verso sud, e poi si rifugia a Loreto. Alle 13 i combattimenti diminuiscono di intensità ed alle 14, quando il Generale Cialdini arriva da Osimo, tutto o quasi è finito. De La Moriciere arriva ad Ancona alle 17,30 ed è conscio di aver subito una dura sconfitta: le sue truppe non l’hanno seguito e sono rimaste a Loreto.

Cialdini si propone per l’indomani 19 settembre di dare l'assalto alle mura di Loreto, evidentemente pensando che i combattimenti del 18 settembre non sono definitivi. ma nella notte tra il 18 e il 19 emissari pontifici chiedono di parlamentare: è la resa, che sarà firmata alle 12,30 in un casolare di Villa Musone. Il colonnello Goudhoven il più alto in grado ufficiale pontificio rimasto dichiara che i soldati presenti Loreto sono oltre 5000. In questo momento il Generale Cialdini apprende che il giorno prima aveva impedito all’ esercito pontificio di arrivare a ad Ancona. Da disposizioni affinché tutto il corpo d'armata si riordini ed inizi le operazioni per l'attacco ad Ancona con la convinzione che la conquista della piazzaforte sarà, dopo gli eventi del 18 settembre non certamente decisivi, più facile.[1]

·         Centro Studi CESVAM. Articiolo pubblicato su La Meridiana Settembre 2020

 

 



[1] Gli eventi del 18 settembre 1860 sono stati ricostruiti attraverso ricerche basate sul metodo storico e sono state pubblicate nei volumi di seguito citati, che sono disponibili presso la edicola di Luca, sotto le logge ad Osimo Dettagli sono su: www.coltrinaricastefidardo1860.blogspot.com

Coltrinari M., Il combattimento di Loreto, detto di Castelfidardo, 18 settembre 1860, Roma, Edizioni Nuova Cultura- Università La Sapienza, 2009, ill. pag. 330, Euro 21, ISBN 9788861343795.

Coltrinari M., L’investimento e la presa di Ancona. La conclusione della campagna di annessione delle Marche, 20 settembre – 8 ottobre 1860, Edizioni Nuova Cultura- Università La Sapienza, 2010, ill. pag. 280, Euro 20, ISBN 9788861345034.

 

mercoledì 14 ottobre 2020

Il mito, il rafforzamento del mito, uil superamento del mito. Castelfidardo 1860. La parte Pontificia



 Foto 3. Il mito pontificio dei “Martiri di Castelfidardo”. De Pugna ad Castrumficardum di Giuseppe Pasquale Marinelli. 1867. Descrizione degli eventi in latino del settembre 1860 di parte pontificia, 






Foto 4. Il mito pontificio dei “Martiri di Castelfidardo”. Il Castel Fidardo. Romanzo Storico Poetico del Sacerdote Luigi Galanti, in forma poetica e dall’angolazione particolare incentrata sul “martirio” dei difensori del potere temporale dei Papi.

mercoledì 7 ottobre 2020

Il mito, il rafforzamento del mito, il superamento del mito Castelfidardo 1860 e la parte Italiana

 




Foto 1. Il mito italiano di Castelfidardo. 1861. L’Ossario dei Caduti sardi del 18 settembre 1860.Nel 1903 fu apposta una croce alla sommità della colonna in modo improvvido. I soldati sardi erano tutti scomunicati, mentre la gran parte degli ufficiali erano massoni o anticlericali.





Foto 2. Il rafforzamento del mito italiano di Castelfidardo. Il Monumento Nazionale delle Marche. Fu contornato da 10.000 quercioli, pianta importata ed estranea alla vegetazione dell’area.





Foto 3. Il superamento del mito italiano di Castelfidardo. Il Combattimento di Loreto, detto di Castelfidardo, 2010


mercoledì 30 settembre 2020

Il risorgimento come aspetto fondante della nostra società

 

18 SETTEMBRE 1860. CASTELFIDARDO

Il mito, il rafforzamento del mito, il superamento del mito.

Massimo Coltrinari*

I ricordi ed i racconti della popolazione delle vallate del Musone e dell'Aspio[1] riportano che il generale Enrico Cialdini, comandante del IV Corpo d'Armata sardo[2] nella campagna delle Marche dell'Umbria durante lo scontro che prese poi il nome di Castelfidardo non era sul campo di battaglia nei momenti cruciali e decisivi dello scontro stesso. In questi momenti, verso le ore 11 del 18 settembre 1860, il comandante del IV Corpo è a tavola a consumare una colazione preparata appositamente per loro insieme ai suoi ufficiali ed al Regio Commissario per le Marche Lorenzo Valerio a vari chilometri distanza dal luogo dello scontro, cioè ad Osimo. Pochi anni dopo la morte del Cialdini, nel 1892, a cavallo quindi degli anni di fine secolo, articoli e note pubblicate sui giornali e riviste a firma di testimoni oculari delle giornate fidardensi misero in discussione i meriti di Cialdini avvalorando la tradizione tramandata per via orale dalla popolazione marchigiana. Articoli e note sostennero che i brillanti risultati della giornata del 18 settembre 1860 furono più merito dei suoi sottoposti che del Cialdini stesso e in aggiunta la vittoriosa giornata del 18 settembre 1860 fu più frutto del caso, del demerito e degli avversari, che del comandante sardo.

Altri articoli e note in risposta ai primi, sempre di testimoni oculari, confutarono le predette tesi portando altrettante validi ragioni a sostegno di riconoscimento dei meriti del Cialdini stesso e affermando la versione ufficiale degli avvenimenti.

Queste polemiche, spesso acri e poco educate, continuano ancora oggi ad ogni data anniversaria degli eventi del 1860. Senza avere la pretesa di dire la parola definitiva in quanto sarebbe inutile per via del fatto che la conoscenza dettagliata dello svolgersi degli avvenimenti basata su dati oggettivi interessa a pochi, prevalendo altri interessi, come quelli economici, di immagine, di “si è sempre detto così”, di turismo ed altro, qui si vuole pacatamente anche capire perché, anche per questi avvenimenti, ormai lontani del tempo, prevalga sempre la manipolazione rispetto alla ricostruzione scientifica.

Credo che il punto di partenza sia la esposizione sintetica dei risultati a cui si è pervenuti in oltre 40 anni di ricerche basate sul metodo storico, che sono:

. L’obiettivo dei pontifici era quello di raggiungere, da Loreto, Ancona con il maggior numero delle forze.

. I pontifici vinsero sul campo i sardi nella mattina del 18 settembre 1860, sorprendendoli con una manovra che distrusse tre compagnie di bersaglieri e fecero arretrare la linea fino alla Crocette. La via di Ancona era aperta. Non sfruttarono questo successo per una catena di errori di comando, prima si fermarono poi disordinatamente rientrarono a Loreto, senza che i sardi si rendessero conto di questo loro successo.

. Il comandante delle operazioni, ideatore del piano generale, era Manfredo Fanti, ai cui ordini operavano Morozzo della Rocca (V Corpo) e Enrico Cialdini (IV), e Carlo Pellion di Persano (comandante la Flotta). Obiettivo del piano: la conquista di Ancona. Cialdini era quindi un sottoposto.

. Al momento della resa, il 19 settembre alle ore 12, delle forze pontificie raccolte a Loreto, Cialdini si rese finalmente conto che il giorno prima aveva fermato l’azione pontificia, constatando il numero dei soldati arresisi. Era la “vittoria”.[3]

Nel nostro ragionamento ora occorre inserire il dato politico. Il Cavour, sostenuto dalla Francia, “doveva” fermare Garibaldi che il 7 settembre 1860 era entrato a Napoli. E così fu con l’incontro di Teano. Ma la lotta contro l’Austria non era terminata e si dovette costruire il mito del “risorgimento”, pena l’ennesimo fallimento del processo unitario italiano. Come tanti altri miti, si creò anche il mito di “Castelfidardo”. I lineamenti erano: assolutamente non nominare Loreto, simbolo per il mondo cattolico, ma usare il nome di un paese viciniore, sconosciuto a tutti; esaltare i soldati sardi ed il loro comportamento, esaltare i comandanti, primo fra tutti, il Cialdini. Parlare di “battaglia”, anche se il tutto si svolse in un arco di tempo che va 9,20 alle 13. Sottolineare il dato che era una vittoria pura che concluse la campagna nelle Marche, sottacendo che il Corpo d’Armata operante in Umbria fu diretto su Ancona, come la flotta, operante in mare nemico e lontano dalle sue basi, che pose il blocco navale ed il IV Corpo a sostegno, tutto sotto il comando diretto di Fanti. Se la vittoria fosse stata così definitiva, che senso a tutto questo, alla luce del fatto che occorreva urgentemente fermare Garibaldi? Era un inutile perdita di tempo. La realtà sta nel fatto che per chiudere la campagna occorreva conquistare Ancona e lo scontro del 18 settembre fu una brillante tappa come la presa di Perugia ed altri scontri.

Era il mito di “Castelfidardo”, a cui i pontifici risposero con il mito dei” Martiri di Castelfidardo”, per esaltare i soldati cattolici provenienti da tutta Europa che andavano a difendere il papato, con velato discredito per gli “indigeni” cioè per gli italiani soldati del Papa. Mito che ancora oggi in Francia perdura ed è molto sentito.

Il mito di “Castelfidardo” resse per oltre 50 anni, essendo aperto ancora lo scontro con la Chiesa Cattolica e l’Austria. Nel 50° anniversario (1910) tale mito si rafforzò con la creazione del Monumento Nazionale delle Marche, dedicato a Cialdini, il comandante vittorioso. Fanti era morto da 45 anni, Morozzo della Rocca impresentabile, Pellion di Persano, dopo Lissa, innominabile. Ed il mito si rafforzò ancora con l’esaltazione di Cialdini ed i riti “patriottici” 

Creazione del Mito (1860), rafforzamento del Mito (1910): due fasi che sono storia e che occorre tutto conservare perché è la nostra storia. Poi venne il 1918, la scomparsa dell’Austria, la Chiesa Cattolica chiuse la questione Romana nel 1929 con il Concordato, poi la Seconda Guerra Mondiale, il Vaticano II (1964), il mondo cattolico che si apre al mondo, infine si arriva a papa Bergoglio.

Credo che i tempi siano maturi dopo 160 anni per avviare la fase del “superamento del mito” ovvero di conoscere oggettivamente quello che è accaduto; dare ad ognuno il suo ruolo, ricostruire sulla base del metodo storico e con i dettami della Storia Militare, gli avvenimenti nella loro oggettività senza manipolazioni o interpretazioni di parte. È un lusso che oggi ci possiamo permettere; quello che non era minimamente permesso agli artefici del Risorgimento, ed ai loro figli, impegnati nella costruzione di un Italia unitaria come Stato e come Nazione. Il superamento del mito non è stato ordinato dal dottore. Occorre scegliere tra l’accontentarsi delle ricostruzioni di parte, oppure volere conoscere, una realtà che la ricostruzione oggettiva e scientifica ci propone. Le due cose sono rispettabilissime e scegliendo o l’una o l’altra si vive bene lo stesso. Basta scegliere.

Nella prossima nota si illustrerà la manovra e la sua attuazione attraverso la quale i pontifici si aprirono la via per Ancona alle 11.00 del 18 settembre 1860.

*centrostudicesvam. Articolo pubblicato su La Meridiana di Osimo settembre 2020

 


 



[1] Lorenza Francioni, Le fonti orali: le testimonianze superstiti della Battaglia di Castelfidardo, in Tra progetto e Ricerca. Atti del Convegno di Studi “Castelfidardo nell’età del Risorgimento”, Castelfidardo, Italia Nostra, 1991.

[2] Si ritiene utile usare questa espressione in quanto la dizione “italiano” appare scorretta. L’Esercito del reno di Sardegna prese il nome di Esercito Italiano solo il 4 maggio 1861, a poco più di un mese dalla proclamazione del Regno d’Italia avvenuta il 17 marzo 1861

[3] I riscontri di queste asserzioni sono in: Coltrinari M., Il combattimento di Loreto, detto di Castelfidardo. 18 settembre 1860, Roma, Università La Sapienza Roma, Edizioni Nuova Cultura, Ill., pag. 310, Euro 20, Coltrinari M., L’investimento e la presa di Ancona. 19 settembre – 3 ottobre 1860, Roma, Università La Sapienza, Edizioni Nuova Cultura, Ill., pag 303 Erro 20. I volumi sono reperibili ad Osimo all’edicola di Luca, sotto le logge.

venerdì 25 settembre 2020

Collaborazione con la Meridiana


 Fa mese di luglio è iniziata una collaborazione con il settimanale La Meridiana di Osimo. Gli argomenti di intervento su questo settimanale riguarderanno anche gli eventi del 1860


 info: quaderni.cesvam@istitutonastroazzurro.org

lunedì 14 settembre 2020

Ricerca di collaborazione

  ‌Monsieur,

Jacky Beaulieu et moi-même, auteurs du petit ouvrage sur les Zouaves Pontificaux normands,que vous avez récemment acheté, sommes à la recherche d'une copie numérique (scan ou photographies), du registre matricule des Zouaves  Pontificaux, Il s'agit du document conservé Rome, via Galla Placida, aux archives de l'Etat Romain. En effet nous ne disposons, en France, que de registres matricules reconstitués par un ancien ZP, Victor Crombé, avec des erreurs, des lacunes et des imprécisions, ce qui complique nos recherches. Auriez-vous un tel document, ou connaîtriez-vous quelqu'un qui en disposerait et qui voudrait bien nous le communiquer ?
En vous remerciant d'avance, je vous prie d'agréer, Monsieur, l'expression de ma parfaite considération.


Signore,
Jacky Beaulieu e io, autori del piccolo libro sui Pontificio Zuavi della Normandia, che hai acquistato di recente, siamo alla ricerca di una copia digitale (scansione o fotografie), del registro dei Pontifici Zuavi, questo è il documento conservato a Roma, via Galla Placida, negli archivi dello stato romano. In effetti, in Francia abbiamo solo registri di registrazione ricostituiti da un ex ZP, Victor Crombé, con errori, lacune e inesattezze, il che complica la nostra ricerca. Hai un documento del genere o conosci qualcuno che lo possiede e vorrebbe condividerlo con noi?
Ringraziandola anticipatamente, la prego di accettare, signore, l'espressione della mia più alta considerazione.

Patrick Nouaille-Degorce (docteur en Histoire)
5, La Guillaumière
44360 Saint-Etienne de Montluc
adresse mail: pnouaille@laposte.net
tél: 02 40 86 59 40

domenica 30 agosto 2020

Raphael de Beaufranchet


Raphael de Beaufranchet

Nacque a Saint Martin d'Heuille, Niévre, Francia il 17 ottobre 1849; volontario negli Zuavi pontifici il 28 gennaio 1868, promosso caporale il 21 febbraio 1869, sergente il 31 dicembre dello stesso anno, partecipò alla difesa di Roma nel settembre 1870; se ne ignora la data di morte.
Era decorato della medaglia Benemerenti.

giovedì 30 luglio 2020

Rivista QUADERNI n. 1 del 2020


La rivista può essere richiesta a: segreteriagenerale#istitutonastroazzurro.org
www.istitutodelnastroazzurro.org

venerdì 10 luglio 2020

Il Valore Militare nel Risorgimento


 L'Istituto del Nastro Azzurro è
 prespto alla conservazione della memoria del Valore Militare